Come fare le opere con rettitudine d’intenzione

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE
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CAPO VIII. Si dichiara in che modo faremo le opere nostre con gran rettitudine e purità d’intenzione.

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1. Non guardare la materialità dell’opera, ma il fine di essa.
2. Tal fine è fare la volontà di Dio.
3. Similitudine del B. Giovanni d’Avila

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1. Per dichiarare come potremo fare con maggior perfezione e purità le opere nostre, sogliono i maestri della vita spirituale apportare una buona similitudine. Dicono essi che, come i matematici parlano in astratto e non fanno conto della materia, ma trattano delle quantità e figure dei corpi senza considerarne la materia, sia oro, sia argento, o sia qualsivoglia altra cosa, perché questo non appartiene ad essi; così il servo di Dio nelle opere che farà ha da tener gli occhi volti principalmente a fare la volontà di Dio, astraendo da ogni materia, senza guardare se è oro, o creta, cioè senza guardare se lo mettono in questo o in quell’altro ufficio, se gli comandano questa o quell’altra cosa; perché non consiste in questo il nostro profitto e la nostra perfezione, ma nel fare la volontà di Dio e nel cercare la gloria sua nelle cose che faremo. Il glorioso S. Basilio dice questa cosa molto bene, e la fonda sulla dottrina dell’Apostolo S. Paolo. «Tutta la vita e tutte le opere dell’uomo cristiano hanno uno scopo ed un fine, che è la gloria di Dio, perciocché o mangiate, o beviate, o facciate altra cosa; dice l’Apostolo, tutto fate a gloria di Dio. E parlava in Cristo» (S. BASIL. De ingluv. et ebriet. serm. 16, n. 1). (altro…)

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Della rettitudine e purezza d’intenzione

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE
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CAPO VII. Del fine e della retta intenzione che dobbiamo avere nelle nostre operazioni.

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1. A Dio ogni cosa.
2. Pratica d’un monaco.
3. Come praticarla noi.

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1. Abbiamo sin ora trattato come si hanno da fuggire, nelle opere che facciamo, la vanità e i fini umani, che è deviare dal male; adesso tratteremo del fine e della intenzione che dobbiamo avere in esse, che è il maggior onore e la maggior gloria di Dio. S. Ambrogio, (S. AMBR. Hexaemer. l. 5, c. 18, n. 6) porta a questo proposito quel che i naturalisti dicono dell’aquila, che la prova che fa per conoscere se i suoi pulcini sono legittimi, è prenderli colle unghie e tenerli così sospesi nell’aria incontro ai raggi del sole. Se guardano fisso in esso, senza batter palpebra, li tiene per suoi figliuoli, li rimette nel loro nido, li alleva e porta loro da mangiare come a figliuoli; ma se vede che non possono guardar fisso il sole, non li tiene per figliuoli e li lascia cadere da alto in basso. A parte l’attendibilità del fatto, si conoscerà se noi altri siamo veri figliuoli di Dio, se guarderemo fisso nel vero Sole di giustizia, che è Dio, indirizzando a lui tutto quello che facciamo, di maniera che il fine e il bersaglio di tutte le opere nostre sia il piacere e dar gusto a Dio, e il far in esse la sua santissima volontà. Si accorda molto bene con questo quel che disse Cristo   nostro Redentore: «Chiunque fa la volontà del mio Padre, che è nei cieli, quegli è mio fratello, mia sorella e mia madre» (Matth. 12, 50).

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Alcuni rimedi contro la vanagloria

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE

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CAPO VI. Di alcuni rimedi contro la vanagloria.

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1. Come preparar ci contro la vanagloria.
2. Conoscere la vanità dei giudizi degli uomini.

3. Riflessione di S. Bonaventura, guardarsi dalle proprie lodi.

4. Tenere occulte le buone opere, e alle palesi aggiungerne altre nascoste.
5. Retta intenzione.
6. Cognizione di se stesso.

