VERI SEGNI DI PROGRESSO NELLA VITA SPIRITUALE

Combattimento spirituale

I
PROGRESSI DELL’ANIMA NELLA VITA SPIRITUALE

di P. Frederick Willliam Faber d’O.

(1814-1863)









CAPITOLO I

VERI SEGNI DI PROGRESSO NELLA VITA SPIRITUALE


La vita
spirituale è composta di contraddizioni. Questo non è che un dire con
altre parole che l’umana natura è decaduta. Una delle più grandi contraddizioni,
e di quelle che più difficilmente si riesce a conciliare in pratica, è
questa, che in fatto di spiritualità è d’alta importanza, che noi abbiamo
una ben intima cognizione di noi stessi, e che allo stesso tempo ci occupiamo ben
poco di noi stessi; non è facile di conciliare questo due cose. Accennai fin
d’ ora a questa difficoltà perché nel corso di questo trattato dovremo
guardar spesso e a lungo dentro di noi stessi, e per conseguenza correremo rischio
allo stesso tempo di pensare altamente di noi stessi; e quest’ultimo ci sarebbe più
dannoso che non possa essere vantaggioso l’altro.

Non v’è al mondo cognizione per noi più interessante di quella di sapere
come ci troviamo rispetto a Dio. Tutto dipende da questa nozione. Questa è
per noi la scienza delle scienze, e supera la cognizione del bene e del male, la
quale tentò così intensamente Adamo ed Eva. Se ci troviamo in buoni
termini con Dio, tutto è bene per noi, ancorché ci trovassimo avvolti
dalle più fitte tenebre dell’avversità. Se al contrario non siamo bene
con Dio, nulla è bene per noi, benché avessimo ai nostri piedi il migliore
ed il più splendido mondo. È naturale che noi dovremo essere solleciti
di conoscere se faremmo progresso nella vita spirituale; né può esservi
male od imperfezione in questo desio quando non è disordinato. Se troviamo
motivo a supporre che progrediamo, devo questo produrre in noi grande consolazione;
che se al contrario abbiamo dati a sospettare che in qualche modo siamo deficienti,
proveremo almeno un senso salutare di sicurezza nella persuasione che almeno non
camminavamo allo scuro riguardo ad un oggetto che ci riguarda più intimamente
e più caramente di qualunque altra cosa. L’amore brama sapere se è
gradito e corrisposto, e, quanto a Dio, che non è sdegnato come si meriterebbe
anche il timore è ugualmente ansioso d’avere una tale cognizione a cagione
degli eterni interessi che vi si riferiscono.

Ma per quanto lo desideriamo, non potremo mai avere una nozione esatta del nostro
progresso nella vita spirituale; e ciò per varie ragioni da parte tanto di
Dio, che di noi stessi. Da parte di Dio, perchè Egli suole celare il suo operare;
da parte nostra, perché l’amor proprio esagera quel poco di bene che facciamo.
Non possiamo neppure essere certi se siamo in stato di grazia, o, come lo esprime
la S. Scrittura, se siamo meritevoli d’amore o di odio. Perché ciascuno di
noi porta seco un ripostiglio li peccati secreti ; e, come ce ne avverte l’ispirata
Scrittura, non dobbiamo essere senza timore neppur riguardo ai peccati rimessi.

