LETTERA COLLETTIVA DEI VESCOVI SPAGNOLI
(1 luglio1937)

I Martiri del XX secolo

LETTERA
COLLETTIVA DEI VESCOVI SPAGNOLI

(in occasione della guerra civile spagnola 1936-39)

– 1 luglio1937 –









Il 21 novembre 1999,
solennità di Cristo Re e festa della Presentazione della Beata Vergine Maria,
è stato proclamato santo Innocenzo Canoura: si tratta della santificazione
del primo martire ucciso dai social-comunisti durante la guerra civile spagnola.



Per l’occasione, Totus Tuus Network ha presentato la “Lettera collettiva
dell’Episcopato Spagnolo”: è un documento storico di eccezionale valore,
che ci può dare un’idea corretta della persecuzione religiosa operata dai
comunisti, prima e durante la guerra civile (1936-39).



La feroce persecuzione ha mietuto quasi 7000 martiri.



Secondo i recenti studi di S.E. Antonio Montero, vescovo di

Merida-Badajoz, tra il 18 luglio 1936 e il 1 aprile 1939, hanno subito il

martirio 6.832 persone di cui 4.184 appartenenti al clero diocersano, 12

vescovi, 1 amministratore apostolico 2.365 religiosi e 238 tra suore e

seminaristi.



Di questi 6.832, 238 martiri sono stati beatificati: 219 religiosi, 4

Vescovi, 3 sacerdoti diocesani, due laici e una persona consacrata.







VENERABILI
FRATELLI:



1. – Ragione di questo documento (
1)



Sogliono i popoli cattolici aiutarsi mutuamente nei giorni di tribolazione, adempiendo
così la legge di carità e di fraternità che unisce in un solo
corpo mistico quanti comunichiamo nel pensiero e nell’amore di Gesù Cristo.
Organo naturale di questo scambio spirituale sono i Vescovi posti dallo Spirito Santo
a reggere la Chiesa di Dio. La Spagna, che attraversa una delle più grandi
tribolazioni della sua storia, ha ricevuto molteplici attestazioni di affetto e di
condoglianza da parte dell’Episcopato Cattolico straniero, sia in forma di messaggi
collettivi, sia da molti Vescovi in particolare. E l’Episcopato Spagnolo, così
terribilmente provato nei suoi membri, nei suoi sacerdoti, e nelle sue Chiese, desidera
oggi corrispondere con questo documento collettivo alla gran carità che da
tutti i punti della terra ci è stata manifestata.



Il nostro paese soffre un profondo sconvolgimento: non è soltanto una cruentissima
guerra civile che ci riempie di angoscia; è una convulsione tremenda che scuote
le stesse basi della vita sociale ed ha posto in pericolo perfino la nostra esistenza
come Nazione. Voi lo avete ben compreso, Venerabili Fratelli, e “le vostre parole
e il vostro cuore si sono aperti a noi”, ripeteremo con l’Apostolo, lasciandoci
vedere le viscere della vostra carità verso la nostra patria diletta. Che
Dio vi ricompensi.



Però assieme alla nostra gratitudine, Venerabili Fratelli, dobbiamo manifestarvi
il nostro dolore per il misconoscimento della verità di quanto accade in Spagna.
È un fatto, e a noi consta con documentazione copiosa; il modo di pensare
di un gran settore dell’opinione pubblica straniera si accorda con la realtà
degli avvenimenti nel nostro paese. Cause di questo dissenso potrebbero essere: lo
spirito anticristiano che nella lotta della Spagna ha visto una partita decisiva
pro o contro la religione di Gesù Cristo e la civiltà cristiana; la
corrente opposta di dottrine politiche che aspirano alla egemonia del mondo; il lavoro
tendenzioso di occulte forze internazionali; la antipatria che si è
valsa di spagnoli illusi, i quali, sotto il manto del nome di cattolici, hanno cagionato
un enorme danno alla vera Spagna. E ciò che maggiormente ci addolora è
il vedere come una buona parte della stampa cattolica straniera abbia contribuito
a questa deviazione mentale, la quale potrebbe essere funesta per i sacri interessi
che oggi sono in causa nella nostra patria.



Quasi tutti Noi che sottoscriviamo questa Lettera, abbiamo procurato di dare a suo
tempo la nota giusta del significato della guerra. Siamo grati alla stampa cattolica
straniera di aver fatto propria la verità delle nostre dichiarazioni e nello
stesso tempo lamentiamo che alcuni giornali e riviste, mentre avrebbero dovuto
dare l’esempio di rispetto e di ossequienza alla voce dei Prelati della Chiesa, le
abbiano combattute o manomesse.



Ciò obbliga l’episcopato spagnolo a rivolgersi collettivamente ai Fratelli
di tutto il mondo, con l’unico proposito che risplenda la verità oscurata
per leggerezza o per malizia, e che ci si aiuti a diffonderla. Si tratta di un problema
gravissimo dove confluiscono non soltanto gli interessi politici di una nazione,
ma gli stessi fondamenti provvidenziali della vita sociale: la religione, la giustizia,
l’autorità e la libertà dei cittadini.



Adempiamo ciò facendo, oltre che la nostra missione pastorale – la quale importa
innanzitutto il magistero della verità – un triplice dovere di religione,
di patriottismo, e di umanità. Di religione, perché testimoni delle
grandi prevaricazioni e dei grandi eroismi, che hanno avuto per scena il nostro paese,
potremmo offrire al mondo lezioni ed esempi, che toccano il nostro ministero episcopale
e dovrebbero insieme essere di profitto a tutto il mondo; di patriottismo, perché
il Vescovo è il primo obbligato a difendere il buon nome della sua Patria,
“terra patrum”, in quanto furono i nostri venerabili predecessori coloro
che formarono la nostra così cristiana come è, “generando figliuoli
a Gesù Cristo, per la predicazione del Vangelo”; di umanità, perché
Dio avendo permesso che il nostro paese fosse il luogo di esperimento di idee e procedimenti
diretti alla conquista del mondo, vorremmo il danno restasse entro l’ambito
della nostra patria e scampassero dalla rovina le altre nazioni.



2. – Indole della Lettera.



Questo Documento non sarà la dimostrazione di una tesi, ma la semplice
esposizione, per grandi linee, dei fatti che caratterizzano la nostra guerra, e le
danno la fisionomia storica. La guerra spagnola è conseguenza d’una lotta
di ideologie irriconciliabili; nelle sue stesse origini si trovano coinvolte gravissime
questioni di ordine morale e giuridico, religioso e storico. Non sarebbe difficile
lo svolgimento di fondamentali punti dottrinari applicati al nostro momento presente.
È già stato fatto con ampiezza anche da alcuni dei Fratelli che sottoscrivono
questa Lettera. Ma noi viviamo in tempi di positivismo calcolatore freddo e, specialmente
quando si tratta di fatti di un tal rilievo storico, come quelli prodottisi nella
guerra odierna, ciò che si desidera – dall’estero ci sono giunte centinaia
di richieste in questo senso – sono fatti vivi e palpitanti che, per affermazione
o negazione rivelino la verità, semplice e netta.



Per tali ragioni questo scritto ha un tono assertivo e categorico di carattere empirico.
E ciò nei suoi due aspetti: quello del giudizio che solidariamente formuliamo
sull’apprezzamento legittimo dei fatti; e quello dell’asserto “per oppositum”,
col quale distruggiamo, in tutta carità, le affermazioni false o le tortuose
interpretazioni, che hanno potuto falsare la storia di questo anno di vita della
Spagna



3 .- La nostra posizione di fronte alla guerra.



Consti innanzitutto che, prevedendosi la guerra fin da quando si attaccò violentemente
ed inconsideratamente lo spirito nazionale, l’Episcopato spagnolo diede, fin dal
1931, altissimi esempi di prudenza apostolica e cittadina. In armonia con la tradizione
della Chiesa, e seguendo le norme della Santa Sede, si pose nettamente da parte dei
poteri costituiti con i quali si sforzò di collaborare per il bene comune.
Malgrado le ripetute offese alle persone, alle cose, ed ai diritti della Chiesa,
non infranse il suo proposito di non alterare il regime di concordia stabilito già
nel tempo addietro. “Etiam discolis”: alle vessazioni rispondemmo
sempre con l’esempio della sottomissione leale tutte le volte che lo potemmo; con
la protesta grave, ragionata ed apostolica tutte le volte che lo dovemmo; con l’esortazione
sincera alla doverosa disciplina, all’orazione, alla pazienza ed alla pace, rivolta
reiteratamente al nostro popolo cattolico. E il popolo cattolico ci secondò,
e il nostro intervento fu valido fattore di concordia nazionale in ore di profonda
inquietudine sociale e politica.