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   1. Il glorioso S. Bernardo nel sermone decimoquarto sopra il Salmo novantesimo, e particolarmente sopra quel versetto: «Camminerai sopra l’aspide e sopra il basilisco, e calpesterai il leone ed il dragone» (Ps. 90, 13) va dichiarando, che come questi animali sogliono nuocere quali coi morsi, quali coll’alito, quali coll’unghie, e alcuni di essi sogliono spaventare col ruggito; così il demonio invisibilmente nuoce e fa male agli uomini in tutti questi modi. E va applicando la proprietà di questi animali a diverse tentazioni e vizi, coi quali il demonio ci fa guerra: e venendo al basilisco dice che del basilisco si narra una cosa assai strana e terribile, che colla sola sua vista infetta talmente l’uomo, che l’uccide. Il che applica il Santo al vizio della vanagloria, uniformemente a quelle parole di Cristo: «Badate di non fare le vostre buone opere alla presenza degli uomini, col fine di esser veduti da loro» (Matth. 6, 1): come se avesse detto: Guardatevi dagli occhi del basilisco.

   Avverti però che del basilisco si dice, che non ammazza se non quello che egli vede prima; ma se tu vedi prima lui, non ti nuoce; anzi dicono che con esser veduto prima il basilisco, egli è che muore. Così dice che avviene in questo vizio della vanagloria, che non ammazza se non i ciechi e i negligenti, i quali se gli vogliono mostrare e mettersigli innanzi acciocché li vegga; e non vogliono essi guardarlo i primi, col farsi a considerare quanto vana e inutile cosa è questa vanagloria, perché se tu guardassi prima in questo modo questo basilisco della vanagloria, non ti ammazzerebbe, né ti nuocerebbe, ma tu ammazzeresti lui, distruggendolo e tutto facendolo andare in fumo (S. BERN. in Ps. 90, serm. 13, n. 2).

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2. Questo sia il primo rimedio contro la vanagloria, il procurare noi altri di mirar i primi questo basilisco; il mettersi a considerare e ad esaminare con attenzione, che l’opinione e la stima degli uomini è tutta vento e vanità; poiché né ci dà né ci toglie cosa alcuna; né saremo migliori, perché essi ci stimino e ci lodino, né peggiori, perché mormorino di noi e ci perseguitino. San Giovanni Crisostomo sopra quelle parole del quinto Salmo: «Perché tu benedirai il giusto» (Ps. 5, 12) tratta molto bene questa cosa, dicendo che quel Salmo è per animare un uomo giusto che è perseguitato e sente di sé cattive parole dagli uomini. E acciocché non si perda per questo d’animo e non ne faccia conto, lo conforta il Profeta con quelle parole: perché tu, Signore, benedirai il giusto. E con questo, che danno gli verrà, ancorché tutti gli uomini lo disprezzino, se il Signore degli angeli lo benedice e lo loda? Siccome per contrario, se il Signore non lo benedice e non lo loda, nessuna cosa gli gioverà, benché tutto il mondo lo lodi e lo predichi. E apporta per esempio il santo Giobbe, il quale stando nel letamaio pieno di lebbra, di piaghe e di vermi; perseguitato e schernito dai suoi amici e nemici e dalla propria moglie, era con tutto ciò più beato che tutti essi, perché Dio lo benediceva, cioè perché, sebbene gli uomini lo ingiuriavano e dicevano male di lui, Dio ne diceva bene, asserendo che era «uomo semplice e retto e timorato di Dio e alieno dal far male, e che conservava tuttora l’innocenza» (Iob, 2, 3). E questo lo faceva veramente grande, e i disprezzi degli uomini e il vilipendio del mondo non gli toglievano cosa alcuna.

