In continua preghiera (parte 1ª, cap. 1°)


«COME
PREGARE SEMPRE»


di P. Rodolphe
Plus S.J.


























INDICE



INTRODUZIONE















I – I PRINCIPI

1. Pensare
sempre a Dio è impossibile


II
– LA PRATICA

1.
Fare bene la propria preghiera


2.
Pensare sempre a Dio non è necessario


2.
Trasformare tutto in preghiera


3.
Pensare spesso a Dio è utilissimo


3.
Seminare in tutto un po’ di preghiera



CONCLUSIONE






Introduzione



Dio vive in noi. Ogni anima
in grazia è portatrice dell’Altissimo, portatrice di presenza reale.


È un fatto. una
realtà, una certezza.


Di fronte a questo fatto,
o scoperto da poco oppure da tempo meditato, alcuni potrebbero essere tentati – e
lo sono certamente – di dire: «Poiché Dio si degna di abitare continuamente
in me, io non voglio avere che un desiderio: abitare continuamente con Lui nell’intimo
del mio cuore. Il mio ideale sarà, ormai, non smettere un solo istante di
pensare a Dio. Nostro Signore non ha forse detto che bisogna pregare sempre? Voglio
dunque trasformare la mia vita in una continua preghiera. Cominciando oggi stesso».


Che cosa vi sia di traducibile
in pratica o di chimerico in questo desiderio così formulato; come conciliare
le esigenze del «pregare sempre» con la necessità della nostra
vita psicologica e della nostra vita quotidiana; le esortazioni ben intese del mondo
invisibile che portiamo in noi, con le imperiose e legittime esigenze del mondo sensibile
che ci circonda; le attrattive di una vita che vorremmo il più possibile contemplativa,
con i doveri della vita attiva; in una parola: come comprendere il raccoglimento
in modo da conciliare nello stesso tempo la generosità e la saggezza,
ecco quanto vorremmo precisare


Tre sono i principi basilari:


1. un principio di psicologia:
non si può, salvo eccezioni, applicare costantemente il proprio pensiero
a Dio;


2. un principio di morale:
essere uniti a Dio con la volontà è più importante che essere
a Lui uniti con il ricordo;


3. un principio di ascetica:
il ricordo frequente di Dio aiuta molto l’unione intima della volontà
con Lui.


Oppure, più in breve
e senza pregiudicare le ulteriori necessarie spiegazioni:


– pensare sempre a
Dio è impossibile;


– pensare sempre a
Dio non è necessario;


– pensare spesso a
Dio è utilissimo.




Posti questi tre princìpi,
resta da indicare come la pratica di una vita di perfetto raccoglimento si riconduca
a queste tre regole:


fare bene la propria
preghiera
;


trasformare tutto
in preghiera
;


seminare in tutto
un po’ di preghiera.


















PARTE PRIMA – I PRINCIPI


1. Pensare sempre a Dio
è impossibile

2. Pensare sempre a Dio non è necessario
3. Pensare
spesso a Dio è utilissimo



 







Capitolo primo



Pensare
sempre a Dio è impossibile


Motivo di questa impossibilità


Si impone fino dall’inizio
una distinzione da cui scaturirà una grande luce: non bisogna confondere gli
atti di preghiera con lo stato di preghiera. Preciseremo più
avanti in che cosa consista lo stato di preghiera.


Quanto agli atti di preghiera,
nessuno si può confondere. Secondo che l’orazione sarà vocale o mentale,
i nostri atti di preghiera saranno parole recitate con le labbra oppure intime aspirazioni
– formulate o no – che partono dal cuore, oppure slanci o silenzi unitivi. In entrambi
i casi il nostro pensiero è occupato o cerca di occuparsi di Dio.


I nostri atti di preghiera
sono momenti di unione affettiva della nostra mente con Dio.


Questi momenti – ecco il
problema – possono essere così frequenti da costituire una trama pressoché
continua? O meglio. il mio pensiero può occuparsi incessantemente di Dio?
Posso pensare solo a Dio?


No; e vi è una duplice
impossibilità.


