Vita di San Giuseppe – L. I, cap. XIII

  • Categoria dell'articolo:Ite ad Joseph

Serva
di Dio

Maria Cecilia Baij O.S.B. (1694-1766)

VITA DI SAN GIUSEPPE

Libro I – Capitolo XIII

S. Giuseppe è molto travagliato dal demonio

e afflitto dall’aridità di spirito



La prova – Il nostro Giuseppe godeva delle grazie e dei favori particolari
che riceveva dal suo Dio, e gustava la dolcezza e la soavità del suo amore,
quando Dio permise che il suo servo fosse travagliato dalle creature per opera e
per istigazione del demonio, affinché il Santo facesse acquisto di maggior
merito e mostrasse al suo Dio la fedeltà e l’amore anche in mezzo alle persecuzioni
e ai travagli.



Insidie del demonio: sua pazienza e mansuetudine – Il demonio odiava già
molto il Santo Giovane, non poteva soffrire tanta luce e tante virtù che il
Santo esercitava, per cui cercava sempre nuovi modi per inquietarlo e travagliarlo
e vedere di fargli perdere la virtù, a lui tanto cara, della pazienza e della
mansuetudine. Dio però lo teneva sempre lontano, non permetteva che gli si
avvicinasse per inquietarlo; alle volte però gli dava la libertà di
travagliarlo, per maggior merito del Santo e per sua confusione. Avuto il permesso
di travagliare il Santo, il demonio, questo dragone infernale, istigò alcuni
vicini del Santo e mise loro nell’animo un’avversione ben grande verso lo stesso,
in modo tale che non potevano vederlo; e quando il Santo Giovane usciva dalla bottega
per andare al Tempio o per fare altre faccende a lui necessarie per il suo lavoro,
questi si misero prima a deriderlo, e vedendo che il Santo non faceva caso a questo,
si infuriarono di più, in modo che l’ingiuriavano con cattive parole senza
causa alcuna, chiamandolo sciocco, ozioso e che si era indotto a stare solo perché
nessuno lo voleva attorno, e che sotto la coperta delle virtù, era un triste
e un finto. Il Santo non rispose mai a queste parole, ma chinando la testa si stringeva
le spalle e se ne andava al Tempio a pregare e a supplicare il suo Dio per coloro
che lo maltrattavano. Si diede il caso che fu rubata certa roba ad uno di questi
suoi malevoli, e subito diedero la colpa al Santo Giovane; così armati di
sdegno se ne andarono alla sua piccola bottega e gli misero tutto in scompiglio,
dicendogli che tirasse fuori quel tanto che egli aveva usurpato, ingiuriandolo e
minacciando di castigarlo e di accusarlo come un ladro. Il Santo stava con la sua
solita serenità, e non si discolpava; solo una volta disse loro che avvertissero
bene perché erano in errore, ma questi non volevano cessare di importunare
il Santo e lo tacciavano di essere un ladro, e alla fine disse loro che Dio avrebbe
difeso la sua causa. I maligni, vedendo la costanza e la pazienza del Santo Giovane,
si ritirarono minacciandolo di volerlo accusare, se non si trovava chi avesse usurpato
la loro roba, tenendo di certo che era stato lui. Il Santo Giovane era molto afflitto
per vedersi così incolpato, e molto più per le offese che si facevano
a Dio; perciò se ne andò al Tempio a supplicare il suo Dio di volersi
degnare di difenderlo in quel travaglio. Dio non tardò molto a scoprire l’inganno,
perché si trovò chi aveva usurpato la roba; così quelli che
lo avevano incolpato restarono molto confusi ed insieme ammirati e meravigliati della
virtù e della pazienza del Santo, e l’avversione si cambiò in stima
ed affetto verso di lui, così il demonio restò confuso, e il Santo
arricchito di merito presso Dio e di stima presso gli uomini. Non per questo il nemico
si abbatté, ma istigò alcuni giovani licenziosi, che più volte
avevano visto il Santo Giovane frequentare il Tempio e di questo ne sentivano una
passione ben grande, tanto più che la sua modestia serviva a loro di una gran
riprensione; così un giorno, uniti insieme, si accordarono di voler andare
alla bottega del Santo, e qui prenderlo in giro ed ingiuriarlo, e di fatto lo fecero
con grande impertinenza. Trovarono il Santo Giovane che lavorava e stava tutto assorto
nella contemplazione delle divine perfezioni, perché lui, anche lavorando,
era assorto con la mente. Essi gli domandarono alcune cose curiose e vane, ma il
Santo non diede loro risposta. Questi continuavano a fargli altre domande impertinenti,
e il Santo disse loro, che lo lasciassero stare in pace e che se volevano quei vani
trattenimenti, andassero altrove perché egli era occupato nel suo mestiere.
Questi incominciarono a motteggiarlo ed ingiuriarlo, dicendogli degli improperi,
ai quali il Santo Giovane non rispose mai, attendendo al suo lavoro e alla contemplazione
in cui stava. Uno di loro, più ardito e insolente degli altri, si avanzò
a dare delle percosse al Santo, il quale altro non gli disse che: «Dio ti
perdoni, fratello, perché nonostante io meriti questo per i miei peccati,
tuttavia a te non ho dato motivo di fare questo contro di me
». E mentre
quello lo percuoteva, gli altri compagni facevano festa ed applaudivano il giovane
insolente. Dopo che l’ebbero saziato di ingiurie e di percosse, se ne andarono, e
il Santo rimase con la sua solita serenità e pazienza, non facendo di questo
risentimento alcuno. Si rivolse però al suo Dio e lo supplicò del suo
aiuto, come gli aveva promesso tante volte, dicendogli: «Dio mio, tu mi
hai assicurato di assistermi e difendermi in tutte le occorrenze, e sai già
che io non ho altro che te; perciò a te ricorro, perché mi aiuti e
mi difenda dai miei nemici
».



