Vita della Beata Imelda Lambertini, cap. IV

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P. TIMOTEO
CENTI O. P.

LA BEATA IMELDA LAMBERTINI

VERGINE DOMENICANA

CON STUDIO CRITICO E DOCUMENTI INEDITI









IV

NOVIZIA DOMENICANA

S. Caterina da Siena ha
definito l’Ordine di S. Domenico “un giardino dilettosissimo” e la sua
Regola “tutta larga, tutta gioconda” (1). Non c’è dunque posto nell’ascesi
domenicana per l’annientamento del proprio “io”, per le crocifiggenti mortificazioni
della carne?

I candidi santi, insanguinati dalle volontarie flagellazioni e provati nel crogiolo
delle più fiere avversità, ci rispondono che in questa via larga e
gioconda dello spirito ci rientra la via stretta per la carne, che mena in Paradiso.
Soltanto è vero – ed in ciò, a nostro modo di vedere, sta il senso
esatto della frase cateriniana – che i precetti della regola non obbligano di per
sé stessi sotto peccato; è consentita la dispensa frequentemente; i
mezzi di mortificazione sono lasciati in buona parte a quella iniziativa della persona
libera che può rinnovare ad ogni istante l’offerta di se stessa con magnanimo
cuore ed eroica perseveranza.

Dante Alighieri aveva scritto, con la consueta penetrazione, come nella “Santa
greggia, che Domenico mena per cammino…, u’ ben s’impingua, se non si vaneggia”
(Par. X, 95, 96). Difatti nell’Ordine Domenicano è possibile anche la rilassatezza,
perchè manca un regime severo di imposizioni per obbligare i frati ad essere
santi ad ogni costo. La libertà rimane con le conseguenze buone e cattive.

Del resto le croci più gravi nella vita, quelle che effettivamente decidono
l’annientamento necessario alla sovrabbondanza dello spirito, rimangono sempre quelle
che Dio manda, non quelle che uno si sceglie da sè.

Quali saranno quelle preparate a Suor Imelda Lambertini?

La vita del Chiostro importava una costante lotta contro se stessa. Bisognava seguire
un orario insolito e scomodante; ubbidire alla Priora ed alla Maestra, piuttosto
che comandare alle ancelle; servire le altre, invece che essere servita; adattarsi
ad un cibo e ad un vestito così diversi da quelli della casa paterna.

Nell’età in cui la giovinetta ama istintivamente il lusso e la vanità,
mentre è dominata dal desiderio di comparire e di essere ammirata, è
duro alla natura rinchiudersi fra quattro mura, dove non c’è posto per simili
soddisfazioni.

Sulla scorta di quanto abbiamo veduto si può ritenere che, a quel tempo, nella
Comunità di Valdipietra le Suore osservavano la regola, e quindi possiamo
facilmente renderci conto di quella che è stata la vita ordinaria della B.
Imelda.

Vita di preghiera innanzi tutto. Il coro è al centro della vita domenicana
delle Suore di clausura; là, di giorno e di notte, le spose di Cristo si davano
convegno per cantare le lodi del Signore, secondo la liturgia propria dell’Ordine.
I libri corali erano la lettura quotidiana e quasi unica delle religiose, che per
essi imparavano a leggere, a cantare e sopratutto a pregare.

Nel Museo Civico di Bologna i corali di Valdipietra sono gelosamente custoditi data
la loro antichità e le pregevoli miniature; quei codici sono insieme cimeli
e reliquie perchè su di essi si sono posati tante volte gli occhi innocenti
di Suor Imelda, mentre la sua bell’anima si inabissava in Dio. La sua voce tentava
di unirsi a quella delle religiose più provette e le sue mani verginali, che
sbucavano fuori come boccioli di giglio dalle ruvide maniche monastiche, ubbidivano
con gioia ai cenni della “cantora” per voltare a tempo i gravi fogli di
pergamena: i piccoli sono sempre felici di accodarsi al lavoro dei grandi.

La vita di noviziato non può essere monotona perchè la novizia ha tante
cose da imparare e vive in continua aspettativa per giungere alla professione. Con
le bimbe, le quali come Suor Imelda eran venute dal secolo quando non erano ancora
organizzate le scuole di catechismo, bisognava rifarsi dalle prime nozioni di dottrina
cristiana. Si istruivano inoltre sul modo di confessarsi, di comunicarsi, di andare
in processione, sul modo di pregare senza dar noia alle vicine e su tante altre piccole
cose che, quasi insensibilmente, finivano col dare alla persona quella compostezza
esteriore, forse oggi troppo trascurata coll’idea di badare più a quella interiore,
quasi che debba riuscire più facile ottenere la seconda senza la prima.

Non doveva essere raro il caso di un novizio, o di una novizia, che si accostassero
per la prima volta in vita loro ai Sacramenti.

Riguardo alla Confessione, le Costituzioni delle Suore Domenicane prescrivevano che
le novizie la facessero prima della professione, e quindi dovevano essere istruite
accuratamente sul modo di confessarsi e su cose del genere (2).