Anzitutto impossibilità
pratica. Il nostro dovere di stato ci impone un grande numero di atti diversi
dagli atti formali di preghiera: una lezione da preparare o da svolgere, un lavoro
di casa o un’opera di carità, una occupazione intellettuale assorbente. E
se a rigore è vero che, in mezzo alle occupazioni materiali, si può
pensare ad altro senza compromettere l’azione in corso, è pur vero che un’occupazione
anche solo esteriore, nella maggior parte dei casi e per la maggioranza delle persone,
assorbe tutta l’attività intellettuale.


Così esige la nostra
naturale debolezza. Più avanti tenteremo di dire come, con metodo e saggezza,
si possa prendere qualche misura; ma il fatto rimane. Immersi nel sensibile, con
l’invisibile abbiamo solo rapporti difficili e sempre frammentari. Composti, come
siamo, di anima e di corpo, non ci si può chiedere – e nessuno lo può
esigere – una vita da puro spirito.


A questa difficoltà
pratica si aggiunge una difficoltà di ordine psicologico.


Anche se le occupazioni
esteriori fossero ridotte al minimo, e se l’anima – come accade nelle vocazioni contemplative
– fruisse di una buona parte del suo tempo per dedicarsi all’orazione, anche allora
esercizi continui di preghiera sarebbero impossibili, pena il portare entro breve
lasso di tempo al male di capo e all’impotenza radicale.


Non siamo serafini. Anche
gli orari dei contemplativi sono interrotti da occupazioni diverse dalla contemplazione.
Nessuno può aggiungere continuamente a esercizi di preghiera altri atti di
preghiera.


È dunque, un’illusione
il non voler perdere in nessun momento il pensiero e il ricordo di Dio. La nostra
capacità mentale non è adatta a ciò.


Dio può indubbiamente
dare a un’anima speciali favori e concederle di vivere continuamente, o quasi continuamente,
con il ricordo o il senso della sua presenza.


Ma allora non ci troviamo
più di fronte a una presenza di


Dio, risultato normale
dei nostri sforzi. È Dio ad abbandonarsi al piacere di colmare la nostra imperfezione
circondando l’anima con una «cappa» di raccoglimento (
1)
più o meno impenetrabile ai rumori dell’esterno. Questo stato può andare
dal semplice «tocco mistico», temporaneo e spesso molto breve, all’unione
continua. In quest’ultimo caso la «cappa» è permanente; l’anima
non possiede la cara presenza a sprazzi, ma ne gioisce stabilmente. Questo può
provocare in essa, all’inizio, momenti di assorbimento che la rendono più
o meno inadatta a combinarsi con il suo ambiente ordinario: ciò che vede dentro
è profondamente diverso dalle scene di cartapesta in cui scorre il mondo che
la circonda !


All’ultimo stadio dell’unione
(
2) l’anima concilia benissimo la
sua vita nella regione del sensibile con la sua vita nell’invisibile, e anche nelle
occupazioni esteriori, vissute apparentemente come tutti, conserva nell’intimo il
perpetuo contatto con il divino Maestro. Essa è legata ed è libera;
ed è tanto più libera, quanto più è legata alla somma
libertà da cui dipende nel modo più assoluto.


I maestri spirituali sono
unanimi nel riconoscere che le anime favorite da quest’ultimo grado di unione con
Dio sono rare. L’accordo è meno grande sul numero delle anime d’orazione dotate
più o meno di periodi di raccoglimento «infuso». Tutti pensano
che in ogni caso questo raccoglimento «infuso» superi il semplice potere
umano, e che nessuno lo possa pretendere di diritto, neanche a prezzo
dei più grandi sforzi. Ma gli uni pensano che se un’anima, psicologicamente
capace e in condizioni che non la ostacoleranno in nulla, si dà alla vita
perfetta, si mortifica in tutto e prega, giungerà di fatto – benché
Dio non sia tenuto a concederglielo – al raccoglimento «infuso», almeno
allo stato incipiente. Dio, dicono, desidera tanto donarsi che dove trova un’anima
ben disposta e totalmente distaccata, le si comunicherà certamente. Certamente,
, rispondono gli altri; ma siamo certi proprio in questo modo?