Consolato da Dio – Dio consolò il suo servo, perché la notte
seguente gli apparve l’Angelo e l’assicurò che in quell’occorrenza egli aveva
acquistato grande merito e aveva dato molto gusto al suo Dio, e gli disse che stesse
pure pronto perché il demonio l’odiava molto e lo voleva travagliare, ma che
Dio l’avrebbe assistito e difeso, e che gli permetteva questo per fargli acquistare
merito e provare la sua fedeltà. Il Santo restò tutto consolato per
queste parole e animato a soffrire tutto con pazienza ed allegrezza, perché
così permetteva il suo Dio che allora fosse travagliato.



Nuove insidie e vittorie – Il nemico infernale, vedendo che anche in questa
occasione era rimasto confuso e svergognato, e che il Santo faceva spiccare di più
le sue rare virtù, non si abbatté affatto, ma si infuriò di
più ed andava istigando ora uno, ora un altro contro il Santo, mettendosi
anche con persone di autorità per screditarlo maggiormente, ma per quanto
si adoperasse con le sue frodi, ne restava sempre confuso. Una volta, fra le altre,
il Santo aveva fatto un certo lavoro a una persona di credito, e quando gli portò
il lavoro fatto e aspettava la sua ricompensa, al posto di ricevere la paga delle
sue fatiche, ricevette cattive parole, con dirgli che il lavoro non era fatto a dovere,
né di suo gusto, e che piuttosto della paga meritava un castigo; e preso il
lavoro cacciò via il Santo con cattivi termini e parole ingiuriose. Il nostro
Giuseppe se ne andò soffrendo con grande pazienza quei cattivi termini senza
ricevere ricompensa alcuna; e siccome si trovava in grande necessità per il
suo mantenimento, se ne andò addirittura al Tempio a supplicare Dio, con la
solita confidenza, di volerlo provvedere in quella sua estrema necessità.
Dio udì le suppliche del suo servo fedele, e ispirò quello che aveva
ricevuto il lavoro a soddisfare il Santo delle sue fatiche, per il che rientrato
in sé si avvide del male che aveva fatto e subito andò a cercare il
Santo e lo soddisfece di quanto gli doveva, pregandolo inoltre di compatire il suo
trascorso. Il Santo ricevette la sua paga come per elemosina, e ringraziò
prima Dio che l’aveva provveduto in quel suo bisogno, e poi ringraziò colui
che gli dava il suo dovere; così Giuseppe rimase arricchito di merito ed insieme
provveduto nel suo bisogno, e costui restò molto edificato della virtù
del santo Giovane. Il demonio, sempre più confuso e svergognato, gli fece
molti di questi tiri, e tutti servirono per arricchire il Santo di meriti e per fargli
acquistare stima presso gli uomini.



