Terza specie di unioni non buone

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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TRATTATO IV. DELL'UNIONE E CARITÀ FRATERNA

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CAPO XX. Terza specie di unioni non buone: per alterare l'Istituto.

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1. Gran male del collegarsi per alterare l'Istituto.
2. Costoro devono essere cacciati dalla religione.
3. Dio ispira i fondatori delle religioni.
4. Esempio di S. Francesco d'Assisi.
5. Eresiarchi e innovatori.
6. La Compagnia di Gesù confermata dal Concilio di Trento.
7. Stima in che l'ebbe Cardo Cervino.
8. Bolle dei Papi Gregorio XIII e XIV.

 

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1. La terza specie di adunanze e di amicizie particolari è peggiore e più contraria all'unione è carità fraterna che le precedenti; ed è quando alcuni particolari s'uniscono e s'adunano fra di loro per alterare l'Istituto della religione e le cose statuite in essa santamente. S. Bernardo dichiara molto bene a questo proposito quel passo dei Cantici: «I figli della madre mia hanno preso a combattere contro di me» (Cant.1, 5); nel quale la Sposa si lamenta, in nome della Chiesa, di quel che ha patito dai suoi figliuoli. Non è, dice il Santo (S. BERN. Serm. 29, n. 2), perché non si ricordi quanto ha patito dai Gentili, dai Giudei e dai tiranni; ma piange più particolarmente quel che le penetra più dentro all'anima, che è la guerra che le fanno i nemici domestici e intrinseci, la quale è molto peggiore e più pregiudiziale di quelle che le possono fare quanti nemici sono di fuori.

Questo medesimo possiamo applicare alla religione, la quale è un membro principale della Chiesa e cammina coi passi medesimi coi quali ella ha camminato. I miei propri figliuoli, essa dice, hanno prese le armi contro di me. Io li ho allevati, li ho fatti ammaestrare negli studi e li ho addottrinati con tanta mia spesa, travaglio e fatica; e queste armi, che ho date loro acciocché combattessero con esse contro il mondo e convertissero anime a Dio, le hanno rivoltate contro di me, e con esse fanno guerra alla loro stessa madre. Considerate se questo è dolore da sentirsi!

Ma sebbene è cosa da sentirsi grandemente, non abbiamo da meravigliarci di simile persecuzione; poiché lo stesso S. Francesco in vita sua l'ebbe nella sua religione. E la Chiesa cattolica, anche mentre vivevano i Santi Apostoli, patì questa persecuzione dai suoi propri figliuoli, i quali se le ribellavano con errori ed eresie che inventavano. Vanno i membri seguendo il loro capo, che è Cristo, il quale camminò per questa strada dei travagli e delle persecuzioni; perché con esse si purificano meglio gli eletti, come l'oro nel crogiuolo. E così l'Apostolo S. Paolo disse: «Fa di mestieri che vi siano anche delle eresie, affinché si palesino quelli che fra voi sono di buona lega» (I Cor 11, 19). E Cristo nostro Redentore, come si legge in S. Matteo, dice: «Necessaria cosa è che vi siano degli scandali, ma guai all'uomo per colpa del quale viene lo scandalo» (Matth 18, 7), Vi hanno da essere scandali nella Chiesa, scandali vi hanno da essere nella religione: questo non si può evitare, perché siamo uomini; ma guai a colui che sarà cagione di tali scandali: sarebbe meglio per lui ch'egli non fosse nato.

2. S. Basilio parla molto gravemente e severamente contro queste conventicole. Il ritirarsi e separarsi alcuni dalla comunità, dice egli (S. BASIL. Const. monast. c. 29) e il voler fare congregazione nella congregazione, è una molto mala congregazione: cattive adunanze sono queste e indizio di malvagità di quelli che così tra loro si collegano (ID. loc. cit. col. 1418). Questa è sedizione e divisione.