Quando scoppiò la guerra ne abbiamo più che altri lamentato il doloroso
avverarsi, perché essa è sempre un male gravissimo, che molto spesso
problematici beni non riescono a compensare, e perché la nostra missione è
di riconciliazione e di pace: “Et in terra pax”. Dai suoi inizi noi teniamo
le mani levate al cielo, perché cessi. E in questi momenti ripetiamo la parola
di Pio XI allorché la reciproca mancanza di fiducia tra le grandi potenze
stava per scatenare un’altra guerra sopra l’Europa: “Noi invochiamo la pace,
benediciamo la pace, preghiamo per la pace”. Dio ci è testimonio degli
sforzi, che abbiamo fatto per diminuirne le fatali stragi.



Ai voti per la pace aggiungiamo il nostro largo perdono per i nostri persecutori
e i nostri sentimenti di carità per tutti. E ripetiamo sui campi di battaglia,
e ai nostri figli dell’una e dell’altra parte le parole dell’Apostolo: “Il Signore
sa quanto vi amiamo, tutti, nelle viscere di Gesù Cristo”.

Ma la pace è la “tranquillità dell’ordine divino, nazionale, sociale
e individuale, che assicura a ciascuno il suo posto e a ciascuno dà ciò
che gli è dovuto, collocando la gloria di Dio in cima a tutti i doveri, e
facendo derivare dal suo amore il servizio fraterno di tutti”. Ed è tale
la condizione umana e tale l’ordine della Provvidenza – dimostratosi sino ad oggi
inderogabile – che pur essendo la guerra uno dei più tremendi flagelli dell’umanità,
diviene alle volte il rimedio eroico, unico, per riporre le cose nell’ordine della
giustizia e ricondurle nel regno della pace. Per questa ragione la Chiesa, anche
essendo figlia del Principe della Pace, benedice gli emblemi di guerra, ha fondato
gli ordini militari, ed ha organizzato le crociate contro i nemici della fede.



Non è questo il nostro caso. La Chiesa non ha voluto questa guerra, né
l’ha cercata, e non crediamo necessario difenderla dalla taccia di belligerante,
con la quale certi giornali stranieri hanno voluto stigmatizzare la Chiesa di Spagna.
È certo che mille e mille dei suoi figli, obbedendo ai dettami della propria
coscienza e del proprio patriottismo, e sotto la loro responsabilità personale,
sono sorti in armi per salvare i principi della religione e della giustizia cristiana,
ai quali da secoli si informava la vita della Nazione; ma chi l’accusa di aver provocato
questa guerra, o di averla preparata nell’ombra, o di non aver fatto quanto stava
in suo potere per evitarla, ignora o falsifica la realtà.



Questa, la posizione dell’Episcopato spagnolo, della Chiesa spagnola, di fronte al
conflitto attuale. Fu vessata e perseguitata prima che scoppiasse; fu vittima principale
della furia di una delle due parti contendenti; e non ha cessato di lavorare,
con la sua preghiera, con le sue esortazioni, con la sua influenza, perché
diminuissero i danni e si abbreviassero i giorni della prova.



E se oggi, collettivamente, formuliamo il nostro verdetto sulla questione molto intricata
della guerra di Spagna, lo facciamo anzitutto perché, anche se la guerra fosse
di solo carattere politico-sociale, è stata così grave la sua ripercussione
nell’ordine religioso, ed è apparso così chiaramente, fin dai suoi
inizi, che una delle parti belligeranti mirava alla eliminazione della religione
cattolica in Spagna, che noi, Vescovi cattolici, non possiamo restarne al di fuori
senza lasciare abbandonati gli interessi di Nostro Signor Gesù Cristo, e senza
incorrere nel tremendo appellativo di “canes muti”, con il quale il Profeta
censura coloro che, dovendo parlare, tacciono di fronte alla ingiustizia; e poi,
perché la posizione della Chiesa spagnola, vale a dire dell’Episcopato spagnolo
di fronte alla lotta erroneamente interpretata all’estero.

Già un eminente politico, in una rivista cattolica straniera attribuiva la
responsabilità del conflitto nientedimeno che all’ottenebramento mentale degli
arcivescovi spagnoli, qualificandoli di vegliardi, che debbono quanto sono al regime
monarchico, e che hanno trascinato per ragioni di disciplina e di obbedienza gli
altri Vescovi a favorire il movimento nazionale. Altri ci giudicano temerari perché
esporremmo alle contingenze di un regime invadente e tirannico l’ordine spirituale
della Chiesa e la sua libertà della quale dovremmo essere i difensori.



No; questa libertà noi la reclamiamo innanzitutto per l’esercizio del nostro
ministero, giacché da essa scaturiscono tutte le altre che rivendichiamo per
la Chiesa. E, in virtù di essa, non ci siamo legati con nessuno – persone,
poteri o istituzioni – pur accettando, riconoscenti, la protezione di quelli che
hanno potuto salvarci dal nemico deciso a perderci, e siamo disposti a collaborare,
come Vescovi e Spagnoli, con coloro che si sforzano di restaurare in Spagna un regime
di pace e di giustizia. Nessun potere politico potrà dire che noi abbiamo
deviato da questa linea, in qualsiasi tempo.



4. – Il quinquennio che precedette la guerra.



Affermiamo, innanzitutto, che questa guerra è nata dalla temerità,
dagli errori e anche dalla malizia o dalla codardia di coloro che avrebbero potuto
evitarla governando la Nazione secondo giustizia.



A parte altre cause di minore importanza, furono i legislatori del 1931, e poi il
potere esecutivo dello Stato col suo metodo di governo, a voler bruscamente
orientare la strada della nostra storia in un senso totalmente contrario alla natura
e alle esigenze dello spirito nazionale, e specialmente opposto al senso religioso
predominante nel paese. La costituzione e le leggi laiche, che ne svilupparono lo
spirito, furono un attacco violento e continuato alla coscienza nazionale. Annullati
i diritti di Dio e vessata la Chiesa, la nostra società restava minata in
ciò che la sua vita ha di più sostanziale, cioè nella religione.
Il popolo spagnolo che nella sua maggioranza manteneva viva la fede dei suoi
antenati, sopporta con invitta pazienza le reiterate offese fatte da inique leggi
alla sua coscienza; ma la temerità dei suoi governanti aveva posto nell’anima
nazionale, assieme all’offesa, un fattore di sdegno e di rivolta contro il potere
governativo, che aveva mancato alla più fondamentale giustizia, ossia quella
dovuta a Dio ed alla coscienza del cittadino.



Nello stesso tempo l’autorità, in molteplici e gravi occasioni, rassegnava
alla plebe i propri poteri. Gli incendi dei templi di Madrid e nelle province durante
il maggio 1931, le rivolte di ottobre del 1934, specialmente in Catalogna ed Asturie,
dove regnò l’anarchia durante due settimane; il periodo turbolento che va
dal febbraio al luglio 1936, durante il quale furono distrutte o profanate 411 chiese
e si commisero circa 3000 attentati gravi di carattere politico-sociale, preannunziavano
il crollo completo della autorità pubblica, che fu vista con frequenza soccombere
alla forza di poteri occulti i quali s’intromettevano nelle sue funzioni.



Il regime politico di libertà democratica si sgretolò per gli arbitri
dell’autorità, dello Stato e per la coazione governativa che deformò
la volontà popolare, creando una macchina politica in lotta con la maggioranza
della Nazione, fino a prodursi il caso delle ultime elezioni parlamentari del febbraio
1936, quando con una maggioranza di oltre mezzo milione di voti sulle sinistre, le
destre ottennero 118 deputati meno del Fronte Popolare, perché si annullarono
capricciosamente gli scrutini di intere province, viziandosi per tal modo nella sua
origine la legittimità del Parlamento.



E a misura che si disgregava il nostro popolo per il rilassamento dei vincoli sociali
e si dissanguava la nostra economia e sconsigliatamente si alterava il ritmo del
lavoro e veniva indebolita ad arte la forza delle istituzioni di difesa collettiva,
un altro popolo potente, la Russia, d’accordo coi comunisti spagnoli, per mezzo del
teatro e del cinematografo, con riti e con costumi esotici, adoperando fascino intellettuale
e subornamento materiale, preparava lo spirito popolare allo scoppio della rivoluzione,
prevista quasi a data fissa.



Il 27 febbraio 1936, dopo il trionfo del Fronte Popolare, il Komintern Russo decretava
la rivolta spagnola e la finanziava con enormi somme. Il 1° maggio centinaia
di giovani raccoglievano pubblicamente in Madrid “bombe e pistole, polvere e
dinamite per la prossima rivoluzione”. Il 16 di quello stesso mese si riunivano
nella Casa del Popolo di Valenza i rappresentanti della U.R.S.S. con i delegati spagnoli
della terza Internazionale determinando nel nono dei loro accordi di incaricare uno
dei Comitati detti “Radios” di Madrid, quello designato col n. 25, integrato
da agenti di polizia in attività di servizio, della eliminazione dei personaggi
politici e militari destinati ad avere una parte interessante nella controrivoluzione.
Frattanto da Madrid ai più remoti villaggi, le milizie rivoluzionarie ricevevano
l’istruzione militare ed erano così abbondantemente armate che, allo
scoppiare della guerra, contavano 150.000 soldati di assalto, e 100.000 di linea.