   E così S. Giovanni Crisostomo dice che quel che abbiamo da procurare con ogni diligenza e sollecitudine è la riputazione e la stima nel cospetto di Dio; perché l’esser riputati e stimati presso gli uomini non toglie né dà; onde non accade farne conto (S. CHRYS. Exp. in Ps. 5, n. 6)7. «A me pochissimo importa di essere giudicato da voi, o in giudizio umano», diceva l’Apostolo S. Paolo: io non vo dietro a contentar gli uomini: Dio vorrei contentare, perché egli è il mio giudice. «Chi mi giudica è il Signore» (I Cor 4, 3-4).
   S. Bonaventura aggiunge qui un altro punto, dicendo: Non v’adirate contro quelli che dicono male di voi, perché o è vero quello che dicono, o no: se è vero, non è da meravigliarsi che essi ardiscano di dire quello che voi ardiste di fare: se è falso, non vi potranno nuocere. E se con tutto ciò vi sentirete internamente stimolati a fame risentimento, sopportatelo, dice, con pazienza, come chi sopporta un bottone di fuoco: perché siccome il bottone guarisce la piaga, così questa mormorazione vi guarirà di qualche occulta superbia che forse è in voi (S. BONAV. de ext. etc. l. 1, c. 38).

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La vanagloria e quelli che aiutano il prossimo

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE

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CAPO V. Della necessità particolare che hanno di guardarsi da questo vizio della vanagloria quelli che hanno per ufficio l’aiutare i prossimi.
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1. Pericolo della vanagloria nei ministeri apostolici.
2. E’ assai nociva.
3. Esempi vari:

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   1. Sebbene tutti hanno necessità di armarsi contro questa tentazione della vanagloria, come abbiamo detto, noi nondimeno, siccome quelli che abbiamo per ufficio e per istituto l’attendere a salvar anime, siamo in più particolare necessità di stare in questo molto avvertiti. Ché quanto i nostri ministeri sono maggiori e più spirituali, tanto da un canto è maggiore il pericolo, e dall’altro sarebbe maggiore il nostro peccato, se in essi cercassimo noi stessi e l’essere tenuti in riputazione e stimati dagli uomini. Perché sarebbe questo un volere esaltare e ingrandire noi stessi con quello che Dio più pregia e vuole che sia riconosciuto per suo, come sono le grazie e i doni spirituali.
   Onde S. Bernardo dice: «Guai a quelli che hanno avuto il dono di sentire e parlar bene di Dio, se siano tali da credere la pietà un lucro, da volgere a vanagloria quello che avevano ricevuto per spenderlo a vantaggio di Dio! Paventino costoro quel che si legge nel Profeta Osea: «Io fui quegli che fornii la copia d’argento e d’oro, di cui fecero.la statua di Baal» (S. BERN. Serm. 4 in. Cant. n. 6). Col dono mio si sono fabbricato per se medesimi un idolo di onore.

 

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La vanagloria tenta i principianti e i proficienti

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composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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CAPO IV. Che la tentazione della vanagloria è propria non solo dei principianti, ma anche dei proficienti nella virtù.


1. Lo prova S. Cipriano.
2. Pericolo maggiore per i provetti.
3. Nei principianti la vanagloria è più detestabile.


   1. S. Cipriano, trattando di quella tentazione colla quale il demonio assalì Cristo nostro Redentore la seconda volta, quando, portatolo sopra il pinnacolo del tempio, gli disse: «Se tu sei Figliuolo. di Dio, gettati giù» (Matth. 4, 6) esclama: «O maledetta e abominevole malizia del demonio! Pensava il maligno che quello che non aveva potuto vincere colla tentazione della gola, l’avrebbe vinto con quella della vanagloria» (S. CYPR. Lib. De cardin. oper. christ. 5: de ieiun. et tent. Chr.); e così lo istigava a mettersi a volare per l’aria, acciocché con questo prodigio tirasse a sé gli occhi e le ammirazioni di tutto il popolo. Si pensò il demonio che gli sarebbe succeduto con Cristo come gli era succeduto con altri. Aveva esperienza, e l’aveva già molte volte provato, dice S. Cipriano, che quelli che non aveva potuto vincere con altre tentazioni, li aveva poi vinti con questa di vanagloria e di superbia. E perciò dopo avere tentato Cristo di gola, lo tentò di vanagloria, come di cosa maggiore e più difficile a vincersi; perché non è cosa facile, dice il Santo, non gustar uno delle lodi. Siccome vi sono molto pochi che gustino di sentire dir male di sé; così vi sono molto pochi che non abbiano a caro che si senta e si dica bene di loro. Onde si vede che questa tentazione di vanagloria non è tentazione dei principianti e dei novizi solamente, ma dei molto provetti ancora e di quelli che professano perfezione; anzi di questi è più propria.

