IL COMBATTIMENTO SPIRITUALE (parte III)

Combattimento spirituale


«IL COMBATTIMENTO
SPIRITUALE»


di Lorenzo Scupoli














CAPITOLO
XLIV



L’orazione






Se la diffidenza di noi stessi, la confidenza in Dio e l’esercizio in questo combattimento
sono tanto necessari quanto fin qui si è dimostrato, soprattutto è
necessaria l’orazione (che è la quarta cosa e la quarta arma proposte
all’inizio), con la quale non solo possiamo conseguire da Dio Signore nostro le cose
dette, ma ogni altro bene. Infatti l’orazione è strumento per ottenere tutte
le grazie, che da quel fonte divino di bontà e di amore piovono sopra di noi.

Se te ne servirai bene, con l’orazione porrai la spada in mano a Dio perché
combatta e vinca per te. E per servirtene bene, c’è bisogno che tu sia abituata
o che ti sforzi di esserlo nelle seguenti cose.

Primo: in te viva sempre un desiderio vero di servire in tutto sua divina Maestà
e nel modo che ad essa più piace. Per accenderti di questo desiderio, considera
bene che Dio, a causa dei suoi sovrammirabilí attributi, cioè per la
sua bontà, maestà, sapienza, bellezza e per altre sue infinite perfezioni,
è sovradegnissimo di essere servito e onorato. Considera che egli per servire
te, ha penato e faticato trentatré anni; ha medicato e sanato le tue fetide
piaghe avvelenate dalla malignità del peccato non con olio e vino e stracci
di panno, ma con il prezioso liquore uscito dalle sue sacratissime vene e con le
sue carni purissime lacerate dai flagelli, dalle spine e dai chiodi. E pensa inoltre
quanto sia importante questo servizio, poiché veniamo a farci padroni di noi
stessi, superiori al demonio e figli dello stesso Dio.

Secondo: deve essere in te una viva fede e una viva fiducia che il Signore voglia
darti tutto ciò che ti necessita per il suo servizio e per il tuo bene. Questa
santa confidenza è il vaso che la misericordia divina riempie dei tesori delle
sue grazie: quanto più esso sarà grande e capace, tanto più
ricca fluirà l’orazione nel nostro intimo. E come l’immutabile onnipotente
Signore potrà mancare di farci partecipi dei suoi doni, avendoci egli stesso
comandato di chiederli (cfr. Mt 7,7-11) e promettendoci anche il suo Spirito se lo
richiederemo con fede e perseveranza (cfr. Lc 11,9-13; Gv 14,16s e 26; 16,7-11 e
13s; 2Cor 1,21s)?

Terzo: ti devi accostare all’orazione con l’intenzione di volere la sola volontà
divina e non la tua, così nel domandare come nell’ottenere quel che domandi.
Cioè tu devi muoverti a pregare perché Dio lo vuole e devi desiderare
d’essere esaudita in quanto egli pure così voglia. Insomma l’intenzione tua
dev’essere di congiungere la volontà tua con la divina e non di tirare alla
tua quella di Dio. E questo perché, essendo la tua volontà infetta
e guasta per l’amor proprio, ben spesso sbaglia né sa quello che domanda;
invece la divina è sempre congiunta a bontà ineffabile né può
mai sbagliare. Quindi essa è regola e regina di tutte le altre volontà
e merita e vuole da tutte essere seguita e obbedita: perciò si devono domandare
sempre cose conformi al divino volere e, dubitando che alcuna tale non sia, la domanderai
a condizione di volerla se vuole il Signore che tu l’abbia. E quelle che sai con
certezza che gli piacciono, come ad esempio le virtù, le richiederai più
per soddisfare e servire a lui che per altro fine o motivo sia pure spirituale.

Quarto: all’orazione devi andare ornata di opere corrispondenti alle domande e dopo
l’orazione ti devi affaticare sempre più per farti degna della grazia e delle
virtù che desideri. Infatti l’esercizio dell’orazione dev’essere talmente
accompagnato dall’esercizio di superare noi stessi, che l’uno segua con ordine l’altro;
altrimenti il domandare qualche virtù e non adoperarsi per averla sarebbe
piuttosto un tentare Dio che altro.

Quinto: alle domande devono precedere per lo più i ringraziamenti per i benefici
ricevuti, in questo o in un modo simile: ìSignore mio, che per tua bontà
mi hai creata e redenta e tante innumerevoli volte che io stessa non conosco mi hai
liberata dalle mani dei miei nemici, soccorrimi adesso e non mi negare quello che
io ti chiedo benché ti sia stata sempre ribelle e ingrata
î. E se stai
per chiedere qualche virtù particolare e ti è capitata qualche contrarietà,
per esercitarti in quella non dimenticare di rendere grazie al Signore dell’occasione
che ti ha data: anche questo è non piccolo suo beneficio.

Sesto: poiché l’orazione attinge la sua forza e la sua potenza di piegare
Dio ai nostri desideri dalla naturale bontà e misericordia di lui, dai meriti
della vita e della passione del suo unigenito Figliuolo e dalla promessa a noi fatta
di esaudirci, concluderai le tue domande con una o più delle seguenti espressioni:
ìConcedimi, Signore, questa grazia per la tua somma pietà. Possano presso
di te i meriti del tuo Figliuolo impetrarmi quello che io ti chiedo. Ricordati, Dio
mio, delle tue promesse e volgiti alle mie preghiere
î. E altre volte domanderai
ancora grazie per i meriti di Maria Vergine e di altri santi che possono molto presso
Dio e molto sono da lui onorati, perché in questa vita onorarono la sua divina
Maestà.

Settimo: c’è bisogno che tu continui a perseverare nell’orazione, perché
l’umile perseveranza vince l’Invincibile. Se l’assiduità e l’importunità
della vedova evangelica piegarono alle sue richieste il giudice colmo di ogni malvagità
(cfr. Lc 18,1-8), come non avranno forza di trarre alle nostre preghiere la stessa
pienezza di tutti i beni?

Perciò, anche se dopo l’orazione il Signore tardasse a venire e ad esaudirti,
anzi ti mostrasse segni contrari, continua pure a pregare e a tenere ferma e viva
la fiducia nel suo aiuto: infatti in lui non mancano mai, anzi sovrabbondano in misura
infinita tutte quelle cose necessarie per concedere grazie agli altri. Per cui se
il difetto non è dalla tua parte, sta pur sicura di ottenere sempre tutto
ciò che chiederai o altro per te più utile, oppure quello e questo
insieme.

E quanto più ti sembrasse di essere respinta, tanto più umiliati agli
occhi tuoi, e considerando i tuoi demeriti, con il pensiero fermo nella divina pietà,
aumenta sempre in essa la tua confidenza. La quale, mantenendosi viva e salda, quanto
più sarà contrastata tanto più piacerà a nostro Signore.

Rendigli poi sempre grazie riconoscendolo per buono, sapiente e amoroso persino quando
alcune cose ti sono negate, come se ti fossero concesse, restando in qualunque avvenimento
stabile e allegra nell’umile sottomissione alla sua divina provvidenza.





CAPITOLO
XLV



Che cos’è l’orazione mentale






L’orazione mentale è un’elevazione della mente a Dio con attuale o virtuale
domanda di quello che si desidera.

La domanda attuale si fa quando con parole mentali si chiede la grazia in questo
modo o in uno simile: ìSignore Dio mio, concedimi questa grazia a onore tuoî.
Ovvero così: ìSignore mio, io credo che ti piaccia e sia tua gloria che
ti domandi e abbia questa grazia; compi dunque ormai in me il tuo divino beneplacito
î.

E quando sei di fatto combattuta dai nemici, pregherai in questo modo: ìDio mio,
sii pronto ad aiutarmi perché non ceda ai nemici
î. Oppure: ìDio mio,
rifugio mio, fortezza dell’anima mia, soccorrimi presto perché non cada
î.
E continuando la battaglia, continua anche tu questo modo di pregare e resisti sempre
virilmente a chi combatte contro di te.

Terminata poi l’asprezza della guerra e rivolta al tuo Signore, mostragli il nemico
che ti ha combattuta e la tua svogliatezza nel resistergli, dicendo: ìEcco, Signore,
la creatura opera delle tue mani e per somma tua bontà redenta dal tuo sangue.
Ecco il tuo nemico, che tenta di levarla da te e divorarla. Signore mio, a te ricorro,
confido in te solo che sei onnipotente, buono, e vedi la mia impotenza e la prontezza
a rendermi volontariamente soggetta al nemico senza il tuo aiuto. Aiutami dunque,
speranza mia e fortezza dell’anima mia
î.

La domanda virtuale si ha quando alziamo la mente a Dio per ottenere qualche grazia,
mostrandogliene il bisogno senza dire o ragionare di nulla. Come quando, ad esempio,
io elevo la mente a Dio, e alla sua presenza mi riconosco impotente a difendermi
dal male e a fare il bene e, acceso del desiderio di servirlo, aspettando con umiltà
e fede il suo aiuto, guardo attentamente lo stesso Signore. Questa siffatta conoscenza,
questo ardente desiderio e questa fede davanti a Dio è un’orazione che virtualmente
chiede quello di cui ho bisogno; e quanto più la suddetta conoscenza sarà
chiara e sincera e il suddetto desiderio acceso e viva la fede, tanto più
efficacemente si chiederà.

Vi è anche un altro genere più preciso di orazione virtuale, che si
fa con un semplice sguardo della mente a Dio perché ci soccorra. Tale sguardo
non è altro che un tacito ricordo e una tacita domanda di quella grazia che
precedentemente avevamo richiesta.

Figliuola, fa’ in modo d’apprendere bene questa specie di orazione e di rendertela
familiare, perché, come l’esperienza ti mostrerà, è un’arma
che facilmente in ogni occasione e in ogni luogo puoi avere a disposizione ed è
di maggior valore e giovamento di quanto io ne sappia dire.





CAPITOLO
XLVI



L’orazione sotto forma di meditazione






Volendo pregare per qualche spazio di tempo, ad esempio di mezz’ora o di un’ora intera
e più, all’orazione aggiungerai la meditazione della vita e della passione
di Gesù Cristo applicando sempre le sue azioni a quella virtù che desideri.
Così, se desideri ottenere la grazia della virtù della pazienza, prenderai
ad esempio a meditare alcuni punti del mistero della flagellazione.