Vi sembrerà, Venerabili Fratelli, fuor di luogo in un Documento episcopale
la enumerazione di questi fatti. Abbiamo voluto sostituirli alle ragioni di diritto
politico che avrebbero potuto giustificare un movimento nazionale di resistenza.
Senza Dio, che dovrebbe stare alla base e al vertice della vita sociale, senza autorità,
insostituibile nelle sue funzioni di creatrice dell’ordine e custode del diritto
civico; con la forza materiale al servi zio dei “senza Dio” e senza coscienza,
maneggiati da poderosi agenti di ordine internazionale, la Spagna doveva slittare
fino all’anarchia, che è il contrario del bene comune e della giustizia e
dell’ordine collettivo. A tanta rovina giunsero le regioni spagnole nelle quali la
rivoluzione marxista seguì il suo corso iniziale.

Questi sono i fatti. Si mettano a confronto con la dottrina di S. Tommaso sopra il
diritto alla resistenza difensiva per mezzo della forza, e ne deduca ognuno il giusto
giudizio. Nessuno potrà negare che, quando scoppiò il conflitto, la
stessa esistenza del bene comune, – la religione, la giustizia, la pace- era gravemente
compromessa, e che il complesso delle autorità sociali e degli uomini saggi,
che costituiscono il popolo nella sua organizzazione naturale e nei suoi migliori
elementi, riconoscevano il pubblico pericolo. Per quanto riguarda la terza condizione
richiesta dall’Angelico, quella della convinzione degli uomini prudenti sulla probabilità
del successo, la lasciamo al giudizio della Storia; i fatti, fino ad oggi, non le
sono contrari.



Rispondiamo ad una osservazione che una rivista straniera avanza sul fatto dei sacerdoti
assassinati e che potrebbe estendersi a tutti gli altri episodi indici dell’immenso
capovolgimento sociale che travaglia la Spagna. L’osservazione si riferisce alla
possibilità per cui, se non si fosse prodotto il movimento, non si sarebbe
alterata la pace pubblica: “a parte gli eccessi rossi – leggiamo – resta sempre
la verità che se Franco non fosse insorto, le centinaia o migliaia di sacerdoti
soppressi avrebbero conservata la vita ed avrebbero continuato a fare l’opera di
Dio presso le anime”. Non possiamo sottoscrivere questo asserto, testimoni come
siamo della situazione della Spagna allo scoppiare del conflitto. La verità
è il contrario, perché risulta provato con documenti, come il minuzioso
progetto della rivoluzione marxista, che era in gestazione e sarebbe scoppiata in
tutto il mondo, se per gran parte non lo avesse impedito il movimento civico-militare,
era diretto allo sterminio del clero cattolico, e degli uomini di destra più
qualificati, alla sovietizzazione dell’industria e all’instaurazione del comunismo.
Era l’ultimo gennaio quando un dirigente anarchico diceva al mondo a mezzo
della radio: “bisogna dire le cose tali quali sono; i militari ci precedettero
per evitare che arrivassimo a scatenare la rivoluzione”.

Resta pertanto stabilito come prima affermazione di questo Scritto, che un quinquennio
di continue violenze ai sudditi spagnoli nell’ordine religioso e sociale pose in
gravissimo pericolo l’esistenza stessa del bene pubblico e produsse una enorme tensione
nello spirito del popolo spagnolo; che, esauriti i mezzi legali, la coscienza nazionale
era persuasa le restasse unicamente il ricorso alla forza per poter sostenere l’ordine
e la pace; che poteri estranei alla autorità ritenuta legittima avevano deciso
di sovvertire l’ordine costituito ed instaurare con la violenza il comunismo; e infine
che, per la logica fatale dei fatti, non rimaneva alla Spagna altro che la seguente
alternativa: o soccombere all’assalto definitivo del comunismo distruttore, già
preparato e decretato, come accadde nelle regioni dove non trionfò il movimento
nazionale, o tentare, con uno sforzo titanico di resistenza, di liberarsi dal terribile
nemico e salvare i principi fondamentali della sua vita collettiva e delle sue caratteristiche
nazionali.



5. – Il movimento militare e la rivoluzione comunista.



Il 18 luglio dell’anno passato si produsse il movimento militare e scoppiò
la guerra che ancora dura. Ma si noti; primo, che la sollevazione militare non si
effettuò, fin dai suoi stessi inizi, senza la collaborazione del popolo sano
incorporatosi a grandi masse al movimento, il quale per ciò deve qualificarsi
civile-militare; e secondo, che questo movimento e la rivoluzione comunista sono
due fatti da non separarsi se si vuole giudicare debitamente la natura della guerra.
Coincidenti nello stesso momento iniziale dell’urto, marcano fin dal principio la
divisione profonda delle due Spagne che si batteranno nei campi di battaglia.

C’è ancora di più: il movimento non si produsse senza che gli ideatori
intimassero previamente ai poteri pubblici di opporsi con i mezzi legali alla
rivoluzione marxista imminente. Il tentativo fu inefficace, e scoppiò il conflitto;
le forze civili-militari cozzarono fin dal primo istante, non tanto con le forze
governative che tentavano soffocarlo, quanto con la furia scatenata di alcune milizie
popolari, le quali protette per lo meno dalla passività governativa, inquadrandosi
nei comandi ufficiali dell’esercito e utilizzando, oltre quello che illegittimamente
possedevano, l’armamento dei depositi statali, si gettarono come valanga distruttrice
contro quanto costituisce un sostegno nella società.

Questa la caratteristica della reazione determinatasi nel campo governativo contro
il movimento civile militare. È senza dubbio, un contrattacco da parte delle
forze fedeli al Governo; ma è innanzitutto, una lotta in associazione con
le forze anarchiche che si aggiunsero a quelle, e che con quelle combatteranno unite
fino al termine della guerra. La Russia, il mondo intero lo sa, si inserì
nell’esercito governativo prendendo una parte dei suoi comandi, e si impegnò
a fondo, pur conservando le apparenze del Governo del Fronte Popolare, alla instaurazione
del regime comunista a traverso il crollo dell’ordine sociale stabilito. Nel giudicare
la legittimità del movimento nazionale, non si potrà prescindere dall’intervento,
nella parte contraria, di queste “milizie anarchiche incontrollabili”,
– sono parole di un ministro del Governo di Madrid – il cui potere avrebbe prevalso
sulla Nazione.

E poiché Dio è il più robusto fondamento di una società
ben ordinata – lo era anche della Nazione Spagnola – la rivoluzione comunista, alleata
con gli Eserciti del Governo, fu, sopratutto, antidivina. Si chiudeva così
il ciclo della legislazione laica della Costituzione del 1931 con la distruzione
di quanto apparteneva a Dio. Lasciamo da parte ogni intervento personale di quanti
non militarono coscientemente sotto questo vessillo; solo tracciamo la traiettoria
generale dei fatti.

Per ciò si produsse nell’anima nazionale una reazione di tipo religioso, corrispondente
all’azione nichilista e distruttrice dei “senza Dio” . La Spagna restò
divisa in due grandi fazioni militanti; ciascuna di esse fu come l’agglutinante delle
diverse tendenze profondamente popolari; e attorno ad esse e collaborando con esse,
polarizzarono, sotto forma di milizie volontarie o di assistenza e servizi di retroguardia,
le forze opposte che tenevano divisa la Nazione.

La guerra è, per tal modo, una specie di plebiscito armato. La lotta bianca
dei comizi del febbraio del 1936, nei quali la mancanza di coscienza politica del
Governo Nazionale diede arbitrariamente alle forze rivoluzionarie un trionfo che
non avevano ottenuto nelle urne, si trasformò, a causa della contesa civile-militare,
nella lotta cruenta di un popolo diviso in due tendenze: la spirituale, a lato dei
sollevati, che intraprese la difesa dell’ordine, della pace sociale, della civiltà
tradizionale e della Patria e, assai palesemente, in un grande settore, la difesa
della religione; e d’altra parte, la materialista, si chiami essa marxista, comunista
o anarchica, che volle sostituire alla vecchia civiltà della Spagna, con tutti
i suoi fattori, la nuovissima “civiltà” dei sovieti russi.



