L’anima di ogni apostolato (parte I)

«L’anima
di ogni apostolato
»

di
Dom Jean-Baptiste Gustave Chautard












Capii
che solo l’amore spinge all’azione le membra della Chiesa e che, spento questo amore,
gli apostoli non avrebbero più annunciato il vangelo, i martiri non avrebbero
più versato il loro sangue

(S.Teresa del Bambino Gesù)






Parte prima*



Dio vuole le opere
e la vita interiore


I – Le opere e perciò anche lo zelo sono voluti da Dio


È attributo
della natura divina l’essere generosa. Dio é bontà infinita e la bontà
non desidera altro che diffondersi e comunicare il bene di cui gode.


La vita mortale
del Signore non é stata altro che una manifestazione di questa inesauribile
generosità. Il Vangelo ci mostra il Redentore che semina sul suo cammino i
tesori amorosi di un Cuore avido di attirare gli uomini alla verità e alla
vita.


Quella fiamma
di apostolato, Gesù Cristo la comunicò alla Chiesa che é un
dono del suo amore, diffusione della sua vita, manifestazione della sua verità,
splendore della sua santità. Animata dallo stesso fuoco, la mistica Sposa
di Cristo continua, lungo il corso dei secoli, l’opera d’apostolato del suo divino
Modello.


O ammirabile disegno
e universale legge stabilita dalla divina Provvidenza! L’uomo deve conoscere la via
della salute per mezzo dell’uomo
1. Soltanto Gesù
Cristo ha versato il Sangue che riscatta il mondo; Egli solo avrebbe potuto conferirgli
la virtù di agire immediatamente sulle anime, come fa attraverso l’Eucarestia;
ma Egli ha voluto eleggersi dei cooperatori per diffondere i suoi benefici. Per quale
ragione? Certamente perché così l’esigeva la Maestà Divina,
ma non meno lo spingevano le sue tenerezze verso l’uomo. Se al più grande
dei monarchi é conveniente governare solitamente per mezzo di ministri, quale
condiscendenza da parte di Dio, nel degnarsi di associare povere creature alle sue
opere e alla sua gloria!


Nata sulla Croce,
sgorgata dal costato trafitto di Cristo, la Chiesa perpetua col ministero apostolico
l’opera benefica e redentrice dell’Uomo-Dio. Questo ministero voluto da Cristo diventa
così il fattore essenziale della diffusione della Chiesa tra le nazioni e
lo strumento il più ordinario delle sue conquiste.


In questo apostolato
figura in prima fila il clero, la cui gerarchia forma i quadri dell’esercito di Cristo;
clero illustrato da tanti Vescovi e Sacerdoti santi e pieni di zelo, ed onorato così
gloriosamente dalla recente beatificazione del santo Curato d’Ars.


A fianco di questo
clero ufficiale, fin dalle origini del Cristianesimo sorsero compagnie di volontari,
veri corpi scelti, la cui fioritura perenne e rigogliosa costituirà sempre
uno dei fenomeni più evidenti della vitalità della Chiesa.


Nei primi secoli
nacquero anzitutto gli Ordini Contemplativi, la cui preghiera incessante e le macerazioni
più dure tanto contribuirono alla conversione delle genti pagane. Nel medioevo
sorsero gli Ordini Predicatori, gli Ordini Mendicanti, gli Ordini Militari, gli Ordini
che si votano all’eroica missione di riscattare i prigionieri dalle mani degli infedeli.
I tempi moderni infine hanno visto sorgere una vera moltitudine di Milizie insegnanti,
Istituti, Società di Missionari, Congregazioni di ogni specie, che mirano
a diffondere il bene spirituale e corporale sotto tutte le forme.


Inoltre, in ogni
epoca della sua storia, la Chiesa ha sempre trovato preziosi collaboratori nei semplici
fedeli, come quei ferventi cattolici divenuti oggi una legione, gli uomini
d’azione – per usare l’espressione consacrata – dal cuore ardente che, riuscendo
ad unire le loro forze, mettono al servizio della nostra Madre comune, senza alcuna
riserva, tempo, capacità, beni, immolando spesso la propria libertà
e non di rado versando il proprio sangue.


È veramente
uno spettacolo mirabile e confortante questa provvidenziale fioritura di opere che
nascono a tempo dovuto e sempre meravigliosamente adatte alle circostanze. La storia
della Chiesa lo dimostra: ogni nuovo bisogno da soddisfare, ogni pericolo da scongiurare
ha visto immancabilmente sorgere l’istituzione richiesta dalle necessità del
tempo.


Ed anche oggi,
a mali di particolare gravità, vediamo opporsi una moltitudine di opere ieri
appena conosciute: Catechismi in preparazione alla prima Comunione, Catechismi di
perseveranza, Catechismi per i fanciulli abandonati, Congregazioni, Confraternite,
Riunioni e Ritiri per uomini e giovani, per signore e ragazze, Apostolato della preghiera,
Apostolato della carità, Leghe per il riposo festivo, Patronati, Circoli cattolici,
Opere militari, Scuole libere, Buona stampa eccetera: tutte forme di apostolato suscitate
da quello spirito che infiammava l’anima di S. Paolo – In quanto a me ben volentieri
sacrificherò del mio, anzi tutto me stesso, per le anime vostre (2 Cor.,
12, 15) – e che vuol diffondere ovunque i benefici del sangue di Gesù Cristo.


Possano queste
umili pagine giungere a quei soldati che, pieni di zelo ed ardore per la loro nobile
missione, proprio a causa dell’attività svolta, si espongono al pericolo di
non essere prima di tutto uomini di vita interiore e che, se venissero puniti un
giorno con insuccessi in apparenza inesplicabili, come pure da gravi danni spirituali,
potrebbero essere tentati di abbandonare la lotta e ritirarsi scoraggiati sotto la
tenda.


I pensieri sviluppati
in questo libro furono anche a me di grande aiuto per lottare contro il perdersi
nell’azione esteriore. Possano essi evitare ad alcuni le delusioni e guidare meglio
il loro coraggio, mostrando a loro che il Dio delle opere non dev’essere mai abbandonato
per fare le opere di Dio, e che il motto Guai a me, se non avrò evangelizzato
(1 Cor., 4, 16) non ci dà mai il diritto di dimenticare quest’altro: Che
giova all’uomo guadagnare fosse anche tutto il mondo, se poi perde la propria anima?
(Mt. 16, 25)


I padri e le madri
di famiglia, per i quali il libro Introduzione alla vita devota
2 non é ormai sorpassato, gli sposi cristiani
che si considerano vicendevolmente obbligati ad un apostolato che esercitano nel
tempo stesso verso i propri figli per formarli all’amore e all’imitazione del Salvatore,
possono applicare anche a loro stessi l’insegnamento di queste modeste pagine. Possano
anch’essi meglio comprendere la necessità d’una vita non solo pia ma anche
interiore, per rendere efficace il loro zelo e imbalsamare la loro casa con lo spirito
di Cristo e con quella pace inalterabile che, nonostante tutte le prove, sarà
sempre la caratteristica delle famiglie profondamente cristiane.



II – Dio vuole che Gesù sia la Vita delle opere


La scienza va
giustamente fiera delle sue enormi conquiste. Ma una cosa le fu finora e le sarà
per sempre impossibile: creare la vita, far uscire dal laboratorio chimico un chicco
di frumento o una larva. Il clamoroso fallimento dei difensori della generazione
spontanea ci ha istruito su tale pretesa. Iddio riserva per sé il potere di
creare la vita.


Nel regno vegetale
od animale, gli esseri viventi possono crescere e moltiplicarsi, sebbene la loro
fecondità si realizzi solo nelle condizioni stabilite dal Creatore. Quando
però si tratta della vita intellettuale, Dio la riserva a sé ed é
Lui stesso che crea direttamente l’anima ragionevole. V’é tuttavia un altro
ordine di cui é ancora più geloso ed é quello della vita soprannaturale,
poiché essa é emanazione della Vita divina comunicata all’Umanità
dal Verbo Incarnato.


L’Incarnazione
e la Redenzione stabiliscono Gesù Cristo come Sorgente, e Sorgente unica,
di quella vita divina alla quale tutti gli uomini sono chiamati a partecipare. Per
il Signore nostro Gesù Cristo: per Lui, con Lui ed in Lui (dalla Liturgia).
Il compito essenziale della Chiesa sta nel diffondere questa vita mediante i Sacramenti,
la preghiera, la predicazione e tutte le opere che vi si connettono.


Dio non fa nulla
se non mediante suo Figlio: Tutto é stato fatto per mezzo di Lui, e
senza di Lui non é stato fatto nulla di ciò che esiste (Gv. 1,
3). Ciò é vero nell’ordine naturale, ma molto di più nell’ordine
soprannaturale, dove si tratta di comunicare la sua vita intima e di far partecipare
agli uomini la sua natura trasformandoli in figli di Dio.


Sono venuto
affinché ricevessero la vita. Io sono la vita. In Lui era la vita (Gv.
10, 10; Gv. 14, 6; Gv. 1, 4). Che precisione in queste parole! Quanta luce nella
parabola della vite e dei tralci, in cui il Maestro sviluppa questa verità!
Quanta insistenza per imprimere nello spirito dei suoi Apostoli questo principio
fondamentale – Lui solo, Gesù, é la Vita – e questa conseguenza: per
partecipare a questa vita e comunicarla agli altri, essi per primi devono essere
innestati sull’Uomo-Dio!


