Breve Introduzione Generale alla Sacra Scrittura

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Breve
Introduzione Generale

alla Sacra Scrittura


di don Giuseppe
Pace














INDICE*



La Sacra
Scrittura può essere fraintesa


Scrittura
e Tradizione


La
divina lectio nei documenti ecclesiastici


La sacra
Scrittura è intrinsecamente difficile


L’ispirazione
biblica


L’inerranza

Genere storico
ed espedienti artistici


Genere
profetico e apocalittico


Il Canone

Il testo
della sacra Scrittura


Traduzioni
dell’Antico Testamento


Traduzioni
di tutta la sacra Scrittura




La Sacra Scrittura
può essere fraintesa




Cominciando da Mosè e dai profeti, andava spiegando loro tutto quello
che nelle Scritture alludeva lui
(Lc 24,27). Gesù strada facendo
alla volta di Emmaus, spiega a due dei suoi discepoli il vero significato di alcune
pagine dei Vecchio Testamento: Né indvidualmente, né soccorsi
dai loro rabbini erano stati in grado di afferrarne la portata. Allora rischiarò
le loro menti affinché colliprendessero il significato delle Scritture
(Lc
24,45). Gesù risorto, nel Cenacolo, dopo aver cenato con gli Apostoli, spiega
anche a loro, come ai due di Emmaus, il vero significato delle predizioni, contenute
nel Pentateuco di Mosè, nei libri dei Profeti e in quello dei
Salmi

Le spiegazioni di Gesù non sarebbero state necessarie, se lo Spirito Santo,
come aveva ispirato gli antichi agiografi, autori umani della sacra Scrittura, avesse
ispirato uno per uno anche i lettori della medesima. Grazie a una tale ispirazione
privata, non solo i rabbini d’Israele, ma anche i più semplici Israeliti avrebbero
ravvisato in Gesù il predetto e atteso redentore. Dei pari, grazie a tale
carisma, anche il Nuovo Testamento non potrebbe essere frainteso da alcuno,
contrariamente a quanto dichiara san Pietro a riguardo delle lettere di san Paolo,
nelle quali, afferma: ci sono delle espressioni difficili da capirsi, travisale
a proprio danno da quelli che non hanno la debita preparazione, e da quelli che non
hanno salde fondamenta il che del resto fanno anche coli tutte le altre parti delle
Scritture
(2 Pt 3,16b). L’Imitazione di Cristo si può
mettere in mano senz’altro a chiunque sappia appena leggere, cristiano o pagano
che sia; la sacra Scrittura no, se non si vuole che invece di alimento di vita eterna,
arrechi meraviglia o scandalo, susciti tedio o disprezzo. È parola di Dio,
e la parola di Dio è una spada a due taglienti, vibrando la quale a modo suo
Martin Lutero divise in due la Cristianità, e la parte scismatica della Cristianità
venne e viene suddivisa ulteriormente in seicento sette da innumerevoli epigoni di
Lutero, imitatori dei medesimo e non curanti del monito di san Pietro: Innanzi
tutto ricordatevi che nessuna profezia della Scrittura può essere fatta oggetto
di interpretazione privata
(2 Pt 1,20). Or qui san Pietro chiama profezia
della Scrittura la sacra Scrittura stessa globalmente presa.



Scrittura
e Tradizione




Per un lungo decorrere di secoli, prima dell’Incarnazione dei Verbo eterno, i
rabbini del popolo eletto erano andati costituendo una raccolta via via più
ricca di scritti, opera di condottieri, giudici, sacerdoti, storici e cronisti, profeti,
mistici e poeti. Tali scritti con il passar dei tempo vennero riordinati, rielaborati,
arricchiti da numerosi agiografi, consci di lavorare su documenti di estremo valore
non tanto per il loro carattere nazionale, storico, letterario, ma per il loro carattere
religioso, Al tempo di Gesù tale biblioteca si poteva considerare completa,
e quindi la Chiesa fondata da Gesù la faceva propria, l’arricchiva di vari
scritti riguardanti la vita di Gesù, le vicende della Cristianità nascente,
e quelli degli stessi Apostoli: al Vecchio Testamento veniva aggiunto il Nuovo.

La Chiesa considerò opera dello Spirito Santo sia il Vecchio che il
Nuovo Testamento, determinò quali siano i libri che vi appartengono,
e quando tale elenco venne messo in discussione, ne fece un dogma de fide definita.
Non solo, ma la Chiesa ci assicura che i libri da essa accolti come ispirati
sono quali lo Spirito Santo li ispirò, nonostante le mende che potessero contenere,
l’inesistenza a tutt’oggi di un testo criticamente ricostruito e l’impossibilità
di dimostrare che qualsivoglia testo criticamente ricostruito sia di fatto tale quale
fu l’originale.

Terminata la stesura del più recente dei libri sacri, l’Apocalisse di san
Giovanni Apostolo, al carisma della sacra ispirazione subentrò il carisma
dell’infallibilità ecclesiastica, assicurata alla chiesa cattolica da un’assistenza
tutta speciale dello Spirito Santo alla persona dei Vicario in terra dei Signor Nostro
Gesù Cristo. Pur ammesso che il libro di Isaia, per esempio, fosse giunto
nelle mani della Chiesa con delle varianti rispetto a quello scritto da Isaia, tuttavia
anche tali varianti andrebbero considerate ispirate, appunto perché accolte
dalla Chiesa. La sacra ispirazione infatti non va intesa come limitata all’attività
di un certo agiografo, ma va estesa a tutte le vicende redazionali alle quali andarono
soggetti i libri della sacra Scrittura dal primo momento della loro stesura a quando
la Chiesa li fece propri.

Se per ipotesi – ci sia lecito ripeterci – si scoprisse un codice con le profezie
di Isaia risultate certissimamente manoscritto di Isaia in persona, ma fosse diverso
dal libro di Isaia profeta accolto dalla Chiesa, questo andrebbe considerato ispirato,
e quello no. Come mai? Perché destinatario della sacra Scrittura non fu il
popolo dell’antica Alleanza, ma il popolo della nuova ed eterna Alleanza: la Chiesa
cattolica.

Lo Spirito Santo garantisce l’infallibilità dei magistero ecclesiastico autorevole:
la sacra Tradizione. La Chiesa docente a sua volta garantisce l’origine ultimamente
divina, e perciò l’inerranza della sacra Scrittura. Noi crediamo che la Scrittura
è veramente sacra, perché crediamo a quanto la Chiesa propone alla
nostra fede.

La Chiesa è il soggetto a cui prestiamo fede; la sacralità della Scrittura
è uno degli oggetti che crediamo, perché proposti alla nostra fede
dal magistero autorevole dalla Chiesa. In altre parole, quando nei Simboli della
Fede si dichiara di credere la Chiesa, si intende dire di credere all’origine
divina della Chiesa, e perciò implicitamente si dichiara di credere a quanto
la Chiesa insegna. Base e fonte della fede cattolica non è la sacra Scrittura,
ma la Chiesa; la sacra Scrittura è oggetto parziale della nostra fede, in
quanto costituisce una parte quella messa anche per iscritto – della Tradizione cattolica.
Che cosa chiedi alla santa Chiesa di Dio? si domanda al battezzando,
ed egli per mezzo di quelli che hanno la responsabilità delle sue sorti eterne,
può rispondere: La fede! Non chiede la fede alla sacra Scrittura,
ma alla Chiesa.

La Sacra Scrittura, senza la Chiesa che ne garantisce l’origine divina e la genuina
interpretazione, sarebbe priva di autorevolezza. Però anche la Chiesa, senza
la sacra Scrittura, resterebbe priva del sussidio principale cui ordinariamente fa
ricorso nel trasmettere ai fedeli le verità della fede, contenute integralmente
nel deposito della sacra Tradizione. Figuratamente si può dire che la Scrittura
senza la Tradizione sarebbe priva di autorevolezza, e che la Tradizione senza la
Scrittura sarebbe priva dì parte del proprio contenuto, come persona che avesse
smarrito un preziosissimo promemoria, pur restando in grado di riscriverselo.



La divina
lectio
nei documenti ecclesiastici




La costituzione dogmatica sulla divina rivelazione Dei Verbum al n°
25 raccomanda ai biblisti di curare delle versioni nelle lingue moderne aptae
et rectae,
cioè fedeli; raccomanda ai biblisti ed ai teologi di collaborare,
sotto la vigilanza del magistero ecclesiastico, cui devono docile ossequio, nell’investigazione
della sacra Scrittura, in modo da mettere a disposizione dei predicatori la dottrina
loro necessaria; raccomanda poi in modo tutto particolare alle anime consacrate di
accostarsi alla sacra Scrittura, sia per mezzo della Liturgia, sia per mezzo delle
pie letture, dedicandosi per ciò a studi introduttorî adeguati. Per
mezzo di pie letture? Certamente; ma non necessariamente e subito di tutta la sacra
Scrittura indiscriminatamente: ciò infatti contraddirebbe con la disciplina
ecclesiastica tradizionale; ma piuttosto di tratti scelti, soprattutto dei Nuovo
Testamento, come più direttamente edificanti ed esigenti minor preparazione
specifica. Gli stessi maestri d’Israele non permettevano ai giovani che la conoscenza
del Pentateuco, e proibivano anche agli adulti certe parti di Ezechiele.
Ecco perché la Dei Verbum insiste sulla necessità di prepararsi
alla lettura divina mediante studi istituzionali introduttori, per altro non a tutti
accessibili.