Gli presentano una giovane – Il nemico trovò un altro modo di travagliarlo,
assai più penoso al Santo, e fu di mettere nel cuore di alcuni, sotto il pretesto
della carità e della compassione, di volere accasare il Santo Giovane, affinché
potesse vivere con più comodità, e non patisse tanto nello stare lì
solo e abbandonato da tutti. E di fatto alcuni, con buon zelo, si misero a persuaderlo
che si accomodasse e si accasasse perché facilmente l’avrebbe trovato, essendo
egli un giovane attento e lavoratore. Il Santo inorridì a queste proposte,
perché aveva già consacrato a Dio, con un voto, il suo illibato candore;
e non solo non ebbe mai tale pensiero, ma inorridiva al sentirne parlare e gli si
ricopriva il volto di un rossore verginale, e la risposta che diede a questi, fu
che non gli parlassero di accasamento, perché egli stava più che bene
in quello stato. Ma non per questo desistettero dal tormentarlo su questo particolare,
anzi lo forzavano con lusinghe e con preghi; perciò il Santo ne sentiva una
pena molto grande, e rivolto al suo Dio, lo supplicò di volerlo aiutare e
difendere da quel travaglio e liberarlo dall’importunità di quelli che, con
il pretesto del bene, gli volevano far perdere il prezioso tesoro della verginità,
e sovente diceva al suo Dio: «Tu, mio Dio, sai bene che ho sacrificato a
te, con un voto, la mia verginità. Non permettere che io sia travagliato su
questo particolare!
». Dio udiva le suppliche del suo servo fedele, e differiva
di esaudirlo per accrescergli maggiormente il merito. Coloro che l’importunavano
avevano già trovato di accasarlo, ma trovando che il Santo Giovane era sempre
più renitente, non sapevano come fare per farlo cedere alle loro persuasioni;
così un giorno si accordarono di condurlo con loro a prendere le misure per
fare un certo lavoro, ed in tal congiuntura fargli vedere la giovane destinata da
loro per sua sposa e in quell’occasione farlo cedere e piegarsi alle loro suppliche.
Chiamato dunque il Santo Giovane, con la scusa del lavoro, lo condussero in casa
e gli ordinarono il lavoro. Giuseppe prese le misure del lavoro che doveva fare,
e nell’andarsene lo fermarono e gli fecero vedere la giovane da loro destinata per
sua sposa, e gli dissero: «Sappi, Giuseppe, che questa è la giovane
che vogliamo darti per sposa; non devi contraddire, perché è ornata
di virtù e di bontà…». A queste parole il Santo Giovane restò
ferito dal dolore, e fuggì con grande velocità, lasciando tutti attoniti
per la meraviglia ed insieme confusi, cosicché non lo molestarono più.
Il Santo se ne andò subito al Tempio e qui, piangendo, supplicò il
suo Dio di volerlo liberare da quella grave persecuzione, che gli si rendeva insopportabile,
e Dio lo consolò promettendogli che non sarebbe più stato travagliato
in questo. Il nostro afflitto Giuseppe asciugò le lacrime, e si consolò
tutto per la promessa il suo Dio gli aveva fatto interiormente, e lo ringraziò
del beneficio.



Consolato dall’Angelo – La notte seguente l’Angelo gli apparve nel sonno e
gli ratificò quanto Dio gli aveva promesso, e l’assicurò che il suo
Dio aveva goduto molto nel vederlo così costante e fermo nella promessa fattagli
di conservarsi vergine. Così il nostro Giuseppe rimase pienamente consolato,
e il demonio rimase più confuso e svergognato, ma sempre più infuriato
verso il Santo Giovane; e cercò altri modi per travagliarlo, ma ne restò
sempre confuso.