Gli uomini chiamati
all’onore di cooperare col Salvatore per trasmettere alle anime questa vita divina,
devono perciò considerarsi come semplici canali incaricati di attingere a
questa unica Sorgente.


L’uomo apostolico
che, misconoscendo questi principi, credesse di produrre il minimo vestigio di vita
soprannaturale senza attingerla totalmente dal Cristo, farebbe pensare che la sua
ignoranza teologica sia pari solo alla sua sciocca presunzione.


Se l’apostolo,
pur riconoscendo in teoria che il Redentore é la causa primordiale di ogni
vita divina, in pratica però dimenticasse tale verità e, accecato da
una folle presunzione che é un’ingiuria verso Gesù Cristo, facesse
affidamento soltanto sulle proprie forze, sarebbe un disordine meno grave del precedente,
ma sempre insopportabile agli occhi di Dio.


Respingere la
verità o farne a meno nell’agire, é pur sempre un disordine intellettuale,
sia esso dottrinale o pratico. é la negazione di un principio che deve informare
la nostra condotta. Il disordine si aggraverà, evidentemente, se la verità,
invece di potersi irraggiare, trova il cuore dell’uomo di azione in opposizione al
Dio di ogni luce, per colpa del peccato o per tiepidezza volontaria.


Il comportamento
di chi si occupa delle opere come se Gesù non fosse l’unico principio di vita,
veniva bollato dal cardinale Mermillod come eresia dell’azione. Con tale
espressione, egli condannava l’aberrazione d’un apostolo il quale, dimenticando che
il suo ruolo é secondario e subordinato, si attende i successi del suo apostolato
unicamente dalla sua attività personale e dalle sue capacità. Non é
questo una negazione pratica di una gran parte del Tractatus de Gratia? Ripugna a
prima vista una simile conseguenza, ma a ben pensarci é fin troppo vera.


Eresia dell’azione!
L’attività febbrile che si sostituisce all’azione di Dio; la Grazia misconosciuta;
l’orgoglio umano che vuole detronizzare Gesù Cristo; la vita soprannaturale,
la potenza della preghiera e l’economia della Redenzione relegate, almeno praticamente,
fra le astrazioni: sono un caso tutt’altro che immaginario e che la conoscenza delle
anime rivela essere frequentissimo, benché in gradi diversi, in questo secolo
di naturalismo, in cui l’uomo giudica soprattutto in base alle apparenze ed agisce
come se il successo di un’opera dipendesse principalmente da un’ingegnosa organizzazione.


Anche prescindendo
dalla Rivelazione, al solo lume della filosofia, non si potrebbe che commiserare
un uomo mirabilmente dotato, che si rifiutasse di riconoscere Dio come il principio
dei magnifici talenti di cui é dotato.


Cosa proverebbe
un cattolico istruito nella religione, vedendo un apostolo che ostenta, almeno implicitamente,
la pretesa di comunicare alle anime il sia pur minimo grado di vita divina, facendo
a meno di Dio?


Ah, insensato!,
esclameremmo nell’ascoltare un operaio evangelico che osasse dire: Mio Dio,
non suscitate ostacoli alla mia impresa, non venite ad intralciarla, ed io m’incaricherò
di condurla a buon fine.


Il nostro sentimento
sarebbe soltanto un riflesso dell’avversione provata da Dio alla vista di un tale
disordine, alla vista di un presuntuoso che spingesse il suo orgoglio fino a voler
dare la vita soprannaturale, produrre la fede, debellare il peccato, condurre alla
virtù, infervorare le anime con le sole forze proprie e senza attribuire tali
effetti all’azione diretta, costante, universale e sovrabbondante del Sangue divino,
ch’é il prezzo, la causa e il mezzo di ogni grazia e d’ogni vita spirituale.


Per riguardo all’Umanità
di suo Figlio, Dio deve confondere questi falsi cristi paralizzando le loro opere
di superbia o permettendo ch’esse ottengano soltanto miraggi effimeri.


Fatta eccezione
per tutto quello che agisce sulle anime ex opere operato, e sempre per un riguardo
dovuto al Redentore, Dio deve privare l’apostolo pieno di sufficienza delle sue migliori
benedizioni, per darle al tralcio che umilmente riconosce di trarre la sua linfa
vitale dalla sola Vite divina. Altrimenti, se Dio benedicesse con risultati profondi
e duraturi un’attività infetta da quel virus che abbiamo chiamato eresia
dell’azione, sembrerebbe che egli stesso incoraggiasse tale disordine e ne
permettesse il contagio.



III – Che cosa é la Vita interiore?


Come nella Imitazione
di Cristo
3, anche in questo libro
le espressioni vita d’orazione e vita contemplativa vengono
applicate allo stato di quelle anime che si dedicano seriamente ad una vita cristiana
non comune, ma tuttavia accessibile a tutti e, nella sostanza, obbligatoria per tutti.
4


Pur senza attardarci
in uno studio di ascetica, ci limitiamo a richiamare ciò che ognuno é
obbligato ad accettare come assolutamente certo per il governo intimo della sua anima.


Prima Verità.
– La vita soprannaturale é, in me, la vita di Gesù Cristo medesimo,
mediante la fede, la speranza e la carità, perché Gesù é
la causa meritoria esemplare e finale e, in qualità di Verbo, in unione col
Padre e lo Spirito Santo, é la causa efficiente della grazia santificante
nelle anime nostre.


La presenza del
Signore per mezzo di questa vita soprannaturale non é la presenza reale propria
della santa Comunione, ma una presenza d’azione vitale, come l’azione della testa
e del cuore sulle altre membra. Azione intima che Dio nasconde di solito alla mia
anima per aumentare il merito della mia fede; azione pertanto abitualmente insensibile
alle mie facoltà naturali, e che solo la fede mi impone di credere per obbligo;
azione divina che preserva il mio libero arbitrio, e si serve di tutte le cause seconde
– avvenimenti, persone e cose – per portarmi alla conoscenza della volontà
di Dio e per offrirmi l’occasione d’acquistare ed accrescere la mia partecipazione
alla vita divina.


Questa vita, iniziata
nel Battesimo con lo stato di grazia, perfezionata dalla Cresima, ricuperata con
la Penitenza, sostenuta e arricchita con l’Eucarestia, é la mia Vita cristiana.


Seconda Verità.
– Per mezzo di questa vita, Gesù Cristo mi comunica il suo Spirito, divenendo
così un principio di attività superiore che, se non l’ostacolo, mi
porta a pensare, a giudicare, ad amare, a volere, a soffrire, a lavorare con Lui,
in Lui, mediante Lui e come Lui. Le mie azioni esteriori diventano la manifestazione
della vita di Gesù in me ed in tal modo io tendo a realizzare l’ideale della
vita interiore formulato da san Paolo: Non sono più io che vivo, ma
é Cristo che vive in me (Gal. 2, 20).


Vita cristiana,
pietà, vita interiore, santità, non sono cose essenzialmente diverse,
ma gradi di un medesimo amore; sono il crepuscolo, l’aurora, la luce, lo splendore
di un medesimo sole.


Quando in questo
libro usiamo l’espressione vita interiore, non intendiamo tanto la vita
interiore abituale, cioé – se così possiamo esprimerci – il capitale
della vita divina che é in noi con la grazia santificante; intendiamo
piuttosto la vita interiore attuale, ossia la valorizzazione di questo capitale con
l’attività dell’anima e la sua fedeltà alle grazie attuali.


Posso pertanto
così definire la vita interiore: lo stato di attività di un’anima che
reagisce per regolare le sue naturali inclinazioni, e si sforza d’acquistare l’abitudine
di giudicare e governarsi in tutto secondo le luci del Vangelo e gli esempi di Nostro
Signore.


Ci sono dunque
due movimenti. Col primo, l’anima si allontana da ciò che il creato può
avere in opposizione alla vita soprannaturale e cerca di essere continuamente presente
a se stessa: aversio a creaturis. Col secondo, l’anima va verso Dio per unirsi
a Lui: conversio ad Deum.


Quest’anima vuole
perciò essere fedele alla grazia che il Signore le offre in ogni momento;
in una parola, vive unita a Gesù e realizza in se stessa le parole: Se
uno rimane in me e io in lui, costui porta gran frutto (Gv. 15, 4).


Terza Verità.
– Io mi priverei di uno dei più potenti mezzi per acquistare la vita interiore,
se non mi sforzassi di avere una fede precisa e certa di questa presenza attiva di
Cristo in me, e soprattutto di ottenere che tale presenza sia per me una realtà
viva, anzi vivissima, che penetri sempre più l’atmosfera delle mie facoltà.
Se Gesù diventasse la mia luce, il mio ideale, il mio consigliere, il mio
appoggio, il mio rifugio, la mia forza, il mio medico, il mio conforto, la mia gioia,
il mio amore, insomma tutta la mia vita, allora io acquisterei tutte le virtù.
Soltanto allora potrò sinceramente recitare quella mirabile preghiera di san
Bonaventura proposta dalla Chiesa ai Sacerdoti come ringraziamento dopo la santa
Messa: Transfige, dulcissime Domine Jesu…
5


Quarta Verità.
– In proporzione all’intensità del mio amore per Dio, la mia vita soprannaturale
può crescere in ogni momento mediante una nuova infusione della grazia della
presenza attiva di Gesù Cristo in me, infusione che é prodotta:


1) in occasione
di atti meritori, cioé virtù, lavoro, patimenti nelle loro varie forme,
privazioni di creature, dolore fisico o morale, umiliazione, abnegazione, preghiera,
Messa, atti di devozione verso Maria Santissima, eccetera;


2) dai Sacramenti
ed in special modo dall’Eucarestia.