Primo. Come dopo l’ordine dato da Pilato, con grida e scherni il Signore fu trascinato
dai ministri della malvagità al luogo designato per flagellarlo.

Secondo. Come con frettolosa rabbia fu da essi svestito e ne restarono tutte scoperte
e nude le sue carni purissime.

Terzo. Come le sue mani innocenti, strette con una ruvida corda, furono legate alla
colonna.

Quarto. Come il suo corpo fu tutto lacerato e strappato dai flagelli, per cui grondarono
fino a terra i rivoli del suo sangue divino.

Quinto. Come, aggiungendosi percosse a percosse in uno stesso luogo, si esacerbarono
sempre più le piaghe già fatte.

Così avendoti proposto questi o simili punti da meditare per acquistare la
pazienza, applicherai prima i sensi a sentire il più vivamente possibile le
amarissime angosce e le pene acerbe sostenute dal tuo caro Signore in ciascuna parte
del suo sacratissimo corpo e in tutte insieme. Quindi passerai alla sua santissima
anima, penetrando quanto si può nella pazienza e nella mansuetudine con cui
sopportava tante afflizioni, non saziando però mai la fame di patire, in onore
del Padre e per nostro beneficio, maggiori e più atroci tormenti.

Contemplalo poi acceso di un vivo desiderio che tu voglia sopportare il tuo travaglio,
o vedi come ancora rivolto al Padre prega per te che si degni farti la grazia di
portare pazientemente la croce, che allora ti tormenta, e qualunque altra. Perciò
tu, piegando più volte la volontà a voler tollerare il tutto con animo
paziente, volgi poi la men-te al Padre; e ringraziandolo prima che per sua pura cari-tà
ha mandato al mondo il suo unigenito Figliuolo a sop-portare tanti aspri tormenti
e a pregare per te, domanda-gli poi la virtù della pazienza in forza delle
opere e delle preghiere del suo Figliuolo.





CAPITOLO
XLVII



Un altro modo di pregare meditando




Potrai anche pregare
e meditare in un altro modo.

Dopo aver considerato attentamente le afflizioni del Si-gnore e visto col pensiero
la prontezza d’animo con cui le sosteneva, dalla grandezza dei suoi travagli e dalla
sua pazienza passerai a due altre considerazioni: l’una del suo merito; l’altra del
compiacimento e della gloria che l’eter-no Padre riceveva dalla perfetta obbedienza
del suo Fi-gliuolo crocifisso (cfr. Fil 2,8; Eb 5,8).

Presentando a sua divina Maestà queste due cose, in virtù di esse chiederai
la grazia che desideri. E potrai fare ciò non solo in ciascun mistero della
passione del Signo-re, ma in ogni atto particolare interiore ed esteriore da lui
fatto in ciascun mistero.





CAPITOLO
XLVIII



Un modo di pregare per intercessione di Maria Vergine




Oltre a quelli
suddetti, vi è un altro modo di meditare e di pregare per intercessione di
Maria Vergine rivolgendo la mente prima all’eterno Dio, poi al dolce Gesù
e infine alla stessa gloriosissima madre.

Rivolta a Dio, considera due cose. L’una sono i diletti che egli ìab aeternoî,
considerato in Maria, prendeva di se stesso prima che ella fosse tratta dal nulla.
L’altra sono le virtù e le azioni di lei dopo essere venuta al mondo.

I diletti così li mediterai. Sollevati in alto col pensiero sopra ogni tempo
e sopra ogni creatura; entrata poi nella stessa eternità e nella mente di
Dio, considera le delizie che di se stesso prendeva in Maria Vergine. Dopo aver trovato
il medesimo Dio tra questi diletti, in forza di essi chiedi con sicurezza grazia
e forza per la distruzione dei tuoi nemici e particolarmente di quello che allora
ti combatte. Passando poi alla considerazione delle tante e così singolari
virtù e azioni della madre santissima e presentandole a Dio ora tutte insieme,
ora alcune di esse, in virtù di quelle chiedi alla sua infinita bontà
secondo ogni tuo bisogno.

Rivolgendo poi la mente al Figliuolo, gli ricorderai il seno verginale che per nove
mesi lo portò; la riverenza con la quale dopo la nascita la Vergine lo adorò
e lo riconobbe per vero uomo e vero Dio, Figliuolo e Creatore suo; gli occhi pietosi
che lo videro tanto povero e le braccia che lo raccolsero; i cari baci con cui ella
lo baciò; il latte con cui lo nutrì, le fatiche e le angosce per lui
sostenute in vita e in morte. In virtù di tutte queste cose farai dolce violenza
al divin Figliuolo, perché ti esaudisca.

Infine rivolta alla santissima Vergine, ricordale che dall’eterna provvidenza e bontà
è stata eletta madre di grazia e di pietà e avvocata nostra. Perciò
dopo il suo benedetto Figliuolo non abbiamo più sicuro e potente rifugio che
in lei. Inoltre ricordale quella verità che di lei si scrive e alla quale
si è pervenuti per tanti e tanti interventi miracolosi: cioè che mai
nessuno l’abbia invocata con fede ed ella non gli abbia pietosamente risposto. Finalmente
le presenterai i travagli che il suo unico Figliuolo tollerò per la nostra
salvezza, pregandola di impetrarti grazia da lui perché a sua gloria e soddisfazione
essi abbiano in te quell’effetto per il quale egli li sostenne.





CAPITOLO
XLIX



Alcune considerazioni per ricorrere con fede e con confidenza a Maria Vergine




Volendo tu ricorrere
a Maria Vergine con fede e con confidenza in ogni tuo bisogno, potrai conseguirle
tutte e due in forza delle seguenti considerazioni.

Primo. Già si sa per esperienza che tutti quei vasi dove è stato del
muschio o qualche liquore prezioso ritengono un poco del loro odore, benché
essi non vi siano più; e questo tanto più avviene quanto più
spazio di tempo vi

fossero stati , e molto più se ancora in qualche modo ve ne fossero rimasti:
eppure il muschio è di virtù limitata e finita, e così ogni
liquore prezioso. Per lo stesso motivo chi sta vicino a un gran fuoco ne ritiene
per molto tempo il calore, benché s’allontani da esso.

Essendo questo vero, di che fuoco di carità, di quali sentimenti di misericordia
e di pietà diremo noi che sia bruciato, e sia pieno, l’intimo di Maria Vergine?
Ella infatti ha portato per nove mesi nel suo grembo verginale e sempre porta nel
cuore pieno d’amore il Figliuolo di Dio che è la stessa carità, misericordia
e pietà, non già di virtù finita e limitata, ma infinita e senza
termine alcuno.

Pertanto, come chi si accosta a un gran fuoco non può non ricevere del suo
calore, così e molto più ogni bisognoso riceverà aiuti, favori
e grazie, se con umiltà e con fede si accosterà al fuoco di carità,
di misericordia e di pietà che sempre arde nel cuore di Maria Vergine; e tanto
più ne riceverà, quanto più spesso e con maggior fede e confidenza
vi si accosterà.

Secondo. Nessuna creatura ha mai amato tanto Gesù Cristo né fu tanto
conformata alla sua volontà, quanto la sua madre santissima. Se dunque lo
stesso Figliuolo di Dio, che ha speso tutta la sua vita e tutto se stesso per i bisogni
di noi peccatori, ci ha dato la madre sua come nostra madre e avvocata perché
ci aiuti e sia dopo di lui mezzo di salvezza per noi, in qual modo potrà mai
questa madre e avvocata nostra mancarci e diventare ribelle alla volontà del
Figlio?

Figliuola, ricorri pure con confidenza in ogni tuo bisogno alla santissima madre
Maria Vergine, perché ricca e beata è questa confidenza e sicuro è
il rifugio in colei che tuttora concede grazie e misericordie.





CAPITOLO
L



Un modo di meditare e di pregare per intercessione degli angeli e di tutti i beati




Per servirti in
questo dell’aiuto e del favore degli angeli e dei santi del cielo, potrai seguire
due metodi.

Primo. Rivolgiti all’eterno Padre e presentagli sia l’amore e le lodi con cui è
esaltato da tutta la corte celeste, sia le fatiche e le pene sofferte dai santi sulla
terra per suo amore; e a causa di tutte queste cose, chiedi alla sua divina Maestà
tutto ciò di cui hai bisogno.

Secondo. Ricorri agli spiriti gloriosi come a coloro che non solo bramano la nostra
perfezione, ma desiderano vivamente che noi siamo collocati anche su di un trono
più alto del loro; e supplicali perché ti portino aiuto contro tutti
i tuoi vizi e contro tutti i tuoi avversari e ti proteggano nell’ora della morte.

Alcune volte ti metterai a considerare le molte singolari grazie che hanno ricevute
dal sommo Creatore, eccitando in te un vivo sentimento di amore e di gioia verso
di loro in quanto sono ricchi di tanti doni, come se fossero tuoi. Anzi ti rallegrerai,
se è possibile, che tali doni li abbiano più gli spiriti gloriosi che
non tu, poiché questa fu la volontà di Dio: ne sia perciò egli
lodato e ringraziato.

Per fare questo esercizio con ordine e facilità, potrai dividere le schiere
dei beati secondo i giorni della settimana in questa maniera.

La domenica prenderai i nove cori angelici.

Il lunedì: san Giovanni Battista.

Il martedì: i patriarchi e i profeti.

Il mercoledì: gli apostoli.

Il giovedì: i martiri.

Il venerdì: i pontefici con gli altri santi.

Il sabato: le vergini con le altre sante.

Ma non lasciare mai in ciascun giorno di ricorrere spesso a Maria Vergine, regina
di tutti i santi, al tuo angelo custode, a san Michele arcangelo e a tutti i tuoi
santi avvocati.

E ogni giorno prega Maria Vergine, il Figliuolo suo, il Padre celeste che ti facciano
la grande grazia di darti per principale avvocato e protettore san Giuseppe, sposo
della stessa Vergine; rivolta poi al medesimo santo, pregalo fiduciosamente di riceverti
sotto la sua protezione.

