I MISTERI DELLA SANTA MESSA

Oblatio munda


LA
SANTA MESSA


di
P. Martino de Cochem O.M.C
.

















Capitolo
III

I MISTERI DELLA SANTA MESSA


Qui dobbiamo
esclamare col profeta David: “Venite e vedete le opere del Signore e i prodigi
che ha fatto sulla terra”. Di tutte le meraviglie compiute da Gesù Cristo
la più stupenda è l’istituzione del Sacrificio della Messa, perché
in essa si trova come il riepilogo di tutte le altre. San Bonaventura dice: “Nella
santa Messa ci sono tanti misteri, quante gocce d’acqua sono nel mare, quanti atomi
di polvere nell’aria e quanti angeli nel Cielo; non so se mai mistero più
profondo usci dalla mano dell’Altissimo”. Sanchez si accorda col serafico Dottore.
“Nella santa Messa dice – riceviamo tesori ammirabilissimi, doni preziosi, molti
beni per la vita presente e futura e una speranza così certa che per credeilo
abbiamo bisogno della grazia di una fede soprannaturale”.

Lo stesso autore aggiunge: “Come è inesauribile l’acqua del mare e dei
fiumi, così, e molto più, è inesauribile l’efficacia della Messa
per quante grazie se ne attingano”.

Ecco un esempio che metterà questa dottrina nella sua vera luce. San Giovanni
da San Facondo, monaco agostiniano, non lasciava mai di dire la Messa e lo faceva
di buon mattino perché il suo zelo, per offrire e ricevere nostro Signore,
era così ardente che non poteva attendere a lungo. Però, celebrava
con tanta lentezza che spesso i chierici lasciavano l’altare ed egli non trovava
più nessuno che gli rispondesse. Pregò quindi il priore di obbligare
i laici a servirgli la Messa. Il priore rifiutò: “Perché siete
tanto lungo da annoiar tutti? Da ora innanzi direte la Messa come tutti gli altri
sacerdoti

Per qualche giorno Giovanni si conformò a questo ordine, per quanto gli sembrasse
duro, ma poi si gettò ai piedi del superiore e lo scongiurò di lasciaflo
libero di celebrare a suo piacere. Il superiore gli rispose: “Non posso stancare
troppo i confratelli”. Il sant’uomo disse che alcuni motivi gli impedivano di
fare più presto. Il superiore volle conoscerli, ma l’umile religioso acconsentì
di rivelarglieli solo in confessione. Il priore, dopo aveilo ascoltato, ordinò
ai laici di servire la Messa al padre Giovanni qualunque fosse stata la durata del
Sacrificio e, desiderando far conoscere alla comunità il segreto del religioso,
sollecitò ed ottenne da lui il permesso di farlo. “State certo – disse
ad un altro monaco – che se il p. Giovanni celebra così lentamente è
perché Dio gli rivela i misteri della Messa, misteri grandi che l’umana intelligenza
non può comprendere. Mi ha insegnato cose tanto straordinarie da incutermi
un religioso spavento ed ho creduto di perdere i sensi. Gesù Cristo appare
a questo padre in un modo reale; gli paila affettuosamente e gli mostra le sue piaghe
i cui raggi si riflettono sul sant’uomo e lo confortano talmente che può vivere
senza mangiare né bere. Il p. Giovanni vede il corpo del Salvatore come un
sole brillante, nella sua gloria e bellezza infinita. In una parola è testimone
ditali meraviglie che nessuno potrebbe approfondire e neanche spiegare. Tutto questo
mi ha fatto riflettere sui grandi benefici che riceviamo nel celebrare e ascoltare
la santa Messa e ho deciso di non tralasciarne mai la celebrazione e di ascoltarla
tutte le volte che mi è possibile”.

Simboli
e figure dell’Antico Testamento nel Sacrificio della Messa

Dopo
aver parlato dei misteri, mostriamo come, in questo divino olocausto, sono compiuti
i simboli e le figure dell’Antico Testamento. La prima immagine della santa Messa
fu il sacrificio del pio e giusto Abele, che offrì all’Altissimo il più
grasso dei suoi agnelli, come un omaggio dovuto alla sua infinita maestà.
La Sacra Scrittura attesta che quest’offerta fu gradita a Dio:

