Il danno che ci porta la vanagloria

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE


CAPO III. Del danno che reca seco la vanagloria.


1. Ci ruba il merito delle buone opere.
2. Tre danni particolari.
3. È un vizio che dolcemente si insinua.
4. Esempio.


     1. Il gran danno che reca seco questo vizio della vanagloria ci viene assai chiaramente significato da Cristo   nostro Redentore in quelle parole del sacro Vangelo: «Badate di non fare le vostre buone opere alla presenza degli uomini col fine di essere veduti da loro; altrimenti non ne sarete rimunerati dal Padre che è nei cieli». Non siate come quei Farisei ipocriti, i quali facevano tutte le cose per essere veduti dagli uomini e stimati da essi, perché perderete ogni cosa. «In verità io vi dico, essi già hanno ricevuto la loro ricompensa» (Matth. 6, 1 et 5). Desiderasti d’esser tenuto in riputazione e stimato, e questo ti mosse a far quello che facesti; or questo, sarà il tuo premio e il tuo guiderdone: non aspettar altro premio nell’altra vita. Oh misero te, che hai già ricevuto il tuo premio e non hai più che sperare! «La speranza dell’ipocrita andrà in fumo» dice Giobbe (Iob, 8, 13). È finita la speranza dell’ipocrita, cioè di colui che fa le cose per essere stimato e lodato.

   Lo dichiara molto bene San Gregorio; perché la stima e le lodi umane, che è quello che egli spera, finiscono colla vita; e allora «nessuno si compiacerà della propria stoltezza» (S. GREG. Moral. l. 8, c. 43). Oh quanto ti troverai burlato e ingannato, dice il Santo, quando ti si apriranno gli occhi, e vedrai che con quella stessa cosa, colla quale avresti potuto comprare il regno dei cieli, ti comprasti una vana lode dagli uomini, un «Oh come ha detto bene!» ovvero un «Oh come bene ha fatto!». «Chi, per quel che fa di bene, aspira a favori umani, porta a vile prezzo una cosa di grande valore: donde avrebbe potuto meritarsi il regno dei cieli, egli non ne ha ricavato che il soldo di un rumore passeggero» (S. GREG, loc. cit). Che inganno maggiore e che maggior pazzia di questa si può trovare, essersi affaticato assai ed aver fatte molte opere buone, e dopo trovarsi colle mani vuote? Questo è quello che dice il profeta Aggeo: «Applicatevi col vostro cuore a riflettere sopra i vostri andamenti. Voi avete seminato molto e fatta tenue raccolta; avete mangiato, e non vi siete saziati; avete bevuto, e non vi siete esilarati; vi siete coperti, e non vi siete riscaldati: e colui che radunava i suoi salari, li ha messi in una tasca rotta» (Aggae. 1, 5-6). Un’altra versione dice: «E colui che radunava i suoi salari li ha messi in una botte traforata»; cioè che chi opera in tal modo, è come chi mette il vino in una botte che ha molte fessure e buchi, che mettervelo e versarlo è tutta una cosa. Questo fa la vanagloria: guadagnare e perdere è tutt’uno: la perdita va congiunta col guadagno. «Per qual motivo adunque spendete voi il vostro argento in cose che non sono pane, e la vostra fatica in quello che non satolla?» (Isai. 55, 2) Giacché fate le cose, giacché faticate e vi stancate, fatele di maniera che vi vagliano qualche cosa, e non in modo che perdiate il tutto.