Si narrano molte cose di questo glorioso santo e molti favori che da lui hanno ricevuto
tutti quelli che hanno avuto devozione per lui e a lui sono ricorsi non solamente
nei bisogni spirituali ma anche temporali, e specialmente nel formare le persone
pie a ben pregare e meditare. Se Dio tiene tanto conto degli altri santi perché
vivendo fra noi gli resero obbedienza e onore, quanto dobbiamo credere che da Dio
sia stimato e presso Dio abbiano valore le preghiere di questo umilissimo e beatissimo
santo! Egli fu talmente onorato in terra dallo stesso Dio, che volle sottomettersi
a lui e come a padre obbedirgli e servirlo (cfr. Lc 2,5 1).





CAPITOLO
LI



La meditazione della passione di Cristo per ricavarne diversi affetti




Quello che ho
detto prima intorno alla passione del Signore, serve a pregare e a meditare per mezzo
di domande. Ora aggiungo come possiamo trarre diversi affetti dalla stessa meditazione.
Se per esempio ti proponi di meditare la crocifissione, in tale mistero fra gli altri
punti puoi considerare i seguenti.

Primo. Come al Signore, che sul monte Calvario venne furiosamente spogliato da quelle
genti furibonde, gli si strapparono a pezzi le carni attaccate ai vestiti per le
precedenti battiture.

Secondo. Come gli fu tolta dal capo la corona di spine la quale, quando poi gli fu
rimessa, fu per lui causa di nuove ferite.

Terzo. Come a colpi di martelli e di chiodi fu crudelmente confitto in croce.

Quarto. Come le sue sacre membra, non arrivando alle aperture fatte per conficcarvi
i chiodi, furono tirate con tanta violenza da quei cani che le ossa tutte slogate
si potevano numerare a una a una.

Quinto. Come pendendo il Signore sul duro legno e non avendo altro sostegno che quello
dei chiodi, per il peso del corpo che scendeva in basso si allargarono e si inasprirono
con indicibile dolore le sue sacratissime piaghe.

Da questi o da altri punti, volendo eccitare in te sentimenti di amore, studiati
con la meditazione di essi di passare di conoscenza in maggior conoscenza dell’infinita
bontà e dell’amore del tuo Signore verso di te: egli per te volle patire assai,
così che quanto aumenterà in te questa conoscenza, tanto crescerà
parimenti l’amore. Dalla stessa conoscenza della bontà e dell’amore infinito
a te mostrati dal Signore, facilmente ne ricaverai contrizione e dolore di aver offeso
tante volte e con tanta ingratitudine il tuo Dio, che per le tue iniquità
è stato maltrattato e straziato in tante maniere.

Per indurti alla speranza, considera che in questo stato di tanta calamità
è caduto un Signore così grande per estinguere il peccato e liberarti
dai lacci del demonio e delle tue colpe particolari; per renderti propizio il suo
eterno Padre e per darti fiducia di ricorrere a lui in ogni tuo bisogno. Allegrezza
sentirai passando dalle sue pene ai loro effetti, e cioè considerando che
per mezzo di quelle Gesù purifica i peccati di tutto il mondo, placa l’ira
del Padre, confonde il principe delle tenebre, uccide la morte e riempie le sedie
angeliche. Inoltre muoviti ad allegrezza per la gioia che ne riceve la santissima
Trinità con Maria Vergine e la chiesa trionfante e militante.

Per incitarti all’odio dei tuoi peccati, applica a questo solo fine tutti i punti
che mediterai come se il Signore non avesse patito per altro scopo che per indurti
all’odio delle tue cattive inclinazioni, e di quella appunto che ti domina di più
e più dispiace alla sua divina bontà.

Per muoverti a meraviglia, considera qual cosa può essere maggiore di questa:
vedere il Creatore dell’universo, che dà vita a tutte le cose, perseguitato
a morte dalle creature; vedere conculcata e umiliata la Maestà suprema, condannata
la giustizia, sputacchiata la bellezza di Dio. Vedere odiato l’amore del Padre celeste;
vedere ridotta in potere delle tenebre quella luce increata e inaccessibile; veder
reputata disonore e vituperio del genere umano e inabissata nell’estrema miseria
la stessa gloria e felicità.

Per compassionare il tuo addolorato Signore, oltre a meditare le sue pene esteriori,
penetra col pensiero in altre senza paragone maggiori che internamente lo tormentavano.
Che se per quelle ti affliggerai, sarebbe strano se per queste il tuo cuore non si
spezzasse per il dolore.

L’anima di Cristo vedeva l’essenza divina come ora la vede in cielo; la conosceva
degnissima oltre misura di ogni onore e di ogni servizio e a questo, per il suo ineffabile
amore verso Dio, desiderava che tutte le creature si dedicassero con tutte le loro
forze. Perciò vedendola, al contrario, in modo così assurdo offesa
e disprezzata per le infinite colpe e abominevoli scelleratezze del mondo, l’anima
di Cristo era nello stesso tempo trafitta da infinite punture di dolore. Queste tanto
più lo tormentavano, quanto maggiore era il suo amore e il desiderio che così
alta Maestà fosse da tutti onorata e servita.

E come la grandezza di questo amore e di questo desiderio non si può capire,
così non vi è chi possa arrivare a conoscere quanto acerba e grave
fosse l’afflizione interna del crocifisso Signore. Inoltre amando egli indicibilmente
tutte le creature, nella misura di questo amore si addolorò sopra ogni dire
per tutti i loro peccati a causa dei quali stavano per separarsi da lui: infatti
per ogni peccato mortale che avevano e avrebbero fatto tutti gli uomini che furono
e saranno, tante volte quante ciascuno peccava altrettante Cristo si separava dal
Padre con il quale era congiunto per amore. Separazione tanto più dolorosa
di quella delle membra corporali allorché si disgiungono dal loro luogo naturale,
quanto più l’anima, essendo puro spirito e maggiormente nobile e perfetta
del corpo, era capace di dolore.

Fra queste sofferenze a causa delle creature fu acerbissima quella provata dal Signore
per tutti i peccati dei dannati i quali, non potendo mai più riunirsi a lui,
stavano per patire eterni incomparabili tormenti. E se l’anima, intenerita per il
suo caro Gesù, passerà più avanti con il pensiero, troverà
da compatire in lui pene anche troppo gravi non solo per i peccati commessi, ma per
quelli ancora che non furono mai commessi: infatti non vi è dubbio che nostro
Signore a prezzo dei suoi preziosi travagli ci guadagnò il perdono di quelli
e la preservazione da questi.

Figliuola, non ti mancheranno altre considerazioni per dolerti delle torture del
tuo Crocifisso. Questo perché non c’è stato né ci sarà
mai dolore alcuno in qualsiasi creatura ragionevole, che egli non abbia sentito in
se stesso. Le ingiurie e le tentazioni, le infamie, le penitenze, ogni angustia e
travaglio di tutti gli uomini del mondo tormentarono l’anima di Cristo più
vivamente di quanto non tormentassero quegli stessi che le patirono. Infatti il pietosissimo
nostro Signore vide perfettamente e nella sua immensa carità volle compatire
e imprimere nel suo cuore tutte le loro grandi e piccole afflizioni dell’anima e
del corpo, persino un minimo dolore di testa e una puntura d’ago.

Però non c’è chi possa spiegare quanto lo accorarono le pene della
sua santissima madre: in tutti i modi e per tutti i motivi per cui il Signore si
addolorò e patì, altrettanto in tutti si addolorò e patì
la Vergine santa in maniera acerbissima benché non così intensamente.
E gli stessi suoi dolori rinnovarono al suo benedetto Figliuolo le piaghe interne
al punto tale che il suo dolcissimo cuore fu ferito come da tante frecce infuocate
d’amore. Questo cuore, per tanti tormenti di cui ho parlato e per altri quasi infiniti
a noi sconosciuti, ben si potrebbe dire che fosse un amoroso inferno di volontarie
pene, come scrive un’anima devota, che con santa semplicità soleva così
chiamarlo (Il testo è preso dal libro della beata Camilla Battista da Varano,
Dolori mentali di Cristo, Il secondo dolore, Parigi 1660, p. 282, ndr).

Figliuola, se consideri bene la causa di tutti i suddetti dolori sopportati dal nostro
crocifisso Redentore e Signore, altro non troverai che il peccato.

La conseguenza chiara è questa: il vero principale compatimento e il rendimento
di grazie che egli da noi ricerca e che in maniera indicibile gli dobbiamo, consistono
nel dolerci puramente per amor suo dell’offesa a lui arrecata, nell’odiare sopra
ogni odio il peccato e nel combattere generosamente contro tutti i suoi nemici e
le nostre cattive inclinazioni. E noi, spogliatici dell’uomo vecchio e delle sue
opere, ci vestiamo dell’uomo nuovo (cfr. Ef 4,20-24) ornando l’animo nostro delle
virtù evangeliche.





CAPITOLO
LII



I frutti che si possono trarre dalla meditazione del Crocifisso.

L’imitazione delle sue virtù




Fra gli altri
frutti, e sono molti, che devi trarre da questa santa meditazione, l’uno sia che
non solo ti addolori dei tuoi peccati passati, ma ti affligga anche perché
in te vivono disordinate passioni che hanno posto in croce il tuo Signore.

L’altro è che gli chieda perdono delle tue colpe e la grazia del perfetto
odio di te stessa per non offenderlo più, anzi per amarlo e servirlo perfettamente
per l’avvenire in ricompensa di tanti affanni sofferti per te: il che senza quest’odio
santo non si può fare.

Il terzo è che tu con efficacia perseguiti a morte ogni tua cattiva inclinazione
benché piccola.

Il quarto è che con ogni possibile sforzo cerchi di imitare le virtù
del Salvatore che ha patito non solo per redimerci soddisfacendo per le nostre iniquità,
ma anche per darci l’esempio onde noi seguiamo le sue sante orme (cfr. 1 Pt 2,2 1).

Qui ti propongo un modo di meditare che ti servirà a questo scopo. Per esempio:
desiderando tu dunque di conquistare la pazienza per imitare il tuo Cristo, considera
i seguenti punti.

Primo: quello che l’anima di Cristo, durante la sua passione, fa verso Dio.

