…inginocchiarsi prima di ricevere il corpo del Signore

Oblatio munda

Come
il lattante in braccio a chi lo nutre

Note storico-liturgiche sul rito dell’Eucaristia

di Mons. ATHANASTUS SCHNEIDER

Vescovo ausiliare di Karaganda – Kazakhstan




 


Giovanni Paolo II nella
sua ultima enciclica, Ecclesia de Eucharistia, ha lasciato alla Chiesa un’ammonizione
ardente che suona come un vero testamento: «Dobbiamo badare con ogni premura
a non attenuare alcuna dimensione o esigenza dell’Eucaristia. Così ci dimostriamo
veramente consapevoli della grandezza di questo dono (…) Non c’è pericolo
di esagerare nella cura di questo Mistero!» (n. 61). La consapevolezza della
grandezza del mistero eucaristico si mostra in modo particolare nella maniera con
cui è distribuito e ricevuto il Corpo del Signore.

 

Consapevole della grandezza del momento della sacra Comunione, la Chiesa nella sua
bimillenaria tradizione ha cercato di trovare un’espressione rituale che potesse
testimoniare nel modo più perfetto possibile la sua fede; il suo amore e il
suo rispetto. Questo si è verificato, quando nella scia d’uno sviluppo organico,
a partire almeno dal sesto secolo, la Chiesa cominciò ad adottare la modalità
di distribuire le sacre specie eucaristiche direttamente in bocca. Così testimoniano:
la biografia di Papa Gregorio Magno e un’indicazione dello stesso Gregorio relativa
a Papa Agapito (Dialoghi, Il sinodo di Cordoba dell’anno 839 condannò la setta
dei cosiddetti «casiani» a causa del loro rifiuto di ricevere la sacra
Comunione direttamente in bocca. Poi il sinodo di Rouen nell’anno 878 ribadì
la norma vigente della distribuzione del Corpo del Signore sulla lingua, minacciando
i ministri sacri della sospensione dal loro ufficio, se avessero distribuito ai laici
la sacra Comunione sulla mano.

 

In Occidente, il gesto di prostrarsi e inginocchiarsi prima di ricevere il corpo
del Signore si osserva negli ambienti monastici già a partire dal sesto secolo,
per esempio nei monasteri di san Colombano. Più tardi – nel decimo e nell’undicesimo
secolo – questo gesto si è diffuso maggiormente. Alla fine dell’età
patristica la prassi di ricevere la sacra Comunione direttamente in bocca divenne
quindi una prassi ormai diffusa e quasi universale.

 

Questo sviluppo organico si può considerare come un frutto della spiritualità
e della devozione eucaristica del tempo dei Padri della Chiesa. Già nel primo
millennio, a causa del carattere altamente sacro del Pane eucaristico, la Chiesa
sia in Occidente sia in Oriente in un ammirevole consenso e quasi istintivamente
ha percepito l’urgenza di ,distribuire la sacra Comunione ai laici solamente in bocca.
Il liturgista Josef Andreas Jungmann spiegava che, a causa della distribuzione della
Comunione direttamente in bocca, si eliminarono varie preoccupazioni: quella che
i fedeli debbano avere pulite le mani, la preoccupazione ancora più grave
che nessun frammento del Pane consacrato si perda, la necessità di purificare
la palma della mano dopo la ricezione del sacramento. La tovaglia e, più tardi,
il piattino per la Comunione saranno l’espressione di accresciuta attenzione riguardo
al sacramento eucaristico.

 