   2. Tre danni raccoglie quindi S. Basilio (S. BASIL. in Const. monast. c. 10, n. 1) che cagiona in noi questo vizio della vanagloria. Il primo è, che ci fa stancare ed affliggere il corpo con fatiche e con opere buone. Il secondo, che ci spoglia di esse dopo che le abbiamo fatte, facendo ci perdere tutto il premio e guiderdone. Non fa questo vizio che non ci affatichiamo, dice S. Basilio, ché all’ultimo non sarebbe questo tanto danno il farci star senza premio, quando in nulla ci fossimo affaticati: ma aspetta che ci stanchiamo ben bene e facciamo le opere buone; e poi allora ce le ruba e ci spoglia di esse, levandoci il premio. È questo vizio, dice egli, come un corsaro, che sta nascosto, insidiando e aspettando che rivenga dal porto un vascello carico di mercanzie, e allora l’assalta. Non si mettono i corsari a saccheggiar la nave quando esce dal porto vuota per andare a caricare mercanzie; ma aspettano che ritorni carica. Così fa questo ladrone della vanagloria; aspetta che ci carichiamo, di buone opere, e allora ci assalta e ci spoglia di esse.
   Inoltre, non solo ci leva il premio, ma per terzo danno fa che in cambio di premio meritiamo castigo e tormento; perché il bene si converte in male e la virtù in vizio, per il vano e cattivo fine con che ci muoviamo. E così dalla buona semenza si viene a raccogliere cattivo grano, e a meritar pena e castigo per una cosa, colla quale si sarebbe potuto meritare il cielo. E tutto ciò fa la vanagloria con una soavità tanto grande, che non solamente non sente l’uomo di perdere, come in effetto perde, ciò che fa; ma gusta della sua perdita: e tanto ne gusta che, quantunque se gli dica e ridica molte volte, ed egli pur veda che perde tutto, nondimeno pare che questo desiderio d’esser lodato e stimato lo tenga incantato, tanto lo rapisce e tutto dietro a se stesso lo tira!


   3. Perciò S. Basilio (Loc. cit. n. 2) chiama la vanagloria «un dolce ladro di ricchezze spirituali, un giocondo nemico delle anime nostre», e con ciò dice il Santo, che questo vizio inganna tanti, cioè colla dolcezza e soavità con cui egli s’insinua nei cuori degli uomini. Agli ignoranti e sciocchi è cosa molto dolce e molto saporita questa lode umana, e con questa restano essi malamente ingannati. E S. Bernardo dice: «Temi di questa saetta: vola leggiera e leggiera s’infigge; ma ti dico io che non è leggiera la ferita che fa: ci mette poco a uccidere. Or bene, questa saetta è la vanagloria» (S. BERN. Serm. 6 sup. Ps. Qui habitat, n. 3). È polvere sottilissima, ma polvere di sublimato, che tosto mortalmente avvelena.


   4. Racconta il Surio (SUR. Vita S. Pac. § 73) che stando il gran Pacomio a sedere in un certo luogo del monastero con altri Padri gravi, uno dei suoi monaci portò due piccole stuoie, che aveva fatte quel giorno, e le posò accanto alla sua cella, di rincontro al luogo ove sedeva S. Pacomio, di maniera che egli le potesse vedere, pensandosi che l’avrebbe lodato di diligente e di sollecito; perché la regola solamente comandava che ciascuno facesse ogni giorno una stuoia, ed egli ne aveva fatte due. Ora avendo compreso il Santo che il monaco aveva fatta quella cosa per vanità, disse ai padri che stavano seco, sospirando e con gran sentimento: Guardate questo fratello, il quale ha faticato dalla mattina sino alla sera, e ha offerta tutta la sua fatica al demonio, e più ha amata la stima degli uomini che la gloria di Dio. Lo chiamò poi e gli fece una buona riprensione, dandogli per penitenza, che quando i monaci si fossero adunati a far l’orazione, fosse andato colà colle sue due stuoie su le spalle ed avesse detto ad alta voce: Padri e fratelli miei, per amor del Signore pregate tutti Dio per questo miserabile peccatore, acciocché abbia misericordia di esso, avendo stimato più queste due stuoiette che il regno dei cieli. E gli comandò di più che quando i monaci fossero andati a mangiare, egli si fosse posto nello stesso modo nel mezzo del refettorio colle sue due stuoie su le spalle, fermando visi per tutto il tempo che fossero stati alla mensa. né finì qui la penitenza; perché dopo tutto questo comandò che lo rinchiudessero in una cella, ove nessuno lo visitasse; ma se ne stesse ivi solo per lo spazio di cinque mesi; né gli fosse dato da mangiare altro che pane e sale, e acqua da bere; e che ogni giorno facesse due stuoie, senza che alcuno lo vedesse, così digiunando. Dal che possiamo anche cavare per nostro profitto quanto gravi penitenze davano quegli antichi Padri per colpe leggiere; e con quanta umiltà e pazienza i sudditi le accettavano ed eseguivano, e quanto frutto cavavano da esse.