Secondo: quello che Dio fa verso l’anima di Cristo.

Terzo: quello che l’anima di Cristo fa verso se stessa e verso il suo sacratissimo
corpo.

Quarto: quello che Cristo fa verso di noi.

Quinto: quello che noi dobbiamo fare verso Cristo.

Considera dunque in primo luogo come l’anima di Cristo, stando tutta intenta in Dio,
stupisce nel vedere che quell’infinita incomprensibile grandezza al cui confronto
tutte le cose create sono come un puro niente, è sottoposta (stando però
immobile nella sua gloria) a sopportare in terra trattamenti indegnissimi per l’uomo,
da cui non ha ricevuto altro che infedeltà e ingiurie; e considera come l’adora,
la ringrazia e tutta le si offre.

Secondo. Guarda in seguito cosa Dio fa verso l’anima di Cristo; come vuole e la spinge
a sostenere per noi gli schiaffi, gli sputi, le bestemmie, i flagelli le spine e
la croce, scoprendole il suo compiacimento di vederla tutta ricolmata di ogni sorta
di obbrobri e di afflizioni.

Terzo. Da questo passa all’anima di Cristo. Pensa come, con il suo intelletto tutto
lume scorgendo quanto sia grande in Dio questo compiacimento e con l’affetto tutto
fuoco amando sua divina Maestà sopra ogni misura, sia per l’infinito suo merito
sia per gli obblighi immensi che aveva verso di essa, essendo dalla suddetta Maestà
invitata a patire per nostro amore e per nostro esempio, contenta e lieta si dispone
a obbedire prontamente alla sua santissima volontà. E chi può penetrare
dentro quei profondi desideri, che di ciò aveva quell’anima purissima e amorosissima?
Quivi ella si trova quasi in un labirinto di travagli, cercando sempre e non trovando
come vorrebbe nuovi modi e nuove vie di patimenti. E perciò liberamente dà
tutta se stessa e le sue innocentissime carni al capriccio e in preda agli uomini
iniqui e ai demoni dell’inferno, perché ne facciano quello che vogliono.

Quarto. Dopo questo guarda il tuo Gesù che, rivolto verso di te con occhi
pietosi, ti dice: ìFigliuola, per non volerti tu fare un poco di violenza, ecco
dove mi hanno condotto le tue sregolate voglie. Ecco quanto patisco e quanto gioiosamente
lo faccio, per tuo amore e per darti esempio di vera pazienza. Figliuola, per tutti
i miei dolori ti prego di portare volentieri questa e ogni altra croce che a me piaccia
di più, abbandonandoti completamente nelle mani di tutti i persecutori che
ti darò, pur essendo vili e crudeli quanto più si possa contro il tuo
onore e contro il tuo corpo. Se sapessi la consolazione che ne proverò!

Ma puoi ben vederla in queste ferite che, come care gioie, ho voluto ricevere per
ornare di preziose virtù la povera anima tua da me amata al di sopra di ogni
tua valutazione. E se io per questo sono ridotto in così estremo stato, perché,
sposa mia cara, non vorrai tu patire un poco per dare soddisfazione al mio cuore
e addolcire quelle piaghe causatemi dalla tua impazienza, che così amaramente
mi afflisse più delle stesse piaghe?
î.

Quinto. Pensa poi bene chi sia colui il quale così ragiona con te e vedrai
che è lo stesso re di gloria, Cristo vero Dio e vero uomo. Considera la grandezza
dei suoi tormenti e obbrobri, che sarebbero indegni del più infame ladro del
mondo. Vedi il tuo Signore rimanere non solo immobile e sorprendentemente paziente
fra tanti strazi, ma addirittura goderne come si trattasse di sue nozze. Come con
meno acqua meglio arde il fuoco, così con l’aumento dei tormenti, considerati
piccoli dalla sua sovrabbondante carità, cresceva sempre più il godimento
e la brama di soffrirne di maggiori. Considera che il clementissimo Signore ha patito
e operato tutto ciò non per forza né per suo interesse, ma, come egli
ti ha detto, per amore verso di te e perché tu a sua imitazione ti eserciti
nella virtù della pazienza. Penetrando ben addentro a quello che egli vuole
da te e alla gioia che gli darai esercitandoti in questa virtù, produci atti
di ardente desiderio di portare non solo pazientemente ma con allegrezza la tua croce
presente e ogni altra, anche se più grave, per meglio imitare il tuo Dio e
dargli maggior conforto.

Ponendoti davanti agli occhi della mente le sue ignominie e amarezze gustate per
te e la sua costanza e sofferenza, vergognati di ritenere che la tua sia anche soltanto
ombra di pazienza e che i tuoi siano veri dolori e obbrobri. Temi e trema che anche
un minimo pensiero di non voler patire per amore del tuo Signore trovi modo di fermarsi
sia pure un poco nel tuo cuore.

Questo Signore crocifisso, figliuola mia, è il libro che io ti do a leggere
e dal quale tu potrai ricavare il vero ritratto di ogni virtù: essendo libro
di vita, non solo ammaestra l’intelletto con parole, ma infiamma anche la volontà
con il vivo esempio. Di libri è pieno il mondo intero e nondimeno non possono
tutti insieme insegnare così perfettamente il modo di acquistare tutte le
virtù, come si fa invece fissando lo sguardo in Dio crocifisso.

Figliuola, sappi una cosa: coloro i quali spendono molte ore nel piangere la passione
di nostro Signore e nel considerare la sua pazienza, e poi nelle avversità
che sopraggiungono si mostrano così impazienti come se nell’orazione avessero
appreso tutt’altra cosa, sono simili ai soldati del mondo. Costoro, sotto le tende,
prima del tempo della battaglia, si ripromettono cose grandi, ma poi al comparire
dei nemici lasciano le armi e si danno alla fuga. E qual cosa può essere più
stolta e più miserabile di questa: vedere come in lucido specchio le virtù
del Signore, amarle, ammirarle, e poi dimenticarsene del tutto o non stimarle quando
si presenta l’occasione di esercitarle?





CAPITOLO
LIII



Il santissimo sacramento dell’eucaristia




Come hai già
visto, figliuola, fin qui ti ho provveduta di quattro armi di cui avevi bisogno per
vincere i tuoi nemici e di molti avvertimenti per maneggiarle bene. Ora però
mi resta da proportene un’altra, che è il santissimo sacramento dell’eucaristia.
E come questo sacramento supera tutti gli altri sacramenti, così questa quinta
arma è superiore a tutte le altre.

Le quattro suddette prendono il valore dai meriti e dalla grazia ottenutaci dal sangue
di Cristo, ma quest’arma è il sangue stesso e la carne con l’anima e la divinità
di Cristo. Con quelle si combatte contro i nemici con la virtù di Cristo.
Con questa combattiamo contro quelli insieme con Cristo e Cristo li combatte insieme
con noi, perché chi mangia la carne di Cristo e beve il suo sangue rimane
con Cristo e Cristo rimane con lui (cfr. Gv 6,56-57).

E poiché quest’arma può essere maneggiata e questo santissimo sacramento
può essere ricevuto in due modi: sacramentalmente una volta al giorno e spiritualmente
ogni ora e ogni momento, nel secondo modo devi usare spessissimo quell’arma e nel
primo modo ogniqualvolta ti concesso.





CAPITOLO
LIV



Il modo di ricevere il santissimo sacramento dell’eucaristia






Per diversi fini possiamo noi accostarci a questo divinissimo sacramento e per conseguirli
dobbiamo fare diverse cose divise in tre tempi: prima della comunione; quando stiamo
per comunicarci e dopo la comunione.

Prima della comunione, anche se la riceviamo per una qualsiasi finalità, abbiamo
bisogno di lavarci e di mondarci con il sacramento della penitenza dalla macchia
di peccato mortale qualora vi fosse. Dopo è necessario che con tutto l’affetto
del cuore offriamo noi stessi con tutta l’anima, con tutte le forze e con tutte le
facoltà a Gesù Cristo e a quanto piace a lui, poiché egli in
questo santissimo sacramento dà a noi il suo sangue e la sua carne con l’anima,
con la divinità e con i suoi meriti. E considerando che poco o quasi niente
è il nostro dono rispetto al suo, dobbiamo desiderare di avere quanto gli
hanno offerto e dato tutte le creature umane e celesti per offrirlo a sua divina
Maestà.

Perciò volendolo tu ricevere allo scopo che in te siano vinti e distrutti
i tuoi e i suoi nemici, prima della comunione comincia dalla sera o quanto prima
a considerare il desiderio che ha il Figliuolo di Dio che tu gli faccia spazio nel
tuo cuore con questo santissimo sacramento, per unirsi con te a aiutarti a espugnare
ogni tua viziosa passione. Questo desiderio è così grande e immenso
in nostro Signore, che da creato intelletto non può essere compreso.

Tu, per rendertene in qualche modo capace, t’imprimerai bene nella mente due cose.

Una è l’ineffabile compiacimento di Dio sommamente buono di starsene con noi:
questo egli chiama sue delizie (cfr. Pro 8,3 1).

L’altra consiste nel considerare che egli odia sopra ogni cosa il peccato, sia come
impedimento e ostacolo alla sua unione con noi da lui tanto bramata, sia come in
tutto contrario alle sue divine perfezioni. Essendo Dio sommo bene, pura luce e bellezza
infinita, non può non odiare e detestare infinitamente il peccato: esso non
è altro che tenebre, difetto e macchia intollerabile delle nostre anime.

E’ così ardente quest’odio del Signore contro il peccato, che alla sua distruzione
sono state ordinate tutte le opere dell’Antico e del Nuovo Testamento, e particolarmente
quelle della sacratissima passione del suo Figliuolo, il quale, dicono gli illuminati
servi di Dio, per annullare in noi ogni nostra ben piccola colpa di nuovo (se ve
ne fosse bisogno) si esporrebbe a ben mille morti.