Non mancano modi fallaci nei tentare di ottenere questa cognizione cercata con tanta
ansietà dai cuori impazienti. Alla lunga, ogni desio che non è severamente
addestrato e fortemente frenato, diviene disordinato; ed è appunto quando
diviene disordinato che incappa con fatale tendenza nei modi fallaci di soddisfarsi.
Uno di tali fallaci modi è quello di insistere presso il nostro direttore
per intendere il suo parere su di noi; al che fare egli ha naturalmente molto ritegno,
sia perché rifugge dall’apparente pretesa a doni soprannaturali, quale sarebbe
quello del discernimento degli spiriti, sia perché sa che una tale cognizione
non ci quasi mai giovevole. Quando questa nostra astuzia non ci riesce, noi adottiamo
a nostro capriccio dei segni arbitrari ed artificiali, come i fanciulli piantano
bastoncini nella sabbia poi, misurare il crescere graduato del flusso marino; e,
come possiamo attendercelo, facciamo erronea scelta dove non abbiamo affatto diritto
di scegliere; ed avendo fatto uno sbaglio, ci ostiniamo in esso, e, come suole umanamente
accadere, vi ci ostiniamo tanto più quanto è maggiore lo sbaglio; e
così si terminerà in un’illusione. Anche quando non cerchiamo di conoscere
il nostro proprio stato interiore per mezzo di qualcuno di tali modi fallaci, erriamo
egualmente inquietandoci incessantemente su tale punto; il che è niente meno
che un perdere benedizioni e grazie quasi ad ogni ora del giorno.

A dir vero, il nostro crescere nella grazia e l’ora di nostra morte hanno una qualità
comune; in nessun modo ci giova averne una nozione certa ed esatta. Il miglior partito
è quello di tenerci umili come quando i nostri falli sono chiari o lampanti,
e come se il bene fosse io noi così piccolo da essere quasi impercettibile.
Non dovrà forse essere tanto maggiore la nostra umiltà allorché
cresciamo veramente nella grazia e facciamo rapidi passi nell’amor di Dio? È
certo che, meno lo sappiamo, altrettanto ci riuscirà più agevole il
mantenerci umili. Inoltre, il difetto d’una tale esatta conoscenza ci rende più
pieghevoli ed ubbidienti non meno alle ispirazioni dello Spirito Santo dentro di
noi, che alle esterne esortazioni del nostro direttore spirituale. Come l’ignoranza
del proprio morbo rende il malato docile al medico, così accade riguardo alla
nostra ignoranza del nostro progredire nella vita spirituale; oh, quanto il nostro
profitto spirituale dipende da questa doppia ubbidienza alle ispirazioni ed alla
direzione! Di più, l’incertezza stessa è per sé uno stimolo
incessante a maggior generosità verso Dio. Imperocché, il peggiore
degli sguardi in noi stessi è quello che mira il bene a crescere e gonfiarsi
mentre lo guarda e perché lo guarda; ne consegue che chi ha sempre il suo
occhio rivolto all’interno dei suo cuore, ha per lo più una nozione stranamente
esagerata di quanto egli opera per Iddio. Al contrario, la sproporzione tra la grandezza
di quanto Dio ha fatto per noi e lo spirito di paterno amore con cui lo fece, e la
piccolezza di quanto facciamo per Lui e lo spirito taccagno con cui lo facciamo,
è quella che ci fa bramare d’amarlo di più o d’oprar per Lui con maggior
disinteresse. Concludo dunque non essere conducente al nostro miglior vantaggio il
conoscere con esattezza e certezza quanto abbiamo progredito sulla via della perfezione.

Una certa cognizione del nostro stato spirituale è tuttavia possibile, desiderabile
ed anche necessaria, finché è voluta con moderazione ed è cercata
rettamente. In una lotta così ardua ed incerta, abbiamo bisogno di consolazione;
e il distacco dal mondo non è ancora tale in noi da non provare una consolazione
speciale in sapere che la grazia opera nella nostra anima. Non possiamo essere molto
dediti alla preghiera senza avere più o meno un barlume dell’operare di Dio
in noi; ed inoltre se non conosciamo le grazie che Dio ci largisce, non sapremmo
come corrispondervi. Una tale cognizione ci è dunque in parte assolutamente
necessaria per sostenere la lotta cristiana, ed i mezzi legittimi d’acquistarla sono
la preghiera, l’esame di coscienza, e le spontanee ammonizioni del nostro direttore
spirituale. Questo basta riguardo al conoscere il nostro proprio stato spirituale.
È un soggetto molto difficile e pericoloso.