Gran male vanno macchinando nella religione quelli che trattano d'alterare e adulterare gli stabilimenti di essa e il suo primo Istituto, dipingano pur la cosa con quanti colori di bene e di riforma la sanno dipingere. E così lo stesso S. Basilio dice che questi tali siano avvertiti e corretti, prima in particolare e in segreto, e dipoi alla presenza d'altri, secondo l'ordine del Vangelo: e se né anche questo giova, «abbilo come per gentile e per pubblicano» (Matth 18, 17), tienilo come per scomunicato e separato dagli altri, come infermo d'infermità contagiosa e appestato, acciocché non attacchi il male ad altri. E così comanda anche il nostro S. Padre nelle Costituzioni (Const. p. 2, c. 2, D. et p. 8, c. 1, § 5; Epit. 76, n. 4) che si faccia con persone di simile fatta: che è conforme a quello che di costoro dice l'Apostolo S. Paolo: «Dio voglia che siano anche recisi quelli che vi conturbano» (Epist. ad Galatas, 5, 12). Bisogna tagliar il membro putrido, acciocché non infetti gli altri.

3. Ben si vede quanto gran male sia questo e quanto pregiudiziale alla religione; poiché con soltanto metterlo sotto degli occhi dà a scorgere il suo veleno: e così non sarebbe necessario stancarsi per far meglio conoscere la sua bruttezza e deformità. Ma per esser una cosa di sua natura tanto grave, faremo intorno a ciò un discorso, e diremo una ragione che pare sarà bastante per concepire non solamente odio, ma orrore di così gran male, e per restar più confermati nel nostro Istituto. La religione non è invenzione d'uomini, ma di Dio: e così le cose istituite per conservazione ed aumento della religione non si hanno da pigliare come invenzioni umane, né come se fossero disegni o delineamenti di qualche persona particolare; ma come disegni e invenzioni di Dio; il quale, come prese ed elesse S. Francesco d'Assisi per fondatore del suo Ordine, e S. Domenico per fondatore del suo, e il nostro S. P. Ignazio per fondatore della nostra Compagnia, ed altri per fondatori di altre religioni; così diede e manifestò a ciascuno di loro i mezzi e il particolar modo di vivere che più convenivano pel benessere e buon progresso delle loro religioni, e che essi non potevano da se medesimi arrivare a conoscere. E ciò, «perché le opere di Dio sono perfette» (Deut. 32, 4): e in altra maniera sarebbe rimasta difettosa ed imperfetta un'opera singolare di Dio.

E così nella Vita del nostro S. Padre (RIBAD. 1. 5, c. 1), da una risposta ch'egli diede conforme ad un'altra del Padre Diego Lainez, si raccoglie benissimo che le cose più sostanziali, le quali sono come i fondamenti e i nervi del nostro Istituto, Dio Signor Nostro, come autore e fonte di questa religione, le rivelò e in special modo le ispirò al nostro S. P. Ignazio, che egli elesse per capo e per strumento principale della fondazione della Compagnia. E questo si può anche l'accorre dal modo che ivi si dice (ID. 1. 4, c. 2) che egli osservava nel fare e scrivere le Costituzioni, e quanta orazione e lagrime gli doveva costare ogni parola di quelle che ci lasciò scritte. Poiché leggiamo che per determinare, se conveniva, o no, che le chiese delle nostre Case professe avessero qualche entrata per la fabbrica di esse (che non è la cosa più sostanziale del nostro Istituto), disse Messa 40 giorni continui e si diede all'orazione con maggior fervore del solito. Dal che si vede quanto da lui venissero comunicate e consultate con Dio le Costituzioni, e quanto lume doveva concedergli il Signore per eleggere e determinare quel che alla Divina Maestà Sua aveva da essere più grato. E acciocché non paia che parliamo a capriccio e che siamo noi altri quelli che lodiamo le cose nostre, sebbene la ragione già detta sarebbe di ciò bastante prova; nondimeno abbiamo un'altra testimonianza maggiore di questa, ed è bene che la diciamo; perché importa grandemente che camminiamo con buon fondamento su questo principio.