 

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Il danno che ci porta la vanagloria

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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CAPO III. Del danno che reca seco la vanagloria.


1. Ci ruba il merito delle buone opere.
2. Tre danni particolari.
3. È un vizio che dolcemente si insinua.
4. Esempio.


     1. Il gran danno che reca seco questo vizio della vanagloria ci viene assai chiaramente significato da Cristo   nostro Redentore in quelle parole del sacro Vangelo: «Badate di non fare le vostre buone opere alla presenza degli uomini col fine di essere veduti da loro; altrimenti non ne sarete rimunerati dal Padre che è nei cieli». Non siate come quei Farisei ipocriti, i quali facevano tutte le cose per essere veduti dagli uomini e stimati da essi, perché perderete ogni cosa. «In verità io vi dico, essi già hanno ricevuto la loro ricompensa» (Matth. 6, 1 et 5). Desiderasti d’esser tenuto in riputazione e stimato, e questo ti mosse a far quello che facesti; or questo, sarà il tuo premio e il tuo guiderdone: non aspettar altro premio nell’altra vita. Oh misero te, che hai già ricevuto il tuo premio e non hai più che sperare! «La speranza dell’ipocrita andrà in fumo» dice Giobbe (Iob, 8, 13). È finita la speranza dell’ipocrita, cioè di colui che fa le cose per essere stimato e lodato.

   Lo dichiara molto bene San Gregorio; perché la stima e le lodi umane, che è quello che egli spera, finiscono colla vita; e allora «nessuno si compiacerà della propria stoltezza» (S. GREG. Moral. l. 8, c. 43). Oh quanto ti troverai burlato e ingannato, dice il Santo, quando ti si apriranno gli occhi, e vedrai che con quella stessa cosa, colla quale avresti potuto comprare il regno dei cieli, ti comprasti una vana lode dagli uomini, un «Oh come ha detto bene!» ovvero un «Oh come bene ha fatto!». «Chi, per quel che fa di bene, aspira a favori umani, porta a vile prezzo una cosa di grande valore: donde avrebbe potuto meritarsi il regno dei cieli, egli non ne ha ricavato che il soldo di un rumore passeggero» (S. GREG, loc. cit). Che inganno maggiore e che maggior pazzia di questa si può trovare, essersi affaticato assai ed aver fatte molte opere buone, e dopo trovarsi colle mani vuote? Questo è quello che dice il profeta Aggeo: «Applicatevi col vostro cuore a riflettere sopra i vostri andamenti. Voi avete seminato molto e fatta tenue raccolta; avete mangiato, e non vi siete saziati; avete bevuto, e non vi siete esilarati; vi siete coperti, e non vi siete riscaldati: e colui che radunava i suoi salari, li ha messi in una tasca rotta» (Aggae. 1, 5-6). Un’altra versione dice: «E colui che radunava i suoi salari li ha messi in una botte traforata»; cioè che chi opera in tal modo, è come chi mette il vino in una botte che ha molte fessure e buchi, che mettervelo e versarlo è tutta una cosa. Questo fa la vanagloria: guadagnare e perdere è tutt’uno: la perdita va congiunta col guadagno. «Per qual motivo adunque spendete voi il vostro argento in cose che non sono pane, e la vostra fatica in quello che non satolla?» (Isai. 55, 2) Giacché fate le cose, giacché faticate e vi stancate, fatele di maniera che vi vagliano qualche cosa, e non in modo che perdiate il tutto.

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La malizia della vanagloria

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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CAPO II. In che consista la malizia di questo vizio della vanagloria.