Da queste considerazioni tu riuscirai a comprendere sia pure molto imperfettamente
il grande desiderio del Signore di entrare nel tuo cuore, per scacciarne e abbattere
del tutto i tuoi e i suoi nemici: perciò accenderai in te una viva voglia
di riceverlo per lo stesso scopo. Diventata così tutta generosa e animata
dalla speranza della venuta in te del tuo celeste Capitano, chiama più volte
a battaglia la passione che hai presa di mira per vincerla; reprimila poi con replicate
avverse voglie, producendo atti di virtù contrari a quella passione. E così
andrai continuando la sera e la mattina prima della santissima comunione.

Quando poi stai per ricevere il santissimo sacramento, un poco prima darai un breve
sguardo alle tue mancanze a cominciare dalla precedente comunione fino a ora. Esse
sono state da te commesse come se Dio non ci fosse né avesse tanto sopportato
per te nei misteri della croce, facendo tu più conto di una vile soddisfazione
e delle tue voglie che della volontà di Dio e del suo onore. Quindi con vergogna
di te stessa e con un santo timore ti confonderai nella tua ingratitudine e nella
tua indegnità. Ma pensando poi che l’abisso smisurato della bontà del
tuo Signore chiama l’abisso della tua ingratitudine e della tua poca fede, avvicinati
a lui con fiducia dandogli largo spazio nel cuore perché ne diventi padrone
assoluto. E soltanto allora gli darai largo spazio, quando da questo cuore manderai
via qualunque affetto per le creature, chiudendolo dopo perché non vi entri
altro che il tuo Signore.

Ricevuta la comunione, ritirati subito nel segreto del tuo cuore: avendolo prima
adorato, con ogni umiltà e riverenza ragiona mentalmente così con il
tuo Signore: ìTu vedi, unico mio bene, quanto facilmente io ti offenda e quanto
prevalga contro di me questa passione da cui non posso liberarmi da solo. Però
questa battaglia è principalmente tua e da te solo spero la vittoria, benché
a me spetti ancora combattere
î. Rivolta poi all’eterno Padre, per rendimento
di grazie e per la vittoria di te stessa offrigli il suo benedetto Figliuolo, che
egli ti ha dato e che già tieni dentro di te. Combattendo generosamente contro
la suddetta passione, con fede aspetta la vittoria da Dio: anche se la ritardasse
essa non ti mancherà, se da parte tua tu farai quanto potrai.





CAPITOLO
LV



Come ci dobbiamo preparare alla comunione per eccitare in noi l’amore




Per stimolarti
con questo sovraceleste sacramento ad amare il tuo Dio, ti volgerai col pensiero
all’amore suo verso di te meditando dalla sera precedente su questo punto: come quel
grande e onnipotente Signore, non contento di averti creata a sua immagine e somiglianza
(cfr. Gn 1,26), non contento di aver mandato in terra il suo unigenito Figliuolo
a patire trentatré anni per le tue iniquità, a sopportare asprissimi
travagli e la penosa morte di croce per redimerti, volle anche lasciartelo per tuo
cibo e per tua utilità nel santissimo sacramento dell’altare.

Considera bene, figliuola, le incomprensibili superiorità di questo amore:
esse lo rendono perfettissimo e singolare in tutte le sue parti.

Primo. Perché se miriamo al tempo, il nostro Dio ci ha amati perpetuamente
e senza alcun principio; e quanto egli è eterno nella sua divinità,
tanto ancora eterno è il suo amore con cui prima di tutti i secoli fu stabilito
nella sua mente di darci il suo Figliuolo in questa maniera meravigliosa. Perciò
giubilandone a causa dell’interna letizia, così potrai dire: ìDunque in
quell’abisso di eternità la mia piccolezza era tanto stimata e amata dal sommo
Dio, che egli pensava a me e con sentimenti di carità ineffabile bramava di
darmi in cibo il suo stesso Figliuolo?
î.

Secondo. Inoltre tutti gli altri amori, anche se grandi, hanno qualche termine né
possono estendersi più in là, ma solo questo di nostro Signore è
senza misura. E volendo perciò soddisfare in pieno se stesso, egli ha dato
il proprio Figliuolo uguale a lui nella maestà infinita, di una stessa sostanza
e natura. Per cui tanto è l’amore quanto il dono e tanto il dono quanto l’amore;
l’uno e l’altro sono così grandi, che nessun intelletto può immaginare
grandezza maggiore.

Terzo. Dio non è stato spinto ad amarci da alcuna necessità o forza,
ma unicamente la sua intrinseca naturale bontà l’ha mosso a tale e tanto incomprensibile
affetto verso di noi.

Quarto. Non ha potuto precedere nessun’opera oppure merito nostro perché quell’immenso
Signore mostrasse verso la nostra meschinità un amore tanto eccessivo, ma
per sua sola liberalità egli si è donato completamente a noi indegnissime
sue creature.

Quinto. E se ti rivolgi col pensiero alla purezza di questo amore, vedrai che non
è mescolato a interesse alcuno come gli amori mondani: infatti nostro Signore
non ha bisogno dei nostri beni, essendo egli senza di noi felicissimo e gloriosissimo
in se stesso. Perciò la sua ineffabile bontà e carità sono state
puramente effuse in noi non per suo, ma per nostro beneficio.

Pensando bene a questo, tu dirai fra te medesima: ìCom’è possibile che
a un Signore tanto sublime stia a cuore una creatura cosi vile? Che vuoi tu, re di
gloria; cosa aspetti da me, che non sono altro che un po’ di polvere? Dio mio, nella
luce della tua ardente carità io scorgo bene che tu hai un solo disegno capace
di scoprirmi più chiaramente la purezza del tuo amore verso di me, poiché
ti doni a me tutto in cibo non per altro che per trasformarmi tutta in te. E questo
non perché tu abbia bisogno di me, ma perché, vivendo tu in me e io
in te, diventi te stesso per unione amorosa, e della viltà del mio cuore terreno
si faccia con te un solo divino cuore
î.

Perciò tu, piena di gioioso stupore, vedendoti così altamente apprezzata
e amata da Dio e conoscendo che egli con il suo amore onnipotente altro non intende
né vuole da te che attirare in sé tutto il tuo amore, allontanati prima
da tutte le creature e poi anche da te stessa che sei creatura, e offriti tutta al
tuo Signore in olocausto: da questo momento in poi il solo suo amore e beneplacito
divino muovano l’intelletto, la volontà, la tua memoria, e reggano i tuoi
sensi.

Vedendo poi che nessuna cosa possa produrre in te effetti così divini come
il ricercarlo degnamente nel santissimo sacramento dell’altare, a tale scopo apri
il cuore al Signore con le seguenti preghiere giaculatorie e aspirazioni amorose:
ìO cibo sovraceleste! Quando suonerà quell’ora in cui io mi sacrifichi
tutta a te non con altro fuoco che quello del tuo amore? Quando, quando, o Amore
increato? O pane vivo! Quando io vivrò solamente in te, per te e con te? Quando,
vita mia, vita bella, gioconda ed eterna? O manna celeste! Quando, infastidita io
di qualunque altro cibo terreno, te solo bramerò e di te solo mi pascerò?
Quando sarà, dolcezza mia? Quando, unico mio bene? Signore mio amoroso e onnipotente,
libera ormai questo misero cuore da ogni attaccamento e da ogni viziosa passione;
ornalo delle tue sante virtù e di quella pura intenzione di fare ogni cosa
solamente per piacere a te. A questo modo verrò io ad aprirti il cuore, ti
inviterò e ti farò dolce violenza perché vi entri: per cui tu,
o Signore, senza resistenza opererai poi in me quegli effetti che hai sempre desiderati
î.
E in questi amorosi affetti ti potrai esercitare la sera e la mattina per la preparazione
alla comunione.

Avvicinandosi quindi il tempo della comunione, pensa a che cosa stai per ricevere:
il Figliuolo di Dio d’incomprensibile maestà, davanti alla quale tremano i
cieli e tutte le potestà. Il Santo dei santi, lo specchio senza macchia e
la purezza incomprensibile, al cui confronto nessuna creatura è monda. Colui
che come verme e feccia della plebe (cfr. SI 22,7) per amor tuo volle essere rifiutato
calpestato, deriso, sputacchiato e crocifisso dalla malizia e dalla iniquità
del mondo.

Dico che stai per ricevere Dio, nelle cui mani è la vita e la morte di tutto
l’universo Che tu al contrario, in te stessa, sei un niente e che per il tuo peccato
e la tua malizia ti sei fatta inferiore a qualunque vilissima e immonda creatura
irrazionale, degna di essere confusa e derisa da tutti i demoni infernali. E dico
che invece di aver gratitudine per tanti immensi e innumerevoli benefici, nei tuoi
capricci e nelle tue voglie hai disprezzato un tanto e tale alto amorevole Signore
e hai oltraggiato il suo prezioso sangue. Che con tutto ciò, nella sua perpetua
carità e nella sua immutabile bontà, egli ti chiama alla sua divina
mensa e talora ti costringe con minacce di morte perché ci vada. Né
ti chiude la porta della sua pietà e nemmeno ti volta le sue divine spalle,
benché tu per natura sia lebbrosa, zoppa, idropica, cieca, indemoniata e ti
sia data a molti fornicatori.

Questo solo il Signore vuole da te.

Primo: che ti dolga di averlo offeso.

Secondo: che sopra ogni altra cosa abbia in odio il peccato sia grave che leggero.

Terzo: che tutta ti offra e ti abbandoni, con l’affetto sempre e con i fatti nelle
occasioni, alla sua volontà e all’obbedienza a lui.

Quarto: che speri poi e abbia ferma fede che egli ti perdonerà, ti farà
monda e ti guarderà da tutti i tuoi nemici.

Confortata da quest’amore ineffabile del Signore, ti avvicinerai poi per comunicarti
con un timore santo e amoroso dicendo: ìSignore, non sono degna di riceverti per
tante e tante volte in cui ti ho offeso gravemente, né ho ancora pianto come
devo l’offesa tua. Signore, non sono degna di riceverti, perché non sono affatto
monda dagli affetti ai peccati veniali. Signore, non sono degna di riceverti, perché
ancora non mi sono data sinceramente al tuo amore, alla tua volontà e all’obbedienza
a te. Signore mio onnipotente e infinitamente buono, in virtù della tua bontà
e della tua parola fammi degna di riceverti con questa fede, amor mio
î.