Volesse il cielo che tutti i fedeli fossero in grado di leggere tutta la Scrittura,
già dall’inizio del loro cammino di fede! Una fioritura di studi biblici,
la sempre maggior diffusione della lectio divina, il moltiplicarsi di corsi
in quasi tutte le diocesi ci fanno ben sperare; ma sarebbe imprudente e dannoso consegnare
bibbie a tutti i fedeli indiscriminatamente, senza preoccuparsi che la lectio
divina
proceda di pari passo con una solida formazione catechistica.

La sacra Scrittura è un tesoro di ricchezze incalcolabili, accumulate lungo
i secoli per opera dello Spirito Santo, per la Chiesa cattolica, alla Chiesa cattolica
affidate, e che esclusivamente la Chiesa cattolica ha la facoltà di offrire
debitamente alle anime per la loro salvezza eterna. Ecco perché non apre un
tale scrigno spensieratamente, ecco perché non permette a chiunque di affondarvi
le mani a proprio arbitrio.

Non da altro infatti sono nate le eresie, se non da questo: che le Scritture,
ottime in sé, vengono fraintese, e che quanto in esse è stato frainteso,
viene sostenuto con temeraria audacia (S. Agostino, Trattati su San Giovanni, 18,
c. 1).

Inoltre per reprimere le menti sconsiderate (il Concilio di Trento) proibisce
a chicchessia di dare alla sacra Scrittura, deformata a capriccio, un senso contrario
a quello che ne diede e ne dà santa madre Chiesa, cui appartiene in esclusiva
la facoltà di giudicare a riguardo dell’esatto senso della sacra Scrittura;
(proibizione che vige) anche se dette interpretazioni venissero formulate con il
proposito di non renderle di ragione pubblica (Denzinger 786/1507).

Clemente XI nella costituzione dogmatica dell’8 settembre 1713 Unigenitus, condannò
la seguente posizione di Pascasio Quesnel: È utile, necessario, sempre,
dovunque, a ogni persona lo studiare e il conoscere la pietà e i misteri della
sacra Scrittura (Denzinger 1429/2479).

Pio VI nella costituzione dei 28 agosto 1794 Auctorem fidei contro gli errori
dei conciliabolo di Pistoia, affermava: La dottrina secondo la quale solo una
reale impossibilità scuserebbe dalla lettura delle sacre Scritture, poiché
sarebbe evidente che all’inadempienza di questo precetto andrebbe imputata l’ignoranza
diffusasi nei riguardi delle principali verità della fede, è falsa,
sconvolge la serenità dei fedeli, ed è già stata condannata
con la condanna di Quesnel (Denzinger 1567/2667).

Pio VII nella lettera dell’8 settembre 1816 Magno et acerbo all’arcivescovo
di Magonza ripete: Con costanza i nostri predecessori ripeterono questo identico
monito, e cioè che il permettere indiscriminatamente la lettura della sacra
Scrittura in volgare porta più danno che profitto (Denzinger 1603/2710).

Gregorio XVI nell’enciclica del 6 maggio 1844 Inter praecipuas, alludendo
alle società bibliche che diffondono la Bibbia in volgare, a volle alterata,
e senza note, si esprime così: A queste società poco o nulla
importa che i lettori possano cadere di errore in errore; purché a poco a
poco si abituino a interpretare a proprio arbitrio la Scrittura, rigettando il magistero
della Chiesa (Denzinger 1630/2771).

Una mamma non offre dei pane a un lattante, non perché il pane sia cattivo,
ma perché al suo bambino farebbe male. Nessuno che abbia criterio e ci tenga
a tornare a casa sano e salvo, osa intraprendere la scalata di una cima ardita, per
la prima volta, senza l’ausilio di una guida provetta o senza una preparazione dei
tutto eccezionale, e che gli garantisca la riuscita dell’impresa. La stessa lettura
della Divina Commedia nulla giova a un fanciullino, che vi si annoierebbe subito;
e torna difficile anche al liceale, che sente quindi il bisogno dell’insegnante,
e che non afferrerà tuttavia la vasta portata dei poema, se non in età
provetta, edotto nei riguardi dei misteri del cuore umano dall’esperienza della vita.

La sacra Scrittura è un libro ben più difficile della Divina Commedia,
perché
non divino per semplice attribuzione enfatica dovuta all’ammirazione
dei lettori; ma perché ha effettivamente come autore principale Dio
stesso: e Dio resta mistero a noi naturalmente inaccessibile anche quando
– e sembra un paradosso – rivela a noi i suoi misteri.

Chi può fissare le pupille nel sole, senza restare abbacinato? Dopo un istante
di grande luce, ecco! non scorge più che un fondo nero. Forse per difetto
di luce nel sole? No, ma semplicemente per difetto della sua vista. Qualche cosa
di analogo avviene anche nei riguardi della sacra Scrittura, parola di Dio: tutte
le scienze umane devono collaborare, incurvandosi con riverenza innanzi alla parola
di Dio, per interpretarla, e sotto la guida autorizzata da Dio stesso: la Chiesa
cattolica.

Ma come? Dio non è capace di parlare in modo di farsi capire, e l’uomo
sì? Dio non sa essere chiaro, ed ha bisogno che l’uomo lo renda tale?
Abbisognerà Dio di un interprete umano? Proprio così, perché
Dio ha stabilito così. Avrebbe potuto fare diversamente, e lo potrebbe
tuttora; ma nei riguardi della sacra Scrittura ha voluto così; l’ha ispirata
per la sua Chiesa, ha riservato alla medesima in esclusiva la facoltà di interpretarla
autorevolmente in modo autentico; ha voluto che tutta la scienza umana e profana
si chinasse riverente quale umile ancella della Chiesa nell’opera di interpretare
la sacra Scrittura, nell’opera di approfondire gli inesauribili tesori di verità
nella medesima contenuti.

Se l’assistenza soprannaturale necessaria al lettore, affinché dalla sacra
Scrittura tragga alimento di vita eterna, fosse come quella concessa allo scrittore
che la vergò, le preoccupazioni avanzate dall’autorità ecclesiastica
sarebbero per lo meno superflue. Sì, l’una e l’altra ispirazione è
una grazia attuale; nell’agiografo però agì ex opere operato,
tanto che non richiese in lui neppure formale coscienza di essere strumento dello
Spirito Santo; mentre nel lettore agisce ex opere operantis: cioè esige
in lui preparazione solerte, umile collaborazione, riconoscenza adorante; non meno
che per trarre profitto da qualsivoglia pratica devota, e principalmente da quella
eminentemente biblica dei santo Rosario, in cui Misteri, Pater, Ave,
Gloria, tutto, non escluso il Deus, in adiutorium meum intende, è
suggerito dalla sacra Scrittura, e nel modo più universalmente accessibile.

Se l’ispirazione biblica che guidò gli agiografi, e quella che illumina i
lettori della sacra Scrittura, fosse di identica natura come pretendono varie sette
protestanti, queste stesse sette diverse tra loro non sarebbero sorte, perché
lo Spirito Santo, che non può contraddirsi, avrebbe ispirato ai loro fondatori
un’unica e identica verità, accomunandoli nell’unica Chiesa di istituzione
divina.



La sacra
Scrittura è intrinsecamente difficile




Nella lettera dell’apostolo Giacomo si legge che la fede, se non ha le opere,
è morta (Gc 2,17), e che ognuno viene giustificato in base alle opere,
e non soltanto per la sua fede (Gc 2,24). Lutero che insegnava diversamente,
espunse dal novero dei libri ispirati la lettera di Giacomo, la lettera di paglia,
come egli ironicamente la denominava.

Negli Atti degli Apostoli san Luca ci dice che i missionari Paolo e Barnaba,
imponendo loro le mani, eleggevano i presbiteri ai quali affidavano le nuove cristianità
da loro stessi fondate (At 14,22) mentre i Valdesi, ne Il Nuovo Testamento
con note spiegative
, Torre Pellice, 1955 insegnano che i due missionari facevano
eleggere da altri, cioè dai fedeli, i propri presbiteri, come usano i Valdesi
tuttora. Ancora nel Atti 21,9 leggiamo che il diacono Filippo aveva quattro figlie
vergini, cioè non maritate, in greco parthenoi, voce che nell’opera
valdese sopraccitata viene espressa dalla frase che erano maritate, suggerita
dall’avversione dei Valdesi nei riguardi dei celibato.