1. Rapisce a Dio l’onore.
2. Similitudini.  


1. La malizia di questo vizio consiste in questo; nel volere l’uomo vanaglorioso usurparsi ed arrogarsi la gloria e l’onore che è proprio di Dio: «Al solo Dio onore e gloria» (Tim. 1, 17). Egli non vuol dare la sua gloria ad altri; ma tutta se la riserva per sé. «La gloria mia ad altri non la cederò» (Isai. 42, 8; 48, 11). E così S. Agostino dice: «Signore, colui che vuoI essere lodato per quella cosa che è vostro dono, e nel bene che fa non cerca la gloria vostra, ma la sua; è ladro ed assassino e simile al demonio, che volle rubare la vostra gloria» (S. AUG. Solil. c. 15).
   In tutte le opere di Dio vi sono due cose; vi è utilità e vi è onore e gloria, che risulta dalla tal opera; e consiste nell’esser l’artefice dell’opera lodato, stimato ed onorato per essa. Or Iddio in questa vita ha ordinato e vuole che così si eseguisca; cioè, che tutta l’utilità delle opere sue sia dell’uomo; ma che tutta la gloria sia per lo stesso Dio. «Tutte le cose le ha fatte il Signore per se stesso» (Prov 16, 4); ed altrove: «Il Signore ha creato tutte le genti per lode, onore e gloria sua» (Deut. 26, 19). Perciò tutte le cose ci stanno predicando la sua sapienza, la sua bontà, la sua provvidenza; e quindi si dice che i cieli e la terra sono pieni della sua gloria (Ps. 18, 2; Isai. 6, 3).
   Or quando uno nelle buone opere vuole la gloria e le lodi degli uomini per sé, viene a pervertire quest’ordine posto da Dio nelle opere buone e a fare ingiuria al medesimo Iddio, volendo e procurando che gli uomini, i quali si avrebbero da occupare sempre in onorare e lodare Dio, si occupino in lodare e stimare lui stesso; e volendo anche e procurando che i cuori degli uomini, fatti da Dio per vasi che abbiano a star pieni dell’onore e della gloria dello stesso Dio, stiano pieni dell’onore e della stima sua propria: il che è rubar anche a Dio i cuori, e come uno scacciar Dio dalla sua propria casa ed abitazione. Or che maggior male si può trovare, che il furto dell’onore di Dio e dei cuori degli uomini? E mentre dite loro colla bocca, che riguardino Dio, voler col cuore che divertano gli occhi da Dio e li volgano verso di voi? Il vero umile non vuol vivere nel cuore di creatura alcuna, ma solamente in quello di Dio; né vuole che alcuno si ricordi di lui, eccetto che Dio solo; né che alcuno si occupi in pensare ad esso, ma a Dio, e che Iddio solo alberghino e tengano tutti nei loro cuori.

 

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Fuggire il vizio della vanagloria

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE


CAPO I. Come nelle opere nostre abbiamo da fuggire il vizio della vanagloria.


1. Tutto a maggior gloria di Dio.
2. Quale l’intenzione, tale l’opera
3. Guardiamoci dalla vanagloria.


1. Una cosa tra l’altre più raccomandata e più replicata nelle nostre costituzioni e regole è, che in tutte le opere nostre procuriamo d’avere l’intenzione retta, cercando sempre in esse la volontà di Dio e la maggior gloria sua. Infatti quasi ad ogni passo ci vengono replicate quelle parole: «A maggior gloria di Dio»; ovvero: «avendo sempre riguardo al maggior servizio di Dio», che è una cosa istessa. Teneva il Santo Padre tanto impresso nel suo cuore questo desiderio della maggior gloria ed onore di Dio, ed era tanto usato ed esercitato in far tutte l’opere sue a questo fine, che perciò venne a dirlo tanto spesso, come per un trasporto ed esuberanza di spirito. «Dalla pienezza del cuore parla la bocca» (Luc. 6, 45). Questo fu sempre il suo scopo, e l’anima e lo spirito di tutte l’opere sue, come si legge nella sua Vita (RIBAD. l. 1. c. 3). Onde con molta ragione fu poi apposto nelle sue immagini, come distintivo tutto suo proprio, quel motto: «A maggior gloria di Dio». Questo è il suo stemma, questa la sua caratteristica e la sua iscrizione; e in questa sta scritta come in cifra tutta la sua vita, in questa le sue imprese. Non se gli poteva dare maggior lode in così poche parole.