Le ulteriori complicazioni della guerra non hanno modificato che accidentalmente
il suo carattere; l’internazionalismo comunista è accorso sul territorio spagnolo
in aiuto dell’esercito e del popolo marxista; come, per la naturale esigenza della
difesa e per considerazioni di carattere internazionale, son venuti in aiuto della
Spagna tradizionale armi e uomini di altri paesi stranieri. Però, i nuclei
nazionali rimangono gli stessi, sebbene la contesa, profondamente popolare, sia giunta
a rivestire caratteri di lotta internazionale.



Per tal fatto, osservatori perspicaci hanno potuto scrivere queste parole sulla nostra
guerra: “È una corsa di velocità tra il bolscevismo e la civiltà
cristiana” ; “Una nuova tappa, e può dirsi, decisiva, nella lotta
ingaggiata tra la Rivoluzione e l’Ordine”; “Una lotta internazionale in
un campo di battaglia nazionale; il comunismo dà nella Penisola una formidabile
battaglia, dalla quale dipendono le sorti dell’Europa”.



Non abbiamo fatto altro che uno schizzo storico, dal quale deriva la seguente affermazione:
il movimento sorse in origine per la difesa dei principi fondamentali di ogni società
civile; nel suo sviluppo, è stato un movimento contro l’anarchia coalizzata
con le forze al servizio di un governo, che non seppe o non volle tutelare quei principi.
Conseguenza di tale affermazione sono le seguenti conclusioni:



1.°: Che la Chiesa, malgrado il suo spirito di pace e benché non abbia
voluto la guerra, né abbia collaborato ad essa, non poteva restare indifferente
nella lotta: glielo impedivano la sua dottrina ed il suo spirito, il senso di conservazione
e l’esperienza della Russia. Da una parte si sopprimeva Dio, di cui la Chiesa deve
realizzare l’opera nel mondo e alla Chiesa si cagionava un danno immenso nelle persone,
nelle cose e nei diritti, come forse non ha mai sofferto istituzione alcuna nella
storia; dall’altra, qualunque fossero gli umani difetti, restava lo sforzo per la
conservazione del vecchio spirito spagnolo e cristiano.



2.°: La Chiesa, però, non ha potuto farsi solidale con le linee di condotta,
le tendenze o le intenzioni che, nel presente o nell’avvenire, potessero snaturalizzare
la nobile fisionomia del movimento nazionale nella sua origine, nelle sue manifestazioni
e nei suo fini.



3.°: Affermiamo che il movimento civile-militare ha avuto una doppia radice nel
fondo della coscienza popolare: quella del sentimento patriottico, che vi riconobbe
l’unico mezzo di risollevare la Spagna ed evitarne la rovina definitiva; e il sentimento
religioso, al quale apparve come la forza che doveva ridurre all’impotenza i nemici
di Dio e la garanzia della continuità della sua fede e della pratica della
sua religione.



4.°: Oggi come oggi, non c’è in Spagna altra speranza per riconquistare
la giustizia e la pace e i beni da esse derivanti, che il trionfo del movimento nazionale.
Forse oggi meno che al principio della guerra, perché la parte avversa, malgrado
tutti gli sforzi dei suoi uomini di governo, non offre garanzie di stabilità
politica e sociale.



6. – Caratteri della rivoluzione comunista.



Presentata così la rivoluzione comunista, conviene definirne i caratteri.
Ci restringiamo alle seguenti affermazioni, le quali derivano dallo studio di fatti
assolutamente certi, molti dei quali sono attestati da notizie incontrovertibili,
descrizioni e grafici, che abbiamo sotto gli occhi. Notiamo che non si hanno informazioni
debitamente autorizzate all’infuori di quelle del territorio liberato dal dominio
comunista. Restano ancora sotto le armi dell’esercito rosso, totalmente o parzialmente,
varie province; è tuttora incompleta la conoscenza degli eccessi là
perpetratisi, che sono i più numerosi e i più gravi.



Giudicando nel complesso gli orrori della rivoluzione comunista spagnola, affermiamo
che la storia dei popoli occidentali non conosce un ugual fenomeno di insania collettiva,
né un tale cumulo, prodotto in poche settimane, di attentati commessi contro
i diritti fondamentali di Dio, della società e della persona umana. Né
sarebbe facile, raccogliendo fatti analoghi e ponendoli a confronto per specificarne
la delittuosa natura trovare nella storia un’epoca o un popolo che possa offrirci
tali e tante aberrazioni. Facciamo della storia, senza interpretazioni di carattere
psicologico o sociale, che richiederebbero uno studio particolare. La rivoluzione
anarchica è stata “eccezionale nella storia” .



Aggiungiamo che l’ecatombe prodotta nelle persone e nelle cose dalla rivoluzione
comunista, fu “premeditata” . Poco prima della rivolta erano giunti dalla
Russia 79 agitatori specializzati. La Commissione Nazionale della Unificazione Marxista,
in quegli stessi giorni, ordinava la costituzione delle milizie rivoluzionarie in
tutti i paesi. La distruzione delle chiese, o per lo meno dei loro arredi, fu sistematica
e per serie. Nel breve spazio di un mese furono resi inservibili al culto tutti i
templi. Già nel 1931 la Lega Atea conteneva nel suo programma questo articolo:
“Plebiscito sulla destinazione che si dovrà dare alle Chiese e case parrocchiali”
; e uno dei Comitati provinciali dava la seguente norma: “Il locale o i locali
destinati fin’ora al culto, si destineranno a magazzini collettivi, mercati pubblici,
biblioteche popolari, stabilimenti di bagni o di igiene pubblica, ecc., secondo i
bisogni dei diversi paesi” . Per l’eliminazione delle personalità che
si consideravano nemiche della rivoluzione, erano state previamente confezionate
delle “liste nere”. In alcune, al primo posto, figurava il Vescovo. Dei
sacerdoti, un capo comunista disse davanti l’atteggiamento del popolo che voleva
salvare il proprio parroco: “Abbiamo l’ordine di distruggerne tutta la semenza”
.



Prova eloquentissima che la devastazione dei templi e la strage dei sacerdoti in
forma totalitaria fu cosa premeditata, sono le cifre spaventose. Benché i
calcoli non siano definitivi, si possono contare circa 20.000 chiese distrutte o
totalmente saccheggiate. I sacerdoti messi a morte, facendo una media del 40% nelle
diocesi devastate – in alcune arrivano sino all’80% – sommano, tenendo conto solo
del clero secolare, a circa 6.ooo. Si diede loro la caccia persino con cani; furono
inseguiti attraverso i monti; furono ricercati selvaggiamente in ogni nascondiglio.
Il più delle volte furono uccisi senza giudizio, senza altra accusa che quella
della loro missione sociale.



Fu “crudelissima” la rivoluzione; i suoi metodi rivestirono caratteri di
orribile barbarie. Per il numero degli omicidi: si calcolano a più di 300.000
i secolari caduti assassinati, vittime delle loro idee politiche e specialmente religiose:
a Madrid, nei primi tre mesi, ne furono uccisi più di 22.000; si può
dire che non ci sia paese dove non siano stati eliminati i più eminenti uomini
di destra. Per l’assenza di ogni forma: si procedette senza accusa, senza prove,
la maggior parte delle volte senza giudizio. Per le vessazioni: molti vennero amputati
delle loro membra, oppure spaventosamente mutilati prima di essere uccisi; ebbero
gli occhi strappati, la lingua tagliata, o si sparò su di loro dall’alto in
basso, altri bruciati o sotterrati vivi, oppure finiti a colpi di accetta. La maggior
ferocia venne esercitata contro i ministri di Dio. Per rispetto e carità non
vogliamo addentrarci in altri particolari.



La rivoluzione fu “inumana” . Non si è rispettato il pudore della
donna, neanche di quella consacrata a Dio per i suoi voti religiosi. Si profanarono
le tombe e i cimiteri. Nel famoso monastero romanico di Ripoll sono stati distrutti
i sepolcri, tra i quali c’era quello di Vifredo “el Velloso””, conquistatore
della Catalogna e quello del Vescovo Morgades, restauratore del celebre cenobio.
A Vich si è profanata la tomba del gran Balmes e leggiamo che il cranio del
grande vescovo Torras y Bages servì da palla a giuocatori di calcio. A Madrid
e nel vecchio cimitero di Huesca furono aperte centinaia di tombe per strappare ai
cadaveri l’oro dei loro denti e degli anelli. Alcune forme di martirio presuppongono
pervertimento o soppressione del senso di umanità.