Non è il caso di meravigliarsi: la manomissione della sacra Scrittura fu abitudine
comune a tutti gli eretici, preoccupati di avallare i propri errori ricorrendo alla
sacra Scrittura convenientemente ritoccata o addirittura ridimensionata. Come potrà
il semplice fedele difendersi da tali manomissioni indebite? Non certo interrogando
la sacra Scrittura stessa; ma solo ricorrendo all’autorità competente della
Chiesa cattolica: Chiesa per la quale i libri ispirati vennero per l’appunto ispirati:
autorità cui compete in esclusiva anche la facoltà di dichiarare autentica
questa e quella traduzione della sacra Scrittura dalle lingue originali in una qualsivoglia
lingua moderna.

Tuttavia bisogna pur ammettere che non c’è traduzione per quanto accuratamente
eseguita e debitamente approvata, che equivalga perfettamente l’originale. Per questo
le traduzioni cattoliche della sacra Scrittura sono corredate di note, ordinate anche
a mettere a disposizione del lettore un testo il più possibile corrispondente
a quello scritto nelle lingue bibliche, l’ebraico antico, l’aramaico e il greco ellenistico.
Tuttavia anche il possesso di tali lingue talora non basta per afferrare il senso
autentico di qualsivoglia pagina del libro sacro.

Libro? Piuttosto libretti, come dice esattamente la parola greca Biblia. Si
tratta infatti di una biblioteca, alla cui composizione concorsero numerosi autori
umani, amanuensi dello Spirito Santo; autori umani che scrissero innanzi tutto per
i loro contemporanei; e questi e quelli con mentalità e modi di esprimere
sotto vari aspetti diversi dai nostri; libri ritoccati da vari redattori posteriori
lungo il decorso di non pochi secoli; libri nei quali si trattano, a volte in modo
alquanto promiscuo, argomenti d’indole varia: parabole, poesie, profezie, apocalissi,
preghiere, lamentazioni, imprecazioni; ma principalmente fatti storici, narrati ora
in modo piano, ora ampliati dallo stile epico, ora adornati dagli aedi popolari che
li conservarono e li trasmisero da secolo in secolo oralmente, fino a quando non
vennero messi per iscritto in questa o in quell’altra forma.

Traddurre tutto ciò secondo le esigenze della nostra mentalità senza
guastare nulla, sarà mai possibile? Per questo il biblista impegnato si studia
di tradurre il più possibile la propria mentalità moderna in quella
degli antichi agiografi: opera certo non facile, che raramente può riuscire
in modo perfetto, ma affascinante e religiosamente quant’altra mai ben rimunerata.

Tuttavia la maggiore difficoltà che contrasta la retta interpretazione della
sacra Scrittura, non deriva tanto dalla sua forma letteraria, quanto dal suo contenuto.
t facile convincersene, sol che si badi a quanto avviene presso quei Protestanti
che ricorrono alla Bibbia come a un prontuario di ricette. In tal modo, a base di
Bibbia, si possono sentire autorizzati oggi ad affermare una certa opinione, e domani
la contraria; oggi a sostenere la moralità di un certo comportamento, e domani
a riprovarlo. Ciò avviene perché non si può prendere come norma
di verità a sé sufficiente una pagina della sacra Scrittura avulsa
dal contesto prossimo e remoto.

Non solo, ma lo stesso Vecchio Testamento complessivamente, senza il suo complemento
indispensabile, il Nuovo Testamento, è un libro incompleto. Un arco di pietre,
per quanto solide, non si regge Fino a quando non sia stata collocata nel fastigio
dell’arco l’ultima pietra, la pietra di volta; così lo spigolo di un edificio,
se non posa su salda pietra angolare, non può reggere. Questa pietra di volta,
questa pietra angolare dei Vecchio Testamento, non si trova che nel Nuovo Testamento.

A più riprese nelle pagine dei Vecchio Testamento viene denunciata la caducità
dell’alleanza antica, stretta da Dio con il popolo d’Israele, e la cessazione per
questo stesso popolo del mandato di depositario delle promesse di Dio, mentre viene
vaticinata la costruzione di un nuovo popolo di Dio, di un regno di Dio universale,
di una nuova e imperitura alleanza. Sì, il Vecchio Testamento è un
libro interrotto a metà, che esige a complemento indispensabile il Nuovo Testamento,
e l’uno e l’altro a loro volta esigono il magistero ecclesiastico autorevole. Proprio
così: la Bibbia anche perfettamente completa di Vecchio e di Nuovo Testamento,
non è tuttavia autosufficiente: non è infatti che una parte, certo
di incalcolabile valore, della sacra Tradizione, del depositum fidei, e solo
inserita nella sacra Tradizione diviene luminosa e perspicua.

Ecco perché quei Figli d’Israele che considerano tuttora il Vecchio Testamento
come completo e autosufficiente, nell’interpretarlo si smarriscono, e finiscono per
ritenerlo semplice raccolta di libri di letteratura nazionale antica, ma non più
ispirati da Dio; oppure restando ad essi ciecamente devoti e sforzandosi di ispirare
ai medesimi la propria condotta privata e collettiva, rischiano di ritenere comando
di Dio la prosecuzione delle proprie mire terrene.



L’ispirazione
biblica




La tradizione ebraico-cattolica, riconfermata solennemente nel Concilio di Trento,
afferma che l’autore della sacra Scrittura è Dio stesso; ma riconosce
anche che Dio non ne è l’unico autore: a ragione si parla di Legge
di Mosè,
di Salini dì Davide, di Proverbi di Salomone.

Dio infatti volle servirsi a modo di strumenti intelligenti e liberi di collaboratori
umani, a volte coscienti di parlare o di scrivere in nome di Dio, come quando certi
Profeti proclamavano alle folle gli oracoli di Yahweh, altre volte invece dei tutto
inconsci della provvidenza divina tutta speciale che vegliava sul loro lavoro, illuminava
la loro mente, dirigeva la loro volontà, tanto da ottenere che trasmettessero
fedelmente agli uomini mediante i loro scritti il messaggio di Dio. In questa azione
dello Spirito Santo sulla mente e sulla loro volontà dell’agiografo consiste
essenzialmente la sacra ispirazione, secondo la definizione classica della medesima
stilata da Leone XIII il 18 novembre 1893 nell’enciclica Providentissimus Deus.

Tali strumenti umani, nello scrivere, nel ritoccare, nel ridimensionare i libri
ispirati, lasciarono in essi la propria impronta, in modo analogo a quanto avviene
di un pennino che, pur tracciando fedelmente le consonanti e le vocali volute da
colui che impugna la penna, le traccia tuttavia più o meno fini, più
o meno intozzate, a seconda della forma e dell’elasticità della propria punta.

Ciononostante anche la forma letteraria si deve dire ispirata, in quanto è
lo Spirito Santo che elesse questo piuttosto che quell’altro strumento umano appunto
perché in consonanza con la propria personalità e temperamento e sensibilità
artistica, avrebbe usato un certo genere letterario piuttosto che un altro: anche
la forma dei pennino viene scelta dallo scrivente, quando sceglie quel certo pennino.

San Luca ci assicura di non essersi accinto a comporre il suo Vangelo, che dopo aver
investigato diligentemente ogni cosa sin dall’inizio (Lc 1,3).

Tanta cura sarebbe stata superflua, se lo Spirito Santo gli avesse dettato quanto
egli mise per iscritto. Se si prende la parola dettato nel suo senso
più stretto e rigoroso, la sacra ispirazione non può essere dichiarata
propriamente dettato dello Spirito Santo. Negli Atti 23,26-30
san Luca inserisce di sana pianta la lettera inviata al procuratore romano Felice
dal tribuno Claudio Lisia: lettera nella quale Claudio Lisia, mentendo, afferma di
essere corso a salvare Paolo aggredito dai Giudei, appena seppe che Paolo era cittadino
romano.

Anche tale lettera si può dire ispirata, non meno che ogni altra pagina degli
Atti, non in quanto sia stato ispirato Lisia a scriverla, e tanto meno a mentire,
ma in quanto venne ispirato san Luca, affinché la inserisse negli Atti.
Così si dica della sentenza dei Sinedrio: È reo di morte (Mt
26,66).

Lo Spirito Santo ispirò san Matteo a collocarla nel suo Vangelo; ma fu il
demonio a ispirarla ai sinedristi, non lo Spirito Santo.

Consideriamo ancora la lettera di Lisia per una precisazione ulteriore. Detta lettera
non rivela una qualche verità altrimenti inaccessibile alle capacità
conoscitive naturali dell’uomo: tutto quello che vi si legge, è uscito dalla
mente e dalla fantasia di Lisia: tutto ciò che vi si contiene, è ispirato;
nulla di ciò che vi si contiene è rivelato.

Non tutto ciò che è ispirato, è necessariamente anche rivelato.
La sacra ispirazione ha un’estensione maggiore della divina rivelazione.