Tentazioni demoniache e nuove vittorie – Quando ebbe terminato di travagliarlo
con le creature, Dio gli diede il permesso di molestarlo con le tentazioni per accrescere
maggiormente di meriti il Santo; e gli diede la libertà di tentarlo con ogni
sorta di tentazione, tranne quella contro la purezza, perché Dio non volle
mai che il suo purissimo servo fosse tentato in questo. Il nemico si accinse a combattere
con tentazioni il fortissimo ed invincibile petto del nostro Giuseppe, e appena finiti
i travagli che riceveva dalle creature, incominciò a soffrire dei travagli
per mezzo delle molte e varie tentazioni. Prima il demonio si mise a tentarlo di
vanagloria, mettendogli davanti la sua grande virtù, la sua bontà,
la fedeltà che aveva al suo Dio, il molto che per Lui soffriva, le opere buone
che faceva e il molto che aveva lasciato, per cui poteva meritarsi un gran premio
e una grande ricompensa da Dio, e che al mondo non c’era nessun altro simile a lui
nella bontà e nella pratica delle virtù. Il Santo fu atterrito da queste
tentazioni perché, essendo umilissimo, si stimava anche un grande peccatore;
per cui fece subito ricorso al suo Dio con la preghiera, perché ben conobbe
che quella era una tentazione diabolica; e facendo atti contrari alla tentazione,
vinse e superò il nemico, il quale incominciò a tentarlo di gola, facendogli
venire voglia di gustare cibi e vivande squisite, e il Santo superò anche
questa con più digiuni e mortificazioni. Lo tentò di avversione e odio
contro chi l’aveva offeso e maltrattato, ma il Santo desiderava per costoro ogni
bene, e pregava il suo Dio di beneficarli. Lo tentò contro la fede, persuadendolo
che le cose che l’Angelo gli diceva erano tutte velleità e pazzie, ma in questo
il Santo stette sempre forte, come aveva fatto in tutte le altre cose. Gli mise in
mente il molto che aveva lasciato e che poteva riacquistarsi tutto, dandogli il desiderio
della ricchezza. Il Santo disprezzava tutto, dicendo che gli bastava solo la grazia
del suo Dio, e che con quella era pienamente contento. Il Santo fu molto battagliato,
e in vari modi, però superò tutto con grande generosità, mentre
aveva la grazia e l’assistenza del suo Dio. Il demonio restò abbattuto e,
tutto confuso, si ritirò giurandogli però di volergli fare sempre guerra.
Il Santo non temeva, perché aveva Dio dalla sua parte e diceva col santo Davide:
«Il Signore è mia luce e mia salvezza, di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita, di chi avrò timore? Se contro di
me si accampa un esercito, il mio cuore non teme…
» (Salmo 26, 1-3). «…non
temerei alcun male, perché tu sei con me
» (Salmo 22, 4). E diceva
questo con fiducia al suo Dio, che trovò sempre in suo aiuto.



Aridità – Terminate le tentazioni del nemico infernale, il nostro Giuseppe
non stette molto in pace, mentre Dio volle provarlo di nuovo Egli stesso, sottraendogli
i lumi, il fervore e la consolazione interiore, così il Santo cadde in una
grande aridità di spirito. Oh! Qui sì che il nostro Giuseppe soffrì
un grande travaglio, per il timore di avere disgustato il suo Dio e per vedersi come
derelitto e abbandonato dal suo Dio, unico oggetto del suo amore. Come smaniava!
Come si raccomandava! Quante suppliche e sospiri inviava al cielo! Stava le notti
intere genuflesso in atto supplichevole, pregando il suo Dio di manifestargli in
quale modo fosse rimasto offeso da lui, perché, riconosciuto l’errore, potesse
fare la dovuta penitenza; ma il cielo, fatto di bronzo alle sue suppliche, non gli
recava conforto alcuno. L’Angelo non gli parlava più nel sonno, e non avendo
il Santo con chi sfogare la sua pena si rivolgeva sovente al suo Dio dicendogli:
«O Dio di Abramo, d’Isacco, di Giacobbe! O Dio mio, dal quale tanto bene
ho ricevuto, che sei tutta la mia eredità, tutta la mia consolazione e il
mio conforto, muoviti a pietà del tuo indegno e vile servo! Tu mi hai promesso
il tuo aiuto, il tuo favore; ora è tempo che mi mantenga le promesse e mi
consoli in tanta mia afflizione. Quale male ho fatto io, perché tu ti sei
allontanato da me? Fammi la grazia di poterlo conoscere! È vero che ti ho
molto offeso, ma tu sei buono, sei misericordioso, perciò ti supplico di perdono.
È vero che io non lo merito, ma tu, sei buono e perciò lo spero
».
Il nostro Giuseppe faceva queste suppliche, delle quali Dio godeva molto, ma pure
tardava ad esaudirlo e a manifestarsi a lui. Il Santo soffriva il suo travaglio con
molta rassegnazione, ma non lasciava già di continuare a pregare il suo Dio.