La rivoluzione fu “barbara”, in quanto distrusse l’opera di civiltà
secolare. Distrusse migliaia di opere d’arte, molte delle quali di fama universale.
Saccheggiò o incendiò gli archivi, impossibilitando la ricerca storica
e la prova dei fatti di ordine giuridico e sociale. Restano centinaia di tele pittoriche
accoltellate, di sculture mutilate, di meraviglie architettoniche abbattute per sempre.
Possiamo dire che nelle regioni dominate dai comunisti, il tesoro d’arte, sopratutto
religiosa, accumulato nei secoli, è stato stupidamente distrutto in qualche
settimana. Persino l’arco di Barà, a Tarragona, opera romana che aveva visto
venti secoli, fu raggiunto dalla dinamite nella sua azione distruttrice. Le famose
collezioni d’arte della Cattedrale di Toledo, del Palazzo di Liria, del Museo del
Prado sono state totalmente disperse. Numerose biblioteche sono scomparse. Nessuna
guerra, nessuna invasione barbara, nessun sconvolgimento sociale, in tutti i secoli,
ha cagionato alla Spagna una rovina simile all’attuale, congiurando a questo scopo
fattori ignorati dalle epoche anteriori; una sapiente organizzazione posta al servizio
di una terribile volontà devastatrice, scatenatasi sopratutto contro le cose
di Dio, e i moderni mezzi di locomozione e di distruzione a portata di mano di ogni
criminale.

Conculcò, la rivoluzione, i più elementari principi del “diritto
delle genti”. Si ricordino le carceri di Bilbao dove furono assassinati dalla
moltitudine, in modo inumano, centinaia di prigionieri; le rappresaglie commesse
sugli ostaggi custoditi nelle navi o nelle prigioni, senza altra ragione che l’ira
per un insuccesso militare; le uccisioni in massa, essendo gli infelici prigionieri
legati e mitragliati; il bombardamento di città indifese, senza un obiettivo
militare.



La rivoluzione fu essenzialmente “antispagnola” . L’opera distruttrice
si realizzò al grido di “Viva la Russia!”, all’ombra della bandiera
internazionale comunista. Le iscrizioni murali, l’apologia di personaggi forestieri,
i comandi militari in mano dei capi russi, la spogliazione della Nazione a favore
degli stranieri, l’inno internazionale comunista, sono prove più che sufficienti
dell’odio allo spirito nazionale e al sentimento patrio.



Ma, sopratutto, la rivoluzione fu “anticristiana”. Non crediamo che nella
storia del cristianesimo e nello spazio di poche settimane si sia dato simile scatenarsi,
in tutte le forme del pensiero, della volontà e della passione, dell’odio
contro Gesù Cristo e la sua sacra religione. Tanto grande è stata la
sacrilega strage cui soggiaque la Chiesa in Spagna, che il Delegato dei rossi spagnoli
inviato al Congresso dei “Senza Dio”, a Mosca, potè dire: “La
Spagna ha superato di molto l’opera dei Sovieti, poiché la Chiesa in Spagna
è stata completamente annientata”.

A migliaia si contano i martiri; la loro testimonianza è una speranza per
la nostra povera patria: forse non troveremo nel Martirologio romano una forma di
martirio ignota al comunismo, senza eccettuare la crocifissione; in più ci
sono forme nuove di tormento consentite dai trovati della scienza e della meccanica
moderne.

L’odio a Gesù Cristo ed alla Vergine è giunto al parossismo e nelle
centinaia di crocifissi pugnalati, nelle immagini della Vergine bestialmente profanate,
nelle pasquinate di Bilbao ove si bestemmiava sacrilegamente contro la Madre di Dio,
nell’infame letteratura delle trincee rosse, che metteva in ridicolo i divini misteri,
nella ripetuta profanazione delle S. Specie, possiamo scorgere la rabbia dell’inferno,
incarnato nei nostri infelici comunisti. “Avevo giurato vendicarmi di te”
– diceva uno di costoro al Signore rinchiuso nel Tabernacolo; e puntando la pistola,
gli sparò contro dicendo: “Arrenditi ai rossi; arrenditi al marxismo”.



Fu spaventosa la profanazione delle sacre reliquie: sono stati ridotti a pezzi o
bruciati i corpi di S. Narcisio, di S. Pasquale Baylon, della Beata Beatrice da Silva,
di S. Bernardo Calvò ed altri. Le forme di profanazione sono inverosimili
e quasi non si concepiscono senza un intervento diabolico. Il culto, totalmente soppresso
in tutto il territorio comunista, ad eccezione di una piccola parte del Nord. Gran
numero di templi, tra i quali veri gioielli d’arte, sono stati completamente rasi
a terra: a questa opera iniqua hanno dovuto lavorare, forzati, dei poveri sacerdoti.
Famose immagini di secolare venerazione sono scomparse per sempre, distrutte o bruciate.
In molte località, le autorità obbligarono i cittadini a consegnare
tutti gli oggetti religiosi di loro proprietà per distruggerli poi pubblicamente:
si rifletta a ciò che questo rappresenta nell’ordine del diritto naturale,
dei vincoli di famiglia e della violenza fatta alla coscienza cristiana.



Non continuiamo, Venerabili fratelli, la critica della azione comunista nella nostra
Patria, e lasciamo alla Storia la fedele raccolta dei fatti accaduti. Se ci si accusasse
di aver stigmatizzato in un modo troppo crudo gli orrori della nostra rivoluzione,
noi ci giustificheremmo con l’esempio di San Paolo, che non esita a vendicare con
parole terribili la memoria dei profeti di Israele e che ha durissimi qualificativi
per i nemici di Dio; o con l’esempio del nostro Santissimo Padre il quale, nella
sua Enciclica sopra il comunismo ateo parla di “una distruzione così
spaventosa condotta a termine in Spagna con un odio, una barbarie ed una ferocia
che non si sarebbe potuto credere possibile nel nostro secolo”.



Ripetiamo la nostra parola di perdono per tutti e il nostro proposito di far loro
il maggior bene possibile. Chiudiamo questo paragrafo con le seguenti parole della
“Relazione Ufficiale” sugli avvenimenti della rivoluzione nei suoi primi
tre mesi: “Non si incolpi il popolo spagnolo di altro che di aver servito come
strumento per l’effettuarsi di questi delitti”… Quest’odio alla Religione
ed alle tradizioni patrie, delle quali erano esponente e dimostrazione tante cose
per sempre perdute, “giunse dalla Russia portato da orientali di spirito perverso”.
A discolpa di tante vittime, allucinate dalle “dottrine del demonio”, diciamo
che i nostri comunisti puniti con la condanna capitale, nella loro grande maggioranza
si riconciliarono con il Dio dei loro antenati. In Majorca sono morti impenitenti
solo il due per cento; nelle regioni del sud non più del venti per cento,
e in quelle del nord forse neppure il dieci per cento. È una prova dell’inganno
di cui fu vittima il nostro popolo.



7. – Il Movimento Nazionale: suoi caratteri.



Diamo ora un cenno del carattere del movimento detto “nazionale”. Crediamo
giusta questa denominazione. Anzitutto, per il suo spirito; perché la Nazione
spagnola era avversa, nella sua immensa maggioranza, a una situazione statale che
non ne seppe incarnare le profonde necessità ed aspirazioni; e il movimento
fu accolto come una speranza in tutta la nazione; nelle regioni non liberate si attende
solo di rompere la corazza oppressiva delle forze comuniste. Esso è anche
nazionale per il suo scopo, in quanto tende a salvare e sostenere per l’avvenire
la vitalità di un popolo organizzato in uno Stato che sappia continuarne
degnamente la storia. Esprimiamo una realtà ed un’aspirazione generale dei
cittadini spagnoli; non indichiamo i mezzi per realizzarle.



Il movimento ha fortificato il sentimento della Patria contro l’esotismo delle forze
ad essa contrarie. La Patria implica una paternità: rappresenta l’ambiente
morale, quasi una più grande famiglia, nella quale il cittadino consegue il
suo pieno sviluppo; e il movimento nazionale rigettando gli elementi forestieri che
ci portarono alla rovina, ha determinato una corrente d’amore concretatasi attorno
al nome ed alla natura storica della Spagna. E poiché l’amor patrio, allorché
si è soprannaturalizzato per amor di Gesù Cristo Nostro Dio e Signore,
tocca le vette della carità cristiana, abbiamo visto l’esplosione di vera
carità, manifestatasi sopratutto nel sangue di migliaia di spagnoli che lo
versarono al grido di: “Viva la Spagna!” “Viva Cristo Re!”.



In seno al movimento nazionale fiorì il fenomeno meraviglioso del martirio
– vero martirio, come ha detto il Papa – di migliaia di spagnoli sacerdoti, religiosi
e secolari; e questa testimonianza di sangue dovrà nel futuro, sotto pena
di immensa responsabilità politica, ispirare l’opera di coloro i quali, deposte
le armi, dovranno costruire il nuovo Stato nella tranquillità della pace.