   2. Or questo ancora ha da essere il nostro stemma e il nostro motto, acciocché, come buoni figliuoli, ci assomigliamo al nostro Padre. E con ragione questa cosa ci viene tanto raccomandata; perché tutto il nostro profitto e la nostra perfezione sta nelle opere che faremo; e quanto saranno queste migliori e più perfette, tanto migliori e più perfetti saremo noi altri. Ora le opere nostre avranno in sé tanto più di bontà e perfezione, quanto più retta e più pura sarà la nostra intenzione, e il loro fine più alto e perfetto. Perché questo è quello che dà l’essere alle opere, secondo quel detto del sacro Vangelo: «Lucerna del tuo corpo è il tuo occhio. Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è difettoso, tutto il tuo corpo sarà ottenebrato» (Matth. 6, 22-23). Per l’occhio intendono i Santi l’intenzione, che riguarda e previene quello che si vuol fare: e pel corpo intendono l’opera, che viene subito dietro all’intenzione, in quella guisa che tutto il corpo seguita gli occhi (S. GREG. Hom. tn Ezechiel. 6, 1; 7, 2).
   Dice dunque Cristo nostro Redentore, che quello che dà luce e splendore alle opere è l’intenzione. Onde se il fine e l’intenzione dell’opera sarà buona, buona sarà l’opera; e se sarà cattiva, l’opera anche sarà tale; e se il fine sarà alto e perfetto, tale sarà ancora l’opera. E questo è pur quello stesso che dice l’Apostolo S. Paolo: «Se è santa la radice, santi sono anche i rami» (Rom. 11, 16). Da un albero che ha la radice guasta ed infetta che frutto si può aspettare, se non frutto verminoso e di mal sapore? Ma se la radice è sana e buona, l’albero sarà buono e produrrà frutti buoni. Così avviene nelle opere: la bontà e perfezione di esse sta nella purità dell’intenzione, che è la radice. E questo stesso nome di purità ce lo dice; cioè che quanto esse saranno più pure, tanto saranno migliori e più perfette. S. Gregorio sopra quel passo di Giobbe, «sopra qual cosa sono piantati i suoi cardini?» (Cfr. Liber Iob, 38, 6) dice che, siccome la fabbrica di tutto l’edifizio materiale suol essere appoggiata e sostenersi sopra alcune colonne, e le colonne sopra le loro basi e piedestalli; così tutta la vita spirituale è appoggiata e fondata nella virtù, e le virtù si fondano nella pura e retta intenzione del cuore.

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Avvalersi del tempo e assuefarsi a far bene

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composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO II. DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE


CAPO IX. Quanto importi ai novizi il valersi del tempo del noviziato e l’assuefarsi in esso a far bene; e come debbono esser fatti gli esercizi della religione.


1. Due ragioni di questa importanza.
2. Quale in noviziato tale di poi.
3. Difficile a vincere una passione invecchiata.
4. Inganno di chi differisce l’emenda.
5. Dalla buona educazione dei novizi dipende tutto il bene della religione.
6. Vantaggio di chi si dà alla virtù da giovane.
7. Esempio.