Papa Giovanni Paolo II così insegna nell’Ecclesia de Eucharistia: «Sull’onda
di questo elevato senso del mistero si comprende come la fede della Chiesa nel mistero
eucaristico si sia espressa nella storia non solo attraverso l’istanza di un interiore
atteggiamento di devozione, ma anche attraverso una serie di espressioni esterne»
(n. 49). L’atteggiamento più consono a questo dono è l’atteggiamento
della ricettività, l’atteggiamento d’umiltà del centurione, l’atteggiamento
di lasciarsi nutrire, appunto l’atteggiamento del bambino. La parola di Cristo, che
ci invita ad accogliere il regno di Dio come un bambino (cfr Luca, 18, 17), può
trovare la sua illustrazione in modo assai suggestivo e bello anche nel gesto di
ricevere il Pane eucaristico direttamente in bocca ed in ginocchio. Giovanni Paolo
II metteva in evidenza la necessità di espressioni esterne di rispettò
verso il pane eucaristico: «Se la logica del convito ispira familiarità,
la Chiesa non ha mai ceduto alla tentazione di banalizzare questa dimestichezza
col suo Sposo dimenticando che Egli è anche il suo Signore (…) Il convito
eucaristico è davvero convito sacro, in cui la semplicità
dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio. Il pane che è spezzato
sui nostri altari (…) è pane degli angeli, al quale non ci si può
accostare che con l’umiltà del centurione del Vangelo» (n. 48). L’atteggiamento
del bambino è il più vero e profondo atteggiamento di un cristiano
davanti al suo Salvatore, che lo nutre con il suo corpo e il suo sangue, secondo
le seguenti commoventi espressioni di Clemente di Alessandria: «Il Lògos
è tutto per il bambino: padre, madre, pedagogo, nutritore. Mangiate,
dice Lui, la Mia carne e bevette il Mio sangue! (…) O incredibile mistero!»
(Paedagogus, I, 42, 3). Un’altra considerazione biblica è fornita dal racconto
della vocazione del profeta Ezechiele. Egli ricevette simbolicamente la parola di
Dio direttamente in bocca: «Apri la bocca e mangia ciò che io ti do.
Io guardai ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo (…) Io aprii la
bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo. Io lo mangiai e fu per la mia bocca dolce
come il miele» (Ezechiele, 2, 8-9; 3, 2-3). Nella sacra Comunione riceviamo
la Parola, fatta carne, fatta cibo per noi piccoli, per noi bambini. Quindi, quando
ci accostiamo alla sacra Comunione, possiamo ricordarci di quel gesto del profeta
Ezechiele. Cristo ci nutre veramente con il Suo corpo e sangue nella sacra Comunione
e ciò è paragonato nell’età patristica all’allattamento materno,
come mostrano queste parole di san Giovanni Crisostomo nelle sue omelie sul vangelo
di Giovanni: «Con questo mistero eucaristico Cristo si unisce ad ogni fedele,
e quelli che ha generato li nutre da sé e non li affida ad un altro. Non vedete
con quanto slancio i neonati accostano le loro labbra al petto della madre? Ebbene,
anche noi accostiamoci con tale ardore a questa sacra mensa e al petto di questa
bevanda spirituale; anzi, con un ardore maggiore di quello dei lattanti!» (82,
5).

 

Il gesto più tipico dell’adorazione è quello biblico dell’inginocchiarsi,
come lo hanno recepito e praticato i primi cristiani. Per Tertulliano, che visse
tra il secondo e il terzo secolo, la più alta forma dell’orazione è
l’atto dell’adorazione di Dio, che si deve manifestare anche nel gesto della
genuflessione: «Pregano tutti gli angeli, prega ogni creatura, pregano il bestiame
e le belve e piegano le ginocchia» (De oratione, 29). Sant’Agostino avvertiva
che noi pecchiamo, se non adoriamo il Corpo eucaristico del Signore quando lo riceviamo:
«Nessuno mangi quella carne, se prima non l’ha adorata. Pecchiamo se non l’adoriamo»
(Enarrationes in Psalmos, 98, 9). In un antico Ordo communionis della tradizione
liturgica della Chiesa copta fu stabilito: «Tutti si prostrino a terra, piccoli
e grandi e così cominci la distribuzione della Comunione». Secondo le
Catechesi Mistagogiche, attribuite a san Cirillo di Gerusalemme, il fedele deve ricevere
la Comunione con un gesto di adorazione e venerazione: «Non stendere le mani,
ma in un gesto di adorazione e venerazione accostati al calice del sangue di Cristo»
(5, 22). San Giovanni Crisostomo nelle omelie sulla lettera ai Corinzi esorta coloro
che si accostano al corpo eucaristico del Signore a imitare i Magi dell’Oriente nello
spirito e nel gesto dell’adorazione: «Accostiamoci dunque a Lui con fervore
e con ardente carità. Questo corpo, benché si trovasse in una mangiatoia,
lo adorarono gli stessi Magi. Ora, quegli uomini, senza conoscenza della religione
ed essendo barbari, adorarono il Signore con grande timore e tremore. Ebbene, noi
che siamo cittadini dei cieli, cerchiamo almeno di imitare questi barbari! Tu, a
differenza dei Magi, non vedi semplicemente questo corpo, ma ne hai conosciuto tutta
la sua forza e tutta la sua potenza salvifica. Sproniamo dunque noi stessi, tremiamo
e mostriamo una pietà maggiore di quella dei Magi» (24, 5). Sullo stretto
legame tra l’adorazione e la sacra Comunione Papa Benedetto XVI nell’esortazione
apostolica post-sinodale Sacrarnentum caritatis ha scritto: «Ricevere l’Eucaristia
significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo» (n.
66). Già da cardinale, Ratzinger sottolineava questo aspetto: «Cibarsene
[dell’Eucaristia] (…) è un evento spirituale, che investe tutta la realtà
umana. «Cibarsi» di essa significa adorarla. Per questo l’adorazione
(…) neppure si pone accanto alla Comunione: la «Comunione raggiunge la sua
profondità solo quando è sostenuta e compresa dall’adorazione»
(Introduzione allo spirito della liturgia, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2001,
p. 86). Nel libro dell’Apocalisse, il libro della liturgia celeste, il gesto della
prostrazione, dei ventiquattro anziani davanti all’Agnello può essere il modello
e il criterio di come la Chiesa in terra debba trattare l’Agnello di Dio quando i
fedeli si avvicinano a lui nel sacramento dell’Eucaristia.