Siamo indubbiamente creati
per la visione di Dio, ma al termine della nostra vita. Nel mondo della fede siamo
«viatori». Dire che ogni anima mortificata è chiamata a lasciare
questo mondo della fede per entrare già nel mondo del possesso diretto di
Dio, non significa fare di queste anime dei «semi – viatori»? Inoltre,
si obbietta ancora, non abbiamo forse esempi di persone assolutamente distaccate,
che hanno vissuto a lungo, in apparenza atte a tale dono e che tuttavia non hanno
mai avuto l’ombra di una grazia mistica?


Non è qui la sede
per prendere posizione in questa discussione.


In ogni caso, il raccoglimento
«infuso» – sia o non sia, di fatto, l’esito normale del raccoglimento
«acquisito» – è sempre per sé stesso, e di diritto, indipendente
dai nostri sforzi. Per questo non è possibile indicare una tecnica, e tanto
meno una tecnica infallibile per disporsi a esso.




Difficoltà
di pensare ininterrottamente a Dio, anche solo per un certo tempo


Non così per il
raccoglimento detto «acquisito». Questo dipende completamente da noi,
con la grazia di Dio, s’intende, ma una grazia che resta nel campo delle grazie ordinarie.


Tuttavia, è importante
precisare l’estensione e i limiti di questa azione dell’uomo sulla sua immaginazione,
sulla sua sensibilità, sul suo pensiero.


Sul suo pensiero l’uomo
ha un dominio diretto: possiamo pensare a ciò che vogliamo. Non è
lo stesso quanto all’immaginazione e alla sensibilità, sulle quali abbiamo
solamente un potere indiretto: immagini e reazioni sensibili si introducono
e operano in noi senza di noi, anzi, troppo spesso, contro di noi! Il nostro potere
consiste unicamente nel porci in condizioni di calma, nel renderci l’ambiente favorevole.
Non posso impedire a un’immagine di attraversarmi la mente, ma posso impedire a me
stesso di facilitare l’entrata a certe immagini. Nonostante tutto esse forse vi entreranno,
ma almeno non le avrò aiutate.


L’immaginazione e la sensibilità
sono le due pazze di casa; posso limitarne le scorrerie e circoscrivere il campo
delle loro evoluzioni, ma tenerle completamente a freno è impossibile. Anzi,
nei momenti in cui più si desidera un po’ di pace, per esempio nella preghiera
o un lavoro impegnativo, eccole insinuarsi e cominciare la loro sarabanda, a volte
persino la loro ossessione.


Da queste constatazioni
psicologiche elementari risulta evidente che le nostre possibilità di raccoglimento
sono a un tempo grandissime e piccolissime.


Piccolissime, perché
memoria e immaginazione cercano incessantemente e nostro malgrado di distrarci,
e Dio solo sa come! San Gerolamo, nella solitudine del deserto, era perseguitato
dal pensiero delle feste romane; sant’Antonio abate da fantasmagorie, che artisti
e pittori hanno rappresentato in modo tanto suggestivo.


Grandissime, perché
siamo sempre padroni, in ogni momento, di riportare virilmente la nostra mente al
suo soggetto; padroni, soprattutto, di allontanare da noi in una misura molto vasta
le cause preventive di distrazione.


Tutti i maestri insistono
su questo punto quando parlano della preparazione remota all’orazione.


Chi si getta a corpo morto
nel mondo, nelle frivolezze, nei piaceri anche innocenti, non ha ragione di lamentarsi
se poi rimane a lungo senza riuscire ad occuparsi di Dio, o se si trova arido e senza
pensieri al momento della preghiera. Il contrario sarebbe sorprendente.


Ho un bel provare a pregare,
si dice talora, non giungo a nulla. Basta che mi metta in ginocchio perché
subito, come uno stormo di passeri su delle briciole, le distrazioni si abbattano
ne a mia mente e la becchino senza lasciarmi un attimo di riposo.


Non avete seminato voi
stessi le briciole accogliendo tutte le distrazioni possibili, le conversazioni inutili,
le letture frivole, le curiosità vane e il resto? Appena vi fermate, l’immaginazione
si dà alla pazza gioia. Non vi sembra naturale?


C’è tutta un’arte
di conservare limpido il pensiero, di purificare la mente, di decantare le immagini
e di setacciare le impressioni. Se ogni fantasia può entrare in noi come in
un mulino e gettare sotto la macina ciò che le piace, presto, invece della
farina di grano puro, quanta paglia inutile si troverà! Di chi sarà
la colpa?