1. Da quello che si è detto possiamo raccogliere per i novizi quanto importi a loro di valersi bene del tempo del noviziato e l’assuefarsi in esso a far gli esercizi della religione ben fatti: e questo potrà ancora servire per tutti quelli che cominciano a camminare per la via della virtù. La prima regola del Maestro dei novizi, che abbiamo nella Compagnia, ce lo dichiara molto bene e con poche parole, le quali non solo parlano a noi altri, ma anche a tutti i religiosi. «Persuadasi il Maestro dei novizi essergli stata commessa una cosa di molto grande, importanza», dice detta regola, e ne rende due ragioni molto sostanziali, acciocché un tal Maestro apra gli occhi e conosca di quanto peso e momento è quel carico che ha sulle spalle. La prima è «perché da questa instituzione e prima educazione dei novizi dipende in maggior parte tutto il loro profitto per l’avvenire»: la seconda, perché in questa sta riposto il maggior capitale, essendo in essa «fondata tutta la speranza della Compagnia», e quindi dipende il benessere della religione (Reg. 1 Mag. Nov.).

E per discendere a dichiarare più in particolare queste due ragioni, dico primieramente, che da questa prima instituzione e dalla positura nella quale uno si metterà nel noviziato, dipende, comunemente parlando, ogni suo o guadagno o scapito per l’avvenire. Se nel tempo del noviziato, come dicevamo nel capo antecedente, cammina uno tiepidamente e negligentemente nel suo profitto spirituale, tiepido se ne resterà sempre, senza far maggior frutto. Non occorre pensare che dopo, generalmente parlando, sia per camminare con maggior diligenza e fervore; perché v’è poca ragione per credere che dopo vi sia per essere questa mutazione e questo miglioramento; mentre ve ne sono molte per temere che non vi sarà.

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CAPO VIII. Quanto importi il non allentare nella virtù

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
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TRATTATO II. DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE


CAPO VIII. Quanto importi al religioso il non allentare nella virtù.


1. Difficile dalla tiepidezza tornare al fervore. 

2. Stato infelice del tiepido.

3. Diventa infermo con quello onde dovrebbe conservarsi sano.
4. Rimedio.


   1. Da quello che si è detto si verrà a conoscere assai bene, quanto importi al religioso il conservarsi nella devozione, l’aver sempre fervore negli esercizi della religione e il non lasciarsi cadere in tiepidezza, in lentezza e in rilassatezza; perché gli sarà di poi molto difficile l’uscire da essa. Potrà ben fare Iddio che ritorni dopo a vita infervorata e perfetta; ma questo sarà quasi come un miracolo. Dice questa cosa molto bene S. Bernardo, scrivendo ad un certo Riccardo, abate Fontanense, e ai suoi religiosi, coi quali aveva Dio fatto questo miracolo, che, avendo quelli menata sino a quell’ora una qualità di vita tiepida, lenta e rilassata, li aveva cangiati e trasferiti ad una molto infervorata e perfetta. Meravigliandosene e rallegrandosene assai, e congratulandosene con essi il Santo, dice così: «Qui vi è il dito di Dio: chi mi concederà che io colà mi trasferisca e veda, come un altro Mosè, questa prodigiosa visione?» perché non è cosa meno meravigliosa questa che quella che vide Mosè nel roveto che bruciava e non si consumava. «È cosa rarissima e molto straordinaria il veder passar uno avanti e trascendere quel grado nel quale una volta si è fissato nella religione. Più facile cosa sarà ritrovare molti secolari, i quali dalla mala vita si convertano alla buona, che incontrarsi in un religioso, il quale da vita tiepida, lenta e rimessa passi a vita migliore» (S. BERN. Ep. 96).


E la ragione di ciò è perché i secolari non hanno i rimedi tanto continui quanto i religiosi; e così quando odono una buona predica, o vedono la repentina e disgraziata morte di un qualche vicino od amico, quella novità cagiona in essi spavento ed ammirazione, e li muove a mutare e ad emendare la loro vita. Ma il religioso, che ha questi rimedi tanto famigliari, tanta frequenza di sacramenti, tante esortazioni spirituali, tanto esercizio di meditar le cose di Dio e di trattar della morte, del giudizio, dell’inferno, della gloria; se con tutto ciò se ne sta tiepido, lento e rimesso, che speranza si può avere che sia per mutar vita, essendo che già ha fatto l’orecchio a queste cose? E così quello che avrebbe da aiutarlo e muoverlo, e quello che suole muovere altri, non muove lui, né gli fa impressione alcuna.

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