 

I Padri della Chiesa mostrarono una viva preoccupazione affinché non si perda
nemmeno un minimo frammento del Pane eucaristico, come esortava san Cirillo di Gerusalemme
in maniera così suggestiva: «Sii vigilante affinché tu non perda
niente del corpo del Signore. Se tu lasciassi cadere qualcosa, devi considerarlo
come se tu avessi tagliato uno dei membri del tuo proprio corpo. Dimmi, ti prego,
se qualcuno ti desse granelli d’oro, tu per caso non li terresti con la massima cautela
e diligenza, intento a non perdere niente? Non dovresti tu curare con cautela e vigilanza
ancora maggiore, affinché niente e nemmeno una briciola del corpo del Signore
possa cadere a terra, perché è di gran lunga più prezioso dell’oro
o delle gemme?» (Catechesi mistagogiche, 5, 21). Già Tertulliano testimoniava
l’angoscia e il dolore della Chiesa perché non si perda nessun frammento:
«Soffriamo angoscia perché nulla dal calice o del pane cada a terra»
(De corona, 3). Sant’Efrem – quarto secolo – così insegnava: «Gesù
ha riempito il pane di Se stesso e di Spirito e lo ha chiamato il Suo corpo vivo.
Ciò che adesso vi ho dato, diceva Gesù, non lo considerate pane, nemmeno
calpestate i suoi frammenti. Il minimo frammento di questo pane può santificare
milioni di uomini e basta per dare la vita a tutti quelli che lo mangiano»
(Sermones in hebdomada sancta, 4, 4). Nella tradizione liturgica della Chiesa copta
si trova la seguente avvertenza: «Non c’è nessuna differenza tra le
parti maggiori o minori dell’Eucaristia, persino quelle minime che non si possono
percepire con l’acutezza della vista; esse meritano la stessa venerazione e possiedono
la stessa dignità come il pane intero» (Heinrich Denzinger, Ritus Orientalium,
Wiirzburg, 1863, I, p. 405). In alcune liturgie orientali il Pane consacrato è
esignato con il nome «perla». Così nelle Collectiones canonum
Copticae si dice: «Dio non voglia! Che nulla delle perle o dei frammenti consacrati
aderisca alle dita o cada a terra!». L’estrema vigilanza e cura della Chiesa
dei primi secoli affinché non si perdesse nessun frammento del Pane eucaristico
era un fenomeno universalmente diffuso: Roma (cfr Ippolito, Traditio apostolica,
32), Africa del nord (cfr Tertulliano, De corona, 3, 4), Gallia (cfr Cesario di Arles,
Sermo 78, 2), Egitto (cfr Origene, In Exodum hom. 13, 3), Antiochia e Costantinopoli
(cfr Giovanni Crisostomo, Ecloga quod non indige accedendum sit ad divina mysteria),
Palestina (cfr Girolamo, In Psalmos, 147, 14), Siria (Efrem, In hebdomada sanctam,
4, 4).

 

Nella Chiesa antica gli uomini prima di ricevere il pane consacrato dovevano lavarsi
la palma della mano. Inoltre il fedele s’inclinava profondamente ricevendo il Corpo
del Signore con la bocca direttamente dalla palma della mano destra e non dalla mano
sinistra. La palma della mano serviva per così dire come patena o come corporale
– specialmente per le donne. Così si legge in un sermone di san Cesario di
Arles (470.542): «Tutti gli uomini che desiderano comunicarsi, devono lavare
le proprie mani. E tutte le donne devono portare un lino, sul quale ricevono il corpo
di Cristo» (Sermo, 227, 5). Di solito la palma della mano veniva purificata
ossia lavata dopo la ricezione del pane eucaristico come è finora norma nella
Comunione del clero nel rito bizantino. Nei vecchi canoni della Chiesa caldea, persino
al sacerdote celebrante era vietato di mettere il pane eucaristico nella propria
bocca con le dita. Invece doveva prendere il corpo del Signore dalla palma della
sua mano; come motivo era indicato che si trattava non di cibo comune, ma di cibo
celeste: «Al sacerdote – si legge nel Canone di Ioannes Bar-Abgari – si ordina
di ricevere la particella del pane consacrato direttamente dalla palma della sua
mano. Non gli sia permesso di metterla con la mano nella bocca, ma deve prenderla
con la bocca, poiché si tratta di un cibo celeste».