È dunque
certo – e questa conseguenza mi schiaccia con la sua sublimità e profondità,
ma più ancora mi dà gioia e coraggio – é dunque certo che per
mezzo di ogni avvenimento, persona o cosa, siete Voi, o Gesù, Voi stesso,
che vi presentate oggettivamente a me in ogni istante. Sotto quelle apparenze, Voi
nascondete la vostra sapienza ed il vostro amore e sollecitate la mia cooperazione
per accrescere la vostra Vita in me.


O anima mia, Gesù
si presenta ogni volta a te per mezzo della grazia del momento presente, della preghiera
da dire, della Messa da celebrare o da ascoltare, della lettura da fare, degli atti
di pazienza, di zelo, di rinunzia, di lotta, di confidenza, di amore da compiere.
Oseresti tu voltare la faccia o sottrarti?


Quinta verità.
– Causata dal Peccato originale ed accresciuta da ciascuno dei miei peccati attuali,
la triplice concupiscenza depone in me germi di morte, opposti alla vita di Gesù.
Ora, nella stessa misura con cui tali germi si sviluppano, essi diminuiscono l’esercizio
di questa vita e possono anche arrivare, ahimé, a sopprimerla.


Tuttavia, né
inclinazioni, né sentimenti contrari a questa vita, né tentazioni per
quanto violente e prolungate possono recarle danno, finché la mia volontà
oppone resistenza. Anzi, e questa é una verità consolante, in proporzione
del mio zelo, essi contribuiscono ad aumentarla come ogni altro elemento di lotta
spirituale.


Sesta Verità.
– Senza l’uso fedele di mezzi determinati, la mia intelligenza si acciecherà
e la mia volontà diventerà troppo debole per cooperare con Gesù
alla crescita o perfino al mantenimento della sua vita in me. Allora avviene una
diminuzione progressiva di questa vita ed io m’incammino verso la tiepidezza della
volontà
6. Per dissipazione, per
mollezza, per illusione o per acciecamento, vengo a patti col peccato veniale, e
siccome questo dispone facilmente a cadere nel peccato mortale, divento quindi incerto
della mia salvezza.


Se io avessi la
disgrazia di cadere in questa tiepidezza (e a maggior ragione se cadessi più
in basso) dovrei prendere ogni mezzo per uscirne: cioé


1) ravvivare il
timor di Dio, riflettendo profondamente sul mio fine, sulla mia morte, sul giudizio
di Dio, sull’inferno, sull’eternità, sul peccato, eccetera;


2) ravvivare la
compunzione mediante la conoscenza amorosa delle vostre piaghe, o misericordioso
Redentore. Con lo spirito sul Calvario, mi getterò ai vostri santi piedi,
perché il vostro Sangue vivo, colando sulla mia testa e sul mio cuore, dissipi
il mio acciecamento, sciolga il ghiaccio della mia anima e scuota il torpore della
mia volontà.


Settima Verità.
– Devo seriamente temere di non avere il grado di vita interiore che Gesù
esige da me:


1) se tralascio
di accrescere la sete di vivere di Gesù, sete che mi dà il desiderio
di piacere in tutto a Dio ed il timore di dispiacergli in qualche modo. Ora questo
avviene certamente se non faccio più uso dei mezzi che sono la preghiera del
mattino, la Messa, i Sacramenti e l’Ufficio, gli esami di coscienza, particolare
e generale, la lettura spirituale, oppure se per mia colpa essi non m’apportano più
alcun profitto;


2) se non ho più
quel minimo di raccoglimento che mi permetta, durante le mie occupazioni, di conservare
il mio cuore in una purità e generosità sufficiente perché non
sia soffocata la voce di Gesù, che mi mette in guardia dai fattori di morte
che si presentano e m’invita a combatterli. Questo raccoglimento mi verrà
a mancare, se io non uso i mezzi atti ad assicurarlo: e cioé vita liturgica,
giaculatorie specialmente in forma di supplica, comunioni spirituali, esercizio della
presenza di Dio, ecc.


Se manca questo
raccoglimento, i peccati veniali verranno a pullulare nella mia vita, senza che nemmeno
me ne renda conto. Per nasconderli, o perfino per non lasciar trasparire uno stato
ancor più lacrimevole, l’illusione si servirà dell’apparenza di una
pietà più speculativa che pratica, dello zelo per le opere d’apostolato
ecc. Il mio accecamento sarà colpevole perché, con la mancanza del
necessario raccoglimento, io ne avrò posta e mantenuta la causa.


Ottava Verità.
– La mia vita interiore sarà proporzionata alla custodia del cuore: Con
ogni cura custodisci il tuo cuore, perché da ciò procede la vita
(Pv. 4, 23).


La custodia del
cuore altro non é che l’abituale o almeno frequente sollecitudine di preservare
tutti i miei atti, man mano che si presentano, da tutto ciò che potrebbe viziarli
nel loro movente o nella loro esecuzione.


Sollecitudine
calma, tranquilla, senza sforzo, ma anche energica e basata sul ricorso filiale a
Dio. Questo é più un lavoro del cuore e della volontà che non
della mente, la quale deve rimanere libera per compiere i suoi doveri. Lungi dal
contrastare l’azione, la custodia del cuore la rende più perfetta, regolandola
secondo lo spirito di Dio e mettendone a fuoco i doveri di stato.


Tale esercizio
lo si può praticare in ogni momento; é come lo sguardo del cuore sulle
azioni presenti ed un’attenzione moderata sulle diverse parti di un’azione che si
sta compiendo. é l’osservanza esatta del motto Age quod agis (fai
con cura quel che devi fare). Simile a vigile sentinella, esercita la sua vigilanza
su tutti i movimenti del cuore, su tutto ciò che passa nel suo interno – impressioni,
intenzioni, passioni, inclinazioni – insomma su tutti i suoi atti interni ed esterni,
pensieri, parole, azioni.


La custodia del
cuore esige un certo raccoglimento che non può realizzarsi in un’anima dissipata.
Soltanto con la frequenza di questo esercizio se ne acquista l’abitudine.


Quo vadam
ed ad quid? Dove sto andando e a che scopo? Cosa farebbe Gesù, come
si comporterebbe al mio posto? Cosa mi consiglierebbe? Cosa mi chiede in questo momento?
Tali sono le domande che vengono spontaneamente in mente all’anima avida di vita
interiore.


Per l’anima che
va a Gesù mediante Maria, questa custodia del cuore acquista un carattere
ancor più facilmente affettivo e ricorrere a questa buona Madre diviene un
bisogno incessante del suo cuore.


Nona Verità.
– Gesù Cristo regna nell’anima quando essa aspira ad imitarlo seriamente,
in ogni cosa e con affetto. In questa imitazione vi sono due gradi:


1) L’anima si
sforza di diventare indifferente alle creature in se stesse, siano esse conformi
o contrarie ai suoi gusti. Sull’esempio di Gesù, in tutte le cose non accetta
altra legge che la volontà di Dio: Sono disceso dal Cielo per fare non
la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha inviato (Gv.
6, 38).


2) Cristo
non cercò la propria soddisfazione (Rom. 15, 3). L’anima tende più
volentieri a ciò che é contrario e ripugna alla natura. Essa allora
mette in pratica l’ agendo contra di cui parla Sant’Ignazio nella celebre
meditazione sul Regno di Cristo
7, é l’azione contro
la natura per andare di preferenza a ciò che imita la povertà del Salvatore
e il suo amore per le sofferenze e le umiliazioni. Allora l’anima, secondo la parola
di San Paolo, conosce veramente Cristo: Didicistis Christum (Ef. 4, 20).


Decima Verità.
– In qualunque stato io mi trovi, se voglio pregare e diventare fedele alla sua grazia,
Gesù mi offre tutti i mezzi per ritornare ad una vita interiore che mi restituisca
la sua intimità e mi permetta di sviluppare la sua vita in me. Allora, nel
progredire, l’anima non cesserà di possedere la gioia anche in mezzo alle
prove e si realizzeranno in lei quelle parole di Isaia: Allora la tua luce
spunterà come l’aurora, presto verrà la tua guarigione, ti preverrà
la tua giustizia e la gloria del Signore ti proteggerà. Allora tu pregherai
e il Signore ti risponderà; appena alzerai la voce, egli dirà: Eccomi!
(…) E il Signore ti darà eterno riposo e inonderà la tua anima di
splendori, e darà vigore alle tue ossa, e tu sarai come un giardino irrigato
e come una fontana di acqua viva alla quale non mancheranno mai zampilli (Is.
58, 8-11).


Undicesima Verità.
– Se Dio mi chiede di applicarmi non solo alla mia santificazione, ma anche alle
opere di apostolato, dovrò prima di tutto formarmi nell’anima questa ferma
convinzione: Gesù deve e vuole essere la vita di queste opere.