Quanto più possiamo risparmiarci una tale cognizione, tanto meglio, perché
è ardua il procurarcela rettamente, o l’usarne con moderazione, pure non se
ne può faro interamente senza, benché la sua importanza sia diversa
secondo la condizione spirituale dell’individuo.



È dunque importante di rappresentarci chiaramente la condizione particolare
della vita spirituale che ci riguarda in questo momento. Vi sono persone così
dette convertite, cioè si rivolsero a Dio e cominciarono una nuova vita. Esse
fanno penitenza per i loro peccati, abiurano certe false massime che professavano,
nutrono verso Dio e verso Gesù Cristo dei sentimenti diversi da quelli di
prima, si assumono certe pratiche devote e mortificazioni , si impongono certe devote
osservanze, e si mettono all’ubbidienza d’una direzione spirituale. Hanno quindi
i loro primi fervori. Sentonsi amiate da una prontezza soprannaturale in tutto ciò
che riguarda il servizio di Dio, provano una sensibile soavità nella pace,
gioia nei Sacramenti, un nuovo appetito di penitenza e di umiliazioni, una facilità
nella meditazione, e spesso una cessazione, in tutto od in parte, delle tentazioni.
Questi primi fervori possono durare settimane o mesi, ed anche uno o due anni; ed
allora l’opra è compiuta. Vi corrisposero più o meno fedelmente. Ebbero
lo loro esperienze, specialità, sintomi, difficoltà. Hanno un genio
loro proprio ed abbisognano d’una direzione che sia adatta a loro e che non lo sarebbe
ad altri. Ora passarono oltre e non possono essere da noi raggiunte. Le incontreremo
di nuovo al giudizio e non prima. Ma dove ci lasciarono esse? Al principio d’una
nuova fase della vita spirituale, in un tempo molto critico e di grande rischio.
Il solo svanir di fervori che non furono mai temuti essere più che uno stato
passeggero, ci lascia immersi in uno spiacevole sentimento di tepidezza. Il carattere
distintivo del nostro presente stato è che ci sembra di trovarci più
di prima abbandonati a noi stessi. Sembra che la grazia operi meno in noi. L’antica
indole naturale rialzasi appena cessati i fervori che la comprimevano, e ritorna
ad agire con tremenda vivacità. Ci sembra di trovarci abbandonati alla virilità
ed all’onestà dei nostri propositi e della nostra volontà, e che gli
amminicoli della vita spirituale ci sorreggano meno, od almeno meno sensibilmente.
Le nostre preci divengono più aride. Il terreno che scaviamo è più
duro e pietroso. L’opra sembra tanto meno attraente quanto più diviene solida.
La perfezione non sembra così facile a raggiungersi, e la penitenza sembra
insopportabile. Ora è il tempo di mostrare coraggio, ora il nostro vero valore
è alla prova. Noi cominciamo a calcare le regioni centrali della vita spirituale,
ma esse sono per lo più dei tratti di arido deserto e di solitudine. È
qui che molti retrocedono e trovansi poi rigettali in un lato da Dio quali santi
falliti e vocazioni frustrate. L’anima a cui mi rivolgo è giunta a questo
punto, e si trascina avanti sotto la sferza del sole e dei venti, sprofondandosi
nella sabbia fino all’anca, sfiduciata per la rarità delle sorgenti d’acqua,
gemebonda per difetto di fresco e quieto rezzo, e molto propensa a sedersi ed abbandonare
disperata l’impresa.

Per l’amor di Dio! Non arrestarti. Se il fai, tutto è perduto per te. Dirai:
almeno scorgessi che procedo, potessi almeno persuadermi che faccio strada, vorrei
fare sforzi e trascinare avanti le mie stanche membra! Due val meglio di uno, dice
la Scrittura; così sforziamoci insieme per un poco a procedere, e parliamo
dei nostri aiuti e dei nostri ostacoli. Lo vedi bene, non siamo santi. Forse non
aspiriamo a raggiungere l’altezza dei santi; in tal caso non dobbiamo farci lecito
ciò che è lecito ai santi. Le lezioni di cui abbiamo bisogno devono
essere scarse, sicure, elementari. Ad ogni modo non dobbiamo né arrestarci,
né retrocedere.