Quanto poi alla Comunione, che per noi ha un’importanza capitale, ecco ciò
che si legge nel Trattato sull’istruzione dei Novizi domenicani, dovuto ad un ignoto
del secolo decimoterzo:

“Così pure, quando il novizio deve comunicarsi per la prima volta,
il novizio anziano (magister novitius) deve istruirlo per bene, e gli dica
che guardi come fanno gli altri avanti a lui, per comportarsi allo stesso modo. Parimenti,
quando al novizio vien data la S. Particola faccia la massima attenzione a tenere
sotto il mento la tovaglietta, per il pericolo (di far cadere l’Ostia)” (3).

È vero che, nel caso, potrebbe trattarsi della prima comunione in convento,
ma da tutti gli indizi sembra che si parli della prima in senso assoluto. I novizi,
o le novizie domenicane erano spesso quasi bambini e perciò vigeva anche per
loro l’antica severa consuetudine (4).

Nel medio evo – cosa assai strana – si potevano emettere i voti perpetui a dodici
anni, ma per accostarsi alla Comunione bisognava attendere anche i quattordici (5).

Dopo gli esercizi di pietà, ebbe sempre grande importanza nei monasteri di
clausura il lavoro manuale, effettuato secondo le capacità e le circostanze.
Le Domenicane di Ripoli (Firenze), per esempio, sono rimaste celebri per la loro
tipografia; a Venezia, nel Monastero del Corpus Domini fondato dal B. Giovanni Dominici
(Ü 1419), come in molti altri monasteri del Trecento, e del Quattrocento, le Suore
si occupavano in ricami e nello scrivere o miniare codici. E poi, le Costituzioni
parlano chiaro; e si può immaginare che una comunità, almeno qualche
volta durante la sua secolare esistenza, non abbia messo in pratica le Costituzioni?

“Siccome l’ozio è nemico dell’anima e padre e balia dei vizi – vi si
legge al vigesimosettimo capitolo – nessuna suora deve starsene senza far nulla.
Quindi si badi che, eccettuate le ore dedicate alla preghiera, al proprio ufficio
o ad altra occupazione necessaria, tutte siano impegnate al lavoro manuale per utilità
comune, secondo che verrà ad esse ordinato” (6).

Bisognerebbe provare che Imelda non è stata suora per proibire ai devoti di
immaginarsela tutta intenta al suo lavoro, in crocchio con le compagne e la maestra,
mentre il suo cuore era là, nel tabernacolo, prossimo alla stanza di lavoro.

“La santissima legge del silenzio, presidio di tutte le altre osservanze monastiche”
(7), custodiva anche il lavoro e impediva la dissipazione ed il chiacchierare inutile.

Chi pensasse che una simile vita debba essere stata una cosa ben triste, si sbaglia.
La gioia è la conseguenza naturale della generosità e dell’amore di
Dio; ecco perchè essa di solito abbonda nelle comunità religiose e
particolarmente nei noviziati, dove il fervore sta di casa (8).

D’altra parte il noviziato serve per i superiori e per il Signore come periodo di
prova, quindi non può mancare la croce: “chi non è tentato cosa
sa?” (9). Le circostanze più svariate, quasi condotte da un richiamo
segreto, si danno talvolta convegno per procurare affanni e tribolazioni: una maestra
incompresa o incomprensibile, qualche consorella antipatica, poco fervente, tentazioni
che si credevano sepolte, malattie inopinate, scrupoli o ansietà di spirito.
Piccole cose il più delle volte, ma sufficienti a procurare giorni e talvolta
mesi di malessere, di disagio e direi di infelicità se non si fosse conosciuta
la felicità del sacrificio.

Chi combatte e vince sente tornare più viva e più completa la serenità
dei primi giorni, chi invece non accetta il giogo ma si dibatte sotto di esso ne
subisce più forte il peso e non è raro il caso che finisca col soccombere.

* * *

A provare che Suor Imelda
sia stata una novizia esemplare, e che quindi abbia tenuto nel debito conto quei
mezzi di santificazione che abbiamo ricordati, basterebbe la sua mirabile morte.
Fortunatamente abbiamo di più perchè una suora del ‘500, richiamandosi
ad una vecchia tradizione del monastero, ci ha data in pochi tratti la sua fisionomia
morale.

“Quanto ho detto della beata Suor Imelda de’ Lambertini, suora del nostro monastero
di Santa Maria Maddalena – scrive nel 1582 Suor Dorotea Fantuzzi – l’ho appreso dalla
bocca di tre venerabili e devote Madri, vecchie decrepite. Una di queste si chiamava
Suor Gemma degli Abbondi da Mantova.

Nel 1518 io entrai in Monastero, l’ultimo di Gennaio, e dalla sua bocca ho udito
più e più volte addurre in esempio questa Beata Verginella. Questa
Madre morì l’anno 1521 il giorno 5 Luglio di venerdi all’età di 85
anni finiti.

L’altra (Madre) ebbe nome Suor Maria Maddalena dei Bertalotti bolognese, che morì
l’anno 1541 il giorno 21 Giugno, e diceva di essere nonagenaria.