I miei sforzi,
da soli, non sono nulla, assolutamente nulla: Senza di me non potere far nulla
(Gv. 15, 5); essi non saranno né utili né benedetti da Dio, se non
li unisco costantemente all’azione vivificante di Gesù mediante una vera vita
interiore. Essi diventeranno allora onnipotenti: Tutto posso, in Colui che
mi dà forza (Fil. 4, 13). Ma se questi sforzi provenissero da un’orgogliosa
autosufficienza, dalla fiducia nei miei talenti e dal desiderio del successo, i miei
sforzi sarebbero rigettati da Dio. Non sarebbe infatti una sacrilega follia da parte
mia, se volessi rubare a Dio, per farmene bello, un poco della sua gloria?


Ben lungi dal
rendermi pusillanime, tale convinzione sarà la mia forza. E come mi farà
sentire il bisogno della preghiera per ottenere questa umiltà, tesoro per
l’anima mia, sicurezza dell’aiuto di Dio e caparra di successo per le mie opere!


Penetrato dall’importanza
di questo principio, mi esaminerò coscienziosamente nei giorni di ritiro,
per verificare se non si é indebolita la convinzione che la mia azione é
nulla quando é sola ma é forte quando é unita a quella di Gesù
Cristo, se escludo spietatamente ogni compiacenza, ogni vanità ed ogni ripiegamento
su me stesso nella mia vita di apostolo, se mi mantengo in un’assoluta diffidenza
di me stesso, e se prego Dio di vivificare ogni mia opera e di preservarmi dall’orgoglio,
ch’é il primo e principale ostacolo al suo aiuto.


Questo credo della
vita interiore, una volta divenuto per l’anima la base della sua esistenza, le assicura
fin da questa vita una partecipazione alla felicità celeste.


Vita interiore,
vita di predestinati. Essa corrisponde al fine che Dio si é proposto nel crearci
8, ma corrisponde anche
al fine dell’Incarnazione:


Dio inviò
nel mondo il Suo Figlio unigenito, affinché viviamo per Lui (1 Gv.,
4, 9).


È uno stato
di beatitudine: Il fine della creatura umana consiste nell’unirsi a Dio; in
questo infatti consiste la sua felicità (San Tommaso d’Aquino).


Al contrario delle
gioie mondane, se fuori ci sono le spine, dentro ci sono le rose. Come sono
da compiangere i poveri mondani!, esclamava il santo curato d’Ars. Essi portano
sulle spalle un mantello foderato di spine e non possono fare una mossa senza pungersi.
I veri cristiani invece portano un mantello foderato di pelle di coniglio. Si
guarda la Croce, ma non si vede l’unzione (San Bernardo).


È uno stato
celeste in cui l’anima diventa un cielo vivente
9. Con santa Margherita Alacoque si può dire:
In ogni tempo posseggo e in ogni luogo porto il Dio del mio cuore e il cuore
del mio Dio.


È il principio
della beatitudine: Una certa qual anticipazione dell’eterna beatitudine
10. La grazia é il
Cielo in germe.



IV – Quanto sia misconosciuta questa vita interiore


San Gregorio Magno,
che fu tanto esperto amministratore ed apostolo zelante quanto grande contemplativo,
con questa semplice espressione: Secum vivebat – egli viveva presso di
sé – caratterizza lo stato d’animo di san Benedetto mentre gettava a Subiaco
le basi della sua Regola, divenuta ben presto una fra le più potenti leve
d’apostolato di cui Dio si é servito sulla terra.


Della maggior
parte dei contemporanei bisogna dire il contrario. Vivere presso di sé, in
se stesso, voler governare se stesso, non lasciarsi governare dalle cose esteriori,
ridurre l’immaginazione, la sensibilità, perfino l’intelligenza e la memoria
al ruolo di servi della volontà e conformare costantemente questa volontà
a quella di Dio, é un programma che si accetta sempre meno, in questo secolo
di agitazioni che ha visto nascere un nuovo ideale: l’amore dell’azione per l’azione.


Per eludere questa
disciplina delle facoltà, tutti i pretesti sono buoni: affari, sollecitudine
per la famiglia, igiene, buon nome, amor patrio, prestigio della categoria, pretesa
gloria di Dio, fanno a gara per impedirci di vivere in noi stessi. Questa specie
di delirio della vita esteriore giunge anche ad esercitare su noi una irresistibile
attrattiva.


Come stupirsi,
allora, se la vita interiore é misconosciuta?


Ma dire misconosciuta
é troppo poco; essa viene spesso disprezzata e ridicolizzata proprio da coloro
che più di tutti dovrebbero apprezzarne i vantaggi e la necessità.
Per protestare contro le pericolose conseguenze d’un’ammirazione esclusiva per le
opere, fu necessaria la citata memorabile lettera inviata da Leone XIII al Card.
Gibbons, arcivescovo di Baltimora.


Per evitare il
lavoro della vita interiore, l’uomo di chiesa giunge al punto di misconoscere l’eccellenza
della vita con Cristo, in Cristo, per mezzo di Cristo, dimenticando che, nel piano
della Redenzione, tutto si fonda sulla vita eucaristica, tanto quanto poggia sulla
rocca di Pietro. Relegare in second’ordine ciò che é essenziale, é
appunto quanto inconsciamente compiono i partigiani di quella spiritualità
moderna chiamata Americanismo.


Costoro non giungono
a considerare le chiese come templi protestanti, per loro il tabernacolo non é
ancor vuoto, ma la vita eucaristica non sarebbe più sufficiente né
adatta alle esigenze della civiltà moderna; la vita interiore, che deriva
necessariamente dalla vita eucaristica, avrebbe ormai fatto il suo tempo.


Per le persone
imbevute di tali teorie – e sono una legione – la Comunione ha perduto quel vero
senso che aveva per i primi cristiani. Credono ancora nell’Eucaristia, ma non ci
vedono più un elemento di vita così necessario tanto per loro che per
le loro opere. Non c’é perciò da stupirsi se, non esistendo più
per essi l’incontro intimo con Gesù-Ostia, la vita interiore sia considerata
come un ricordo del medioevo.


In verità,
a sentir parlare questi uomini d’azione delle loro opere, ci sarebbe quasi da credere
che l’Onnipotente, il quale creò il mondo come per gioco e dinanzi al quale
l’universo non é che polvere e nulla, non possa fare a meno del loro collaborazione!
Molti cristiani ed anche alcuni sacerdoti e religiosi, attraverso il culto dell’azione,
giungono inavvertitamente a formarsene una specie di dogma che ispira la loro condotta
e le loro azioni e li spinge ad abbandonarsi sfrenatamente ad una vita esteriore.


Si vorrebbe poter
dire: la Chiesa, la diocesi, la parrocchia, la congregazione, le opere di apostolato
hanno bisogno di me… Io sono più che utile a Dio. Anche se non si
arriva ad esprimere apertamente simile vanità, ci sono però nascosti
nel fondo del cuore la presunzione che ne é la base e l’attenuazione di fede
che l’ha generata.


Sovente si ordina
al nevrastenico di astenersi, magari per molto tempo, da ogni occupazione; ma questo
é per lui un rimedio insopportabile, appunto perché la sua malattia
lo mette in un’agitazione febbrile che diventa come una seconda natura e lo spinge
a cercare instancabilmente nuovi dispendi di forze e nuove emozioni che aggravano
il suo male.


Altrettanto avviene
spesso all’uomo di azione riguardo alla vita interiore. Egli la disprezza, anzi ne
sente maggior ripugnanza appunto perché solo nella sua pratica si trova il
remedio del suo stato morboso; anzi, cercando di stordirsi sempre più con
una valanga di lavori crescenti e disordinati, egli scarta ogni possibilità
di guarigione.


La nave corre
a tutto vapore; ma se il pilota si compiace della velocità, Dio invece giudica
che quella nave, priva di un saggio timoniere, sta andando all’avventura e rischia
di rovinarsi. Adoratori in spirito e verità: ecco ciò che
Nostro Signore innanzitutto reclama. L’Americanismo invece pretende di dare maggior
gloria a Dio puntando principalmente ai risultati esteriori.


Questo stato d’animo
dimostra che, se oggi sono ancora apprezzate le scuole, i dispensari, le missioni
e gli ospedali, é sempre meno compresa l’abnegazione nella sua forma intima,
cioé nella penitenza e nella preghiera. Colui che non sa più credere
al valore dell’immolazione nascosta, non si accontenterà di trattare da vili
e visionari quelli che la praticano nella solitudine del chiostro, – i quali invece
non dimostrano minor ardore per la salvezza delle anime che i più infaticabili
missionari – ma giungerà a ridicolizzare anche quegli apostoli che ritengono
indispensabile sottrarre qualche momento alle occupazioni, anche a quelle più
utili, per andare a purificare e riaccendere il loro zelo davanti al Tabe
rnacolo e così ottenere
dall’Ospite divino i migliori risultati alle loro fatiche.



V – Risposta ad una prima obiezione: la vita interiore é oziosa?


Questo libro é
rivolto unicamente agli uomini d’azione animati dal desiderio ardente di dedicarsi
all’apostolato, ma esposti al pericolo di trascurare i mezzi necessari affinché
la loro dedizione sia feconda per le anime senza diventare un dissolvente della loro
vita interiore.


Non é nostro
scopo stimolare i pretesi apostoli che hanno il culto del riposo, né scuotere
le anime illuse dall’egoismo, che fa loro vedere nell’ozio un mezzo che favorisce
la pietà, e neppure intendiamo smuovere l’indifferenza di quegli indolenti
ed addormentati che, nella speranza di ottenere vantaggi ed onori, accettano di dare
il loro nome a determinate opere purché non sia turbata la loro pace ed il
loro ideale di tranquillità: per costoro ci vorrebbe ben altro libro.