4. Nelle cronache dell'Ordine di S. Francesco (Cronache ecc. p. l, 1. l, c. 7. Venezia 1582, v. l, p. 208) si narra che si ritirò il Santo con due compagni al convento di Fonte Colombo, vicino a Rieti, per comporre e scrivere la sua regola, e poi presentarla al Sommo Pontefice ed impetrarne bolla apostolica per la confermazione di essa: perché allora non era ancora confermata con bolla, ma solamente a voce, vivae vocis oraculo, da Innocenzo III. In quel convento pertanto (che si trova su dI un monte elevato), digiunando 40 giorni a pane ed acqua e perseverando giorno e notte in continua orazione, il Santo compose la regola nella maniera che il Signore gl'inspirò e rivelò. Così si dice ivi, e così fu, come or ora si vedrà. Portando egli dunque dal monte la regola scritta, la diede a conservarsi a frate Elia, che era suo Vicario generale, uomo prudente secondo il mondo e dotto, il quale vedendola fondata in maggior disprezzo, umiltà e povertà di quello, che a lui pareva che convenisse, la lasciò perdere, acciocché non si confermasse quella, ma sì un'altra più a suo gusto.

S. Francesco intanto, il quale voleva seguire più la volontà divina che l'umana, non facendo conto dei pareri degli uomini prudenti del mondo, se ne ritornò al monte a far un'altra quarantena, per arrivare con digiuni e orazioni a conoscere la volontà di Dio e fare un'altra regola. Frate Elia saputa questa cosa procurò d'impedirla, e radunati alcuni dei Superiori e degli uomini più dotti dei suoi frati, disse loro come il P. S. Francesco voleva fare una regola tanto stretta, che non era possibile osservarla. Ed essi gli chiesero ch'egli medesimo, come Vicario generale, andasse a trovar Fra Francesco, e gli dicesse a nome di tutti che non si volèvano obbligar a quella regola. Non die' l'animo a frate Elia d'andare egli solo con quell'ambasciata; ma disse che sarebbe andato con essi. Vanno tutti di compagnia al monte, ove il S. Padre stava orando dentro una cella solitaria; ed arrivati vicino, ad essa, frate Elia chiamò S. Francesco. Il Santo, conoscendolo alla voce, uscì dalla cella, e vedendo con esso tanti frati, gli dimandò che cosa volessero quei frati. E frate Elia rispose: Sono alcuni Superiori e uomini più qualificati dell'Ordine, i quali, intendendo che fai nuova regola, e temendo che tu la faccia troppo aspra, si protestano che non si vogliono obbligare ad essa; che però la faccia per te, e non per essi. Sentendo il Santo queste parole, pose le ginocchia in terra e gli occhi in cielo, dicendo: Signore, non ti dissi io che costoro non m'avrebbero creduto? E venne subito una voce dal cielo che disse: Francesco, nella regola non vi è cosa alcuna tua; ciò che è in essa è tutto mio, e voglio che la regola si osservi così, «alla lettera, alla lettera, alla lettera: senza commento, senza commento, senza commento» (Loc. cit. p. 269). Io so quanto può portare la debolezza umana, e so quanto aiuto io le voglio porgere: quelli che non la vorranno osservare, se n'escano dall'Ordine e la lascino osservare agli altri. Ritornò San Francesco a quei Padri e disse loro: Avete udito? Avete udito? Avete udito? Volete ch'io ve lo faccia dire un'altra volta? E frate Elia e tutti quegli altri religiosi, fuori di se, tremanti e confusi, conoscendo la colpa loro, se ne tornarono via col capo chino senza dir più parola.

