San Giuseppe e la SS.ma Trinità

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«Il
Primo Vicario»

di Tito Casini
















In quel
gran quadro gerarchico del Paradiso che sono le Litanie dei Santi, san Giuseppe viene
– vista la scala dal vertice – subito prima di san Pietro: accosto, dunque, a san
Pietro, e un grado sopra di lui, per la ragione… Per ragion di merito, certamente,
o di dignità, se più piace. Ma ci sta bene – accanto e sopra – anche
per un’altra ragione che io chiamerei dì cameratismo e di anzianità
(intese le due parole nel loro significato militare): accanto per cameratismo, sopra
per anzianità. Quale cameratismo e quale anzianità? Questo: che san
Giuseppe fu anche lui papa e fu papa prima di san Pietro – fu cioè il primo
papa.

San Giuseppe papa…? La cosa è nuova. Si pensava, tutti che il primo papa
fosse san Pietro e che l’emblema di san Giuseppe fosse la mazza fiorita e non le
chiavi d’oro e d’argento… Ed a me il cor ridea, che sol d’un nome Tutta si fosse
la mia frode ordita
… Innocente frode, la mia, che dicendo papa intende vicario
di Dio, e dicendo vicario si richiama al senso primo della parola: colui che fa le
veci di alcuno. Così intesa la parola «papa» e la parola «vicario»,
io posso tranquillamente affermare – se così mi piace chiamar chi sempre invoco,
con Gesù e Maria, a fortezza nell’ultima battaglia – che san Giuseppe fu il
primo papa o vicario di Dio.



Tutte e tre le Persone divine ebbero bisogno, per l’opera loro, del «legnaiolo
di Nazaret», e Giuseppe fece pur le veci – mentre lavorava d’accetta, d’ascia
e di pialla, per eseguire le ordinazioni paesane – del Padre, dei Figlio e dello
Spirito Santo.

Egli fu il vicario del Padre, facendo in tutto da padre al Figlio – che non era orfano
e non era suo figlio – finchè il Figlio Don si mosse per tornare al Padre.
Due volte, nel fiume e sul monte, al principio e nel termine della sua fatica di
riscatto, il Padre rivendicò dalle nubi la sua paternità eterna sul
nato di Maria: «Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto:
ascoltatelo!». Ma le veci di padre le affidò sulla terra a Giuseppe,
e Giuseppe fu nella convinzione di tutti il «padre di Gesù». «Figliolo,
come si credeva, di Giuseppe…», dice l’evangelista mettendosi in via, per
correre a ritroso tutta quella strada regia degli antenati umani e divini dell’eterno
Figliolo, che comincia appunto da «Giuseppe, d’Eli, di Natat, di Levi, di Melchi…»
e si smarrisce, dopo altre settanta generazioni, nella perenne generazione di Dio:
«… d’Enas, di Set, di Adamo, di Dio». Padre di Gesù lo dice
l’amoroso rimprovero di Maria al figliolo dopo tante lacrime ritrovato «Figlio,
perchè ci hai fatta questo? Ecco, tuo padre e io addolorati si andava in cerca
di te». Padre di Gesù lo chiama Filippo, l’apostolo, gridando a Natanaele
la gran bella scoperta: «Abbiam trovato quello di cui scrissero Mosè
nella Legge e i profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, da Nazaret». E il
suo popolo di Nazaret, udendolo nella sua sinagoga un sabato leggere e spiegar così
bene il libro d’Isaia: «Non è costui», diceva meravigliando, «il
figliolo di Giuseppe?».

Giuseppe soltanto non chiamò mai Gesù col nome di figlio. E mentre
gli era «figliastro», lo tenne più che per figlio; mentre n’era
il «patrigno», gli fece più che da babbo. Per lui, che doveva
nascere, bussò a Betlemme di porta in porta mendicando una stanza e riducendosi
infine alla compagnia degli animali nella pubblica stalla. Per lui, cercato a morte
da Erode, lasciò casa e bottega, abbandonò patria e paese, facendosi
forestiero in Egitto. Per lui, fanciullo bisognoso di pane, di vesti e di tetto,
fece rintronar l’accetta, gemer la sega, cigolar la pialla, strider la lima, ebbe
le braccia stracche, i calli nelle mani… E tuttavia, come sentisse d’essere appena
l’ombra dell’altro Padre, come l’ombra tacque. Egli non disse mai a Gesù,
come Maria gli diceva: «Figliolo!».



Giuseppe fu anche vicario dello Spirito Santo, perchè anche della Terza Persona
fece in terra le veci. È certo che Maria fu sposa dello Spirito Santo, e altrettanto
è certo ch’essa fu donna dell’uomo a cui la mazza d’improvviso fioriva. «Giuseppe
sposo di Maria», dice Matteo terminando la sua genealogia dove Luca dianzi
la principiava. E nello stesso capitolo: «Maria, sua madre, sposata a Giuseppe…»;
e un rigo sotto: «Ora Giuseppe, suo marito …»; e l’angelo, ancora un
rigo sotto: «Giuseppe, figlio di David, non esitare a prender con te Maria,
tua moglie…», benchè aggiunga: «…quel ch’è nato in
lei è da Spirito Santo».

E Giuseppe prese con sè la donna dello Spirito Santo, che era anche sua donna,
e le fu in tutto, fuorchè nel letto, marito, come al figlio era in tutto padre
fuorchè nella paternità. Il popolo, dall’anima schietta, che lo vede
col fanciullo in braccio – forse perchè Maria si riposi – come fanno solo
i più teneri babbi e i più premurosi mariti; o, vecchio e stanco, condurre
per la cavezza il somaro su cui siedono la giovane compagna e il figliolo, il popolo
mostra sentire, anche dove tace il Vangelo, quanto fosse per amore padre e marito
lui che nè padre nè marito fu per la carne e il sangue.



Come poi al Figlio piacque, facendosi uomo, di soggettarsi a tutta la condizione
umana, d’esser dunque fanciullo ossia debole, inesperto e – quantunque confondesse
a dodici anni i dottori della legge – dinanzi alla legge incapace, così Giuseppe
fu anche, dinanzi agli uomini e alla legge, vicario del Figlio. Più di due
terzi della vita di Gesù sono infatti coperti nel Vangelo da queste tre parole:
«erat subditus illis: era loro soggetto»: a Giuseppe e a Maria
– e Giuseppe era il paterfamilias.



Questo triplice e unico vicariato del figliolo d’Eli presso il Figliolo di Dio, che
gli vale in certo modo la vicinanza di san Pietro, lo esprime con parole di alto
elogio il festoso prefazio del 19 marzo: «Qui et vir iustus, a te Deiparae
Virgini Sponsus est datus
: et fidelis servus ac prudens super familiam tuam
est constitutus
: ut Unigenitum tuum, Sancti Spiritus obumbratione conceptum,
paterna vice custodiret…».

E un papa, gliardando all’amor ch’egli ebbe per la famiglia di Nazaret, lo pose a
custodire e difendere tutta la grande famiglia dei credenti nel suo Figliolo, nominandolo,
in giorni di grave pericolo, patrono della Chiesa universale. E tutta la Chiesa in
questo giorno gli fa festa e l’invoca, come l’invoca ogni giorno ogni famiglia.

Così anch’io, insieme alla Donna e al Figliol vostro, mattina e sera v’invoco:
Gesù, Giuseppe e Maria, assistetemi nell’ultima agonia.





Testo tratto
da: Tito Casini, La Vigilia dllo Sposo, Firenze. LEF, 1935/2, pp. 227-231.