Lasciamo ad altri
l’incarico di far comprendere a questa categoria di apatici la responsabilità
d’una esistenza che Dio voleva attiva e che il demonio, d’accordo con la natura,
rende sterile per mancanza di attività e di zelo, e torniamo a rivolgerci
ai venerabili fratelli cui vogliamo riservare queste pagine.


Nessun termine
di paragone può riflettere la infinita intensità dell’attività
che si svolge in seno a Dio. La vita interiore del Padre é tale che genera
una Persona divina; dalla vita interiore del Padre e del Figlio procede lo Spirito
Santo.


La vita interiore
comunicata agli Apostoli nel Cenacolo, accese subito in loro la fiamma dello zelo.


Per chiunque abbia
istruzione e non si sforzi di snaturarla, questa vita interiore é un principio
di abnegazione.


E se anche non
si rivelasse con manifestazioni esteriori, la vita di preghiera é in sé
ed intimamente una sorgente di attività che non può essere paragonata
a nessun’altra. Non vi é nulla di più falso del considerarla come una
specie di oasi in cui ci si possa rifugiare per trascorrervi pigramente l’esistenza.
Basta che essa sia la via più breve che porta al Regno dei Cieli, perché
le si possano applicare in modo speciale quelle parole: Il Regno dei Cieli
lo si ottiene con la forza e sono i violenti a conquistarselo (Mt. 11, 12).


Don Sebastiano
Wyart, il quale aveva conosciuto il lavoro dell’asceta e le lotte del militare, la
fatica dello studio e le cure inerenti alla carica di superiore, soleva dire che
vi sono tre specie di lavoro:


a) Il lavoro quasi
esclusivamente fisico di coloro che esercitano un mestiere manuale – di contadino,
di artigiano, di soldato -; comunque si pensi, diceva, questo lavoro é il
meno duro di tutti.


b) Il lavoro intellettuale
dello scienziato e del pensatore dediti alla ricerca, spesso ardua, della verità;
il lavoro dello scrittore e del professore che fanno ogni sforzo per far penetrare
questa verità in altre intelligenze; il lavoro del diplomatico, del negoziante,
dell’ingegnere eccetera; gli sforzi mentali del generale in battaglia per prevedere,
dirigere e decidere. Questo lavoro é in se stesso molto più penoso
del primo, come espresso dal noto proverbio: la lama consuma il fodero.


c) Infine c’é
il lavoro della vita interiore. Il santo sacerdote non esitava a proclamarlo il più
assorbente dei tre, se viene fatto sul serio
11. Ma é allo stesso tempo quello che ci dà
in questa vita maggiori consolazioni ed é anche il più importante,
perché forma non soltanto la professione dell’uomo, ma l’uomo stesso. Quanti
si gloriano d’essere coraggiosi nei due primi generi di lavoro che portano alla fortuna
e al successo, ma non sono altro che inerti, pigri e vili quando si tratta di lavorare
per la virtù!


Sforzarsi continuamente
per dominare se stesso e il proprio ambiente, per agire mirando in ogni cosa alla
sola gloria di Dio, é l’ideale dell’uomo risoluto ad acquistare la vita interiore.
Per realizzarlo, egli si sforza in ogni circostanza di restare unito a Gesù
Cristo, di tener sempre l’occhio fisso al fine da raggiungere e di ponderare ogni
cosa alla luce del Vangelo. Ripete spesso con Sant’Ignazio: Quod vadam et ad
quid? Intelligenza e volontà, memoria e sensibilità, immaginazione
e sensi: tutto in lui é regolato da un principio. Ma a prezzo di quali sforzi
arriva a tali risultati! Sia che si mortifichi o si conceda qualche onesto piacere,
che pensi o realizzi, che lavori o si riposi, che ami il bene o che provi avversione
per il male, che desìderi o tema, che accetti la gioia o la tristezza, che
sia pieno di speranza o di timore, indignato o pacifico, sempre e in tutte le cose
egli si sforza di tenere con tenacia il timone nella direzione del divino beneplacito.
Nella preghiera e soprattutto vicino all’Eucaristia, egli s’isola ancor più
completamente da tutto quanto lo circonda, onde poter trattare con l’invisibile Dio
come se lo vedesse
12. Anche in mezzo alle fatiche
apostoliche egli mira a praticare quell’ideale che San Paolo ammirava in Mosé.


Avversità
della vita o bufere delle passioni, nulla può sviarlo dalla linea di condotta
che si é imposto; se per caso s’indebolisce un momento, subito si rialza per
riprendere più vigorosamente la marcia in avanti.


Quale lavoro!
E si comprende allora come già su questa terra Dio ricompensi con gioie particolari
colui che non indietreggia davanti allo sforzo richiesto da questo lavoro.


Oziosi,
i veri religiosi? – concludeva don Wyart – Oziosi, i sacerdoti di vita interiore
e zelanti? Ma via! Vengano i mondani, anche quelli più affaccendati, a constatare
se la loro fatica é paragonabile alla nostra!


Chi non ne ha
fatta l’esperienza? Alle volte si é tentati di preferire magari lunghe ore
di faticoso lavoro a una mezz’ora d’orazione ben fatta, ad un’assistenza devota alla
Messa, alla recita attenta dell’Ufficio
13. Il padre Faber esprimeva
il suo rammarico nel dover costatare che per certuni il quarto d’ora che segue
la Comunione é il più noioso della giornata. Se si tratta di
fare un breve ritiro di tre giorni, quale ripugnanza si dimostra! Sottrarsi per tre
giorni alla vita facile (benché molto occupata) per vivere nel soprannaturale
e farlo penetrare, durante quel tempo di ritiro, in tutti i particolari della propria
vita; sforzare la mente perché esamini tutto, per quel tempo, alla luce della
fede; sforzare il proprio animo a dimenticare tutto per respirare solo Gesù
e la sua Vita, rimanere faccia a faccia con se stessi per mettere a nudo le infermità
e le debolezze dell’anima, gettandola nel crogiolo, senza commiserare le sue proteste:
ecco una prospettiva che fa indietreggiare moltissime persone che magari sono pronte
a qualunque fatica, finché si tratta d’impegnarsi in un’attività puramente
naturale.


Ma se tre giorni
appena di tale occupazione sembrano già così penosi, cosa proverà
mai la nostra natura all’idea di sottoporre gradatamente una vita intera al regime
della vita interiore?


Senza dubbio,
in questo lavoro di spogliamento, a svolgere il ruolo principale é quella
grazia che rende soave il giogo e leggero il peso. Ma quanta materia di sforzo da
compiere vi trova l’anima! Le costa sempre molto il rimettersi sulla retta via e
ritornare al principio la nostra patria sta nei Cieli (Fil. 3, 20). Lo
spiega molto bene san Tommaso. L’uomo, dice, é posto tra le cose terrene e
i beni spirituali nei quali si trova l’eterna beatitudine. Quanto più aderisce
alle prime, tanto più s’allontana dai secondi
14. Accade come nella bilancia: se un piattello si
abbassa, l’altro s’innalza in proporzione.


Orbene, la catastrofe
del peccato originale che ha sconvolto l’economia del nostro essere, ha reso penoso
questo duplice movimento di adesione e di allontanamento. Da allora, per poter ristabilire
e mantenere, mediante la vita interiore, l’ordine e l’equilibrio in questo piccolo
mondo che é l’uomo, ci vuole fatica, dolore e sacrificio. Si tratta
di ricostruire un edificio rovinato e preservarlo poi da nuova rovina.


Distogliere costantemente
dalle cure terrrene, per mezzo della vigilanza, della rinunzia e della mortificazione,
questo cuore aggravato da tutto il peso della natura corrotta, aggravati di
cuore (Ps. 4, 3); riformare il proprio carattere specialmente su quei punti
in cui é più dissimile dalla fisionomia dell’anima di Nostro Signore
– dissipazione, trasporti d’ira, compiacenza di sé e fuori di sé, manifestazioni
di orgoglio o di naturalismo, come pure durezza, egoismo, mancanze di bontà,
eccetera -; resistere alla brama del piacere presente e sensibile, con la speranza
di una felicità spirituale che si potrà godere solo dopo una lunga
attesa; distaccarsi da tutto ciò che può farci amare la vita presente;
fare un olocausto senza riserve di tutto: creature, desideri, cupidigie, concupiscenze,
beni esterni, volontà e proprie vedute… quale còmpito!


Eppure questa
non é che la parte purgativa della vita interiore. Dopo questa lotta a corpo
a corpo – lotta che faceva gemere san Paolo
15 e che il padre de Ravignan
descriveva con queste parole: Voi mi domandate cosa ho fatto durante il noviziato?
Eravamo in due; ne ho gettato uno dalla finestra e sono rimasto solo – dopo
questa lotta senza tregua contro un nemico sempre pronto a rinascere, é necessario
proteggere dai minimi ritorni dello spirito naturalistico un cuore che, purificato
dalla penitenza, é ora consumato dal desiderio di riparare gli oltraggi fatti
a Dio; bisogna dispiegare tutta l’energia per tenerlo unicamente attaccato alle bellezze
invisibili delle virtù da acquistarsi onde imitare quelle di Cristo; bisogna
sforzarsi di conservare anche nelle minime circostanze della vita un’assoluta fiducia
nella Provvidenza: questa é la parte positiva della vita interiore. Chi non
intravvede l’immensità di questo campo di lavoro che si presenta?