Il Santo Padre tornò a comporre la regola simile affatto a quella che il Signore gli aveva rivelata la prima volta; e dopo averla composta la portò a Roma al Sommo Pontefice, che era Onorio III. E leggendo il Papa la regola, e discorrendo intorno all'asprezza di essa e intorno alla sua povertà, e parendogli molto stretta e difficile ad osservarsi, S. Francesco gli rispose: Io, Padre Santo, non ho posto in questa regola pur una parola secondo il parer mio, né regolata dal mio giudizio; ma Gesù Cristo Signor Nostro l'ha compilata e composta; il qual solo sa molto bene tutto quello che è necessario e utile per la salute delle anime, pel buono stato dei frati e per la conservazione di questa sua religione; e a cui tutte le cose che debbono avvenire nella Chiesa e in questa religione sono manifeste e presenti; e perciò io non debbo né posso mutarci cosa alcuna. Allora il Papa, mosso da divina ispirazione, concesse la bolla della confermazione apostolica della regola, ad perpetuam rei memoriam.

In questo modo suole Dio inspirare e dar la regola ed Istituto ai fondatori delle religioni; e in questa maniera l'inspirò è la diede al nostro S. P. Ignazio. Di che abbiamo un'altra storia anche più autentica che la passata perché abbiamo bolle Apostoliche segnate e suggellate le quali lo dicono. Gregorio XIII, nella sua Bolla, o Costituzione, che comincia Ascendente Domino; e in un'altra che concesse prima, la quale comincia Quanto fructuosius, avendo prima riferite le cose del nostro Istituto, e specialmente quelle che pare che patissero alcune difficoltà e nelle quali era stato informato che alcuni della Compagnia e fuori di essa ne le andavano movendo, dichiara e dice espressamente queste parole formali: «Lo stesso Ignazio per divina ispirazione dispose e ordinò in questo modo i membri, l'ordine e i gradi di questo corpo della Compagnia» (S. GREG. XIII in Bulla Ascendente Domino, sub die 24 Maii, a. 1584). Si può dire più chiaramente?

5. Ora, supposto questo, veniamo al punto e facciamo i conti con quelli che volessero far adunanze particolari per alterar l'Istituto della religione e le cose stabilite dal fondatore di essa. Non vi pare che sia gran superbia lo stimar uno tanto se stesso e il suo giudizio e parere, che ardisca dire: Non è buona questa strada che il S. P. Ignazio lasciò nelle Costituzioni: meglio sarà che camminiamo per la strada che pare a me? Che maggior pazzia e sproposito?

Si vedrà quanto sia grande al riscontro di un altro simile, perché l'uno coll'altro si dichiara bene. Uno dei maggiori mali e peccati che sia nella Chiesa di Dio è l'eresia. Non sto ora a disputare, se vi può essere altro peccato maggiore; perché è cosa chiara che, l'odio formale di Dio sarebbe maggior peccato; ma questi peccati comunemente non si commettono nel mondo fra gli uomini; questa è cosa che propria è dei dannati nell'inferno. Dico dunque che tra i peccati che comunemente sogliono essere fra gli uomini, l'eresia, colla quale uno si separa dalla Chiesa, si dice che è il maggiore. E con ragione, perché, oltre che distrugge tutto il fondamento della cristiana religione, che è la fede, ed oltre altre ragioni che vi sono; non vi pare che sia una grandissima ed estrema superbia il fidarsi uno tanto di se stesso e il fondarsi tanto nel suo proprio giudizio, che venga a credere e a tener per più vero quello che pare e piace a lui, che quello che la Chiesa cattolica romana ha determinato che si creda? Più che quello che è stato approvato in tanti Concili, nei quali si è adunato il fiore di quanto ha avuto di buono il mondo così in dottrina come in santità? E più di quel che è stato confermato col sangue di tante migliaia di martiri, che per tal verità sono morti; e con innumerabili miracoli, che per confermazione di essa si sono fatti? E dopo tutto questo, che venga taluno a dire: Or io credo più tosto quello che mi sono sognato questa notte, o quel che mi dice un Martin Lutero, quell'apostata e disonesto, che tutti sanno? Qual superbia e pazzia maggiore? qual maggior cecità e sproposito si può trovare? Ora in questa maniera procedono e questo fanno nel modo loro quelli di cui andiamo parlando, che antepongono il giudizio e parer loro a quello di colui, che Dio Signor Nostro elesse per capo e fondatore della religione; e giudicano che sia strada migliore quella che essi si sono sognata e inventata, più tosto che quella che Dio inspirò e rivelò a colui, che egli stesso volle pigliare per strumento principale della fondazione della Compagnia. Questa è una superbia e presunzione da Lucifero.