Come conoscere se facciamo strada? Non v’è né pozzo né palma
che ci valga di tappa del cammino; non vi è che orizzonte e sabbia. Coraggio!
Qui vi sono cinque segni. Se ne abbiamo uno, bene; se due, meglio ; se tre, ancor
meglio; se quattro, benone; se tutti cinque, è splendida cosa.



1. Se siamo scontenti del nostro presente stato, qualunque egli sia, e sentiamo il
bisogno d’essere qualche cosa di meglio e di più elevato, abbiamo grande motivo
d’ esserne grati a Dio, perchè un tale scontento è uno dei suoi migliori
doni, ed un segno sicuro che realmente facciamo progresso nella vita spirituale.
Dobbiamo però tenere a mente che il nostro scontento di noi stessi deve essere
di tale natura che accresca la nostra umiltà o noti arrechi turbamento della
mente o malessere nei nostri esercizi di devozione. Devo, piuttosto essere effetto
d’un impaziente desiderio di progredire nella santità. combinato con gratitudine
per le passate grazie, con fiducia d’aver grazie future, e con un vivo senso d’indignazione
per non aver adeguatamente corrisposto a lotte le ricevute grazie.



2. L’altro segno della nostra crescita, per quanto appaia strano, è il far
sempre nuove mosse, il ricominciare sempre da capo. In questo faceva consistere la
perfezione il grande sant’Antonio. Eppure da questo traggono spesso por ignoranza
motivo di scoraggiamento coloro che confondono le nuove mosse nella vita spirituale
con l’incessante sorgere e ricadere dei peccatori abituati. Né si deve confondere
queste continue nuove mosse con l’instabilità, che spesso induce a dissipazione
e ci tiene indietro sul calle conducente al cielo. I nuovi slanci mirano a qualche
cosa di più alto, e così per lo più a cose più ardue
; mentre la instabilità ed incostanza è stanca del giogo, e cerca varietà
ed agiatezza. Le nuove mosse non consistono neppure nel mutare i nostri libri spirituali,
e le nostre penitenze, o i nostri metodi di preghiera, molto meno i nostri direttori
di spirito. Le sempre nuove mosse consistono principalmente in due cose, cioè
rinnovare la nostra in intenzione per la gloria di Dio, e ravvivare il nostro fervore.



3. È anche un segno di progresso nella vita spirituale e abbiamo in mira qualche,
cosa di definito: per esempio, se ci sforziamo ad acquistare l’abito di qualche virtù
particolare, o ad abbattere qualche assediante debolezza, o od avvezzarci ad una
data penitenza. Questi sono sintomi di serietà ed un pegno dell’oprare della
divina grazia in noi. Se al contrario non attacchiamo in nessuna parte le schiere
nemiche, non è più pugna ; e se tiriamo senza mira, non ne risulterà
che fumo e rumore, Non v’è probabilità d’avanzamento se, come suol
dirsi, passeggiamo vagamente senza scegliere una distinta meta dove pervenire, e
se non spingiamo attivamente il passo verso tale meta da noi appositamente scelta,