La terza che assai volte e infinite mi parlava ed esortava me e le mie compagne novizie
ad essere simili a questa Sposa di Gesù Cristo, fu la Rev.da Madre Suor Bartolomea
degli Orefici, donna veramente cattolica e santa. E posso con verità dire
che mai ella parlò della Beata Imelda senza abbondanza di lacrime.

Mi diceva che la Beata era bambina come me, ma più devota e più innamorata
del suo Sposo e che andava abbietta, posata, e umile quanto dir si possa, ancorchè
il padre suo fosse Cavaliere e Speron d’oro.

Questa Madre è morta al mondo e vive in Dio nell’anno 1542 il 16 Novembre
” (10).

Le informatrici di Suor Dorotea Fantuzzi, monacatasi anch’essa giovanissima (11),
appartengono al secolo anteriore a quello in cui ella scriveva questa preziosa testimonianza;
e non vi è dubbio che le medesime, a loro volta, hanno sentito parlar della
Beata da altre suore anziane al tempo in cui entrarono in monastero.

Così, per merito di questa pia scrittrice, di cui per singolare grazia della
Beata potemmo ritrovare l’autografo nell’Archivio Arcivescovile di Bologna (12),
è giunta fino a noi l’eco fedele di quella santità nascosta che aveva
imbalsamato il monastero di Valdipietra. Una santità sicura che ha per base
l’umiltà, il basso sentire di sè, unita a quella gravità esteriore
che ne costituisce lo sbocco naturale: abbietta, posata, umile. Tre magnifiche pennellate
che ci dipingono al vivo la nostra piccola novizia, mentre vediamo sullo sfondo agitarsi
il fasto e le pompe del secolo da lei disprezzato: “ancorchè il padre
suo fosse Cavaliere e Speron d’oro”.

NOTE

(1) «Tucta larga,
tucta gioconda, tucta odorifera, uno giardino dilettosissimo in sè»
S. CATERINA DA SIENA, Libro della Divina Dottrina (ed. Fiorilli) Bari 1912, cap.
158, pag. 376.

(2) «Item confessiones novitiarum ante professionem recipiantur et diligenter
de modo confessionis et in aliis instruantur» Constitutiones Sororum cap. XV,
in ANALECTA S. O. P., III (1897-98), 338 ss.

(3) « Item, quando novitius primo debet communicare, magister novitius debet
cum instruere diligenter; et dicat ei quod respiciat quomodo alii praecedentes faciunt,
et ipse se eodem modo habeat». «Item quando datur Corpus Christi novitio,
advertat quod mappulam bene ponet sub mento suo, propter periculum». Seguono
altre utilissime norme sulla Confessione che precede la S. Comunione. Vedi Tractatus
de Instructione Novitiorum
in Appendice al B. UMBERTO DE ROMANIS, De Vita
Regulari
II, 541.

(4) Nello stesso Trattato al cap. I (De modo recipiendi eos ad Ordinem), si legge:
«Tunc magister novitiorum accipiat puerum et ducat eum ad praelatum et exuat
eum vestibus saccularibus etc…» Ed. cit. pag. 527.

(5) Una piccola trattazione storica sull’età di ammissione alla prima Comunione
si ha nel celebre Decereto Quam Singulari di S. Pio X: « Atque ita, pro variis
locorum usibus homimunque opinionibus, ad primam Eucharistiae receptionem hinc decem
annorum aetas vel duodecim, hinc quattuordecim vel maior etiam est constituta, prohibitis
interim ab Eucharistiae Communione pueris vel adolescentibus praescripta aetate minoribus».

(6) Constitutiones Sororum, ed. cit. 346.

(7) Constitutiones S. Ordinis Praedic. Romae 1932, 229, n. 623.

(8) Ecco una vecchia definizione monastica del novizio: «Animal risibile, fundens
oleum, frangens vitrum, omnia deglutiens». Celebre l’allegria dei novizi domenicani
dei primi secoli. Vedi Il Libro d’Oro Domenicano, a cura di P. L. Taurisano,
Roma 1925, 240-41.

(9) Qui non est tentatus, quid scit? (Eccli, XXXIV, 9).

(10) Le tre Suore sono ricordate anche nel Libro delle Priore del Monastero di S.
M. Maddalena (Bologna, Bibl. Com. B/994), tra le diciassette vocali rimaste dopo
Suor Tommasa Brigoli, morta il 18 Gennaio 1481 a 112 anni, e presenti all’ingresso
della riformatrice Suor Agnesina Gambalunga il 10 Febbraio, dello stesso anno.

(11) Nel nuovo Libro delle Matricole si legge: «Del 1518 24 Aprile,
vestì l’abito religioso Artemisia figlia di Gaspare Fantucci, prese nome Suor
Dorotea, professò l’anno seguente; e morì li 5 Decembre 1589 dopo essere
stata priora tre volte». Bologna, Bibl. Com.le, B/3283, f. 2v. in fine.

(12) Vedi Appendice II, 3.








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