È un lavoro
intimo, assiduo e costante; ma é proprio con questo lavoro che l’anima acquista
una meravigliosa facilità ed una stupefacente rapidità di esecuzione
nelle fatiche apostoliche. Solo la vita interiore possiede questo segreto.


Le opere immense
compiute, nonostante una salute precaria, da un Agostino, da un Giovanni Crisostomo,
da un Bernardo, da un Tommaso d’Aquino, da un Vincenzo de’ Paoli, ci gettano nello
stupore. Ma ancor più ci meraviglia vedere come questi uomini, pur essendo
immersi in occupazioni quasi continue, sapevano mantenersi nella più costante
unione con Dio. Nel dissetarsi più degli altri alla sorgente della Vita per
mezzo della contemplazione, questi santi ne attingevano le più vaste capacità
di lavoro.


é pure
questa la verità che uno dei nostri grandi Vescovi, sovraccarico di lavoro,
esprimeva ad un uomo di Stato, anch’egli oppresso dagli affari, il quale gli domandava
il segreto della sua continua serenità e dei mirabili successi delle sue opere:
Mio caro amico, aggiungete a tutte le vostre occupazioni una mezz’ora di meditazione
ogni mattina: non solo sbrigherete i vostri affari, ma troverete anche il tempo per
realizzarne dei nuovi.


Infine noi sappiamo
che il santo Re Luigi IX, nelle otto o nove ore che abitualmente dedicava agli esercizi
della vita interiore, trovava il segreto e la forza di applicarsi agli affari dello
Stato e al bene dei sudditi con tanta sollecitudine che, per ammissione di un oratore
socialista, mai, neppure ai nostri tempi, fu fatto tanto in favore delle classi lavoratrici
quanto lo é stato sotto il regno di questo principe.



VI – Risposta ad una seconda obiezione: la vita interiore é
egoistica?


Non parliamo qui
del pigro né del goloso spirituale, che fanno consistere la vita interiore
nelle gioie di una piacevole oziosità e cercano più le consolazioni
di Dio che il Dio delle consolazioni: costoro non hanno che una falsa pietà.
Ma colui che, per leggerezza o per pregiudizio, definisce egoistica la vita interiore,
non l’ha certo compresa meglio.


Abbiamo già
detto che questa vita é la sorgente pura e ricca delle più generose
opere di carità verso le anime e della carità che allieva le miserie
terrene. Ora esaminiamo l’utilità di questa vita sotto un altro aspetto.


Egoistica e sterile
sarebbe dunque la vita interiore di Maria e di Giuseppe? Che bestemmia e che assurdità!
Eppure, a loro non viene attribuita nessuna opera esteriore. Ma l’irradiazione sul
mondo di una intensa vita interiore e i meriti delle preghiere e dei sacrifici applicati
all’estensione dei benefici della Redenzione, sono bastati da soli a costituire Maria
Regina degli Apostoli e san Giuseppe Patrono della Chiesa Universale
16.


Lo sciocco presuntuoso,
che solo vede le sue opere esteriori ed i loro risultati, non fa che ripetere le
parole di Marta: Mia sorella mi ha lasciata sola a servire! (Lc. 10,
40).


La sua fatuità
e la sua scarsa comprensione delle vie divine non arrivano al punto di fargli supporre
che Dio non sappia quasi fare a meno di lui. Ma intanto ripete volentieri con Marta,
incapace di apprezzare la vita contemplativa della sorella: Dille dunque che
mi aiuti (Lc. 10, 40), e magari giunge ad esclamare: A che pro tutto
questo spreco? (Mt. 24, 8), rimproverando come uno perdita di tempo i momenti
che i suoi fratelli di apostolato, i quali fan più vita interiore di lui,
si riservano per assicurare la loro unione con Dio.


Io santifico
me stesso per loro, affinché essi pure siano santificati nella verità
(Gv. 17, 19): ecco come risponde l’anima che ha compreso tutta la portata della parola
del Maestro. Conoscendo il valore della preghiera, alle lacrime ed al sangue del
Redentore quest’anima unisce le lacrime dei suoi occhi e il sangue di un cuore che
si purifica ogni giorno di più.


Con Gesù,
l’anima di vita interiore sente la voce dei delitti del mondo salire verso il cielo
e domandare sui loro autori un castigo di cui essa ritarda l’esecuzione con l’onnipotenza
della supplica, capace di trattenere la mano di Dio pronta a scagliare i fulmini.


Coloro che
pregano – diceva dopo la sua conversione l’eminente statista Juan Donoso Cortés
– fanno per il mondo più di quelli che combattono, e se il mondo va di male
in peggio, ciò é dovuto al fatto che vi sono più battaglie che
preghiere.


Le mani
alzate – diceva Bossuet – sbaragliano più battaglioni di quelle che colpiscono.
E i solitari della Tebaide, anche in mezzo al deserto, avevano spesso nel cuore il
fuoco che bruciava San Francesco Saverio. Sembrava – dice Sant’Agostino – che avessero
abbandonato il mondo più di quanto era necessario: Videntur nonnullis
res humanas plus quam oportet, deseruisse; ma non si riflette – aggiungeva
– che le loro preghiere, rese più pure dal loro grande distacco dal mondo,
diventavano più efficaci e più necessarie a questo mondo corrotto.


Una preghiera
breve, ma fervente, di norma affretterà una conversione ben più che
lunghe discussioni e discorsi. Colui che prega tratta con la Causa prima e agisce
direttamente su di essa, ed ha in mano tutte le cause seconde, perché queste
ricevono la loro efficacia unicamente da questo Principio superiore. Perciò
l’effetto desiderato viene allora ottenuto più sicuramente e più presto.


Secondo un’attendibile
rivelazione, diecimila eretici furono convertiti da una sola preghiera infuocata
della serafica Santa Teresa, la cui anima incendiata per Cristo non poteva comprendere
una vita contemplativa che si disinteressasse della sollecitudine del Salvatore per
la conversione delle anime. Accetterei il purgatorio fino al giorno del Giudizio
universale – diceva – pur di liberare una sola di esse. Poco importa la durata delle
mie sofferenze, se così potrò liberare una sola anima (e, meglio ancora,
parecchie anime) per la maggior gloria di Dio. E alle sue religiose diceva:
Figlie mie, indirizzate a questo fine totalmente apostolico le vostre orazioni,
le vostre discipline, i vostri digiuni e i vostri desideri.


Appunto questa
é l’opera di Carmelitani, Trappisti, Clarisse. Essi seguono le orme degli
Apostoli, sostenendoli con la sovrabbondanza delle loro preghiere e delle loro penitenze.
Le loro preghiere piombano dall’alto e giungono, fin dove cammina la Croce e splende
il Vangelo, sulle anime, su questi bottini di guerra del Signore. O per meglio dire,
é il loro amore nascosto ma attivo che suscita ovunque, nel mondo dei peccatori,
la voce della misericordia.


Nessuno quaggiù
conosce il perché di quelle lontane conversioni di pagani, dell’eroica fermezza
di quei cristiani perseguitati, della gioia celeste di quei missionari martirizzati.
Tutto questo é invisibilmente legato alla preghiera di un’umile claustrale.
Con le dita poste sulla tastiera delle divine misericordie e dei lumi soprannaturali,
la sua anima silenziosa e solitaria presiede alla salute delle anime e alle conquiste
della Chiesa
17.


Diceva Mons. Favier,
vescovo di Pechino: Io voglio dei Trappisti in questo Vicariato Apostolico;
anzi, desidero che si astengano da qualunque ministero, affinché nulla possa
distrarli dalle opere di preghiera, di penitenza e degli studi sacri; so bene infatti
quale aiuto porterà ai missionari l’esistenza di un monastero di ferventi
contemplativi in mezzo ai nostri miseri Cinesi. E in seguito testimoniava:
Siamo finalmente riusciti a penetrare in una regione sinora inavvicinabile.
Attribuisco questo  successo ai nostri cari Trappisti.


Dieci Carmelitani
che pregano – diceva un Vescovo della Cocincina al Governatore di Saigon – mi daranno
maggior aiuto di venti missionari che predicano.


I sacerdoti secolari,
i religiosi e le religiose votati alla vita attiva, ma anche alla vita interiore,
partecipano allo stesso potere che le anime del chiostro hanno sul cuore di Dio.
Ne sono esempi magnifici un Padre Chevier, un Don Bosco e un S. Antonio Maria Zaccaria.
La Beata Anna Maria Taigi, nelle sue funzioni di povera massaia, era un’apostola,
come lo era S. Benedetto Giuseppe Labre che schivava le vie battute. Il signor Dupont,
il santo di Tours, il colonnello Pacqueron ecc., divorati dalla medesimo ardore,
erano potenti nelle loro opere in quanto uomini di vita interiore. Il generale De
Sonis, tra una battaglia e l’altra, trovava il segreto del suo apostolato nell’unione
con Dio.