Ecco perché non fa difficoltà ammettere come ispirati nella Bibbia
anche dei semplici ornamenti pittorici, quali ad esempio i riferimenti al cane che
accompagna Tobia e l’arcangelo Raffaele lungo il viaggio, che precede costoro alla
casa dove li attende Tobia il vecchio, cui annunzia il ritorno dei figlio menando
festosamente la coda (Volgata-Tobia 6,1; 11, 9).



Inerranza



La sacra Scrittura ha per autore principale Dio, e perciò è
ultimamente parola di Dio. Dio ce la rivolge per farci conoscere delle verità
a noi naturalmente inaccessibili, i divini misteri, e quindi la meta suprema per
la quale ci ha creato, e i mezzi che ci offre affinché possiamo raggiungerla.
Se la sacra Scrittura contenesse qualche errore vero e proprio, ci proponesse cioè
come verità comunicataci da Dio qualche falsità senza definirla per
tale, senza il debito correttivo, cesserebbe di essere sentiero di vita, né
potremmo ritenerla derivata dalla fonte da Dio, fonte ultima di ogni verità.

Ora, scorrendo le pagine della sacra Scrittura, possiamo imbatterci nell’espressione
Dio non esiste. Presa a se stante è certamente falsa, e non può
essere parola di Dio. Tutto cambia appena la si ricolloca nel suo contesto immediato:
Lo stolto pensa: Non c’è Dio (Sal 14 [13], 1).
Questa o quella parte della sacra Scrittura, avulsa dal contesto più o
meno prossimo, può assumere un significato addirittura antitetico rispetto
a quello inteso dal suo autore. Or questo può avvenire anche per il Vecchio
Testamento in genere, quando venga avulso dal Nuovo.

La rettifica o condanna di un qualche. comportamento o di una qualche opinione errata,
a volte è dato trovarla nel Vecchio Testamento stesso. Così avviene
a riguardo dell’opinione ateistica espressa dall’insipiente, subito corretta dal
contesto che ne denuncia l’insipienza; così avviene per la ribellione di Adamo,
per il fratricidio commesso da Caino, per l’amoralismo di Lamek, colpa condannate
da tutto il contesto. Di altri comportamenti ed opinioni invece la messa a punto
definitiva si trova solo nei Nuovo Testamento. Basti considerare il discorso della
Montagna. In esso Gesù, dopo aver premesso di non essere venuto per distruggere,
ma per portare alla piena maturazione le prescrizioni della Legge e dei Profeti,
per ben sei volte presenta la sua legge come correttivo al comportamento tollerato
dall’antica legge: Avete udito quanto fu detto agli antichi… Ma io vi dico (Mt
5).

Dal punto di vista morale l’antica legge a volte, più che disposizioni
positivamente divine, non conteneva che delle limitazioni poste da Dio a dei costumi
immorali incancreniti. Una legge che li avesse interdetti in tronco, non avrebbe
avuto risonanza: invece di giovare, avrebbe suscitato meraviglia, scandalo, disprezzo.
Per questo il Signore agì come il medico che vuol disintossicare una persona
affetta da alcoolismo: non la priva bruscamente dell’alcool; ma gliene concede via
via sempre di meno, fino a quando potrà negarglielo del tutto senza pericolo.
Ora il compito di restaurare integralmente la legge di Dio era riservato a Gesù,
che infatti non esita a legiferare come solo Dio stesso avrebbe potuto legiferare,
e nel campo morale proibisce in modo inequivocabile il divorzio, pur tanto diffuso
universalmente e non raro anche tra il popolo d’Israele, la poligamia, già
tollerata nella stessa tribù di Abramo; la vendetta privata estesa talora
anche contro degli innocenti; e nel campo dottrinale proietta un raggio di chiara
luce sull’aldilà, sostituendo la sua dottrina categorica nei riguardi del
Paradiso e dell’Inferno, all’opinione sullo Sheòl, tanto vaga e nebulosa e,
fatta eccezione per qualche persona particolarmente privilegiata e illuminata, tanto
diffusa in Israele.



Vediamo ora, commentando un versetto difficile, in che senso la Bibbia non contiene
errori



Non i morti lodano il Signore, né quanti scendono nella tomba. Ma noi,
i viventi, benediciamo il Signore ora e sempre
. (Sal 115, 17-18
[113, 25-26]).



L’espressione sempre è enfatica: significa infatti fino a che vivremo,
perché il salmista ha affermato esplicitamente che, finita questa vita,
l’uomo cessa di lodare il Signore. Una tale opinione che a prima vista sembra ignorare
una retribuzione nell’aldilà discriminatrice dei buoni e dei malvagi, offende
l’autore dei libro di Giobbe (21 passim), lascia perplesso Geremia
(12,14), e viene contraddetta in qualche altro salmo (16 [15],
49 [48]). Anche se non si può affermare che l’autore di questo salmo
affermi formalmente l’impossibilità dei morti di lodare i Signore: il v. 13
dello stesso salmo suona: Il Signore benedice quelli che lo temono, benedice i
piccoli e i grandi.
Quelli che lo temono sono i viventi, il noi del
v. 18. Chi non teme il Signore è solo uno destinato ad una condizione in cui
non si può lodare il Signore. Quindi l’autore non vuole dire nulla di preciso
sull’esatta condizione degli uomini dopo la morte, ma soltanto, in termini poetici,
sul destino di chi non teme il Signore: scendere nel silenzio (ebr.: dumah),
nell’assenza di lode. Quindi non è esclusa neppure l’ipotesi dell’inferno,
in cui i dannati sono immersi in questo silenzio assoluto di espressioni di lode.
Vediamo quindi come è difficile capire il significato della scrittura e solo
il contesto e l’interpretazione globale della Chiesa rendono ogni singolo versetto
assolutamente privo di errore.

In altre pagine del Vecchio Testamento si riprende questo tema, e si alimenta la
speranza in una vita eterna nell’Aldilà, come nel libro della Sapienza
(3,1-11) e nel secondo libro dei Maccabei (7passim).
Tuttavia solo dalle labbra di Gesù sono pronunciate delle espressioni
che a questo riguardo non lasciamo adito al minimo dubbio: Chi mangia la mia carne
e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno.

(Gv 6,54). Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se
muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno
(Gv
11, 25b-26). E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita
eterna (Mt 25,46).

Quello che, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento, rettamente interpretati,
non troveremo assolutamente mai, è l’approvazione diretta e esplicita dei
comportamenti immorali e delle opinioni erronee e l’autorizzazione a farle nostre.
A volte, quando non sono deprecate, sono riportate a titolo di cronaca senza commenti,
come avviene per il suicidio di Saul, ma anche a nostro indiretto ammonimento come
avviene per i sentimenti anticristiani espressi da questo o da quell’altro personaggio
biblico.



Vediamo una altro di questi brani:



Suscita un empio contro di lui

e un accusatore stia alla sua destra.

Citato in giudizio, risulti colpevole

e il suo appello si risolva in condanna.

Pochi siano i suoi giorni

e il suo posto l’occupi un altro.

I suoi figli rimangano orfani

e vedova sua moglie.

Vadano raminghi i suoi figli, mendicando,

siano espulsi dalle loro case in rovina.



L’usuraio divori tutti i suoi averi

e gli estranei facciano preda del suo lavoro.

Nessuno gli usi misericordia,

nessuno abbia pietà dei suoi orfani.

La sua discendenza sia votata allo sterminio,

nella generazione che segue sia cancellato il suo nome.

L’iniquità dei suoi padri sia ricordata al Signore,

il peccato di sua madre non sia mai cancellato.



Ha amato la maledizione: ricada su di lui!

Non ha voluto la benedizione: da lui si allontani!

Si è avvolto di maledizione come di un mantello:

è penetrata come acqua nel suo intimo

e come olio nelle sue ossa.

Sia per lui come vestito che lo avvolge,

come cintura che sempre lo cinge.



Sal
109 [108], 6-14. 17-19.



È probabile che, nel modo di esprimersi del tempo, le imprecazioni siano in
realtà dirette al male più che al malvagio come tale. Non dimentichiamo
che negli stessi salmi, a fianco delle imprecazioni, ci sono tante invocazioni alla
misericordia di Dio.



È lecito concludere che tali sentimenti che mal si accordano, a prima vista,
con il messaggio evangelico, non sono riportati nel Vecchio Testamento affinché
li condividiamo: anche qui solo il contesto dell’interpretazione della Chiesa ne
rivela il vero significato.

Questo linguaggio duro, insieme a tanti episodi di crudeltà narrati nella
storia sacra, ci ricordano che solo nella dottrina e nell’esempio del Verbo incarnato
la legge di Dio non avrebbe più oltre tollerato di essere coinquinata da concessioni
fatte al popolo ebraico, di dura cervice (come tutta l’umanità, prima dell’infusione
della nuova legge della grazia); non solo, ma anche affinché siamo riconoscenti
al Signore che ci volle riservare per la sua legge perfetta.



Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma
io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché
siate figli del Padre vostro celeste.
(Mt 5,43-45)



Il Vecchio Testamento senza il Nuovo, suo complemento indispensabile, può
trarre in inganno, e siccome la parola di Dio non può trarre in inganno, il
Vecchio Testamento, avulso dal Nuovo, non si può dire in senso pieno parola
di Dio.

Non si dimentichi tuttavia che anche la sacra Scrittura cattolica, completa di Vecchio
e Nuovo Testamento, a sua volta esige come complemento indispensabile: la Sacra Tradizione
Cattolica. Basti considerare come nel Nuovo Testamento, per esempio, si dichiara
Simon Pietro pietra fondamentale della Chiesa (Mt 16, 18-20), e pastore non
solo degli agnelli, i semplici fedeli, ma anche delle pecorelle, loro madri (Gv
21,15-17), i vescovi: Gesù chiede a Pietro: Simone di Giovanni,
mi vuoi bene tu più di costoro? Chiede un amore maggiore di quanto è
richiesto agli altri apostoli, perché la missione si Pietro ha un primato
rispetto a loro.

Tuttavia solo la Tradizione, confermata storicamente dalla vita della Chiesa sin
dai suoi primi passi, risolve ogni dubbio a riguardo del modo di interpretare rettamente
i passi dei Nuovo Testamento citati in favore dei primato di giurisdizione del Papa.

Non tutto l’insegnamento di Gesù e quanto egli operò, fu messo per
iscritto: che il mondo intero non basterebbe a contenere i libri che sarebbero necessari
per riferire tutte quelle meraviglie (Gv 21,25), tutto quello che Gesù
volle si trasmettesse fedelmente e infallibilmente attraverso a tutte le generazioni,
egli affidò alla sacra Tradizione cattolica.

Riassumiamo: ispirazione e inerranza si estendono a tutta la sacra Scrittura, ma
in modo diverso: l’ispirazione si estende anche a ogni singola frase, purché
nella redazione accolta dalla Chiesa come definitiva; l’inerranza invece accompagna
la sacra Scrittura solo se globalmente presa, completa di Vecchio e Nuovo Testamento,
e ulteriormente arricchita dal magistero ecclesiastico autorevole.

La sacra Scrittura non si regge da sola; si regge solo se sorretta dalle mani della
Chiesa docente.

Finalmente la conoscenza dei generi letterali biblici ci salvaguardia dall’interpretare
erroneamente schemi e finzioni poetiche, metafore varie, simboli dissueti, descrizioni
dei fenomeni naturali secondo apparenze, e la rielaborazione di fatti storici propria
di certi antichi popoli orientali; ci aiuta insomma ad afferrare la portata esatta
delle espressioni bibliche. Or proprio questa esatta portata della sacra Scrittura,
a volte ravviluppata in determinati procedimenti letterari, è il vero senso
letterale della sacra Scrittura stessa, vale a dire il senso inteso dal suo autore
principale, Dio; ed è secondo questo senso che la sacra Scrittura è
sempre essenzialmente religiosa, ordinata cioè a religare a Dio ogni
anima debitamente disposta.

Quale poi sia il senso letterale di uno scritto, sovente non è così
ovvio nelle parole degli antichi Orientali, com’è per esempio negli scrittori
dei nostri tempi.

Quel che hanno voluto significare con le parole quegli antichi non va determinato
soltanto con le leggi della grammatica o della filologia, o arguito dal contesto;
ma l’interprete deve tornare con la mente a quei remoti secoli dell’Oriente, e con
l’appoggio della storia, dell’archeologia, dell’etnologia e di altre scienze, nettamente
discernere quali generi letterari abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella
remota età (Enc. Divino afflante Spiritu di Pio XII, del 30 settembre
1943).

Appurato il senso letterale autentico di una qualche pagina biblica, è tuttavia
lecito domandarsi se non possa tale pagina suggerire un qualche senso, un senso analogico.
Di fatto non di raro è dato trovare anche più di un senso analogico
di una stessa pagina biblica.

Tipica, ad esempio, è l’interpretazione dei Padri della Chiesa e della sacra
Liturgia: questa adotta sovente delle espressioni bibliche che adombrano il mistero
che vuol celebrare.

Vedansi i versi dei Cantico dei Cantici usati dalla Chiesa per celebrare la
festa dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima:



Tota pulchra es Maria et macula originalis non est in te.

Vestimentum tuum candidum quasi nix

Et facies tua sicut sol.

Trahe nos, Virgo immaculata.

Post te curremus in odorem unguentorum tuorum



Possiamo vedere i versetti radunati insieme per dar vita a questo brano liurgico:



Tutta bella tu sei, amica mia,

in te nessuna macchia.
Cant 4,7



Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si
assise. La sua veste era candida come la neve
Dan 7,9



Attirami dietro a te, corriamo! Cant 1,4



L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. Cant 4,10



La Chiesa ha intuito un misterioso legame tra questi versetti e ha colto un significato
profondo che potrebbe andare parzialmente oltre la comprensione degli agiografi stessi
quando hanno scritto questi brani.



Questo tipo di interpretazione è rispettabile in quanto è fatto proprio
dalla Chiesa e approvato da molti secoli di pratica liturgica. Così pure rispettiamo
un simile uso della Scrittura ad opera dei Padri della Chiesa.

Questi avevano una grande padronanza della Scrittura perché uomini di grande
virtù e pieni di Spirito Santo: cronologicamente vicini a Gesù e agli
apostoli, erano facilitati nell’interpretazione autentica della Bibbia.



Nessun altro può, con leggerezza, collegare arbitrariamente vari brani della
S. Scrittura, senza invocare a suffragio di una certa interpretazione la testimonianza
di qualche padre della Chiesa o della liturgia; costui stiracchierebbe la Bibbia
secondo la sua fantasia e avremmo così un senso accomodatizio improprio
della Scrittura.



Genere
storico ed espedienti artistici




Ancora non pochi secoli dopo la redazione di parecchi libri della sacra Scrittura,
e in Occidente, vale a dire presso popoli meno immaginosi degli

Orientali, Tucidide, nella Storia della guerra del Peloponneso, è ben
lungi dal soddisfare le esigenze attuali in fatto di esattezza storica. Lo stesso
Tito Livio, senza tema di sminuire il valore della sua Storia di Roma, adorna con
disinvoltura i discorsi pronunciati da questo o da quello dei suoi personaggi, e
ne fa delle opere d’arte oratoria, pur tuttavia storiche nella sostanza. Ancor più
il modo di riportare dei fatti storici, usato dagli autori biblici, non conobbe il
rigore critico che oggi si esige per un’opera affinché venga ritenuta storica.
Tuttavia quanto gli agiografi descrivono come storico, tale è fuori di ogni
dubbio: il modo con cui ricorrono per narrarlo non menoma la sostanza storica del
fatto narrato.

Già la narrazione sostanzialmente storica delle prime pagine della Genesi
è abbellita dalla disposizione poetica dei sei giorni più uno
della creazione; il Tentatore, Satana, vi è rappresentato sotto la maschera
convenzionale del serpente; l’immortalità corporea di Adamo prima del peccato,
è raffigurata dall’Albero della Vita, dei cui frutti Adamo può cibarsi;
dei pari il mistero della libertà psicologica, dal cui esercizio deriva il
bene e il male morale, è raffigurata dall’Albero del Conoscere bene e male,
proibito ad Adamo.

Altrove un semplice atto permissivo di Dio viene drammatizzato in una scena celeste,
che lo trasforma addirittura in un positivo comando divino:



Io ho visto il Signore seduto sul trono; tutto l’esercito del cielo gli stava
intorno, a destra e a sinistra. Il Signore ha domandato: Chi ingannerà Acab
perché muova contro Ramot di Gàlaad e vi perisca? Chi ha risposto in
un modo e chi in un altro. Si è fatto avanti uno spirito che – postosi davanti
al Signore – ha detto: Lo ingannerò io. Il Signore gli ha domandato: Come?
Ha risposto: Andrò e diventerò spirito di menzogna sulla bocca di tutti
i suoi profeti. Quegli ha detto: Lo ingannerai senz’altro; ci riuscirai; và
e fa così.
(1 Re 22,19b-22).



In modo analogo la stipulazione di un’alleanza militare tra due tribù viene
presentata sotto forma di dialogo tra due persone:



Dopo la morte di Giosuè, gli Israeliti consultarono il Signore dicendo:
Chi di noi andrà per primo a combattere contro i Cananei?. Il
Signore rispose: Andrà Giuda: ecco, ho messo il paese nelle sue mani.
Allora Giuda disse a Simeone suo fratello: Vieni con me nel paese, che mi è
toccato in sorte, e combattiamo contro i Cananei; poi anch’io verrò con te
in quello che ti è toccato in sorte. Simeone andò con lui.
(Gd
1, 1-3).



