Le regole del cattolicismo schietto (reg. 14-18)

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regole del cattolicismo schietto
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Commento alle
Regole per sentire nella Chiesa

degli Esercizi Spirituali di S. Ignazio di Loyola

di P. Maurizio Meschler
S.I.






elmo



PARTE
PRIMA

Principii
fondamentali riguardanti la fede –
II



2. Hanno relazione con la fede eziandio quelle regole, nelle quali S. Ignazio
raccomanda in via ordinaria di non parlare senza riflessione e prudenza della predestinazione
alla vita eterna e della potenza della fede e della grazia in modo da indurre questo
pericolo, che cioè ne soffra la persuasione della realtà e necessità
del libero arbitrio e della cooperazione alla grazia e s’indebolisca lo zelo per
le opere buone, a Dio gradite (Reg. 14-18). Si tratta evidentemente di avvisi,
assai opportuni nei tempi andati contro le dottrine di Lutero, di Calvino e poi di
Giansenio. Certo è che la determinazione e la preparazione della volontà
alla grazia non sono argomenti da trattarsi innanzi ad ogni sorta di uditori, a cagione
del pericolo di dar negli equivoci e di recar danno allo spirito.

Del resto tali questioni hanno oggi perduto in parte la loro viva attualità.
I tempi nostri, troppo leggeri di solito, non si rompono il capo per le cose eterne
e per la predeterminazione alla salute. Per quel che riguarda l’esagerazione intempestiva
in cose di fede, quasi la fede bastasse da sola alla salute, che, com’è noto
era uno dei principii fondamentali del vecchio luteranesimo, i protestanti hanno
del tutto cambiato posizione. Oggi essi affermano: Poco importa la fede, purché
si conduca vita onesta; su per giù quello stesso che in altri tempi si gittava
da loro in faccia ai cattolici. Essi non vogliono più professioni di fede:
e se oramai è caduta la stupida dottrina che la sola fede basta per la salute,
senza le opere, chi la metterà di nuovo in onore?

Ed il medesimo
si dica delle dottrine esagerate intorno la grazia stessa. Come la fede non può
stare senza le opere, così la grazia non esclude punto la libera cooperazione
della volontà umana. La grazia ci è necessaria ad ogni opera buona,
appunto perché siam noi messi in grado di determinarvici. Un istrumento cieco
e privo di volontà non ha davvero bisogno di grazia alcuna.

Certo è
per ultimo che nessuno si salva, se non è predestinato da Dio; ma non è
meno certo, che nessuno è predestinato da Dio, senza la sua cooperazione alla
salute, in quella misura che gli è possibile.


Con tutto questo
S. Ignazio ci vuol mettere innanzi una massima fondamentale per la vita pratica
cattolica: ed è che in tutte le circostanze nostre, siano personali o private
o pubbliche, non ci restringiamo a gemere, a lamentarci, a fantasticare, aspettando
miracoli dal cielo e rimanendoci in tanto con le mani in mano. L’uomo ha attività
sua propria. È da confidare in Dio, come se tutto dipendesse da lui; ma insieme
è da lavorare così, come se tutto dipendesse da noi soli;. Confidenza
in Dio, alacrità, energia e costanza -ecco l’uomo cattolico!


3. S. Ignazio conchiude le sue regole intorno la fede con una osservazione sul
modo onde suole la Chiesa insegnare e difendere la fede cattolica (Reg. 11).
Due sono i metodi del suo insegnamento: il cosiddetto positivo e lo scolastico.
Il primo, il positivo è usato particolarmente dai Padri e dottori ecclesiastici
dei primi secoli. Esso non tanto si occupa sistematicamente nel consolidare e difendere
la fede, sì piuttosto nell’applicarla alla vita pratica del cristiano, a lode
ed onore di Dio e ad edificazione dei fedeli, studiandosi di mettere in rilievo la
praticità, la bellezza, l’elevatezza e la consolazione della nostra religione.

Il secondo metodo,
lo scolastico, usato più tardi dai dottori e scrittori ecclesiastici, consiste
nel precisare e definire il concetto ed il senso dei dogmi, nel dichiararli e nell’accostarli
il meglio che torni possibile all’intelligenza umana per mezzo di una illustrazione
razionale; come pure nel ridurre i risultati ottenuti ad un sistema logico insieme
e compatto. Il nobile fine della scolastica è di accostare insieme i due ordini
della natura e della grazia, della fede e della scienza, e di dimostrare come non
solo non si contraddicono mai l’un l’altro, ma per contrario si illustrano e si compiono
a vicenda, innalzando la dottrina cattolica ad un grandioso, solenne e sistematico
concetto della dottrina rivelata. In altri termini, la scolastica vuol far cristiano
l’uomo fin dal suo primo fondamento che è la natura. Se vogliamo pensare e
giudicare cattolicamente, dobbiamo con la Chiesa approvare ambedue questi metodi
e ritenerli per buoni ed acconci al loro intento. Il metodo positivo non incontra
così grandi difficoltà, come lo scolastico. Or riguardo a questo secondo
metodo dice S. Ignazio, che non si può ammettere, che lo Spirito Santo,
il quale sempre assiste alla Chiesa e la regge, le venga mai meno; ma anzi è
da tener per fermo che la guidi col suo lume e la provveda di sempre nuovi mezzi
a seconda dei bisogni dei tempi ed in aiuto di quel progresso, che le ha promesso
 (
1) . Ed in vero la Chiesa
deve in particolare ai dottori scolastici quel grandioso edificio delle verità,
che ora ci sta innanzi. Essi hanno a loro disposizione, non solo la S. Scrittura
e le opere dei SS. Padri, ma anche le decisioni dei Concilii e del diritto canonico
e la ricca esperienza, che la Chiesa andò facendo nel corso dei secoli, particolarmente
nella lotta contro le eresie, a fine di definire con sempre maggiore chiarezza e
precisione le verità della fede, mostrarne maggiormente la convenienza con
la ragione e difenderle con forza maggiore contro gli assalti. E questa è
pure la ragione, per la quale specialmente gli eretici ed i nemici della Chiesa hanno
sempre manifestato un odio istintivo contro questo metodo d’insegnamento. Innanzi
la scolastica non reggono ne le incertezze, ne le esagerazioni, ne i sistemi personali;
ne lo sragionare senza costrutto e senza logica; neppure vi regge la sola erudizione.
Tutti gli eretici si studiarono di provare le loro opinioni coi soli testi dei Padri
e della S. Scrittura, perché così più facilmente stimavano
di potersi trarre d’impaccio.