Egoistica e sterile
la vita del Santo Curato d’Ars? Il silenzio sarebbe l’unica risposta meritata da
una tale affermazione. Ogni mente saggia attribuisce precisamente alla sua perfetta
intimità con Dio lo zelo ed i magnifici successi di questo prete povero di
talenti ma che, contemplativo quanto un certosino, era divorato da una grande sete
di anime, resa inestinguibile dai suoi progressi nella vita interiore, e riceveva
dal Signore, di cui viveva, una certa partecipazione della potenza divina nell’operare
le conversioni.


Infeconda la sua
vita intima? Ma supponiamo un Curato d’Ars in ogni diocesi. In meno di dieci anni,
la nazione sarebbe completamente rigenerata, e lo sarebbe più profondamente
che non da una moltitudine di opere insufficientemente basate sulla vita interiore
e per quanto organizzate con l’aiuto di grandi mezzi finanziari, dell’ingegno e dell’attività
di migliaia di apostoli.


Non dubitiamone:
la principale ragione di sperare nella risurrezione della nostra Patria, sta nel
fatto che, come si può constatare da alcuni anni, in nessun altro tempo forse
vi furono, anche tra i semplici fedeli, tante anime così ardentemente desiderose
di vivere unite al Cuore di Gesù e di estendere il suo Regno facendo germogliare
attorno a loro la vita interiore. Queste anime elette sono un’infima minoranza, certo;
ma che importa il numero quando vi é l’intensità? Se la nostra Patria
é risorta dopo la Rivoluzione, lo si deve attribuire a quel gruppo di sacerdoti
maturati nella vita interiore mediante la persecuzione. Per mezzo di loro, una corrente
di Vita divina venne a riscaldare una generazione, che l’apostasia e l’indifferenza
sembravano aver condannato ad una morte che nessuno sforzo umano poteva evitare.


Dopo cinquant’anni
di libertà d’insegnamento, dopo quel mezzo secolo che ha visto il rifiorire
d’innumerevoli opere, e durante il quale noi abbiamo avuto nelle nostre mani tutta
la gioventù nazionale e l’appoggio quasi completo dei governanti, come mai,
nonostante risultati apparentemente gloriosi, non abbiamo potuto formare in seno
alla nazione una maggioranza così profondamente cristiana da poter lottare
contro la lega dei ministri di Satana?
18.


Senza dubbio hanno
contribuito a questa impotenza l’abbandono della vita liturgica e la cessazione del
suo irraggiamento sui fedeli. La nostra spiritualità é divenuta gretta,
arida, superficiale, esteriore o del tutto sentimentale; quindi non ha più
quella penetrazione e quel fascino sulle anime che suol dare la liturgia, questa
grande forza di vitalità cristiana.


Ma non vi é
forse un’altra causa in questo fatto?


Non sarà
che noi sacerdoti ed educatori, mancando di un’intensa vita interiore, non abbiamo
potuto creare nelle anime che una pietà superficiale, senza potenza ideale
e senza forti convinzioni? Come docenti non ci dimostrammo forse preoccupati più
del successo dei diplomi e del prestigio delle scuole, che non di dare alle anime
una solidissima istruzione religiosa? Non abbiamo forse speso le nostre energie senza
mirare innanzi tutto alla formazione della volontà, per stampare l’impronta
di Gesù Cristo su caratteri ben temprati? E questa mediocrità non é
stata forse spesso causata dalla banalità della nostra vita interiore?


Come si suol dire,
a sacerdote santo corrisponde un popolo fervente; a sacerdote fervente un popolo
pio; a sacerdote pio un popolo onesto; a sacerdote onesto un popolo empio. In coloro
che vengono generati nello spirito, c’é sempre un grado di vita in meno.


Non arriviamo
ad accettare tale affermazione, ma notiamo che le seguenti parole di Sant’Alfonso
esprimono sufficientemente a quale causa dobbiamo attribuire la responsabilità
della nostra attuale situazione: I buoni costumi e la salvezza dei popoli dipendono
dai buoni pastori. Se alla testa di una parrocchia c’é un buon pastore, ben
presto la devozione fiorirà, i sacramenti saranno frequentati e l’orazione
mentale messa in onore. Di qui il proverbio: «Quale il pastore, tale la parrocchia»,
che riprende il detto dell’Ecclesiastico: «Quale il governante della città,
tali i suoi abitanti»
19.



VII – Obiezione tratta dall’importanza della salvezza delle anime


Ma – dirà
l’anima esteriore in cerca di pretesti contro la vita interiore – come si può
pretendere di limitare le mie opere di zelo? Posso io impegnarmi troppo, soprattutto
quando si tratta di salvare le anime? La mia attività non supplisce forse
a tutto il resto, e vantaggiosamente, con il sublime esercizio dell’abnegazione?
Chi lavora prega e il sacrificio supera l’orazione. E San Gregorio non definisce
forse lo zelo per le anime come il sacrificio più gradito che si possa offrire
a Dio? Nessun sacrificio é più gradito a Dio che lo zelo per
le anime
20.


Prima di tutto,
precisiamo il vero senso di queste parole di San Gregorio, seguendo la voce del Dottore
Angelico.


Offrire spiritualmente
a Dio un sacrificio, dice San Tommaso, é offrirgli qualcosa che gli dà
gloria; fra tutti i beni che l’uomo può offrire a Dio, quello più gradito
é senza dubbio la salvezza di un’anima. Ma ciascuno deve innanzitutto offrirgli
la propria stessa anima, secondo le parole della Scrittura: Se vuoi piacere
a Dio, abbi pietà della tua anima. Una volta compiuto questo primario
sacrificio, potremo poi permetterci di procurare ad altri una simile felicità.
Quanto più l’uomo unisce strettamente a Dio dapprima l’anima sua e poi quella
degli altri, tanto più gradito é il suo sacrificio. Ma questa unione
intima, generosa e umile non la si può ottenere che per mezzo dell’orazione.
Applicare se stesso e far applicare altri alla vita d’orazione e alla contemplazione,
é dunque più gradito al Singore che il dedicarsi o impegnare altri
all’azione, alle opere.


Perciò,
conclude l’Angelico, quando San Gregorio afferma che il sacrificio più gradito
a Dio é la salvezza delle anime, non intende con ciò preferire la vita
attiva a quella contemplativa, ma vuol dire soltanto che offrire a Dio anche un’anima
sola, Gli dà infinitamente più gloria, ed é per noi molto più
meritorio, che offrirgli quanto c’é di più prezioso sulla terra
21.


La necessità
della vita interiore deve così poco distogliere le anime generose dalle opere
di zelo, se l’evidente volontà di Dio esige da loro di accettarne l’incarico,
che volersi sottrarre a tale lavoro o dedicarvisi con negligenza, disertare il campo
di battaglia col pretesto di meglio coltivare la propria anima e arrivare ad un’unione
più perfetta con Dio, sarebbe una pericolosa illusione e, in certi casi, causa
di gravi pericoli. Guai a me, se non avrò evangelizzato, disse
S. Paolo (1 Cor. 9, 16).


Ma, fatta questa
riserva, diciamo subito che dedicarsi alla conversione delle anime dimenticando la
propria, genera un’illusione ancor più grave. Dio vuole che amiamo il prossimo
come noi stessi, ma giammai più di noi stessi, cioé mai fino al punto
di nuocere a noi stessi personalmente; in pratica si richiede di aver maggior cura
della nostra anima che di quella degli altri, perché il nostro zelo deve essere
regolato dalla carità e l’assioma teologico insegna che la prima carità
é quella verso se stessi.


Io amo Gesù
Cristo – diceva Sant’Alfonso de’Liguori – e perciò ardo dal desiderio di dargli
delle anime: ma prima la mia e poi un incalcolabile numero di altre. Ciò
significa tradurre in pratica il tuus esto ubique di S. Bernardo: Non
é saggio colui che non é padrone di sé
22.


Il santo abate
di Chiaravalle, che fu un prodigio di zelo apostolico, seguiva questa regola. Goffredo,
suo segretario, così ce lo dipinge: Innanzitutto egli é tutto
di se stesso, quindi é tutto per gli altri
23.


Così scriveva
il medesimo santo al Papa Eugenio III: io non voglio che vi sottraiate completamente
dalle occupazioni secolari, ma vi esorto soltanto a non dedicarvici interamente.
Se siete l’uomo di tutto il mondo, siatelo anche di voi stesso. Se no, che vi gioverebbe
guadagnare tutti gli altri se poi perdeste voi stesso? Riservate dunque qualcosa
per voi; se tutto il mondo viene a bere alla vostra fonte, beveteci anche voi. Voi
solo dunque rimarreste assetato? Cominciate sempre col pensare a voi stesso. Invano
vi dareste ad altre sollecitudini, se finiste col trascurare voi stesso. Tutte le
vostre riflessioni comincino e finiscano con voi, dunque. Siate per voi il primo
e l’ultimo, ricordando che, nell’affare della vostra salute, nessuno v’é più
prossimo del figlio unico di vostra madre
24.


È molto
suggestivo questo appunto di ritiro spirituale lasciato da monsignor Dupanloup:


Io ho un’attività
terribile che rovina la mia salute, turba la mia pietà e non serve affatto
al mio sapere: bisogna che la regoli. Dio mi ha fatta la grazia di conoscere che
ciò che si oppone soprattutto in me allo stabilimento di una vita interiore
tranquilla e fruttuosa, sono l’attività naturale e il potere trascinatore
delle occupazioni. Inoltre, ho scoperto che proprio questa mancanza di vita interiore
é la sorgente delle mie colpe, dei miei turbamenti, delle mie aridità,
dei miei disgusti e della mia cattiva salute. Ho dunque deciso di rivolgere tutti
i miei sforzi all’acquisto di questa vita interiore che mi manca e per questo, con
la grazia di Dio, ho fissato i seguenti punti fermi:


1) Qualunque cosa
debba fare,  per compierla mi prenderò più tempo di quel che sia
necessario; questo é l’unico mezzo per non essere mai premuto dalla fretta
né trascinato.