Più piane sono le narrazioni storiche del Nuovo testamento. Per questo non
è lecito ammettere che là dove san Luca (1,38) ci fa sapere che la
Madonna rispose all’arcangelo Gabriele avvenga di me quello che hai detto,
riferisce un fatto storico, mentre là dove ci fa sapere che la Madonna disse
L’anima mia magnifica il Signore (1,40) introduca il cantico di un qualche
pio rabbino per altro non meglio conosciuto. Luca è storico in entrambi i
casi; né si può negare l’attribuzione del Magnificat alla Madonna,
senza annebbiare la storicità del mistero dell’Annunciazione.

Con ciò non si intende asserire che tutto quanto leggiamo in san Luca e negli
altri Evangelisti sia storico: troviamo infatti nei Vangeli anche delle parabole
con dei personaggi fittizi, quali il Buon Samaritano, il Ricco Epulone, il Figlio
Prodigo: personaggi nei quali tuttavia si possono riconoscere rappresentati tanti
e tanti personaggi vissuti e viventi in carne ed ossa.

In ogni caso, ciò che un evangelista narra come storicamente avvenuto, è
da ritenersi tale.

La stessa descrizione dei Giudizio Universale, quale troviamo in Matteo (25, 32-46),
pur essendo di un fatto storico futuro, è tuttavia rivestita di una
forma drammatico parabolica, di conseguenza non è lecito ritenere che tale
giudizio verterà solo sulla carità verso il prossimo e che i giudicandi
non siano ancora consci del loro stato morale e delle loro sorti eterne.

Ancora un rilievo. Gesù predisse più volte la propria risurrezione,
e in una di tali predizioni si espresse così: Come infatti Giona rimase
tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà
tre giorni e tre notti nel cuore della terra (Mt
12,40). Ora il profeta Giona
fu certamente un personaggio storico; ma quello del libro di Giona è ritenuto
personaggio di parabola. Tuttavia il ricorso che vi fa Gesù per predire la
propria risurrezione non sminuisce affatto la storicità di tale risurrezione.

Ora è facile ammettere come il valore della testimonianza data a riguardo
di Gesù dagli Apostoli, e raccolta nei Vangeli, sia certamente più
perfetta di quella data dal redattore dei libri dei Re a riguardo di Elia ed Eliseo.
Nel primo caso infatti si tratta di scritti vergati da testimoni oculari, quali Matteo
e Giovanni, mentre nel secondo caso si tratta di scritti vergati da uno o più
redattori che raccolsero con cura le memorie giunte a loro dalla tradizione, talora
anche documentata, ma sovente popolare. Meno perfetto non vuol dire tuttavia
fantasioso in quanto lo Spirito Santo ha assistito anche questa raccolta di
fonti popolari.



Genere
profetico e apocalittico




Questi generi non hanno riscontro nelle letterature moderne. Il genere profetico
ha di specifico gli oracoli. Questi non sono esclusivamente delle predicazioni di
avvenimenti futuri: sovente infatti sono semplicemente delle esortazioni o delle
ammonizioni. Generalmente gli oracoli si trovano distribuiti or qua or là
tra dei dati biografici o autobiografici del profeta, o a delle pagine di storia
contemporanea al profeta. Altre volte ci sono offerti raggruppati, in modo più
o meno convenzionale, dall’opera di un qualche redattore.

Le predicazioni di eventi futuri, cioè le profezie in senso corrente, non
vanno esenti da oscurità, che solo l’avveramento del fatto preannunziato varrà
a dissipare. Sovente infatti il profeta stesso ignora la vera portata, e il quando
e il come del fatto che predice. Non solo, ma talora un certo fatto, predetto dal
profeta, non è che la prefigurazione a sua volta di un altro fatto di maggiore
importanza, come l’abominazione della desolazione, della quale leggiamo il
preannunzio nel libro di Daniele (9,27), verificatasi al tempo dei Maccabei (1
Macc
1,54 e 4,52) e più grave e definitiva nell’anno 70 dell’Era cristiana,
allorquando il tempio di Gerusalemme venne profanato e distrutto (Mt 24,15).

Qualche cosa di simile si ha anche nel salmo iniziato da Gesù crocifisso,
nel quale l’autore strumentale, il salmista, effonde l’angoscia del proprio cuore
in un’ora di tribolazione particolarmente acerba, mentre l’autore principale che
lo ispira, prefigura l’agonia del divin Redentore.



Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Tu sei lontano dalla mia salvezza:

sono le parole del mio lamento.

Dio mio, invoco di giorno e non rispondi,

grido di notte e non trovo riposo.

Ö

Ma io sono verme, non uomo,

infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo.

Mi scherniscono quelli che mi vedono,

storcono le labbra, scuotono il capo:

Si è affidato al Signore, lui lo scampi;

lo liberi, se è suo amico.

Ö

E’ arido come un coccio il mio palato,

la mia lingua si è incollata alla gola,

su polvere di morte mi hai deposto.

Un branco di cani mi circonda,

mi assedia una banda di malvagi;

hanno forato le mie mani e i miei piedi,

posso contare tutte le mie ossa.

Essi mi guardano, mi osservano:

si dividono le mie vestiÖ



(Sal 22 [21], 2-3. 7-9. 16-19)



A volte la predizione è, espressa dal profeta con dei gesti simbolici: Geremia
circola per le vie di Gerusalemme con un giogo sulle spalle per predire ai Giudei
l’imminente schiavitù. A volte è espressa mediante delle immagini,
anche molto ardite, conte quelle cui fa ricorso Isaia per predire la pace messianica.



Il lupo dimorerà insieme con l’agnello,

la pantera si sdraierà accanto al capretto;

il vitello e il leoncello pascoleranno insieme

e un fanciullo li guiderà.

La vacca e l’orsa pascoleranno insieme;

si sdraieranno insieme i loro piccoli.

Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide;

il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.



(Is 11, 6-8)



Talora non è facile stabilire se questo o quel dettaglio di una pagina biblica
esprima una predizione, mentre è facile ammettere come nel suo insieme il
Vecchio Testamento costituisca globalmente un’unica profezia, in quanto tutto orientato
verso il Messia e l’Era messianica, che promette, che prefigura, che invoca.



Al genere profetico si può ricondurre in parte il genere apocalittico.

Apocalisse è la traduzione in italiano della parola greca apokàlypsis
che significa scoprimento, manifestazione. Le apocalissi bibliche hanno uno scopo
confortatorio, in quanto mirano a sostenere la speranza nel cuore di coloro per i
quali vengono scritte, oppressi da qualche grave calamità. Per ottenere tale
scopo, lo scrivente si adopera per dimostrare come le vicende della storia umana
siano guidate dal Signore per il vero bene dei suoi fedeli, e quindi conclude annunciando
un futuro migliore. Per dare maggior credito al suo scritto non di raro lo attribuisce
a un qualche antico e famoso personaggio. Di conseguenza la descrizione che egli
fa dei fatti passati viene ad assumere l’aspetto di predizione di eventi futuri:
abbiamo così della storia dei passato in veste di predizione del futuro. Tale
espediente ben difficilmente avrebbe tratto in inganno i destinatari del suo scritto,
cui era noto il significato convenzionale di tale procedimento, come pure delle ardite
iperboli caratteristiche degli scritti apocalittici. Così per significare
che la sventura sarà tale da terrorizzare la stessa natura inanimata, ricorrono
alle stesse espressioni iperboliche sia Isaia, per esprimere gli orrori della catastrofe
di Babele, sia Gesù per esprimere quelli della catastrofe di Gerusalemme.



Poiché le stelle del cielo e la costellazione di Orione

non daranno più la loro luce;

il sole si oscurerà al suo sorgere

e la luna non diffonderà la sua luce.



(Is 13, 10)



Ö il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce,

gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli saranno sconvolte.



(Mt 24,29)



Il Canone



Sino dalle sue prime origini la Chiesa rivendicò il diritto di proprietà
sugli scritti ritenuti sacri dalla Tradizione giudaica, come si rivendica il diritto
di proprietà su di un patrimonio non solo legittimamente ereditato, ma per
lei accumulato lungo i secoli. Tale rivendicazione non fu formale, è chiaro;
ma pratica, in quanto la Chiesa fece appello frequente a tali scritti nella predicazione
del Vangelo. Non solo, ma arricchì tale patrimonio, facendo in esso confluire
numerosi altri scritti, dovuti ad alcuni Apostoli e a due Evangelisti non Apostoli:
Marco e Luca.

