Gran male l’essere sussurrone anche in piccole cose

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO IV. DELL’UNIONE E CARITÀ FRATERNA
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CAPO VIII. Che dobbiamo sommamente guardarci dal dire ad uno: il tale ha detta la tal cosa di te, quando sia cosa che lo possa contristare.
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1. Gran male l’essere sussurrone anche in piccole cose.
2. Maggior male mettere dissensione tra Superiore e sudditi.
3. Vane scuse in questa materia.

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1. Non è mia intenzione trattar qui della. mormorazione, perché ne tratterò in altro luogo. Dirò adesso solamente una cosa di molta importanza che fa a questo nostro proposito, e l’avverte S. Bonaventura (S. BONAV. De exter. et inter. hom. Comp.). Come deve uno guardarsi dal mormorare e dal dir male d’un d’altro, così deve sommamente guardarsi dal dire ad alcuno: il tale ha detto la tal cosa di te, quando sia cosa che gli possa recar disgusto; perché questo non serve se non a metter male fra l’uno e l’altro e a seminar discordie tra i fratelli; che è una cosa molto pregiudizi aIe e perniciosa; e come tale, dice il Savio che Dio l’ha grandemente in odio. «Sei sono le cose che il Signore ha in. odio, e la settima è all’anima di lui in esecrazione; e questa è: colui che tra i fratelli semina discordie» (Prov 6, 16 et 19). Come quando noi altri odiamo grandemente una cosa, diciamo che l’odiamo di cuore; così la Scrittura usa il nostro modo di parlare, per dimostrarci quanto dispiacciono a Dio questi tali. E non solamente a Dio, ma agli uomini ancora è questa cosa molto odiosa. «Il detrattore contamina l’anima propria, e dappertutto sarà odiato; e chi converserà con lui sarà malvisto», dice il Savio (Eccli. 21, 31). Non solo colui che fa tal cosa, ma anche colui che praticherà con esso, dice il Savio, sarà odiato.

Questi sono quelli che si chiamano sussurroni: questo è propriamente l’andar sussurrando e seminando discordie e scismi tra gli altri; cosa indegna di uomini dabbene; quanto più di religiosi. «Guardati dalla taccia di sussurrone», dice l’Ecclesiastico (Eccli. 5, 16); non dar occasione di potersi dire di te che sei un sussurrone. Qual cosa può essere più pregiudiziale e più perniciosa in una comunità, che l’esser uno sedizioso e andar mettendo sottosopra i suoi fratelli fra loro? Questa par cosa propria del demonio, perché questo è l’ufficio suo.

E avvertasi qui che per metter in rivolta uno con un altro non è necessario che le cose che si dicono siano gravi. Cose molto piccole e minute, e che alle volte non arrivano a colpe veniali, bastano a fare quest’effetto. Onde bisogna far conto, non solo se la cosa, che si dice o si riferisce, è per se stessa o di sua natura grave, o leggiera; ma se è cosa che possa inquietare, o contristare il tuo fratello, e cagionargli avversione o disunione coll’altro. Non fece uno riflessione nel dire una paroletta, che dimostrava poca stima d’alcuno in materia o di lettere, o d’ingegno, o di virtù, o di talento, o d’altra cosa simile; e tu con maggiore irriflessione vai a riferirla a colui del quale fu detta: già vedi che stomaco gli può fare. Tu pensi di fare una cosa da nulla, e gli trafiggi il cuore. «Le parole del soffione paiono semplici, ma esse penetrano nelle viscere» (Prov 26, 22), dice il Savio.

Vi sono certe cose che alcuni non le sogliono stimar punto, perché non si sa per qual verso le considerino; ovvero perché non le considerano in niun modo; e considerato per quel verso per cui si hanno da considerare, hanno tanta differente faccia, che. vi è molto da dubitare e da temere se arrivino a peccato mortale, per gl’inconvenienti e cattivi effetti che ne seguono; e questa è una di esse.