Poiché si distrugge
realmente soltanto ciò che si sostituisce, il problema non sarà tanto
nell’allontanare dall’immaginazione e dalla sensibilità immagini e impressioni
inutili, quanto nel suggerire alle due facoltà materia proficua; ci si dovrà
dunque sforzare di vivere abitualmente con una riserva di immagini e impressioni
sante e feconde.


Da ciò una sorta
di circolo vizioso interessante.


Per custodire il raccoglimento
abituale, il mezzo migliore sarà la fedeltà all’orazione.


Per pregare bene, la condizione
migliore sarà il raccoglimento abituale.


Non senza ragione sant’Ignazio
raccomanda, a chi vuole pregare con profitto, di preparare l’argomento della meditazione
fin dalla sera precedente, per «occupare» la memoria. Poi addormentarsi
pensando all’argomento scelto e, appena alzati, intrattenervisi tranquillamente per
tutto il tempo della levata. È un consiglio da maestro di ascetica, ma anche
da maestro di psicologia. Inoltre, al momento della preghiera, se si è soli,
raccomanda di non mettersi subito in ginocchio, ma di restare in piedi a qualche
passo dal luogo della meditazione e riflettere alcuni istanti sulla presenza di Dio,
poi, baciare la terra per umiliare il corpo e associarlo all’atteggiamento religioso
dell’anima.


È la preparazione
prossima
, che così completa l’opera della preparazione remota. Si è
tentati di ritenere tutto questo minuzia, ma chi ha seriamente cercato di pregare,
non ignora che bisogna invece chiamarlo saggezza e accorto buon senso (
3) .


Passare alla preghiera,
come fanno alcuni, appena usciti da un’occupazione impegnativa senza alcuna transizione
e poi sperare che, appena in ginocchio, si produca il silenzio interiore e abbondino
i pensieri divini, è un errore. L’uomo è tutto di un pezzo. Non vi
sono in lui compartimenti stagni, ma entra con tutto se stesso in ogni fase della
sua attività. Necessitano prodigi di abilità per lasciare alla porta
quanto non si vuole inginocchiare. Talora si ha un bel da fare: con tutta la buona
volontà non si riesce a restare padroni di sé durante la preghiera.
A maggior ragione non si riuscirà se una volontà previdente non ne
ha preservato la soglia.


In senso inverso, la pratica
dell’orazione servirà da miglior preparazione alla vita di raccoglimento.


Si tratta di introdurre
in noi un deposito di immagini e di impressioni utili per la preghiera. Niente ci
aiuterà meglio dell’abitudine quotidiana di una volontaria presa di contatto
con Dio. Giustamente la fondatrice delle Oblate del Sacro Cuore, Louise Thérèse
de Montaignac, diceva: «Abituarsi ad amare ad ore determinate attira la
felice abitudine di rientrare in Dio ad ogni momento
».


Sperare di vivere raccolti
senza darsi alla preghiera è un calcolo errato e una pesante illusione (
4). Pregare quando si deve e si può, e nel
migliore dei modi, è il mezzo più idoneo per imparare a pregare sempre.
Ritorneremo sull’argomento.





1

Gli autori definiscono questo genere di raccoglimento, raccoglimento infuso;
lo distinguono cosi da quello che è frutto dei nostri sforzi, che denominano
raccoglimento acquisito (ma che meglio si direbbe conquistato).




2


«Unione trasformante o matrimonio spirituale».




3

La Chiesa, con le pratiche dell’acqua benedetta, della genuflessione e del segno
della croce non vuole dare altro che il senso della vicinanza divina all’anima che
entra nel luogo santo.





4

«Si rimane alzati sedici ore.
Non si troverà 1/16 della propria giornata? Macché! Vi sono proprio
sedici cose più importanti tutti i giorni?
» (P. B
OUILLON S.I., Dernières pensées, Librairie
du S.C., Lione, p. 72). Ciò per la meditazione di un’ora; se è solo
di mezz’ora o di un quarto d’ora il tempo si riduce a 1/32 o 1/64.













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