Il movimento ha garantito l’ordine nel territorio da esso dominato. Confrontiamo
la situazione nelle regioni dove prevalse il movimento nazionale, a quelle ancora
schiave dei comunisti. Di queste ultime può ripetersi la parola del Saggio:
Ubi non est gubernator, dissipabitur populus” ; senza sacerdoti,
senza templi, senza culto, senza giustizia, senza autorità, sono preda di
terribile anarchia, di fame e di miseria. Invece, pur in mezzo ai sacrifizi, agli
atroci dolori della guerra, le altre regioni vivono nella tranquillità dell’ordine
interno, sotto la tutela di una vera autorità che è il principio della
giustizia, della pace e del progresso che promettono la fecondità della vita
sociale. Mentre nella Spagna marxista si vive senza Dio, nelle regioni immuni o riconquistate
si celebra con fervore il culto divino e germogliano e fioriscono nuove manifestazioni
di vita cristiana.



Questa situazione permette di sperare un regime di giustizia e di pace per il futuro.
Non vogliamo avventurare nessun presagio. I nostri mali sono gravissimi. Il rilassamento
dei vincoli sociali; i costumi di una politica corrotta; il misconoscimento dei doveri
civili; la scarsa formazione di una coscienza integralmente cattolica; la divisione
nel pensiero rispetto alla soluzione dei nostri grandi problemi nazionali; la eliminazione,
per crudele assassinio, di migliaia di uomini scelti, idonei per il loro stato e
la loro formazione all’opera di ricostruzione nazionale; gli odii e la carestia che
sono conseguenze di ogni guerra civile; le ideologie esotiche circa lo Stato tendenti
a sradicarlo dall’idea e dall’influenza cristiana, saranno difficoltà enormi
per fare una Spagna nuova, inserita nel tronco della nostra vecchia storia e vivificata
dalla sua linfa. Però nutriamo la speranza, che sotto l’impero del
enorme sacrificio affrontato e superato, ritroveremo un’altra volta il nostro vero
spirito nazionale. Entriamo in esso a poco a poco attraverso una legislazione nella
quale predomina il senso cristiano nella cultura, nella morale, nella giustizia sociale
e nell’onore e nel culto che si deve a Dio. Voglia Iddio in Spagna tornare ad essere
il Primo ben servito, premessa essenziale perché sia veramente ben servita
la nazione.



8. – Risposta ad alcune obbiezioni.



Non conseguiremmo la finalità di questa Lettera, Venerabili Fratelli,
se non rispondessimo ad alcune obbiezioni che ci vengono dall’estero.

Si è accusata la Chiesa di essersi difesa contro il movimento popolare, barricandosi
nei suoi templi, provocando così l’uccisione dei sacerdoti e la rovina delle
chiese. Rispondiamo: No. L’assalto contro i templi fu improvviso, quasi simultaneo
in tutte le regioni, coincidendo con la strage dei sacerdoti. I templi furono incendiati
perché erano le case di Dio e i sacerdoti sacrificati perché erano
i ministri di Dio. Le prove sono abbondanti. La Chiesa non è stata l’aggressore.
Fu la prima benefattrice del popolo, inculcando la dottrina e promovendo le opere
di giustizia sociale. È caduta – dove ha trionfato il comunismo anarchico
– vittima innocente, pacifica, indifesa.

Ci chiedono dall’estero se sia vero che la Chiesa in Spagna era proprietaria
della terza parte del territorio nazionale e che il popolo si sollevò per
liberarsi da questa oppressione. – L’accusa è ridicola. La Chiesa non possedeva
che pochi ed insignificanti beni, case sacerdotali e di educazione, ed anche di queste,
ultimamente, si era impossessato lo Stato. Tutta la proprietà della Chiesa
in Spagna non basterebbe alla quarta parte dei suoi bisogni ed è il corrispettivo
di obblighi sacri.

Si taccia la Chiesa di temeraria e di partigiana perché s’intromise nella
lotta che divide la nazione. – La Chiesa si schierò sempre a lato della giustizia
e della pace ed ha collaborato in ogni circostanza coi poteri dello Stato per il
bene comune. Non si è legata a nessuno, siano essi partiti, persone o tendenze.
Posta al di sopra di tutti e di tutto, ha compiuto il suo dovere di insegnare e di
esortare alla carità, provando una pena profonda nel vedersi perseguitata
e ripudiata da un gran numero di figli traviati. Facciamo appello ai numerosi scritti
e fatti che comprovano queste affermazioni.



Si dice che questa è una guerra di classe e che la Chiesa si sarebbe messa
dalla parte dei ricchi. Quanti conoscono le cause e la natura del cozzo sanno che
l’asserto non è vero. Sanno come pur riconoscendo qualche negligenza
nel compimento dei doveri di giustizia e di carità, che la Chiesa fu la prima
a raccomandare – le classi lavoratrici erano fortemente protette dalla legge e la
Nazione camminava verso una migliore distribuzione della ricchezza. La lotta di classe
appare più virulenta in altri paesi che nella Spagna. Gran parte delle nostre
regioni più povere sono scampate alla orribile guerra la quale infuria maggiormente
proprio dove maggiore è il coefficiente della ricchezza e del benessere del
popolo. Né possono dimenticarsi la nostra progredita legislazione sociale
e le nostre prospere istituzioni di beneficenza e di assistenza pubblica e privata,
di tradizione spagnola e cristianissima. Il popolo fu ingannato con promesse irrealizzabili,
incompatibili non solo con la vita economica del paese, ma con qualsiasi genere
di vita economica organizzata. Da qui dipende il benessere delle regioni rimaste
immuni e la miseria crescente di quelle che sono cadute sotto il dominio comunista.


La guerra di Spagna, dicono, non è altro che un episodio della lotta universale
tra la democrazia e lo statismo; il trionfo del movimento nazionale condurrà
la nazione alla schiavitù di Stato. La Chiesa spagnola – leggiamo in una rivista
estera – innanzi al dilemma della persecuzione da una parte del governo di Madrid
o la servitù sotto rappresentanti di tendenze politiche che niente hanno di
cristiano, ha optato per la servitù. Non è questo il dilemma presentatosi
alla Chiesa del nostro paese, ma quest’altro: la Chiesa, prima di essere soffocata
dal comunismo, come accadde nelle regioni da esso soggiogate, accetta la protezione
di un potere che fino ad oggi – qualunque siano le sue tendenze politiche – ha garantito
i principi fondamentali di ogni società.



Circa l’avvenire, non possiamo predire quanto accadrà, terminata la lotta.
Quello che affermiamo è che la guerra non fu voluta per innalzare uno Stato
autocrata sopra una nazione umiliata, ma solo perché risorga lo spirito nazionale
con la forza e la libertà cristiana dei tempi antichi. Confidiamo nella prudenza
degli uomini di governo, che non vorranno copiare modelli stranieri per la configurazione
del futuro Stato spagnolo, ma terranno conto delle esigenze proprie della vita nazionale
del solco apertosi dai secoli passati. Ogni società ben ordinata si basa su
principi profondi e di quelli vive, non di apporti stranieri discordanti dallo spirito
nazionale. La vita è più forte che i programmi, ed un governante prudente
non imporrà un programma che faccia violenza alle forze intime della nazione.
Noi saremmo i primi a lamentare che l’autocrazia irresponsabile di un parlamento
fosse sostituita da quella più terribile di una dittatura estranea allo spirito
nazionale. Nutriamo la legittima speranza che così non avverrà. Ciò
che ha salvato la Spagna nel gravissimo momento attuale, fu proprio la persistenza
di quei principi secolari che informarono sempre la nostra vita, e il fatto che un
gran settore della nazione sia insorto per difenderli. Sarebbe un errore spezzare
la traiettoria spirituale del paese, e bisogna credere che non si cadrà in
tale errore.

Si imputano ai dirigenti del movimento nazionale delitti simili a quelli commessi
dal Fronte popolare. “L’esercito bianco – leggiamo in una accreditata rivista
cattolica estera – ricorre a metodi ingiustificabili contro i quali dobbiamo protestare…
Il complesso delle nostre informazioni indica che il terrore bianco regna nella Spagna
nazionalista, con tutto l’orrore che presentano i fenomeni rivoluzionari… I risultati
ottenuti appaiono trascurabili di fronte allo svilupparsi della crudeltà metodicamente
organizzata, della quale danno prova le truppe”. – L’egregio articolista è
molto mal informato. Ogni guerra ha i suoi eccessi; senza dubbio, li avrà
avuti il movimento nazionale; nessuno si difende con totale serenità dai folli
assalti di un nemico senza pietà. Dopo aver riprovato, in nome della giustizia
e della carità cristiana, ogni eccesso compiuto, sia per errore, sia da persone
subalterne, e sistematicamente esagerato dalla opinione pubblica estera, diciamo
che il giudizio suesposto non risponde alla verità; e affermiamo che tra le
parti contendenti c’è una distanza enorme, insuperabile circa i principi di
equità, la sua amministrazione e la maniera di applicarla. Anzi, diremmo piuttosto
che la giustizia del Fronte popolare è stata una terribile storia di offese
alla giustizia, contro Dio, la società e gli uomini. Non ci può essere
giustizia quando si elimina Dio, principio di ogni giustizia. Uccidere per uccidere,
distruggere per distruggere, spogliare l’avversario non belligerante, come sistema
di azione civica e militare: ecco quanto si può affermare degli uni con ragione
e non si può imputare agli altri senza ingiustizia.