Per tale motivo Leone XIII dichiarò S. Tommaso patrono della filosofia
ecclesiastica e della teologia, sanzionando con questo il metodo scolastico. E già
prima di Leone, era stata condannata la sentenza, che il metodo ed i principii degli
scolastici non fossero più appropriati ai bisogni dei tempi ed al progresso
della scienza  (
2) . Eppure nessun altro
metodo quanto lo scolastico risponde ai bisogni dell’uomo, dimostrando la fede come
naturalmente possibile e conforme alla ragione ed alla scienza ed offrendo ad ognuno
il mezzo di formarsi col proprio ragionamento un tal concetto del mondo, che sia
fondato ad un tempo e sulla natura e sulla fede. Come il metodo scolastico risponda
allo spirito umano ed entri spontaneo nella sua natura, ne è prova che il
mondo vi ritorna sempre. Già due volte questo ritorno alla scolastica ha fatto
indietreggiare il mondo scientifico dai suoi errori, nel secolo XVI ed ai nostri
giorni. Non giova punto il gridare che la scolastica è un’eredità del
monachismo del medio evo. Anche essa non ha dubbio, come tutte le cose quaggiù,
ebbe i suoi giorni oscuri ed uscì fuori di strada. Ma questa è cosa
secondaria. Si tratta soltanto del sistema e del metodo. Un metodo che si fa innanzi
con principii solidi ed accertati, con disciplina di studio già da lungo provata,
col debito conto di ciò che è antico e tradizionale, che tutti i rami
della scienza mantiene subordinati fra loro e subordinati alla prima verità,
è da considerare come un beneficio speciale del cielo in un tempo, quando
sono in voga i metodi d’insegnamento più corruttori e si rigettano tutti i
principii direttivi fondamentali, quando si sta paghi della semplice affermazione
del fatto, senza vagliarlo e provarlo alla stregua della filosofia, quando senza
alcun principio direttivo e di proprio capriccio si determina in antecedenza la conclusione,
si proclama la libertà assoluta della coscienza, l’autonomia della ragione,
la piena libertà delle dottrine da insegnare e da imparare e si lascia aperto
il campo a tutti i seminatori del dubbio. Di fronte a questa triste condizione di
cose non vi ha altro di meglio, se non affidarsi all’antico e provato metodo d’insegnamento
ed adoperarsi in ogni miglior modo, perché esso sia conservato e rimesso in
onore.

Così, secondo S. Ignazio, deve pensare e giudicare il cattolico in cose
di fede. Come si vede, il Santo abbraccia la questione in modo fermo, profondo e
pratico. Egli considera il cristianesimo nella Chiesa cattolica e la Chiesa cattolica
nel Papa. Egli chiama la Chiesa col suo termine prediletto la Chiesa gerarchica,
cioè la Chiesa organata da Dio, che si svolge con potenza divina e che monta
su fino alla vetta sua propria. Questa vetta è il capo della Chiesa il Pontefice
romano. Dobbiamo a lui quella stessa prontezza ed alacrità di volere in cose
di fede, onde siamo obbligati verso la Chiesa. Con questo S. Ignazio condanna
tutto ciò che è setta ed ogni soggettivismo. La nostra condotta rispetto
alla fede è esattamente la condotta nostra rispetto al Papa. L’attaccamento
pieno ed intero al Papa in cose di fede è la pietra di paragone della sincerità
della nostra fede e del nostro sentire cristiano. I molti bei discorsi intorno al
cristianesimo e alla Chiesa, perfino le più splendide dissertazioni intorno
a Nostro Signore Gesù Cristo a nulla approdano. Tutto si riduce al Papa. Il
Papa è il governo visibile della Chiesa; il Papa è il Vicario di Cristo
qui sulla terra. Niuno in cose di fede ha contatto quaggiù immediato con Dio,
e noi intanto siamo credenti, cristiani e cattolici, in quanto in cose di fede pensiamo
e parliamo col Papa.

NOTE

1
Giov. XVI, 13.

2 Syllabus 13: «Methodus et principia, quibus antiqui
Doctores scholastici Theologiam excoluerunt, temporum nostrorum necessitatibus scientiarumque
progressui minime congruunt» («I metodi e i principi, con i quali gli
antichi dottori scolastici hanno coltivato lo studio della teologia, non sono per
nulla adatti alle necessità dei nostri tempi e al progresso delle scienze.»
Nostra traduzione)










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