4. È segno anche migliore che noi progrediamo se ci sentiamo nell’anima un
forte sentimento che Dio vuole da noi qualche cosa di speciale. Talora ci accorgiamo
che lo Spirito Santo ci fa piegare da un lato piuttosto che dall’altro; che egli
desidera in noi la rimozione di qualche difetto, o l’intrapresa di qualche pio lavoro.
Questo viene dagli scrittori di spirito chiamato attrazione. Taluni hanno un’incessante
attrazione durante tutta la loro vita. In altri l’attrazione muta senza posa. In
alcuni essa è cosi vaga ed indistinta, che non si manifesta che ad intervalli;
e non pochi paiono esserne totalmente immuni (1). L’attrazione contiene naturalmente
una cognizione attiva di sé, non meno che un quieto sguardo interno di preghiera;
ed è un gran dono per la incalcolabile agevolezza che arreca nella pratica
della perfezione; perché somiglia quasi ad una speciale rivelazione. Il sentire
dunque con pacata riverenza questa trazione dello Spirito Santo, è segna che
progrediamo. Non si deve però dimenticare che nessuno dovrebbe inquietarsi
per la mancanza di questa sensazione spirituale, perché non si trova in tutti
i santi e non è indispensabile al progresso spirituale.



5. Oso anche aggiungere che un cresciuto desiderio generale di essere più
perfetto non è senza valore come indizio di progresso e questo vale ad onta
di quanto dissi sull’importanza d’aver di ritira on oggetto definito. Non credo che
questa brama vaga ci generale di perfezione sia abbastanza apprezzata. Sicuramente
che per sé non basta, non deve per sé sola acquietarci. Ci è
data come viatico o compagna per via. Tuttavia se consideriamo quanto sono mondani
per lo più i buoni cristiani, e quanto sono ciechi riguardo agli interessi
di Gesù, e quanto incredibilmente dura ed impenetrabile ai principî
spirituali hanno l’epidermide, dobbiamo dire che questo desiderio di santità
viene da Dio, che è un grande dono, e che comprende molto di ciò che
è di somma importanza. Che ne siano rese lodi a Dio per ogni anima così
tanto fortunata nel mondo da possedere una tale bramosia! Essa è quasi inconciliabile
colla tepidezza, e questa non è una lieve raccomandazione in suo favore; e
benché molto si trovi ancora oltre ed al di sopra di essa, pur essa è
indispensabile tanto a ciò che è oltre, quanto a ciò che le
è superiore. Non dobbiamo però chiudere gli occhi sui suoi pericoli.
Ogni desio soprannaturale che abbiamo senza corrispondervi, ci lascia in uno stato
peggiore di quello in cui ci trovò. L’espediente più sicuro è
di incorporare senza ritardo il desio in qualche atto, prece, penitenza, od azione
di zelo; non a casaccio e per isbalzo,ma con consiglio e posatezza.



Ecco dunque cinque segni molto probabili di progresso, nessuno dei quali è
tanto al disopra di noi da essere impraticabile ai più bassi fra noi. Non
intendo di dire che l’esistenza di questi segni basti ad assicurarci che nella nostra
vita spirituale tutto trovasi come dovrebbe trovarsi; ma che almeno siamo vivi, che
camminiamo, che procediamo, e che ci troviamo nell’atmosfera della grazia e che il
possesso di qualcuno di questi indizi è cosa ineffabilmente più preziosa
di qualunque più alta e preziosa cosa che possa offrirci la terra! Lo ripeto
dunque: se abbiamo uno di questi segni, bene; se due, meglio; se tre, ancor meglio;
se quattro, è cosa ottima; se tutti cinque, è glorioso. Mirate ora!
Noi abbiamo fatto un po’ di strada; noi ci siamo inoltrati avanti nel deserto ; che
se ci sentiamo un poco i piedi a bruciare, almeno siamo meno scuorati.


NOTE


1 – Fu
notato da Madre da Blonay che i destinati da Dio a spendere gran parte della loro
vita a far da superiori religiosi, non hanno per lo più alcuna attrazione
speciale, perché io spirito che lo Spirito Santo vuol formare in tali anime,
è uno spirito universale.






Testo tratto
da: P. F. Faber d’O., I progressi dell’anima nella vita spirituale, Torino:
Marietti, 1906 (trad. della III ed. Inglese, 1859), pp. 1-9.