E come? Aveva dunque Dio da tener celata al nostro S. P. Ignazio, eletto da lui per capo e fondatore, la strada buona e conveniente al benessere della sua religione, e palesarla a voi altri? Non è bastante questo a farvi conoscere che questa è una illusione ed un inganno del demonio, il quale vuol pigliarvi per mezzo e strumento da far guerra alla Compagnia, che egli odia tanto; e da turbar la pace e unione della religione, come prese per mezzo quell'eresiarca per turbar la pace della Chiesa? – Oh io non pretendo altro che la riforma della religione! – V'ingannate: il demonio v'acceca con questo falso e mendace titolo, come padre di bugie che egli è; ché questo non è voler riformare la Compagnia, ma volerla distruggere e annichilare. E notisi questo, che non è esagerazione, ma verità sincera e molto chiara. Perché riformar una religione è, quando la religione è scaduta e rilassata dal suo primo istituto, procurar che ritorni ai suoi primi principi e che si osservi la regola e gli ordini che lasciò il primo fondatore di essa. E questa è cosa buona e santa, e l'hanno fatta molte religioni con desiderio di conservarsi nel loro primo istituto e regola. Ma il mutar l'istituto e la prima strada che ci lasciò il nostro primo fondatore, ispirato da Dio, e il voler introdurre un'altra strada differente da quella, non è riformar la religione, ma un volerla distruggere e annichilare, e far un'altra religione differente, secondo il vostro disegno, a vostro modo e a gusto vostro, come voleva fare frate Elia nella religione di S. Francesco: e così questo non è spirito di Dio, ma del demonio.

6. Trattandosi nel sacro Concilio di Trento di riformare le religioni, e facendosi a quest'effetto alcuni decreti santissimi, il nostro Padre Generale Diego Lainez fece una proposta a quei Padri di questo tenore: Padri santissimi, questi decreti di riforma non pare che si stendano al1a nostra Compagnia di Gesù, perché ella è adesso religione nuova, distinta dalle altre religioni; e come tale ha il suo modo di vivere distinto e approvato dalla Sede Apostolica; e per bontà del Signore non abbiamo. declinato dal nostro primo istituto e regola: onde se questi decreti s'intendessero di essa, non sarebbe riformarla, ma distruggerla. Parve buona la ragione al sacro Concilio, e rispose, come l'abbiamo nella sessione vigesima quinta: «Non è intenzione nostra proibire né innovar cosa alcuna nella religione della Compagnia di Gesù; sicché non possa ella procedere e continuare a servir Dio e la sua Chiesa conforme al suo Istituto approvato dalla Sede Apostolica» (Conc. Trid. Sess. 25, decrer. de ref. reg. c. 16); e così non vogliamo che questi decreti di riforma s'intendano fatti per essa. Il sacro Concilio di Trento non vuole né gli basta l'animo di mutar l'istituto e il modo di procedere che il Signore diede alla Compagnia per mezzo del nostro S. P. Ignazio, approvato dalla Sede Apostolica; anzi l'approva e conferma; e voi avete ardire di volerlo alterare e mutare, per non so che rispetti e ragioni umane che vi vanno per la fantasia?