Dopo esserti comunicata, rinchiuditi subito nel segreto del tuo cuore e, dimentica
di qualunque cosa creata, ragiona con il tuo Signore in questo modo o in uno simile:
ìO altissimo re del cielo! Chi ti ha condotto dentro di me, che sono miserabile,
povera, cieca e ignuda?
î. Ed egli ti risponderà: ìL’amoreî. E tu
replicando dirai: ìO Amore increato! O Amore dolce! Che cosa vuoi tu da me?î.
Egli ti dirà: ìNon altro che amore. Né altro fuoco voglio che arda
sull’altare del tuo cuore, nei tuoi sacrifici e in tutte le tue opere che il fuoco
del mio amore che, consumando ogni altro amore e ogni tua volontà, mi dia
odore soavissimo. Questo ho domandato e domando sempre, perché bramo di essere
tutto tuo e che tu sia tutta mia. Ciò non avverrà giammai finché,
non facendo di te quell’abbandono che tanto mi diletta, sarai attaccata all’amore
di te stessa, al tuo parere e a ogni tua voglia e reputazione. Ti domando l’odio
di te stessa, per darti il mio amore; il tuo cuore, perché si unisca con il
mio che per questo mi fu aperto sulla croce
(cfr. Gv 19,33-34); e chiedo tutta
te stessa, perché io sia tutto tuo. Tu vedi che io sono d’incomparabile prezzo
e tuttavia per mia bontà valgo quanto vali tu. Comprami dunque ormai, anima
mia diletta, col dare te a me. Io voglio da te, mia dolce figliuola, che tu niente
voglia, niente pensi, niente intenda, niente veda fuori di me e della mia volontà,
affinché io in te tutto voglia, pensi, intenda e veda in modo che il tuo niente,
assorto nell’abisso della mia infinità, in quella si converta. Così
tu sarai in me pienamente felice e beata, e io in te tutto contento
î.

Finalmente offrirai al Padre il suo Figliuolo prima per rendimento di grazie e poi
per i bisogni tuoi, di tutta la santa chiesa, di tutti i tuoi, di quelli ai quali
sei obbligata e per le anime del purgatorio. Questa offerta la farai in ricordo e
in unione con quella che egli fece di se stesso quando, pendendo dalla croce tutto
sanguinante, si offri al Padre. E in questo modo gli potrai ancora offrire tutti
i sacrifici, che in quel giorno si fanno nella santa chiesa romana.





CAPITOLO
LVI



La comunione spirituale






Benché non si possa ricevere sacramentalmente il Signore più di una
volta al giorno, tuttavia spiritualmente si può ricevere (come ho detto) ogni
ora e ogni momento; e questo non ci può essere impedito da nessuna creatura
fuorché dalla negligenza o da altra nostra colpa. E alle volte questa comunione
sarà tanto fruttuosa e cara a Dio, quanto forse non saranno molte altre comunioni
sacramentali per difetto di coloro che le ricevono.

Quante volte dunque ti disporrai e ti preparerai a tale comunione, troverai pronto
il Figliuolo di Dio, che con le proprie mani ti ciba spiritualmente di se stesso.
Per prepararti a ciò, rivolgiti con la mente a lui con questo fine; e con
un breve sguardo alle tue mancanze addolorati con lui per averlo offeso, e con ogni
umiltà e fede pregalo che si degni venire nella tua povera anima con nuova
grazia, per sanarla e fortificarla contro i nemici.

Oppure quando sei per farti violenza e mortificarti in qualunque tuo appetito o stai
per fare qualche atto di virtù, fa’ tutto allo scopo di preparare il tuo cuore
per il Signore che continuamente te lo chiede. E rivolgendoti poi a lui, chiamalo
col desiderio che venga con la sua grazia a sanarti e liberarti dai nemici, perché
egli solo possieda il tuo cuore. Ovvero ricordandoti della passata comunione sacramentale,
di’ con cuore acceso: ìQuando, mio Signore, ti riceverò un’altra volta?
Quando, quando?
î. Se vorrai prepararti e comunicarti spiritualmente in modo più
conveniente, indirizza dalla sera precedente tutte le mortificazioni, gli atti virtuosi
e ogni altra opera buona allo scopo di ricevere spiritualmente il tuo Signore.

Di buon mattino, considerando quale bene e quale felicità prova quell’anima
che degnamente riceve il santissimo sacramento dell’altare (poiché in esso
le virtù perdute si riacquistano, l’anima ritorna alla primitiva bellezza
e le si comunicano i frutti e i meriti della passione dello stesso Figliuolo di Dio)
e quanto piace a Dio che noi lo riceviamo e abbiamo i detti beni, studiati di accendere
nel cuore tuo un desiderio grande di riceverlo per piacere a lui.

E accesa che sarai di questo desiderio, rivolgiti a lui dicendogli: ìSignore,
in questo giorno non mi è concesso di riceverti sacramentalmente. Ma, o bontà
e potenza increata, dopo avermi perdonato ogni errore e avermi sanata, fa’ che ti
riceva spiritualmente in maniera degna adesso, ogni ora e ogni giorno col darmi nuova
grazia e fortezza contro tutti i nemici, e particolarmente contro questo a cui per
piacere a te io faccio guerra
î.





CAPITOLO
LVII



Il rendimento di grazie






Perché tutto il bene che abbiamo e facciamo è di Dio e da Dio, gli
dobbiamo rendere grazie di ogni nostro buon esercizio, di ogni vittoria e di tutti
i benefici particolari e comuni ricevuti dalla sua pietosa mano. E per fare questo
nel debito modo, si deve considerare il fine per cui il Signore si muove a comunicarci
le sue grazie, perché da questa considerazione e da questa conoscenza si impara
in qual modo Dio voglia essere da noi ringraziato.

Siccome in ogni beneficio il Signore principalmente intende avere l’onore per sé
e attirare noi all’amore e al servizio suo, prima fa’ con te stessa questa considerazione:
ìCon quale potenza, sapienza e bontà il mio Dio mi ha concesso e mi ha
fatto questo beneficio e questa grazia!
î.

Poi, vedendo che in te (come proveniente da te) non c’è cosa degna di alcun
beneficio, anzi non c’è altro che demeriti e ingratitudine, con profonda umiltà
dirai al Signore: ìE com’è, Signore, che ti degni guardare un cane morto,
facendomi tanti benefici? Sia benedetto il tuo nome nei secoli dei secoli
î.

Finalmente, vedendo che con il beneficio egli vuole essere da te amato e servito,
infiammati d’amore verso un Signore tanto amoroso e del desiderio sincero di servirlo
come a lui piace. E perciò a questo aggiungerai una piena offerta, che farai
nel seguente modo.





CAPITOLO
LVIII



L’offerta






Perché l’offerta di te stessa sia gradita a Dio sotto tutti i punti di vista,
ha bisogno di due cose: una è l’unione con le offerte fatte da Cristo al Padre;
l’altra è che la tua volontà sia distaccata da qualunque attaccamento
alla creatura.

Per quanto riguarda la prima cosa, devi sapere che il Figliuolo di Dio, quando viveva
in questa valle di lacrime, non solo offriva al Padre celeste se stesso e le opere
sue, ma con se stesso offriva anche noi e le opere nostre. Cosicché le nostre
offerte si devono fare in unione alle offerte di Cristo e con la fiducia in esse.

Nella seconda cosa considera bene, prima di offrire te stessa, se la tua volontà
ha qualche attaccamento: qualora ci fosse, essa si deve prima distaccare da ogni
affetto. Perciò ricorri a Dio perché, staccandoti egli con la sua destra,
tu possa offrirti alla sua divina Maestà sciolta e libera da ogni altra cosa.

Sta’ molto attenta a questo: se ti offri a Dio rimanendo attaccata alle creature,
non offri il tuo, ma quello degli altri. Infatti così tu non sei tua, ma appartieni
a quelle creature a cui la tua volontà è attaccata, e ciò dispiace
al Signore quasi come se volessimo deriderlo. E in conseguenza di ciò avviene
che le tante offerte che di noi stessi facciamo a Dio non solo ritornano a noi vuote
e senza frutto, ma dopo cadiamo anche in vari difetti e peccati.

Possiamo offrirci a Dio benché attaccati alle creature, ma allo scopo che
la sua bontà ce ne liberi, perché poi possiamo darci totalmente alla
sua divina Maestà e al suo servizio: e questo dobbiamo farlo spesso e con
grande affetto.

Sia dunque la tua offerta senza attaccamento ed espropriata di ogni tuo volere, non
mirando né ai beni terreni né a quelli celesti, ma alla pura volontà
e alla provvidenza divina a cui ti devi tutta sottomettere e sacrificare in olocausto
perpetuo, e, dimentica di ogni cosa creata, dovrai dire: ìEcco, Signore e Creatore
mio, tutta me stessa e ogni mio desiderio in mano alla tua volontà e alla
tua eterna provvidenza; fa’ di me ciò che ti pare e piace in vita, in morte
e dopo la morte, così nel tempo come nell’eternità
î.

Se farai sinceramente a questo modo (di ciò ti accorgerai quando ti accadono
cose contrarie), da terreno ti trasformerai in evangelico e beatissimo mercante (cfr.
Mt 13,45): infatti tu sarai di Dio e Dio sarà tuo, essendo egli sempre di
coloro che, distaccandosi dalle creature e da se stessi, si danno e si sacrificano
completamente a sua Divina Maestà.

Ora tu vedi qui, figliuola, un modo potentissimo di vincere tutti i tuoi nemici,
perché se la suddetta offerta ti unisce con Dio così che tu diventi
tutta sua ed egli tutto tuo, quale nemico e quale potenza ti potrà giammai
nuocere? E quando vorrai offrirgli qualche tua opera, come digiuni, orazioni, atti
di pazienza e altre cose buone, volgi prima la mente all’offerta che Cristo faceva
al Padre dei suoi digiuni, orazioni e altre opere; confidando nel valore e nella
virtù di queste, offri poi le tue. E se vorrai offrire al Padre celeste le
opere di Cristo per i tuoi debiti, lo farai nel modo seguente.