2. E se il dire queste cose e il seminare queste discordie tra i fratelli è cosa tanto pregiudiziale, tanto perniciosa e odiata da Dio, che sarebbe se uno seminasse questa zizzania tra i sudditi e il Superiore e fosse cagione di disunione fra i membri e il capo, fra il padre e i figliuoli? Quanto sarebbe questa cosa più odiosa a Dio! Or questo ancora si fa con parole simili riportate del Superiore. Grande amore ed ubbidienza portavano al re Davide i suoi vassalli, e stavano molto uniti con lui; ma perché sentirono che diceva male di esso e del suo governo il suo malvagio figliuolo, Assalonne, gli negarono l’ubbidienza e se gli ribellarono. Oh! quante volte avviene che, vivendo uno in molto buona fede e avendo grande stima del suo Superiore, giudicando molto bene di tutte le cose sue, confidandogli la sua anima ed aprendogli totalmente il cuore; per una sola paroletta detta da un altro va tutto questo per terra, e subentrano mille malizie e doppiezze, giudici temerari, sospetti, mormorazioni; e alle volte cresce talmente questo male, che quegli l’attacca a questo, e questi all’altro, e l’altro ad un altro. Non si può finire di credere quanto danno facciano simili ciarle.

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3. Ma mi potrebbe dir alcuno, che alle volte è espediente che il tale o il tal altro sappia quello che si nota e si dice di lui, per poter essere più circospetto e per non dar più occasione di sparlare di sé. È vero, e allora gli si può dire tal cosa; ma non gli si ha da significare chi l’abbia detta, ancorché fosse stata detta in pubblico. Né pensi alcuno di scusarsi col dire che ad ogni modo un altro glielo avrebbe significato subito. Questa è scusa che nulla vale, e ciascuno ha da pensare a sé: e guai a colui per colpa del quale succederà lo scandalo. E quantunque l’altro t’importuni assai per sapere da te chi fu colui che disse la tale o tal cosa, e tu sappia ch’egli ne sentirà molto gusto; non glie l’hai da dire: ché alcune volte questo pensiero del dar gusto all’amico inganna. Non è buona amicizia questa; perché a lui fai del male dicendoglielo, e all’altro ancora il cui detto tu riferisci, e più a te stesso, restandotene con avere su la coscienza il male fatto all’uno ed all’altro.

E bene si conoscerà il male e l’inconveniente che è in questa cosa; perché quando alcuno avvisa il Superiore di qualche mancamento dell’altro, «affinché egli, per la paterna cura e provvidenza che ha verso dei suoi, possa ripararvi con conveniente rimedio» giusta la regola che ne abbiamo (Reg. Comm. 18; Reg. 113 Prov. Epit. 216 segg.); questa stessa regola non vuole che l’altro sappia da chi ne sia stato dato l’avviso al Superiore. E il Superiore procura e dève procurare che così la cosa succeda, siccome la sua regolaglielo impone; acciocché questo non sia cagione di qualche amarezza o disgusto tra i fratelli.

Ora, se anche quando questo si fa legittimamente e giusta la regola e con carità e desiderio di maggior bene, vi sono questi timori e vi bisogna tutta questa circospezione; con quanto maggior ragione si deve temere di questi inconvenienti quando uno scopre colui che ha riferito il mancamento, non legittimamente, né conformemente alla regola, né con zelo di carità, ma per inavvertenza e con indiscrezione e mal modo, e talvolta forse per qualche emulazione, o invidia, o per altri fini non buoni, o almeno potrà l’altro immaginarsi che siano tali? S. Agostino (S. AUG. Confes l. 9, c. 9, n. 21) loda grandemente S. Monica sua madre, perché, sentendo molte volte dall’una parte e dall’altra querele e parole di risentimento e d’amarezza, mai non riferiva ad alcuno cose che avesse intese dall’altro, se non quelle sole che lo potevano placare e giovare, per riunirli e riconciliarli insieme. Così dobbiamo fare anche noi altri, con essere sempre angeli di pace.