7. Altra stima, altro rispetto e riverenza portava al nostro istituto e al fondatore di esso quel gran Cardinale, di cui si racconta nella Vita del nostro S. Padre una cosa che fa molto al nostro proposito. Si narra ivi che il Cardinale di Santa Croce, Marcello Cervino, che dipoi fu Papa Marcello II, poco prima che fosse esaltato al sommo Pontificato, ebbe una gran disputa col Padre dottore Olave, insigne teologo della Compagnia, sopra quella Costituzione che abbiamo, che nessuno di essa possa accettar dignità alcuna fuori della Compagnia, se non è costretto ad accettarla per ubbidienza di chi glielo possa comandare sotto pena di peccato; e che lo stesso Padre Generale non glielo possa comandare, se non è per ordine e comandamento del Sommo Pontefice: e di questo fanno voto particolare tutti i professi. Diceva il Cardinale, che la Compagnia avrebbe fatto maggior servizio alla Chiesa di Dio col provvederla di buoni vescovi, con darle buoni predicatori e confessori; e che sarebbe stato tanto maggiore il frutto, quanto può far più bene un buon vescovo che un semplice religioso. E adduceva a questo proposito molte ragioni, alle quali il Padre Olave andava rispondendo, e ingegnavasi di persuadergli che il maggior servizio che la Compagnia poteva fare alla santa Chiesa era conservarsi nella sua purità ed umiltà, per servirla in essa più a lungo tempo e con maggior sicurezza. Ma restando finalmente il Cardinale fermo nella sua opinione, perché gli parevano migliori le sue ragioni, il dottore Olave gli disse: Se non bastano ragioni per convincere Vostra Signoria illustrissima e per farle mutar parere, a noi basta l'autorità del nostro P. Ignazio, il quale sente la cosa in questo modo, per credere che questo sia il meglio. Allora disse il Cardinale: Adesso m'arrendo, e dico che avete ragione; perché, sebbene mi pare che la ragione sia dalla parte mia, nondimeno pesa più in questo particolare l'autorità del P. Ignazio che tutte le ragioni del mondo. E questo dice la ragione stessa; perché avendolo Dio Signor Nostro eletto per piantare nella sua Chiesa una religione come la vostra, e per stenderla per tutto il mondo con tanto frutto delle anime, e per governarla e reggerla con tanto spirito e prudenza, quanto vediamo che ha fatto e che fa; è anche da credere, e pare che non possa essere altrimenti, che lo stesso Dio gli abbia rivelato e manifestato il modo nel quale vuole che questa religione lo serva e si conservi per l'avvenire.

Ora quanto più ragionevole cosa sarà, che noi altri, che siamo religiosi e abbiamo da esser figliuoli di ubbidienza, sottomettiamo e anneghiamo il nostro giudizio al solo vedere che una cosa è regola e costituzione della Compagnia, e ordinata da quegli che Dio Signor nostro ci volle dare capo e fondatore? Specialmente vedendo di poi ogni cosa tanto approvata e confermata da tutti i Sommi Pontefici che d'allora in qua sono stati, e dal sacro Concilio di Trento; e che per questa via il Signore ci ha fatto grazia di servirsi tanto della Compagnia, facendo tanto frutto per mezzo di essa. Con questo chi avrà ardire, o a chi passerà per capo di voler alterare i suoi statuti e il modo suo di procedere? «Non trapassare i termini antichi che posero i tuoi Padri», dice il Savio (Liber Proverbiorum, 22, 28).