 

Nell’antica Chiesa siriaca il rito della distribuzione della Comunione era comparato
con la scena della purificazione del profeta Isaia da parte di uno dei serafini.
In uno dei suoi sermoni sant’Efrem lascia parlare Cristo con queste espressioni:
«Il carbone portato santificò le labbra di Isaia. Sono Io, che, portato
adesso a voi per mezzo del pane, vi ho santificato. Le molle che ha visto il profeta
e con le quali fu preso il carbone dall’altare, erano la figura di Me nel grande
sacramento. Isaia ha visto Me, così come voi vedete Me adesso stendendo la
Mia mano destra e portando alle vostre bocche il pane vivo. Le molle sono la Mia
mano destra. Io faccio le veci del serafino. Il carbone è il Mio corpo. Tutti
voi siete Isaia» (Sermones in hebdomada sancta, 4, 5). Nella liturgia di san
Giacomo, prima di distribuire ai fedeli la sacra Comunione, il sacerdote recita questa
preghiera: «Il Signore ci benedica e ci renda degni di prendere con mani immacolate
il carbone acceso, mettendolo nella bocca dei fedeli».

 

Se ogni celebrazione liturgica è azione sacra per eccellenza (cfr Sacrosanctum
concilium, n. 7), lo deve essere soprattutto il rito della sacra Comunione. Giovanni
Paolo II insisteva sul fatto che, di-nanzi alla cultura secolarizzata del tempo moderno,
la Chiesa di oggi debba sentire uno speciale dovere riguardo alla sacralità
dell’Eucaristia: «Bisogna ricordarlo sempre, e forse soprattutto nel nostro
tempo, nel quale osserviamo una tendenza a cancellare la distinzione tra sacrum e
profanum, data la generale diffusa tendenza – almeno in certi luoghi – alla dissacrazione
di ogni cosa. In tale realtà la Chiesa ha il particolare dovere di assicurare
e corroborare il sacrum dell’Eucaristia. Nella nostra società pluralistica,
e spesso anche deliberatamente secolarizzata, la viva fede della comunità
cristiana garantisce a questo sacrum diritto di cittadinanza» (Dominicae cenae,
8). In base all’esperienza fatta nei primi secoli, alla crescita organica nella comprensione
teologica del mistero eucaristico e al conseguente sviluppo rituale, il modo di distribuire
la Comunione sulla mano fu limitato alla fine dell’età patristica ‘ad un gruppo
qualificato, cioè al clero, come è finora nel caso dei riti orientali.
Ai laici si cominciò pertanto a distribuire il pane eucaristico – intinto
nel vino consacrato nei Riti orientali – direttamente in bocca. Sulla mano si distribuisce
nei Riti orientali soltanto il pane non consacrato, il cosiddetto antidoron. Così
si mostra in maniera evidente anche la differenza tra Pane eucaristico e pane semplicemente
benedetto. La più frequente ammonizione dei Padri della Chiesa sull’atteggiamento
da avere durante la sacra Comunione suonava così: cum amore ac timore. Lo
spirito autentico della devozione eucaristica dei Padri della Chiesa si sviluppò
organicamente alla fine dell’antichità in tutta la Chiesa – Oriente e Occidente
– nei corrispondenti gesti del modo di ricevere la sacra Comunione in bocca con la
precedente prostrazione a terra – Oriente – o inginocchiati – Occidente. Non corrisponderebbe
maggiormente all’intima realtà e verità del pane consacrato, se anche
oggi il fedele per riceverlo si prostrasse a terra aprendo la bocca come il profeta
che riceveva la Parola di Dio (cfr Ezechiele, 2) e lasciandosi nutrire come un bambino
– poiché la Comunione è un allattamento spirituale? Un tale gesto sarebbe
anche un impressionante segno della professione di fede nella presenza reale di Dio
in mezzo ai fedeli. Se sopraggiungesse qualche non credente e osservasse un tale
atto di adorazione, forse anche lui «si prostrerebbe a terra e adorerebbe Dio,
proclamando che veramente Dio è fra voi» (1 Corinzi, 14, 24-25).






testo tratto da: L’Osservatore
Romano, mercoledì 9 gennaio 2008, pag. 4 e 5