Intercessione potente di Maria – Un giorno, più afflitto e angustiato
del solito per la lontananza del suo unico bene, gli sembrava di non poter più
vivere, e con una gran fede e confidenza se ne tornò al Tempio, e rivolto
di nuovo al suo Dio gli porse calde suppliche, e poi gli disse che si degnasse consolarlo
per il gusto grande che gli dava la Fanciulla Maria che stava al Tempio, e per i
meriti e le virtù della stessa. Nello stesso tempo che Giuseppe faceva questa
supplica, la Santissima Fanciulla Maria stava pregando Dio per Giuseppe, mentre in
spirito Dio le fece vedere i bisogni e travagli del Santo; così Dio accondiscese
alle suppliche della Santa Fanciulla e alle preghiere del suo servo fedele, e gli
si manifestò con grande chiarezza, riempiendo la sua mente di lumi, e infiammando
il suo cuore d’amore. Gli fece udire la sua voce nel più profondo del cuore,
che gli disse: «Giuseppe, mio fedele servo ed amico, non temere perché
io sono con te, non ti ho mai abbandonato. Sta’ pur sicuro dell’amore e della mia
grazia!
».



Estasi sublime – A queste dolcissime parole, il Santo andò in estasi,
e rimase per un pezzo assorto godendo del suo Dio, che con tanta generosità
si manifestava alla sua anima. In questa estasi gli si manifestarono molti segreti
della divina sapienza, e come Dio permetta che i suoi amici siano travagliati, per
più arricchirli di meriti. Conobbe anche il grande merito che la Fanciulla
Maria aveva presso Dio, e come questa aveva pregato molto per lui per impetrargli
la grazia dal suo Dio di manifestarsi alla sua anima, e dar fine ai suoi travagli.
Il Santo fece molti atti di ringraziamento al suo Dio, e gli dedicò di nuovo
tutto se stesso; lo supplicò di ricompensare la Santa Fanciulla Maria della
carità usata verso di lui, e le restò molto più affezionato.
Lodò il suo Dio e restò sempre più ammirato della sua bontà
e dell’amore che gli portava. Si concentrò molto più nell’abisso del
suo niente, umiliandosi al cospetto del suo Creatore, riconoscendo il tutto dalla
sua infinita bontà, e lo pregò della sua continua assistenza e protezione.
Quando ebbe fatto tutti questi atti, il nostro Giuseppe partì dal Tempio tutto
consolato, e non sapeva dire altro, che col santo Davide: «Quanto è
buono Dio con i giusti, con gli uomini dal cuore puro!
» (Salmo 72, 1),
e quell’altro versetto: «Quand’ero oppresso dall’angoscia, il tuo conforto
mi ha consolato
» (Salmo 93, 19), e vari altri versetti di cui il Santo
si serviva sempre, secondo il bisogno in cui si trovava.



Consolato dall’Angelo – La notte poi, l’Angelo tornò di nuovo a parlargli
nel sonno, e gli disse come il suo Dio avesse goduto molto di vederlo costante e
paziente in tutti i travagli, e che aveva arricchito e ricolmato la sua anima di
grazie e di meriti: e l’animò ad essere sempre più costante e paziente
nei travagli, perché Dio nel corso della sua vita, gliene avrebbe mandati
molti e molto gravi, che perciò si facesse cuore e non temesse, perché
Dio sarebbe stato sempre in suo aiuto, e che avrebbe ricevuto molte consolazioni
ancora sopra ogni suo credere. Perciò il Santo, animato e consolato, si offriva
sempre pronto a soffrire tutto, purché il suo Dio non l’avesse abbandonato.



Suo merito speciale – Il nostro Giuseppe si rendeva molto gradito al suo Dio
nella pratica delle sue virtù, nella sofferenza, nel soffrire, nel disprezzo
di tutte le cose caduche e transitorie, nell’abnegazione di se stesso, nel godere
di essere disprezzato per amore del suo Dio. Si è reso mirabile sopra ogni
altro Santo, perché quelli hanno avuto i consigli e l’esempio del Redentore,
ma il nostro Giuseppe non aveva ancora visto il suo Dio in carne mortale, né
aveva udito i suoi insegnamenti, tuttavia fu così eccellente nelle virtù
e si perfezionò in ogni sua operazione.