Darai uno sguardo generale e talvolta distinto ai tuoi peccati. E vedendo chiaramente
che non è possibile che tu da te possa placare l’ira di Dio né soddisfare
la sua divina giustizia, ricorrerai alla vita e alla passione del suo Figliuolo pensando
a qualche sua opera, come ad esempio a quando digiunava, pregava, soffriva o spargeva
il sangue. In ciò vedrai che, per placarti il Padre e per pagare il debito
delle tue iniquità con la sua opera, Gesù gli offriva la sua passione
e il suo sangue dicendo quasi: ìEcco, eterno Padre, che secondo la tua volontà
io soddisfaccio sovrabbondantemente alla tua giustizia per i peccati e per i debiti
di N. Piaccia alla tua divina Maestà di perdonarle e di riceverla nel numero
dei tuoi eletti
î.

Perciò offri per te all’eterno Padre questa stessa offerta e queste stesse
preghiere, supplicandolo di rimetterti ogni debito in virtù di esse. E questo
lo potrai fare non solamente passando da uno a un altro mistero, ma anche dall’uno
all’altro atto di ciascun mistero; e questo modo di offerta ti potrà servire
non solo per te, ma anche per altri.





CAPITOLO
LIX



La devozione sensibile e l’aridità




La devozione sensibile
è causata ora dalla natura, ora dal demonio e ora dalla grazia: dai suoi frutti
potrai discernere donde proceda. Se infatti non ne segue in te miglioramento di vita,
devi sospettare che proceda dal demonio o dalla natura e tanto più quanto
sarà accompagnata da maggior gusto, dolcezza, attaccamento e da qualche stima
di te stessa. Perciò quando ti sentirai addolcire la mente dai gusti spirituali,
non stare a disputare da che parte ti vengano; non ti appoggiare ad essi né
lasciati allontanare dalla conoscenza del tuo niente. Con maggior diligenza e odio
di te stessa studiati di tenere libero il tuo cuore da qualunque legame benché
spirituale e desidera solo Dio e il suo beneplacito perché a questo modo,
sia che il gusto provenga dalla natura sia che provenga dal demonio, ti si cambierà
in un effetto della grazia.

L’aridità può procedere parimenti dalle tre suddette cause. Dal demonio,
per intiepidire la mente e rivolgerla dall’impresa spirituale ai trattenimenti e
ai diletti del mondo. Da noi stessi per le nostre colpe, per i nostri attaccamenti
alla terra e per le nostre negligenze. Dalla grazia o per avvisarci di essere più
diligenti nel lasciare ogni legame e ogni occupazione che non sia Dio e a lui non
termini; o affinché conosciamo per esperienza che ogni nostro bene viene da
lui; o affinché per l’avvenire stimiamo di più i suoi doni e siamo
più umili e cauti nel conservarli; o per unirci più strettamente con
sua divina Maestà con la totale rinuncia a noi stessi anche nelle delizie
spirituali affinché, legato a queste il nostro affetto, non dividiamo il cuore
che il Signore vuole tutto per sé; oppure perché egli si compiace per
nostro bene di vederci combattere con tutte le nostre forze e con l’aiuto della sua
grazia.

Dunque se ti sentirai arida, entra in te stessa a vedere per quale tuo difetto ti
sia stata sottratta la devozione sensibile e contro quello comincia la battaglia
non per recuperare la sensibilità della grazia, ma per togliere da te quello
che dispiace a Dio. E non trovando il difetto, ritieni tua devozione sensibile la
vera devozione consistente nella rassegnazione pronta alla volontà di Dio.
E perciò per nessun motivo tralascia i tuoi esercizi spirituali, ma continuali
con ogni sforzo, anche se ti paiono infruttuosi e insipidi, bevendo volentieri il
calice di amarezze che nell’aridità ti porge l’amorosa volontà di Dio.

Se l’aridità talora fosse accompagnata da tante e cosi folte tenebre di mente
da non sapere dove rivolgerti né che partito prendere, non ti sgomentare.
Sta’ invece solitaria e salda sulla croce, lontana da ogni diletto terreno, benché
ti fosse offerto dal mondo o dalle creature. Nascondi la tua passione a qualunque
persona eccetto che al tuo padre spirituale, al quale la scoprirai non per alleggerire
la pena, ma per apprendere il modo di sopportarla secondo come a Dio piace.

Non usare le comunioni, le orazioni e gli altri esercizi per scendere dalla croce,
ma per ricevere forza di esaltare questa croce a maggior gloria del Crocifisso. Non
potendo meditare e pregare a modo tuo per la confusione mentale, medita come meglio
puoi. E quello che non puoi eseguire con l’intelletto, fatti violenza per eseguirlo
con la volontà e con le parole parlando con te stessa e con il Signore, perché
ne vedrai effetti mirabili e così il tuo cuore riprenderà fiato e forza.

Potrai dire dunque in tal caso: ìPerché ti rattristi, anima mia, perché
su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto
e mio Dio
î (Sal 42,6). ìPerché, Signore, stai lontano, nel tempo dell’angoscia
ti nascondi? Non abbandonarmi mai
î (Sal 10, 1).

Ricordandoti di quella sacra dottrina infusa da Dio al tempo delle tribolazioni nella
sua diletta Sara, moglie di Tobia, servitene anche tu dicendo con viva voce: ìChiunque
ti serve ha per certo che la sua vita riceverà la corona delle prove sostenute
e la liberazione dalle tribolazioni; e pure se castigato, potrà contare sulla
tua misericordia. Tu infatti non godi della nostra perdizione, perché dopo
la tempesta concedi la pace e dai gioia dopo le lacrime e il pianto. O Dio di Israele,
sia benedetto il tuo nome nei secoli
î (Tb 3,20-23 Volgata).

Ti ricorderai ancora del tuo Cristo, che nell’orto e sulla croce per sua gran pena
fu abbandonato dal Padre celeste nella parte sensibile, e sopportando con lui la
croce dirai di tutto cuore: ìSia fatta la tua volontàî (Mt 26,42).
Se così farai, la tua pazienza e la tua orazione faranno salire le fiamme
del sacrificio del tuo cuore fino al cospetto di Dio e tu rimarrai vera devota essendo,
come ti ho detto, la vera devozione una viva e ferma prontezza di volontà
a seguire Cristo con la croce in spalla (cfr. Lc 9,23) per qualunque via ne inviti
e chiami a sé; e a volere Dio per Dio e lasciare talvolta Dio per Dio.

Se molte persone che attendono allo spirito e massimamente le donne misurassero il
loro profitto da questa e non dalla devozione sensibile, non sarebbero ingannate
da loro stesse né dal demonio; nemmeno si addolorerebbero inutilmente, anzi
ingratamente, di un tanto bene fatto ad esse dal Signore, ma attenderebbero con maggior
fervore a servire sua divina Maestà che tutto dispone o permette a gloria
sua e per nostro bene.

In questo ancora si ingannano le donne, che con timore e prudenza si guardano dalle
occasioni di peccato. Talora essendo esse molestate da orribili, brutti e spaventevoli
pensieri e talora da visioni ancora più brutte, si confondono e si perdono
d’animo e si convincono di essere abbandonate da Dio e completamente lontane da lui,
non potendo persuadersi che, in una mente piena di siffatti pensieri, possa abitare
il suo divino spirito.

Restando così molto abbattute, tali donne quasi sono sul punto di disperarsi
e di ritornarsene nell’Egitto dopo aver lasciato ogni loro buon esercizio. Queste
non comprendono bene la grazia concessa loro dal Signore, il quale le fa assalire
da questi spiriti di tentazione per indurle alla conoscenza di se stesse e perché
si accostino a lui come bisognose di aiuto. Perciò ingratamente si addolorano
per quello di cui dovrebbero essere riconoscenti all’infinita bontà.

Quello che tu devi fare in tali avvenimenti è di sprofondarti nella considerazione
della tua inclinazione perversa. Per il tuo bene Dio vuole che tu conosca che essa
è pronta a ogni gravissimo male, e che senza il suo soccorso tu precipiteresti
in estrema rovina. E da questo acquista speranza e confidenza che egli ti aiuterà,
poiché ti fa vedere il pericolo e ti vuole attirare più vicino a sé
con l’orazione e con il ricorso a lui, al quale perciò ne devi rendere umilissime
grazie.

Tieni per certo che simili spiriti di tentazione e simili brutti pensieri meglio
si cacciano con una paziente tolleranza della pena e con un deciso volgere di spalle,
anziché con una resistenza troppo ansiosa.





CAPITOLO
LX



L’esame di coscienza






Per l’esame di coscienza considera tre cose: le cadute di quel giorno; la loro causa;
l’animo e la prontezza che dimostri per far loro guerra e acquistare le virtù
ad esse contrarie.

Intorno alle cadute, farai quanto ti ho detto nel capitolo XXVI, dove ho indicato
quello che bisogna fare quando siamo feriti.

Ti sforzerai di abbattere e di mandare a terra la causa di esse.

Fortificherai la volontà per fare questo e per acquistare le virtù
con la diffidenza di te stessa, con la confidenza in Dio, con l’orazione e con numerosi
atti, con i quali tu possa provare l’odio del vizio e desiderare la virtù
contraria.

Le vittorie e le opere buone che avrai fatte ti siano sospette.

Inoltre ti consiglio di non considerarle molto, per il pericolo quasi inevitabile
almeno di qualche motivo nascosto di vanagloria e di superbia. Perciò, quali
che siano, dopo averle tutte affidate alla misericordia divina, indirizza il tuo
pensiero al molto più che ti rimane da fare.

Per quanto tocca poi il rendimento di grazie per i doni e i favori a te fatti dal
Signore in quel giorno, riconoscilo come artefice di ogni bene e ringrazialo di averti
liberata da tanti nemici manifesti e molto più da quelli occulti; di averti
dato pensieri buoni e occasioni per praticare le virtù; infine ringrazialo
per qualunque altro beneficio che tu stessa ignori.





CAPITOLO
LXI



In questa battaglia bisogna continuare a combattere sempre fino alla morte




Fra le altre cose
richieste in questo combattimento, una è la perseveranza con la quale dobbiamo
attendere a mortificare sempre le nostre passioni che in questa vita non muoiono
mai, anzi germogliano ogni ora come erba cattiva. E questa è battaglia che
siccome non finisce se non con la vita, così non può essere da noi
evitata; e chiunque in essa si rifiuta di combattere, necessariamente o viene preso
oppure vi perisce.