Due parole sul problema del nazionalismo basco, tanto sconosciuto e falsato e del
quale si è fatta un’arma contro il movimento nazionale (
2). Tutta la nostra
ammirazione per le virtù civiche e religiose dei nostri fratelli baschi. Tutta
la nostra carità per la gran sventura che li affligge, che consideriamo nostra,
perché sventura della Patria; tutto il nostro rammarico per l’ottenebramento
di cui i suoi capi diedero prova in una gravissima ora storica. Ma tutta la nostra
riprovazione per non aver ascoltato la voce della Chiesa attuando, disgraziatamente,
le parole del Papa nella sua Enciclica sopra il comunismo: “Gli agenti della
distruzione, che non sono tanto numerosi, approfittando di queste discordie (dei
cattolici), le rendono più stridenti e finiscono con lanciare nella lotta
i cattolici gli uni contro gli altri. – “Coloro che lavorano per accrescere
i dissensi fra i cattolici, si assumono una terribile responsabilità innanzi
a Dio e alla Chiesa”. – “Il comunismo è intrinsecamente perverso,
e non si può ammettere che collaborino con esso, su qualsiasi terreno, coloro
che vogliono salvare la civiltà cristiana “. – “Tanto più
le regioni, dove il comunismo riesce a penetrare, si distinguono per la loro antichità
e per la grandezza della loro civiltà cristiana, tanto più devastatore
vi si manifesta l’odio dei “senza-Dio”.



Una rivista estera di grande tiratura, afferma che il popolo si è separato
in Spagna dal sacerdote, perché quest’ultimo viene dalle classi signorili;
e che non vuole battezzare i suoi figli per gli aumentati diritti di amministrazione
del Sacramento. Al primo appunto rispondiamo che le vocazioni nei diversi Seminari
della Spagna sono così ripartite: numero totale di seminaristi nel 1935: 7.401;
nobili 6; ricchi con un capitale superiore a 10.000 pesetas, 115; poveri, o quasi
poveri, 7.280. Al secondo appunto che, nell’epoca precedente il cambio del regime,
i figli di padri cattolici non battezzati non arrivano all’uno per 10.000; i diritti
sono modicissimi e nulli per i poveri.



9. – Conclusione.



Chiudiamo, Venerabili Fratelli, questa già lunga lettera pregandovi di
aiutarci a lamentare la grande catastrofe nazionale della Spagna, dove sono andati
perduti, assieme alla giustizia e alla pace, fondamento del bene comune e di quella
vita virtuosa della Città della quale ci parla l’Angelico, tanti valori di
civiltà e di vita cristiana. L’oblio delle verità e della virtù
nell’ordine politico, economico e sociale, ci ha condotto a questa sventura collettiva.
Siamo stati mal governati, perché, come dice San Tommaso, Dio fa regnare l’uomo
ipocrita a causa dei peccati del popolo.



Alla vostra pietà aggiungete la carità delle orazioni Vostre e dei
Vostri fedeli, perché ci sia dato apprendere la lezione del castigo con il
quale Dio ci ha provati; perché si ricostruisca presto la nostra Patria e
possa raggiungere i suoi destini futuri, dei quali sono presagio quelli che raggiunse
nei secoli passati; perché si arresti con lo sforzo e le orazioni di tutti,
questa marea del comunismo, che tende ad annullare lo Spirito di Dio e lo spirito
dell’uomo, unici poli che sempre sostennero la civiltà umana! E completate
la vostra opera con la carità della verità sulle cose di Spagna. “Non
est addenda afflictio afflictis”;
alla pena che soffriamo si è aggiunta
quella di non veder compresi i nostri patimenti; peggio, di vederli aumentati dalla
menzogna, dall’insidia, dall’interpretazione erronea della realtà. Non ci
si è fatto nemmeno l’onore di considerarci vittime. La ragione e la giustizia
sono state pesate sulla stessa bilancia del torto e dell’ingiustizia, forse la maggiore
di quante ne abbiano visto i secoli. Si è dato al giornale venduto, al libello
procace od agli scritti di spagnoli degeneri, che trascinarono per il mondo con vilipendio
il nome della loro madre Patria, lo stesso credito che alla voce dei Prelati, al
coscienzioso studio del moralista o alla relazione autentica del cumulo di fatti
che sono un affronto alla storia umana. Aiutateci a diffondere la verità.
I suoi diritti sono imprescrittibili, sopratutto quando si tratta dell’onore di un
popolo, del prestigio della Chiesa, della salvezza del mondo. Aiutateci con la diffusione
del contenuto di questa lettera, sorvegliando la stampa e la propaganda cattolica,
rettificando gli errori di quella che ci è indifferente o avversaria. Il nemico
ha seminato copiosamente la zizzania; aiutateci a seminare con abbondanza il buon
seme.



Consentiteci un’ultima dichiarazione. Iddio sa che amiamo nelle viscere di Cristo
e perdoniamo con tutto il cuore a quanti, senza sapere quello che facevano, cagionarono
un danno gravissimo alla Chiesa ed alla Patria. Sono figli nostri. Invochiamo da
Dio a favor loro i meriti dei nostri martiri, dei dieci Vescovi e delle migliaia
di sacerdoti e di cattolici che morirono perdonandoli, così come il dolore,
profondo quanto il mare, che soffre la nostra Spagna. Pregate perché nel nostro
paese si estinguano gli odii, si avvicinino le anime e torniamo ad essere tutti uniti
nel vincolo della carità. Ricordatevi dei nostri Vescovi assassinati, delle
tante migliaia di sacerdoti, religiosi e secolari eletti, che soccombettero solo
perché scelti militi di Cristo; e chiedete al Signore che dia fecondità
al loro sangue generoso. Di nessuno di essi si sa che vacillasse nell’ora del martirio;
a migliaia diedero alti esempi di eroismo. È gloria imperitura della nostra
Spagna. Aiutateci a pregare e sopra la nostra terra, oggi irrigata dal sangue dei
fratelli, brillerà un’altra volta l’iride della pace cristiana e si ricostruiranno,
nello stesso tempo, la nostra Chiesa tanto gloriosa e la nostra Patria tanto feconda.




E che la pace del Signore sia con tutti noi, giacché tutti noi siamo stati
chiamati alla grande opera della pace universale, che è il ristabilimento
del Regno di Dio nel mondo attraverso l’edificazione del Corpo di Cristo, che è
la Chiesa, della quale ci ha costituiti Vescovi e Pastori.



Vi scriviamo dalla Spagna, ricordando i Fratelli defunti ed assenti dalla patria,
il giorno della festa del Preziosissimo Sangue di N. S. Gesù Cristo, 1 luglio
1937.





+ ISIDORO Card. GOMA Y TOMAS, Arcivescovo di Toledo;

+ EUSTACHIO Card. ILUNDAIN Y ESTEBAN, Arcivescovo di Sevilla;

+ PRUDENZIO, Arcivescovo di Valencia;

+ RIGOBERTO, Arcivescovo di Zaragoza;

+ EMANUELE, Arcivescovo di Burgos;

+ AGOSTINO, Arcivescovo di Granada, Amministratore Apostolico di Almeria, Guadix
e Jaèn;

+ TOMMASO, Arcivescovo di Santiago;

+ GIUSEPPE, Arcivescovo-Vescovo di Maiorca;

+ ADOLFO, Vescovo di Cordoba, Amministratore Apostolico del Vescovado Priorato di
Ciudad Real;

+ ANTONIO Vescovo di Astorga;

+ LEOPOLDO, Vescovo di Madrid-Alcalà;

+ EMANUELE, Vescovo di Palencia;

+ ENRICO, Vescovo di Salamanca;

+ VALENTINO, Vescovo di Solsona;

+ GIUSTINO, Vescovo di Urgel;

+ MICHELE DEI SANTI, Vescovo di Cartagena;

+ FEDELE, Vescovo di Calaborra;

+ FIORENZO, Vescovo di Orense;

+ RAFFAELE, Vescovo di Lugo;

+ FELICE, Vescovo di Tortosa;

+ FR. ALBINO, Vescovo di Tenerife;

+ GIOVANNI, Vescovo di Jaca;

+ GIOVANNl, Vescovo di Vich;

+ NICANORE, Vescovo di Tarazona, Amministratore Apostolico di Tudela;

+ GIUSEPPE, Vescovo di Santander;