“Il Signore gettò gli occhi sopra Abele e sopra i suoi doni”. Teodosio
ne commenta così questo passo: “Il Signore ha infiammato il sacrificio
di Abele, cioè, mentre questo giusto riuniva la legna necessaria, venne il
fuoco dal Cielo e consumò la carne delle vittime”. In certo modo, succede
lo stesso dell’Eucaristia. Nel momento in cui il sacerdote pronunzia le parole della
consacrazione il fuoco divino scende, brucia il pane e il vino per lasciarne solo
le apparenze, transustanziandoli nel vero Corpo e nel vero Sangue di Gesù
Cristo. Il sacrificio di Abele fu graditissimo a Dio onnipotente, ma il Sacrificio
cristiano gli è incomparabilmente più gradito, perché quando
il sacerdote innalza la sua offerta per presentaila a Dio, il Padre celeste ripete
le parole che fece sentire al Battesimo di nostro Signore: “Questi è
mio Figlio diletto nel quale ho riposto tutte le mie compiacenze”. L’ottavo
capitolo della Genesi contiene una nuova figura: “Noè innalzò
un altare al Signore e prendendo alcuni animali e alcuni uccelli mondi, li offrì
in olocausto sull’altare. Il Signore ne gradì l’odore e disse: “Per l’avvenire
non manderò più la mia maledizione sulla terra per i peccati degli
uomini””. Eppure quello che valse questa promessa a Noè non fu che
un’offerta di animali. Quanto maggiormente intenerito deve essere Iddio quando gli
offriamo il suo caro Figlio, per le mani del sacerdote! “Il Cristo ci ha amati
– dice san Paolo – e si è offerto per noi come una vittima di grato odore”.
Dunque, con queste parole:

“Fate questo in memoria di me”, Egli ha ordinato ai suoi apostoli e ai
loro successori di fare ciò che ha fatto Egli stesso. I sacerdoti che ogni
giorno immolano questa vittima santissima offrono, dunque, all’Onnipotente un Sacrificio
di un’infinita soavità, profumato dalle virtù e dalla santità
di Gesù Cristo.

La santa Messa è ancora figurata dai differenti sacrifici di Abramo, molti
dei quali sono riportati dalla Sacra Scrittura. Isacco e Giacobbe, veri servi di
Dio, hanno immolato essi stessi delle vittime con la spada e col fuoco.

Un altro simbolo profetico della Messa fu il sacrificio di Melchisedech, sacerdote
e re, che al ritorno trionfante di Abramo, presentò al Dio degli eserciti,
in azione di grazie, il pane e il vino, con cerimonie e preghiere speciali.

Nominiamo infine i sacrifici della legge mosaica, ordinati da Dio medesimo. Gli uomini
fino allora avevano immolato a seconda della loro devozione. Con la legge scritta
Dio ha reclamato tre sorte di doni: l’olocausto, il sacrificio propiziatorio e il
sacrificio espiatorio. Gli uni e gli altri erano figure simboliche di quello della
Croce, ed essi cessarono con la Passione di Gesù Cristo, per essere surrogati
dall’olocausto cristiano: la santa Messa. Nel Canone si fa menzione dei sacrifici
antichi e principalmente di quelli di Abele, di Abramo e di Melchisedech, quando
immediatamente dopo la Consacrazione il sacerdote dice: “Offriamo alla vostra
sublime Maestà il dono di una vittima + pura, di una vittima + santa, di una
vittima + senza macchia, il pane sacro + della vita eterna e il calice dell’eterna
+ salute. Degnatevi riguardarla con occhio favorevole e ricevere con bontà
quest’Ostia immacolata. Voi che vi siete degnato di gradire i doni del vostro servo,
il giusto Abele, il sacrificio del patriarca Abramo e quello di Melchisedech vostro
Sommo Sacerdote”. In tal modo, la Chiesa ci insegna che questi sacrifici sono
stati l’immagine della santa Messa e in tal modo ci rivela la causa che li fece gradire
tanto favorevolmente all’Altissimo.

Molti cattolici interpretano male questa preghiera, la quale, da un altro lato, irrita
quelli che non appartengono alla Chiesa. Secondo la loro falsa immaginazione, il
sacerdote chiederebbe a Dio di gradire il Sacrificio della Messa con lo stesso piacere
con cui gradì quelli di Abele, di Abramo e di Melchisedech, come se si potesse
stabilire un paragone tra l’Eucaristia (nella quale sono offerti il Corpo santissimo
e il prezioso Sangue di Gesù) e l’oblazione degli animali o quella del pane
e del vino. Ma in realtà il sacerdote non implora l’indulgenza di Dio per
la vittima che gli è immolata, perché questa vittima gli èinfinitamente
più cara di tutte le creature, ma domanda al Signore di voler ricevere favorevolmente
il suo Sacrificio, cioè la sua opera personale, come si è degnato accogliere
la pietà con la quale Abele, Abramo e Melchisedech gli hanno offerto i loro
olocausti.