Oltre a ciò si ha da fare con nemici che ci portano odio continuo: perciò
non se ne può giammai sperare pace né tregua, poiché uccidono
più crudelmente chi più cerca di farsi loro amico.

Non ti devi però spaventare per la loro potenza e per il loro numero, perché
in questa battaglia non può essere superato se non chi vuole. E tutta la forza
dei nostri nemici sta in mano al Capitano, in onore del quale dobbiamo combattere.
Non solo egli non permetterà che essi prevalgano su di te, ma prenderà
anche le armi per te; ed essendo più potente di tutti i tuoi avversari, ti
darà la vittoria in mano se tu, combattendo virilmente insieme a lui, confiderai
non in te ma nella sua potenza e nella sua bontà.

Se il Signore non ti concedesse così presto la palma, non ti perdere d’animo
Infatti devi essere più certa di una cosa e questo ti gioverà anche
per combattere fiduciosamente: se ti comporterai da fedele e generosa guerriera,
egli trasformerà in tuo beneficio e in tuo vantaggio tutte le cose che ti
si faranno incontro e quelle che più ti sembreranno lontane anzi contrarie
alla tua vittoria, di qualunque genere siano.

Tu dunque, figliuola, seguendo il tuo celeste Capitano che per te ha vinto il mondo
e ha consegnato se stesso alla morte, attendi con magnanimo cuore a questa battaglia
e alla totale distruzione di tutti i tuoi nemici: se ne lasciassi vivo anche uno
solo, ti sarebbe come fuscello negli occhi e lancia nei fianchi e ti impedirebbe
il corso di così gloriosa vittoria.





CAPITOLO
LXII



Il modo di prepararci contro i nemici che ci assaltano nel momento della morte




Benché
tutta la nostra vita sia una guerra continua sopra la terra (cfr. Gb 7,1 Volgata),
tuttavia la principale e più segnalata giornata la vivremo nell’ultima ora
del gran passaggio: infatti chiunque cade in quel punto, non si alza più.
Quello che devi fare per trovarti allora ben preparata è che in questo tempo
a te concesso tu combatta virilmente, perché chi combatte bene in vita facilmente
ottiene vittoria in punto di morte per l’abitudine buona già fatta.

Oltre a ciò pensa spesse volte con attenta considerazione alla morte, perché,
quando sopraggiungerà, la temerai meno e la mente sarà libera e pronta
alla battaglia. Gli uomini mondani fuggono da questo pensiero, per non cessare di
compiacersi nelle cose terrene: poiché stanno volentieri attaccati ad esse
con amore, sentirebbero pena se pensassero di doverle lasciare. Così non diminuisce
il loro affetto disordinato, anzi va sempre più prendendo forza; e il separarsi
poi da questa vita e da cose tanto care è per loro di affanno inestimabile,
e alle volte maggiore in quelli che più lungamente le hanno godute.

Per fare meglio questa importante preparazione, potrai anche immaginare qualche volta
di trovarti sola senza nessun aiuto, posta tra le strettezze della morte, e di richiamarti
alla mente le cose seguenti che ti potrebbero in quel momento travagliare. Quivi
poi discorrerai intorno ai rimedi che ti porterò, per potertene meglio servire
in quell’ultima angustia: infatti il colpo che si deve fare una volta sola, bisogna
prima impararlo bene per non commettere errore, dove non c’è possibilità
di correzione.





CAPITOLO
LXIII



Quattro assalti dei nostri nemici nell’ora della morte.

Si parla prima dell’assalto contro la fede e dei modo di difendersi






Quattro sono gli assalti principali e più pericolosi con i quali i nostri
nemici sono soliti farsi incontro a noi nell’ora della morte. Sono questi: la tentazione
contro la fede, la disperazione, la vanagloria e varie illusioni e trasformazioni
dei demoni in angeli di luce.

Quanto al primo assalto, se il nemico ti comincia a tentare con i suoi falsi argomenti,
lascia presto l’intelletto e ritirati nella volontà dicendo: ìVa’ indietro,
satana
(Mt 16,23), padre di menzogne (Gv 8,44), perché io non
ti voglio neppure sentire, bastandomi credere quanto crede la santa chiesa romana
î.
E non dar luogo per quanto puoi ai pensieri intorno alla fede, pur sembrandoti innocui;
anzi li devi considerare come pretesti del demonio per attaccare briga. E se anche
non facessi a tempo a distogliervi la mente e a riprendere animo, sta’ forte e ben
salda per non cedere a qualunque ragione o autorità di sacra Scrittura che
l’avversario adducesse: infatti tutte saranno manchevoli o male addotte o male interpretate,
anche se a te paressero buone, chiare ed evidenti.

Se l’astuto serpente ti domandasse quello che crede la chiesa romana, non gli rispondere;
ma vedendo il suo inganno e che vorrebbe anche sedurti con le parole, fa’ un atto
interiore di più viva fede; oppure per farlo scoppiare di sdegno, rispondigli
che la santa chiesa romana crede la verità. E se il maligno replicasse: ìQual
è questa verità?
î, tu ripiglia: ìQuello appunto che essa credeî.

Soprattutto tieni sempre il tuo cuore fisso sul Crocifisso, dicendo: ìDio mio,
creatore e salvatore mio, soccorrimi presto e non ti allontanare da me, perché
io non mi allontani dalla verità della tua santa fede cattolica; e ti piaccia
che, come in quella fede sono nata per tua grazia, così in essa a gloria tua
io termini questa vita mortale
î.





CAPITOLO
LXIV



L’assalto della disperazione. Rimedio contro di essa




L’altro assalto
con il quale il perverso demonio si sforza di abbatterci completamente è lo
spavento che ci incute con il ricordo delle nostre colpe, per farci precipitare dentro
la fossa della disperazione.

In tale pericolo attieniti a questa regola certa: i pensieri dei tuoi peccati sono
dalla grazia e a tua salvezza quando in te producono effetto di umiltà, di
dolore dell’offesa di Dio e di confidenza nella sua bontà. Ma quando ti turbano
e ti rendono diffidente e pusillanime sebbene ti sembrassero pensieri di cose vere
e sufficienti a convincerti che tu sei dannata e che per te non c’è più
tempo di salvezza, riconoscili pure per effetti dell’ingannatore; umiliati di più
e confida di più in Dio, perché a questo modo con le sue stesse armi
vincerai il nemico e darai gloria al Signore.

Addolorati pure dell’offesa fatta a Dio ogni volta che ti viene in mente, ma chiedine
perdono confidando nella sua passione.

Ti dico di più: se ti sembrasse che lo stesso Dio ti dicesse che tu non sei
delle sue pecorelle, tu non dovresti tralasciare per nessun motivo di confidare in
lui, ma dovresti dirgli umilmente: ìHai ben ragione, Signor mio, di riprovarmi
per i miei peccati, ma io ho una ragione maggiore di confidare nella tua pietà
perché tu mi perdoni. Perciò ti chiedo la salvezza di questa meschina
tua creatura dannata sì, per la sua malizia, ma redenta a prezzo del tuo sangue.
Redentore mio, mi voglio salvare a gloria tua, e confidando nella tua immensa misericordia
mi abbandono tutta nelle tue mani. Fa’ di me quanto a te piace, perché tu
sei il mio unico Signore; e se anche mi uccidessi, pure voglio tenere vive in te
le mie speranze
î (cfr. Gb 13,15 Volgata).





CAPITOLO
LXV



L’assalto della vanagloria




Il terzo assalto
è quello della vanagloria e della presunzione.

In questo non ti lasciare mai per nessuna via immaginabile indurre sia pure a una
minima compiacenza di te stessa né delle tue opere. Ma il tuo compiacimento
sia puramente nel Signore, nella sua pietà, nelle opere della sua vita e della
sua passione.

Umiliati sempre più agli occhi tuoi fino all’ultimo respiro e riconosci Dio
solo come autore di ogni bene che ti ricordi d’avere compiuto. Ricorri al suo aiuto,
ma non lo aspettare per i tuoi meriti, pur avendo superato molte e grandi battaglie.
E sta sempre in un santo timore confessando sinceramente che tutti i tuoi preparativi
di guerra sarebbero vani, se sotto l’ombra delle sue ali non ti raccogliesse il tuo
Dio, nella cui protezione unicamente confiderai.

Seguendo questi avvisi, i tuoi nemici non potranno prevalere contro di te. E così
ti aprirai la strada, per passare lietamente alla Gerusalemme celeste (cfr. Ap 2
1, 1ss).





CAPITOLO
LXVI



L’assalto delle illusioni e delle false apparizioni nell’ora della morte






Se l’ostinato nostro nemico, che non si stanca mai di tormentarci, ti assalisse con
false apparizioni e si trasformasse in angelo di luce, sta’ ferma e salda nella cognizione
del tuo niente e digli arditamente: ìRitorna, infelice, nelle tue tenebre, perché
io non merito visioni né ho bisogno d’altro che della misericordia del mio
Gesù e delle preghiere di Maria Vergine, di san Giuseppe e degli altri santi
î.

Se pure ti paresse per molti segni quasi evidenti che fossero cose venute dal cielo,
rifiutale ugualmente e allontanale da te quanto puoi; e non temere che questa resistenza,
fondata nella tua indegnità, dispiaccia al Signore: infatti se la faccenda
sarà sua, egli saprà ben chiarirla e tu niente perderai; poiché
chi dà la grazia agli umili (cfr. I Pt 5,5) non la toglie a motivo degli atti
di umiltà che si compiono.

Queste sono le armi più comuni, che il nemico suole adoperare contro di noi
in quell’estremo passo. Egli poi va tentando ciascuno secondo le particolari inclinazioni,
alle quali lo conosce più soggetto. Però prima di avvicinarsi l’ora
del gran conflitto, dobbiamo armarci bene e combattere strenuamente contro le nostre
passioni più violente e che più ci signoreggiano, per facilitare la
vittoria nel tempo che ci toglie ogni altro tempo di poterlo fare: ìCombattili
finché non li avrai distrutti
î (cfr. 1Sam 15,18).






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Indice del libro «Il combattimento spirituale»