2) Siccome ho
sempre più cose da fare che tempo per farle, e siccome questa prospettiva
mi preoccupa e mi travolge, d’ora innanzi non considererò più le cose
che debbo fare bensì il tempo che ho da impiegarvici. Lo impiegherò
senza perderne nulla, cominciando dalle cose più importanti e non mi inquieterò
per tutto ciò che rimarrà da fare, ecc..


Un abile gioielliere
preferisce il minimo frammento di diamante a parecchi zaffiri. Così, secondo
l’ordine stabilito da Dio, la nostra intimità con Lui lo glorifica più
di tutto quanto potremmo procurare a beneficio di molte anime, ma a danno del nostro
progresso spirituale. Quest’armonia nel nostro zelo la vuole il Padre celeste, il
quale si applica più nel governare un cuore in cui regna, che non nel governo
naturale di tutto l’universo e nel governo civile di tutti gl’imperi
25.


Se vede che un’opera
diventa un ostacolo allo sviluppo della carità nell’anima che se ne occupa,
talvolta Egli preferisce lasciarla scomparire.


Satana, al contrario,
non esita a favorire successi del tutto superficiali se, in cambio di essi, può
impedire che l’apostolo progredisca nella vita interiore, tanto la sua rabbia sa
indovinare quali sono i veri tesori agli occhi di Gesù Cristo. Purché
si distrugga un diamante, concede volentieri qualche zaffiro.


NOTE


1.
Appartiene alla comune legge, con la quale il provvidentissimo Iddio ha decretato
che gli uomini di norma si salvino sempre mediante altri uomini, (…) che impariamo
da Dio per bocca di uomini (S.S. Leone XIII, Testem benevolentiae, lettera
al Card. Gibbons del 22 gennaio 1899; cfr. Acta Leonis XIII, vol. XI (1900), pp.
5-20).



2. L’Autore allude al celebre classico della letteratura spirituale
scritto nel 1609 da san Francesco di Sales (ediz. it. Rizzoli, Milano 1998) (N. d.
T.)



3. L’autore allude al celeberrimo scritto di ascetica e mistica
pubblicato anonimo nel XIV secolo, dapprima attribuito a Tommaso da Kempis e oggi
al monaco Gersonio (ediz. ital. Paoline, Roma 1997) (N. d. T.)



4. Anche prescindendo dai fenomeni che accompagnano certi
stati d’unione con Dio, siamo persuasi che Dio spesso concede, all’infuori di simili
fenomeni, grazie speciali di orazione alle anime generose che bramano vivere in intimità
con Lui.



5. La riportiamo qui integralmente: O dolcissimo Signore
Gesù, trafiggi le midolla e le viscere dell’anima mia con la soave e salutare
ferita del tuo amore, con la vera, sincera e sacrosanta carità, sicché
l’anima mia languisca e si strugga ora e sempre per il solo amore e desiderio di
Te; brami solo Te ed aneli alle tue dimore, desideri di svilcolarsi dal corpo e di
stare con Te. Fa’ che la mia anima abbia fame di Te, Pane degli Angeli, cibo delle
amine sante, nostro Pane quotidiano, più che sostanziale, che ha ogni dolcezza
di sapore ed ogni delizia di soavità. Il mio cuore abbia sempre sete di Te,
fontana di vita, di sapienza e di scienza, sorgente di eterno lume, torrente di voluttà,
dovizia della Casa di Dio. Te sempre ambisca, Te cerchi, Te trovi, a Te si tenda,
a Te pervenga, Te mediti, di Te parli e tutto faccia in lode e gloria del tuo Nome,
con umiltà e discrezione, con con amore e diletto, con prontezza e bontà,
con perseveranza sino alla fine; Tu solo sii sempre tutta la mia speranza, fiducia,
ricchezza, delizia, gioia, gaudio, quiete e tranquillità, pace, soavità,
profumo, dolcezza, cibo, refezione, rifugio, soccorso, sapienza, eredità,
possesso, tesoro, in cui siano sempre fissi e stabili e immobilmente radicati la
mia mente e il mio cuore. Così sia’ (N. d. T.).



6. Questa tiepidezza é ben diversa dall’aridità
e dal disgusto che provano talvolta, loro malgrado, i fervorosi. Le mancanze veniali
che sfuggono alla fragilità, ma che sono combattute e prontamente detestate
non appena commesse, non indicano affatto la tiepidezza di volontà.

L’anima afflitta da questa tiepidezza ha due opposti voleri: uno buono, l’altro cattivo;
uno caldo, l’altro freddo. Da una parte ella vuole salvarsi, per cui evita i peccati
mortali evidenti; dall’altra non accetta la esigenze dell’amor di Dio, anzi vuole
le agiatezze di una vita libera e facile; per questo ella si concede peccati veniali
deliberati…

Quando la tiepidezza della volontà non é combattuta, per questo stesso
fatto, v’é nell’anima una cattiva volontà non totale ma parziale. V’é
cioé una parte della volontà che dice a Dio: su questo o quel
punto non voglio smettere di darti dispiacere. (P. Desurmont, Le retour
continuel à Dieu
).


7.
Cfr. S. Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, meditazione XVI (trad. it.
Apostolato della Preghiera, Roma 1990)


8.
L’uomo fu creato per contemplare il suo Creatore, affinché cercasse
sempre il Suo volto e dimorasse sempre nella stabilità del Suo amore
(S. Gregorio Magno, Moralia in Job, l. VII, cap. XII; trad. it. Commento
morale a Giobbe
, Città Nuova, Roma 1997).


9.
Semper memineris Dei, et caelum mens tua evadit (S. Efrem). Mens
animae paradisus est, in qua, dum caelestia meditatur, quasi in Paradiso voluptatis
delectatur (Ugo di S. Vittore).


10.
S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, II-IIae, q. 180, a. 4 (trad. it. Edizioni
Studio Domenicano, Bologna 1998)


11.
Lottare contro le passioni e i vizi é ben maggior lavoro che sudare
per le fatiche corporali (S. Gregorio Magno).



12. Egli rimase incrollabile, come se vedesse l’invisibile
Iddio (Ebr. 11, 27).


13.
Quali che siano le difficoltà della vita attiva, vi sono solamente gli inesperti
che osino negare le prove della vita interiore. Molte persone attive,
pur essendo sinceramente pie, confessano che molto spesso ciò che più
costa nella loro vita non é l’azione, ma la parte obbligatoria dell’orazione
e si sentono sollevate quando arriva l’ora dell’azione (Dom Festugiére O.S.B.).



14. L’uomo é posto tra le cose di questo mondo
e i beni spirituali, nei quali consiste l’eterna beatitudine; dimodoché, quanto
più si avvicina e aderisce alle prime, tanto più si allontana e separa
dagli altri, e viceversa (S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, I-IIae,
q. 108, a. 4).



15. Infatti, nel mio intimo, acconsento alla Legge
di Dio; ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della
mia mente e mi rende schiavo della legge di peccato che domina le mie membra. Sventurato
che sono! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? (Rom. 7,
22-24).



16. In un altro capitolo si vedrà quale sia questa
vita interiore che dà alle opere la loro fecondità (parte IV).



17. Cfr. P. Léon, O.F.M.Capp., Lumiére et
flamme.




18. L’A. si riferisce alla situazione della Francia nel secolo
XIX. Passata la tempesta della Rivoluzione Francese, i cattolici riottennero gradualmente
le libertà a partire dalla Restaurazione, giungendo negli anni Settanta a
riconquistare la piena libertà dell’insegnamento superiore. Ma sùbito
dopo tornarono al potere i massoni, e le scuole cattoliche furono sottoposte a vessazioni
di vario genere e private gradualmente dei diritti ottenuti con tante lotte; finché
si giunse alla legge del 9 dicembre 1905, che sanciva una radicale separazione tra
Chiesa e Stato, impediva numerose opere cattoliche e sopprimeva gli ordini religiosi
e sequestrava i beni della Chiesa (N. d. T.)



19. S. Alfonso de’ Liguori, Homo apostolicus, VII,
16.


20.
S. Gregorio Magno, Homiliae XII in Ezechielem; trad. it. Omelie su Ezechiele,


Città Nuova, Roma 1993.



21. S. Tommaso d’Aquino, Summa theologica, II-IIae,
q. 182, a. 2.


22.
S. Bernardo, De consideratione, l. II, cap. III (trad. it. La considerazione,


Città Nuova, Roma 1980).


23.
Goffredo di Auxerre, Vita sancti Bernardi.


24.
S. Bernardo, De consideratione, l. II, cap. III.

25.
P. Lallemant S.J., La dottrina spirituale, Ed. Paoline, Roma 1990.











precedente


indice


prossima




*Titolo
originale dell’opera: L’âme de tout Apostolat. Prima traduzione sul
testo critico completo del 1947, a cura di Guido Vignelli.© 2000
Luci sull’Est, Via Castellini, 13/7 – 00197 Roma.
Edizione fuori commercio. Distribuzione gratuita.