La
S. Messa rinnova il mistero dell’incarnazione

Nella
Messa sono rappresentati i principali avvenimenti della vita e della passione di
nostro Signore, come canta David:

“Il Signore nella sua bontà e misericordia, ha fatto un memoriale delle
sue ammirabili opere”.

E affinché non ci ingannassimo sul suo pensiero dice altrove: “Mi terrò
vicino al tuo altare per sentire ripetere le tue lodi e proclamare le tue meraviglie”.
Questo è anche il senso delle parole indirizzate, dopo l’istituzione dell’Eucaristia,
dal Salvatore agli apostoli,: “Fate questo in memoria di me”, cioè
io sono sul punto di separarmi da voi, perché l’opera della Redenzione volge
al suo fine, ma prima di ritornare al Padre mio istituisco la santa Messa, come Sacrificio
unico del Nuovo Testamento e in questo Sacrificio racchiudo tutti i misteri della
mia vita e delle mie sofferenze, affinché, riprodotti in questo modo davanti
agli occhi dei miei fedeli, restino impressi nella loro memoria.

Innanzitutto nella Messa si rinnova il mistero dell’Incarnazione.

Maria aveva offerto e consacrato a Dio la sua anima, il suo corpo e principalmente
il suo purissimo seno e perciò lo Spirito Santo, nel giorno dell’Annunciazione,
formò in lei col suo sangue verginale, il corpo di Gesù Cristo e unì
l’umanità alla divinità. Così quando il sacerdote presenta il
pane e il vino e li offre a Dio, lo Spirito Santo, in virtù delle parole della
Consacrazione, cambia questi elementi nel vero sangue di nostro Signore. Non esagero
affatto dicendo che quest’operazione divina rinnova il mistero dell’Incarnazione,
perché il sacerdote riceve Gesù nelle sue mani, realmente, come lo
ricevette nelle sue caste viscere la santa Vergine.

Anche il sacerdote può dire, con sant’Agostino: “Colui che senza il mio
aiuto ha fatto tutto dal niente, mi ha dato il potere (se posso osare di parlare
così) di produrre Lui stesso”. Non è un gran mistero ed un miracolo
che sorpassa tutti gli altri quello per cui un uomo crei il suo Creatore?

La
S. Messa rinnova il mistero della natività

Il mistero
della Natività si rinnova ai nostri sguardi come quello dell’Incarnazione
e non con minore chiarezza. Gesù Cristo è nato dal corpo verginale
della santa Vergine; nella Messa nasce dalle labbra del sacerdote. Quando questi
pronuncia le ultime parole della Consacrazione, il Bambino Gesù è nelle
sue mani vivo e vero come era in quelle di Maria. Il sacerdote, testimoniando la
sua fede in questo mistero, fa la genuflessione, adora il suo Dio, l’innalza al di
sopra della testa e lo mostra al popolo. Maria Vergine presenta all’adorazione dei
pastori il neonato suo Figlio avvolto in povere fasce; il sacerdote presenta ai fedeli,
sotto l’apparenza del pane, Gesù Bambino, affinché tutti lo riconoscano
per loro Signore. Quelli che adorano il Salvatore in questo stato esercitano una
virtù più grande di quella dei pastori, perché essi videro l’umanità
di nostro Signore viva e reale e credettero alla sua divinità, mentre noi
non abbiamo sotto gli occhi che le sole apparenze del pane e del vino e malgrado
ciò crediamo fermamente alla presenza reale della persona di Gesù Cristo.
Sì, nella Messa abbiamo davanti a noi quello stesso Gesù ai piedi del
quale si prostrarono i Re Magi, quello stesso che Simeone prese nelle sue braccia
e che la santa Vergine offrì a Dio nel tempio. Conformiamoci a questo triplice
esempio, offriamo con la nostra pietà un umile omaggio a nostro Signore e
meriteremo anche noi la ricompensa eterna.