L’elenco o canone dei libri sacri però venne precisato dalla Chiesa solo lungo
i secoli, allorquando l’origine ultimamente divina di questo o di quello scritto
venne messa in discussione. Dal che appare come sia inesatto affermare che la Chiesa
si fondi sulla sacra Scrittura; poiché è vero l’opposto: esisteva la
Chiesa e si diffondeva ai quattro venti, e non esisteva ancora formalmente sacra
Scrittura di sorta. Fu la Chiesa a donarle esistenza formale, definendo il canone
dei libri ispirati: ispirati per lei, Chiesa docente; non per gli Ebrei e neppure
per i singoli cristiani. Questi infatti, senza la garanzia della Chiesa docente,
né possono sapere quali sono i libri sacri, né possono interpretarli
a dovere. Nel redigere il canone biblico la Chiesa docente considerò alcuni
fattori di varia natura: l’autorità concessa ai libri sacri dai Padri sin
dai tempi apostolici; l’uso di detti libri nella liturgia e nella catechesi; la personalità
dei loro autori umani, il contenuto di questi stessi libri. Il carisma dell’infallibilità
infatti non dispensa la Chiesa docente dall’esperire tutti i processi richiesti dalla
virtù della prudenza; che anzi tale carisma consiste anche nell’impedirle
di agire imprudentemente. Anche concesso a tale previa valutazione prudenziale il
carattere di condizione necessaria nell’ordinaria attività normativa della
Chiesa docente, tuttavia senza il complemento dell’assistenza carismatica dello Spirito
Santo non sarebbe stata sufficiente a stabilire in modo irrefragabile l’ispirazione
dei libri sacri e quindi il canone biblico; e a garantire i fedeli di tutti i tempi
che il testo dei medesimi, approvato dalla Chiesa, corrisponde nella sostanza a quello
che potrà essere, conclusa l’opera di ricostruzione del testo nelle lingue
originali da parte della critica letteraria. Il che equivale ad affermare che il
testo approvato dalla Chiesa docente è, sostanzialmente irreformabile e, finché
in mano della medesima, incorruttibile.

Consideriamo ora separatamente la formazione dei canone dei due Testamenti. Sin dal
tempo di Mosè le autorità dei popolo ebreo conservarono con religioso
rispetto alcuni scritti, giustamente considerati di importanza straordinaria: gli
atti dell’alleanza stipulata tra Dio e il popolo da Dio eletto come cultore e missionario
del monoteismo, e quindi i libri dettati da Mosè stesso e custoditi nell’Arca:
Genesi, Esodo, Levitico e Numeri. A questi, dopo la morte
di Mosè, venne aggiunto il Deuteronomio. Si ebbe così il Pentateuco,
o Cinque contenitori, denominato dagli Ebrei Toràh, Legge. Dal
Pentateuco lo scriba Esdra, in Babilonia, nel V secolo avanti l’Era cristiana, eseguì
un’accurata edizione.

Alla Legge si aggiunge il libro dei Profeti, in ebraico Nebiim, comprendente
Gìosuè, Giudici, Samuele, Re, Isaia,
Geremia, Ezechiele e i dodici Profeti Minori. Tale arricchimento avvenne
gradualmente; ma prima dei 180 avanti l’Era cristiana era certamente concluso, poiché
negli ultimi capitoli dell’Ecelesiastico, che risale a quell’epoca, i personaggi
biblici sono citati secondo l’ordine derivato da tali libri.

La terza parte del Vecchio Testamento è costituita dagli Scritti, in
ebraico Ketubim, che comprendono i libri seguenti: Salmi, Proverbi,
Giobbe e i Rotoli, in ebraico Meghillot, comprendenti a loro
volta i seguenti scritti: Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni,
Ecclesiaste o Qohèlet, Ester (una parte), Daniele
(una parte), Esdra, Neemia e Paralipomeni o Cronache.
Nella traduzione in greco del Vecchio Testamento, detta dei Settanta, terminata nel
II secolo prima dell’Era cristiana, tali libri vi figurano a pari della
legge e dei Profeti, il che basta a dimostrare che erano considerati sacri dalla
Tradizione ebraica.

Nella traduzione dei Settanta troviamo anche i seguenti libri: Tobia, Giuditta,
Maccabei, Baruc, Lettera di Geremia, Ecclesiastico o
Siracide, Sapienza, Ester (completo), Daniele (completo).
Tutti questi libri vennero respinti, come non ispirati o apocrifi, dagli Ebrei di
lingua ebraica, specialmente palestinesi, e in seguito anche dagli altri Ebrei, dai
Greco-scismatici e dai Protestanti. Un tale misconoscimento poté, sia pure
gradualmente, prevalere, perché presso il popolo ebraico non esistette mai
un’autorità religiosa istituzionalmente infallibile. Poté così
imporsi l’opinione maturata nella setta dei Farisei, secondo la quale un libro, per
essere ispirato, doveva essere stato scritto in Palestina, in lingua palestinese,
cioè in ebraico o in aramaico, fatta eccezione per il solo libro di Ezechiele.
La Chiesa cattolica invece accolse sin dall’inizio come testo ufficiale dei Vecchio
Testamento la versione dei Settanta al completo.

I libri rifiutati dagli Ebrei, dai Grecoscismatici e dai Protestanti come apocrifi,
sono denominati dai biblisti cattolici deuterocanonici, cioè canonici
posteriori. Nel trattare con gli Ebrei i Cattolici evitarono di fare appello a tali
libri, in quanto privi di autorità presso gli Ebrei. Detto non uso venne interpretato
da qualche Padre della Chiesa come una sconfessione della loro canonicità.
Lo stesso san Girolamo, contro l’insegnamento tradizionale della Chiesa e le ben
duecento citazioni che egli stesso fa di tali libri nei suoi scritti, forse per accondiscendenza
verso i Giudei palestinesi suoi amici, si disse esitante circa la loro canonicità.
Tale sua opinione non ebbe seguito, e il Concilio di Trento dei 1546 non fece che
confermare la dottrina tradizionale della Chiesa, quando definì che tanto
i libri protocanonici che quelli deuterocanonici, sia dei Vecchio che dei Nuovo Testamento,
erano divinamente ispirati.

Quanto al canone dei Nuovo Testamento il discorso è molto più semplice.
La Chiesa docente considerò ispirati gli scritti degli Apostoli, eletti da
Gesù come co-fondatori della Chiesa stessa, comprendendo nel loro numero san
Paolo, san Marco e san Luca.

Tale convinzione è documentata sin dall’epoca dei primi Padri e dei primi
Apologeti, cioè sin dal I e dal Il secolo. In seguito sorse qualche perplessità
in questo o quell’autore a riguardo dell’Apocalisse, della lettera agli Ebrei e delle
lettere apostoliche, fatta eccezione per la prima di san Giovanni. Tale perplessità
a riguardo di tali scritti, detti deuterocanonici, si protrasse or qua or là
dal 175 al 450, nonostante fosse contraddetta dai più rappresentativi Padri
della Chiesa: san Clemente Alessandrino, Origene, san Dionigi Alessandrino, sant’Epifanio,
sant’Innocenzo Papa e san Girolamo.

In tali casi la Chiesa docente non intervenne autorevolmente con severità,
mentre invece fu severissima nel proscrivere sin dal loro primo apparire gli Apocrifi,
divulgati ad arte sotto il nome di qualche Apostolo o di qualche altro insigne personaggio:
scritti che incontravano ampi consensi nei fedeli avidi di conoscere quei particolari
della vita di Gesù, della Madonna e degli Apostoli, che non trovavano nella
sobrietà degli scritti canonici. Così vennero rigettati come apocrifi
il Vangelo secondo gli Ebrei, il Protovangelo di Giacomo, il Vangelo di Pietro, gli
Atti di Pilato e tanti altri, nonostante la loro antichità, nonostante riferissero
in misura più o meno ampia anche delle notizie originali verosimili e collimanti
con quelle fornite dagli scritti canonici.

Ecco il canone biblico cattolico definito dai Concilio di Trento: Vecchio Testamento:
Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio, Giosuè, Giudici, Rut, Re Primo,
Secondo, Terzo e Quarto (cioè Samuele Primo e Secondo, Re Primo e Secondo),
Paralipomeni Primo e Secondo (cioè Cronache Primo e Secondo), Esdra Primo
e Secondo (cioè Esdra e Neemia), Tobia, Giuditta, Ester, Giobbe, Salmi di
Davide 150, Parabole (o Proverbi), Ecelesiaste (o Qohèlct), Cantico dei Cantici,
Sapienza, Ecclesiastico (o Siracide), Isaia, Geremia, Ezechiele, Daniele, Profeti
Minori, cioè Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia,
Aggeo, Zaccaria, Malachia, Maccabei Primo e Secondo.

Nuovo Testamento: Vangelo di Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Atti di Apostoli d Luca,
Epistole di Paolo, Quattordici e cioè. Romani, Corinti Prima e Seconda, Galati,
Efesini, Filippesi, Colossesi, Tessalonicesi Prima e Seconda, Timoteo Prima e Seconda,
Tito, Filemone, Ebrei. Lettere Apostoliche, cioè: Pietro Prima e Seconda,
Giovanni Prima, Seconda e Terza, Giacomo, Giuda; Apocalisse di Giovanni Apostolo.