8. E così, per raffrenare simile presunzione ed audacia, la Santità di Gregorio XIII, nella Bolla, o Costituzione che comincia Ascendente Domino (GREG. XIII, loc. cit.), dopo aver approvato e confermato di nuovo l'istituto e il modo di procedere della Compagnia, e in particolare quelle cose nelle quali alcuni potevano fare difficoltà, comanda in virtù di santa ubbidienza e sotto pena di scomunica, latae sententiae, e d'inabilità e incapacità per qualsivoglia ufficio o beneficio, ipso facto, senza alcun'altra dichiarazione, che nessuno in qualsiasi stato, grado e preminenza, in nessuna maniera che sia, ardisca d'impugnare né disapprovare cosa alcuna dell'istituto o costituzioni della Compagnia, direttamente, o indirettamente, né sotto colore di disputare, o di voler sapere la verità: o se occorrerà qualche dubbio sopra di queste cose, dice che la volontà sua è, che si consulti circa di esso la Sede Apostolica, o il Preposito Generale della Compagnia, o le persone alle quali egli lo commetterà; e che nessun altro vi si possa intromettere. Il medesimo fa, e più pienamente, Gregorio XIV, suo successore, in un'altra Costituzione che con gravissime parole e molto autoritative fece sopra di questo, la quale comincia Ecclesiae Catholicae (GREG. XIV in Bulla Ecclesiae, a. 1591). Considerando, dice, che sarebbe di non poco detrimento alla disciplina religiosa e alla perfezione spirituale; e di gran perturbazione e detrimento a tutta la religione, se quel che si trova santamente statuito dai formatori, e ricevuto e approvato molte volte dalla stessa religione nelle sue congregazioni generali, e quel che è più, stabilito e confermato da questa santa Sede Apostolica, non solo si mutasse, ma anche solamente si alterasse, o impugnasse sotto qualsisia pretesto; comandiamo in virtù di santa ubbidienza a tutte le persone, di qualsivoglia grado o condizione si siano, ecclesiastici, o secolari, o religiosi, ancorché siano della stessa Compagnia, sotto pena di scomunica latae sententiae, d'esser tenuti per inabili ed incapaci di qualsivoglia ufficio e dignità, e di privazione di voce attiva e passiva. Le quali pene s'intendono incorse ipso facto, senz'altra dichiarazione, e l'assoluzione da esse sia riservata alla Sede Apostolica; in ciò rinnovando la Costituzione di Gregorio XIII, suo predecessore, e tutte le pene in quella contenute. Che nessuno ardisca contraddire né impugnar cosa alcuna dell'istituto, o costituzioni, o decreti della Compagnia, direttamente, o indirettamente, né sotto colore di maggior bene, o zelo, o altro qualsivoglia pretesto. E vi aggiunge un'altra cosa molto particolare e sostanziale, cioè né di proporre né di dar memoriali di sorta alcuna circa quel che si è detto, affinché si aggiunga, si levi o muti, a verun'altra persona, fuorché al Sommo Pontefice immediatamente, o per mezzo del suo Nunzio, o Legato Apostolico; ovvero al Preposito Generale della Compagnia, o alla Congregazione generale. E Paolo V, nella bolla Quantum, data il 4 settembre 1606, confermando l'istituto e i privilegi della Compagnia, fa particolar menzione di queste due Costituzioni di Gregorio XIII e di Gregorio XIV, e le approva e conferma di nuovo. E da ciò si vede quanto ben fondato stia questo negozio; poiché nessuno ne può deviare senza gravissime pene e senza incorrere in scomunica maggiore, ipso facto, sia egli della Compagnia, o sia di fuori, religioso, prete o laico.

Concludiamo dunque con quel che conclude l'Apostolo S. Paolo scrivendo a quei di Corinto: «Del rimanente, o fratelli, siate allegri, siate perfetti, consolatevi, siate concordi, state in pace, e il Dio della pace sarà con voi» (II Cor, 13, 11). Rallegriamoci, Padri e fratelli miei, e facciamo festa di averci il Signore condotti ad una religione tanto santa e che professa tanta perfezione, e attendiamo sempre a questa perfezione, e a conservarci in gran pace ed unione, esortandoci e animandoci l'un l'altro ad essa. E in questa, maniera il Signore, che è autore e fonte di pace ed amore, sarà sempre con noi.