La
S. Messa, scuola di fede e di amore

Nella
Messa Gesù predica il suo Vangelo con la voce del sacerdote e noi possiamo
attingere da questo insegnamento un tesoro di beni immensi. Egli opera dei miracoli
quando cambia il vino nel suo Sangue divino, prodigio infinitamente più grande
di quello che fece a Cana. Egli transustanzia, come nell’ultima Cena, il pane nella
sua vera Carne. Finalmente noi lo vediamo, dopo la Consacrazione, innalzarsi fra
le mani del suo ministro, come si alzò sulla Croce e interiormente lo sentiamo
dire: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno, né
quanto ti offendono gravemente”. Benché noi non vediamo tutto questo
con gli occhi del corpo, non ne dubitiamo minimamente e meritiamo una ricompensa
più grande di quelli che, venti secoli or sono, contemplarono questo mistero.
Nostro Signore l’ha detto espressamente: “Beati quelli che non hanno visto e
che hanno creduto”. Più le verità sono incomprensibili, più
meritoria è la fede e più ricca sarà la ricompensa. “Per
una Messa ben ascoltata – dice un pio autore – diverremo più ricchi che per
il possesso di tutte le cose create”

Nell’Eucaristia, Gesù Cristo compie fedelmente la consolante promessa del
Vangelo: “Ecco che sono con voi fino alla consumazione dei secoli”. Non
si tratta qui della sua divinità, ma della sua umanità presente sull’altare
e nel tabernacolo. C’è di più: se nell’Ostia consacrata Egli sta costantemente
fra noi, pronto ad ascoltarci, per esaudire le nostre preghiere e per soccorrerci
nei nostri bisogni, nella Messa si fa nostra vittima e nostro intercessore, dedicandosi
all’espiazione dei nostri peccati. Mi spiego meglio: Gesù Cristo, nella Messa,
esercita il suo ministero sacerdotale e dunque per questo titolo, secondo l’espressione
di san Paolo, “offre dei doni e dei sacrifici per i peccati del popolo. Ora,
sull’altare, come sulla Croce, Egli stesso è donatore e dono insieme: sacrificatore
e vittima.

Da questo una certa distinzione fra l’Ostia che si espone nell’ostensorio, quella
che si riceve dai fedeli alla sacra Mensa e quella della Messa. Benché nei
tre casi Gesù sia egualmente presente, tuttavia nell’ostensorio si offre alle
nostre adorazioni:

nel santo Sacrificio si offre a Dio per le mani del sacerdote; nell’ostensorio discende
dal Cielo verso di noi; nella santa Messa si innalza dalla terra al Cielo. Brevemente:
nell’ostensorio è Sacramento mentre nella Messa è vittima. Alla sacra
Mensa siamo noi che lo riceviamo nella Comunione, nel santo Sacrificio è il
Padre celeste che lo riceve come espiazione. Non è difficile spiegare questa
volontà espressa di nostro Signore di restare con noi fino alla fine del mondo.
Egli vuol essere il capo della sua Chiesa, cioè dei fedeli e vuole che i fedeli
siano il suo corpo spirituale. Ora non potendo essere il corpo nel Cielo con la testa,
non è naturale che la testa sia sulla terra col corpo? Cristo è senza
dubbio lo Sposo della Chiesa che ama d’immenso amore ed èdunque ragionevole
che questo amore lo spinga ad essere sempre con lei. Ascoltate san Paolo come ci
parla di questa tenerezza: “Uomini, amate le vostre mogli come Gesù Cristo
ha amato la sua Chiesa e si è dato per lei, per santificarla purificandola
nell’acqua del Battesimo, con la parola di vita, per offrire a se stesso una Chiesa
gloriosa, senza macchia né ruga, né altro di simile, ma santa e immacolata”.
Tutti i cristiani sono membri della Chiesa e per mezzo del Battesimo diventano belli
come gli angeli. Non è dunque possibile che Gesù Cristo si allontani
dalla sua Chiesa. Perché Gesù Cristo resta nella sua Chiesa in una
maniera invisibile? Perché quest’unione è spirituale e non corporale
come ci avverte per mezzo del suo profeta: “Vi sposerò per sempre, vi
sposerò per un’alleanza di giustizia e d’intelletto, di compassione e di misericordia.
Vi sposerò nella fede e saprete che sono io il Signore”. Poiché
Gesù Cristo è unito alla Chiesa nella fede, era opportuno che restasse
nascosto, affinché i fedeli avessero occasione di praticare questa virtù
e di acquistare maggior merito. Conveniva anche che lo Sposo divino restasse con
la sposa, per fornirle nello stesso tempo gli alimenti necessari, i suoi soccorsi
ed i suoi favori. Egli raggiunge questo scopo e disimpegna il suo ministero nella
santa Messa e nella Comunione sacramentale; così Egli dà alla Chiesa
immense prove d’amore e veglia amorosamente sopra i suoi interessi temporali ed eterni.

Anima cristiana, se vivi nello stato di peccato mortale sei la fidanzata del demonio,
se sei in stato di grazia sei la fidanzata del Salvatore che ti ama teneramente e
prende cura della tua salute.







Testo tratto
da: P. Martino de Cochem O.M.C., La Santa Messa, Milano 1937/3, pp 53-61.