+ FELICIANO, Vescovo di Plasencia;

+ ANTONIO, Vescovo di Quersoneso di Creta, Amministratore Apostolico di Ibiza;

+ EMANUELE, Vescovo di Zamora;

+ LUCIANO, Vescovo di Segovia;

+ EMANUELE, Vescovo di Curio, Amministratore Apostolico di Ciudad Rodrigo;

+ LINO, Vescovo di Huesca;

+ ANTONIO, Vescovo di Tuy;

+ GIUSEPPE MARIA, Vescovo di Badaioz;

+ GIUSEPPE, Vescovo di Gerona;

+ GIUSTO, Vescovo di Oviedo;

+ FR. FRANCESCO, Vescovo di Coria;

+ BENIAMINO, Vescovo di Mondonedo;

+ TOMMASO, Vescovo di Osma;

+ FR. ANSELMO, Vescovo di Teruel-Albarracin;

+ SANTO, Vescovo di Avila;

+ BALBINO, Vescovo di Malaga;

+ MARCELLINO, Vescovo di Pamplona;

+ ANTONIO, Vescovo di Canarias;

ILARI0 YABEN, Vicario Capitolare di Siguenza;

EUGENIO DOMAICA, Vicario Capitolare di Cádiz;

EMILIO F. GARCIA, Vicario Capitolare di Ceuta;

FERNANDO ALVAREZ, Vicario Capitolare di León;

GIUSEPPE ZURITA, Vicario Capitolare di Valladolid (
3).





—————————————-



Note



(1)

Individualmente i Vescovi avevano, già risposto alle malevole insinuazioni.
Ma non bastava. Era diffuso il desiderio di un documento che rappresentasse l’autorità
di tutta la gerarchia ecclesiastica. La sua voce sarebbe immancabilmente giunta fino
ai confini più lontani: davanti alla portata di questa specie di Consiglio
Nazionale non ci sarebbero più sospetti né disparità di criteri
e di giudizi. Ai Prelati non sfuggiva quanto detto desiderio fosse sentito e giusto.
E cominciarono a pensare di soddisfarlo. Il Cardinale Primate ricorse al Vaticano
con la proposta di una lettera Collettiva, e nel febbraio del 1937 ricevette la competente
autorizzazione per pubblicarla quando lo avesse giudicato opportuno.



Questa, storicamente, fu la fase preparatoria della Pastorale. Fase che rimane di
una cristallina trasparenza nonostante le falsità propalate dai separatisti
in un loro libello. La parte da essi attribuita al Generalissimo Franco nell’ispirazione
del documento può essere smentita senza fatica da queste semplici note di
cronaca, dove non c’è nulla da nascondere.



Conversavano insieme un giorno del maggio del 1937 il Generalissimo e il Cardinale
sopra l’idea falsa che molti cattolici fuori di Spagna avevano del movimento. Una
delle spine più profonde che il Generale ha sempre portato nel cuore è
questa sfiducia, questa diffidenza verso la sua fede privata e verso lo spirito radicalmente
cristiano che informa l’aspirazione e la vita della Spagna rinascente

Per il fatto stesso che questo spirito egli lo vive con intensità e lo porta
in cima ai suoi ideali patriottici, gli doleva amaramente che lo si giudicasse contraffatto
e fittizio E gli doleva insieme del danno che ne derivava alla Causa Spagnola. Aggirandosi
dunque la conversazione su questo male e sul suo rimedio, anch’egli suggerì
l’idea di un appello di coscienza cattolica del mondo.



” Precisamente, rispose Sua Eminenza, per dissipare i dubbi e combattere l’errore
con una esposizione dei fatti serena e ragionata abbiamo pensato, noi Vescovi, di
rivolgere al mondo una Lettera Collettiva. Mesi fa abbiamo sollecitato la competente
autorità del Vaticano, che ci è stata concessa. Soltanto attendevamo
che le circostanze favorissero la sua influenza e ora crediamo che l’ora sia giunta”.

Pochi mesi dopo, quelli strettamente necessari per redigerla, rivederla ed approvarla,
il mondo udì l’appello che ai Vescovi cattolici dirigevano i Vescovi spagnoli:
la Lettera Collettiva



(da“El Mundo catolico y la Carta Colectiva del Episcopado Espanol” pag.
9-10. Ed. Rayfe – Burgos 1938)





(2) Esponiamo succintamente alcuni fatti indiscutibili desunti
da El mundo catolico y la Carta Colectiva del Episcopado Espanol”, Burgos,
1938.



I Baschi non hanno mai costituito un solo Stato: Guipúzcoa, Alava e Biscaglia
– e molto più Navarra – erano signorie, podesterie, o come si voglia chiamarle,
indipendenti tra di loro con diversità di diritti e leggi. Le tre prime province
scelsero per capo il Re di Castiglia nel secolo XIV; Navarra fu incorporata nel 1512.


I baschi separatisti, quelli di Euzkadi, i combattenti contro il Movimento Nazionale
e alleati dei comunisti, non erano il popolo basco, bensì la minoranza.
Né Navarra né Alava stettero con essi, anzi nettamente all’opposizione.
Anche nel Guipúzcoa molti furono contrari. La loro rocca forte era nella Biscaglia,
in Bilbao, la città meno basca, centro di minatori e industriali di tutta
la Spagna. La guerra del Nord la fecero, sopratutto i navarresi. È
dunque contrario alla verità mettere da un lato i baschi e dall’altra gli
spagnoli. Erano baschi contro baschi, guerra civile dentro la guerra civile generale.
Guerra di fratelli di sangue, lingua e religione, come dicevano i Prelati di Vitoria
e Pamplona, esortando e comandando con tutto il peso della loro autorità
episcopale ai separatisti di desistere dalla suicida alleanza coi marxisti.

I separatisti baschi si reputavano di una razza speciale, superiore a quella dei
poveri “Maquetos” (i rimanenti spagnoli, eccetto i catalani).



Il governo di Bilbao non raccolse gli inviti ad arrendersi e ad evitare lo spargimento
di sangue. E neppure della pace separata che gli venne offerta prima di cominciare
la campagna: lo ha dichiarato pubblicamente Basterrechea, suo rappresentante a Parigi.
Esigeva l’autonomia completa… preferì l’alleanza coi marxisti all’intesa
coi fratelli.



Circa i dolorosissimi casi di sacerdoti baschi condannati dai tribunali militari
perché inducevano il popolo a levarsi in armi

ad unirsi ai nemici, si può dire che i nazionali hanno applicato in iscala
minima – e soltanto in un primo tempo – il programma del governo di Bilbao ricordato
da Aguirre nel suo celebre discorso del 22 Dicembre 1936: “Il carattere religioso
non potrà esimere dalle responsabilità derivate da azioni politiche
contrarie alla legge”. Le esecuzioni capitali, poche sull’inizio, furono eliminate
radicalmente dal generale Franco quando venne a conoscerle. Le carceri erano o asili
di sacerdoti, o case religiose adattate per essi soltanto, dove gli ecclesiastici
potevano vestir l’abito, celebrare, continuare la loro vita sacerdotale, e anche
passeggiare nei dintorni. Così per esempio l’antico e splendido Stabilimento
di Nanclares vicino a Vitoria, Collegio dei Fratelli di Lamennais. Si paragoni questo
regime con quello che hanno sofferto migliaia di sacerdoti nella Spagna rossa, trattati
peggio dei criminali ordinari, senza processo né sentenza ufficiale.



E l’esodo di più di dodicimila bambini, molti inviati contro la volontà
dei loro genitori, sotto la protezione del fronte popolare francese o dei governi
russo o messicano dove perderanno e stanno perdendo la fede basca per imbeversi di
marxismo? A tutto ha acconsentito il governo di Euzkadi, pur di servirsi delle innocenti
creature come mezzo di propaganda politica contro la Spagna.





(3) Le diocesi sono 61: nella Lettera ne sono rappresentate
cinquantadue; si aggiungano quelle mancanti dell’Ordinario perché assassinato,
in numero di cinque; le due che né materialmente, né moralmente potevano
esser richieste, quelle cioè di Barcellona e di Minorca; rimangono due firme
che deliberatamente non furono apposte: quella del Cardinale di Tarragna e quella
di Mons. Múgica. Le cause per cui S. E. il Vescovo di Vitoria si è
astenuto dal firmare furono pubblicate nelle parole testuali, dal gruppo di sacerdoti
spagnoli
in opuscolo; e si riducono a questa: che fuori della diocesi e della
Spagna, non si possedeva la libertà e indipendenza esigite dai canoni per
l’esercizio delle funzioni episcopali; assicurata questa libertà, non avrebbe
avuto niente in contrario per firmare: “In conseguenza, potrei firmare il documento
se fossi personalmente e fisicamente nella mia sede”.