Il testo
della sacra Scrittura




Si dice che Cesare sapesse dettare opere diverse a diversi scrivani anche simultaneamente.
Di tali e tanti manoscritti non ci è pervenuta superstite neppure una lingua
originale, ima solo delle copie più o meno antiche. Lo stesso dicasi delle
opere scritte di proprio pugno da Dante Alighieri, e quindi di non pochi secoli più
recenti. Del pari non ci è giunta una sola riga del testo primitivo di Isaia,
di Geremia e degli altri autori sacri. Gli scritti biblici più antichi, risalenti
a Mosè, certamente non furono dettati in ebraico, lingua ancora non esistente;
ma in copto, la lingua appresa dagli Ebrei in Egitto, o in un qualche linguaggio
proto-aramaico o in accadico, parlato da Abramo, e perciò considerato sacro.

Tali opere più antiche vennero in seguito via via tradotte, probabilmente
a cominciare dal periodo del Giudici, nella lingua parlata nella Terra di Kenaíàn,
lingua che in bocca ebraica diede origine all’ebraico. Dopo l’esilio babilonese anche
l’aramaico entrò in qualche parte dei libri sacri.

Sulle copie di tali libri lavorarono gli scribi della scuola di Esdra, in Babilonia,
e gli scribi palestinesi. Da tale lavoro redazionale risultò la bibbia ebraica,
che più tardi, tra il IV e VI secolo dell’Era cristiana, i cosiddetti Masoreti
riesaminarono accuratamente e munirono delle vocali. Si ebbe così la bibbia
ebraica attuale, dalla quale sono esclusi i libri scritti originariamente in greco.

Tale testo, o parte di esso, è conservato in più dì 1500 codici
manoscritti, alcuni dei quali risalenti fino al III secolo avanti l’Era cristiana,
primo tra tutti il libro di Isaia, ritrovato nella prima delle undici grotte di Hìrbet
Qumràn, nel 1947.

Non senza gradita sorpresa si poté rilevare che il testo dei rotolo di Qumràn
corrispondeva esattamente a quello della bibbia masoretica.

Ben più numerosi sono i codici (12,1 Nuovo Testamento, nonostante tanti e
tanti di essi venissero distrutti durante le persecuzioni anticristiane.

I codici maiuscoli, tra completi e frammentari ascendono a 224, e a 2650 i minuscoli
o corsivi. Testi parziali del Nuovo Testamento sono contenuti anche, in circa 2000
lezionari compilati per riso liturgico. Quanto alle citazioni contenute nelle opere
dei Padri, degli Apologeti e delle autorità ecclesiastiche, sono tante e tali
che da sole basterebbero per ricomporre tutto il Nuovo Testamento.

Esistono inoltre numerosissime versioni di tutto il Nuovo Testamento in varie lingue
antiche. È ben vero che le varianti riscontrate nei codici più autorevoli
sono migliaia, ma riguardano semplicemente la forma. Quelle di contenuto non sono
più di una dozzina, non importano difficoltà particolari, poiché
altri passi del testo sacro permettono di dissipare ogni dubbio al riguardo.



Traduzioni
dell’Antico Testamento




La più antica e insieme più autorevole è quella dei Settanta.
In una lettera, detta dello Pseudo-Areta, si legge che il faraone d’Egitto Tolomeo
Filadelfo, che regnò dal 285 al 245, l’avrebbe fatta eseguire a settantadue
rabbini per arricchirne la biblioteca di Alessandria. Certo l’opera di traduzione
si protrasse per almeno un secolo, e vi parteciparono numerosi traduttori, poiché
non è omogenea.

Non è letterale, ma aderente al senso e chiara la traduzione del Pentateuco,
e dei libri storici; è letterale e perciò non sempre tanto chiara la
traduzione dei Salmi, dcll’Ecclcsiaste, del Cantico dei Cantici e dei Profeti, ricorre
a delle abbreviazioni perifrastiche che non sempre favoriscono la chiarezza quella
di Giobbe e (lei Proverbi, che tuttavia usa un greco migliore.

Tale versione venne accolta dalla Chiesa come testo biblico ufficiale, fatta eccezione
per il libro di Daniele, che desumette dalla versione di tutto l’Antico Testamento
eseguita verso la fine del II secolo dell’Era Cristiana da un giudeo di Efeso, di
nome Teodozione.

In seguito si cercò di perfezionare la versione dei Settanta, ma in tale lavoro
i Giudei si adoperarono per velare il carattere messianico di quei passi ai quali
i Cristiani ricorrevano per dimostrare che Gesù era il Messia promesso cd
atteso.

Mentre veniva eseguita la traduzione dei Settanta, Aquila, greco del Ponto, convertitosi
al Giudaismo, eseguì da solo un lavoro simile, traducendo la bibbia ebraica
parola per parola, incurante della sintassi greca. Di tale opera non sussistono che
scarsi frammenti. Invece ne curò una versione ad sensum e in un greco
elegante, nel II secolo dell’Era cristiana, il samaritano Simmaco, convertitosi al
cristianesimo.

Quanto mai straordinaria fu l’opera compiuta da Origine tra il 200 e il 250, al fine
di dare ai Cristiani un testo del tutto soddisfacente, e di togliere ai Giudei ogni
pretesto per svilire la portata messianica di certi passi. In tale opera affiancò
su sei colonne i seguenti testi: il testo ebraico in caratteri ebraici, tale testo
in caratteri greci, la versione di Aquila, la versione di Simmaco, la versione dei
Settanta da lui ritoccata e la versione di Teodozione. Denominò tale sua opera
Exapla cioè Sestupla. L’unico esemplare di tale opera, quello
originale, andò perduto allorquando nel VII secolo i Musulmani invasero Cesarea
Marittima, dove si conservava. Sussistono tuttavia alcune copie della colonna più
importante, quella con il testo dei Settanta ritoccato da Origene. Da tale versione
dipendono numerose traduzioni in latino, copto, armeno, siriaco e in altre lingue.
Della medesima sono in corso varie edizioni critiche.

Ad uso degli Ebrei tra i quali aveva preso il sopravvento la lingua aramaica, vennero
eseguite diverse versioni della Bibbia ebraica in aramaico. Presero il nome di Targumin,
plurale di targùm che può significare sia traduzione che
interpretazione. Sono infatti sovente delle interpretazioni dei testo, di scarso
aiuto quindi dal punto di vista della critica testuale, ma molto importanti dal punto
di vista dottrinale. Di maggior aiuto per la ricostruzione critica dei testo originale
è la traduzione in siriaco, eseguita in gran parte dall’ebraico, e in parte
minore dai Settanta, denominata Pescittà, che in siriaco significa
usuale o comune. Fu opera di più traduttori. Quando sia stata
eseguita non è certo; forse all’inizio dell’Era cristiana, almeno in parte.



Traduzioni
di tutta la sacra Scrittura




Nel II secolo, l’apologeta cristiano Taziano armonizzò i quattro Vangeli
nella loro lingua originale, il greco; e denominò tale opera Diatessàron,
cioè Dai quattro, quindi lui stesso la tradusse in siriaco,
ed altri in altre numerose lingue. Più tardi, nel V secolo, venne tradotto
in siriaco tutto il Nuovo Testamento: si ebbe così una Pescittà anche
del Nuovo Testamento. Quindi si moltiplicarono le versioni in numerose altre lingue,
tra le quali, di maggior importanza quelle comprendenti tutta la sacra Scrittura,
denominate convenzionalmente Vetus latina.

San Damaso, Papa dal 366 al 384, indusse san Girolamo a preparare una traduzione
latina di tutta la sacra Scrittura. San Girolamo accolse Baruc, l’Ecelesiastico,
la Sapienza e i Maccabei della Vetus latina senza ritocchi, accolse anche i Salmi
e i Vangeli, ma con qualche ritocco; accolse gli altri scritti del Nuovo Testamento
probabilmente con qualche ritocco. Tradusse invece personalmente il Vecchio Testamento
dall’ebraico, aiutato per i libri di Tobia e di Giuditta da un amico ebreo, che glieli
pretraduceva dall’ebraico in aramaico. La traduzione di san Girolamo sostituì
via via la Vetus latina, così che al tempo di Carlo Magno era ormai di uso
universale: da qui il nome conferitole in Volgata, cioè divulgata.
Il Concilio di Trento la dichiarò testo ufficiale della Chiesa latina, e la
definì immune da errori dottrinali, pur ordinando che se ne curasse un’edizione
emendata dal punto di vista letterario.

Stefano Langton, cancelliere dell’università di Parigi, e poi arcivescovo
di Canterbury (Ü 1228), divise la Volgata in capitoli. Sante Pagnini, orientalista
domenicano di Lucca, nel 1528 divise in versetti i capitoli dei Nuovo Testamento.
Roberto Estiene erudito tipografo parigino, passato al protestantesimo, nel 1555
divise in versetti i capitoli dei Vecchio Testamento. Tali divisioni sono utili,
anche se non sempre paiono dei tutto indovinate.


*testo
tratto da Notitiae (1995, suppl al n° 4), periodico di Una Voce,
c.p. 4 Torino.

ll testo è stato corretto e modificato in alcune parti, a c. della redazione
di Totus Tuus