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  • Suor Laura Caterina Chiarini (1684-1762)

    SUOR LAURA CATERINA CHIARINI (1684-1762)

    Una vita mistica nel monastero di San Pietro Martire a Bologna

     

    La storia di una mistica domenicana del XVIII secolo e quella dello scomparso monastero bolognese di San Pietro Martire in cui visse sono accomunate dallo stesso malvagio destino di oblio e abbandono.
    Nonostante ciò, non si sono perse le testimonianze della santità di suor Laura Caterina Chiarini, così come resistono importanti parti dell'originaria struttura architettonica.
    Due vicende storiche complementari che lasciano spazio a importanti riflessioni sul trionfo finale del Bene.

     

     

    INTRODUZIONE

    «Un cristiano deve stare nel mondo come un pellegrino».
    (suor Laura Caterina Chiarini)

     

    «Sarà per ora miglior consiglio usare tutta la moderazione nel commendarla, potendosi ciò riservare ad altro tempo, acciò più sollecitamente ottenga li suffragj di codesta degnissima Comunità».

    Con queste parole si esprime la superiora del monastero di San Pietro Martire, suor Maria Rosa Sampieri, nella sua ‘lettera circolare’ del dicembre 1762 indirizzata ai monasteri domenicani all’indomani della morte di suor Laura Caterina Chiarini, intendendo così nella sua toccante commemorazione lasciare prudentemente ai posteri il riconoscimento delle virtù e della santità di cui godeva la sua cara consorella quando era in vita.

    Se sia arrivato oggi l’«altro tempo» auspicato da suor Sampieri nessuno, se non Dio, lo sa, ma è certo che a quella «degnissima Comunità» di religiosi che avrebbe dovuto mantenere vivi la memoria e «li suffragj» per suor Laura la storia non consentì di onorare questo nobile compito.

    Appena trentasei anni dopo la morte della suora (9 dicembre 1762) il convento veniva soppresso dagli invasori francesi e da lì a poco fu quasi completamente distrutto, salvo un esiguo tratto della sua chiesa cinquecentesca.

    In questo modo ogni testimonianza della vita di suor Laura veniva cancellata, il corpo disperso, i documenti che la riguardavano trasferiti altrove. Ma per quanto la furia degli eventi si sia voluta accanire per obliare ogni testimonianza, la storia di suor Laura è sopraggiunta sino ai nostri giorni: una completa memoria biografica, rimasta inedita seppur conosciuta, e diverse notizie lasciate dai suoi contemporanei a disposizione di chiunque ma mai raccolte, hanno superato la cortina d’indifferenza in cui erano state gettate forzatamente. Analogo destino hanno subito i suoi scritti che, a dispetto della loro quasi totale perdita, si sono parzialmente conservati fino al giorno d’oggi, pur se oscurati da una coltre di totale oblio.

    Nondimeno anche dalle strutture mutile della chiesa di San Pietro Martire affiora la memoria di un passato di grande spiritualità che non a caso ha condiviso con la storia di suor Laura lo stesso identico destino di silenzio e indifferenza, a dispetto della tenace sopravvivenza di importanti forme architettoniche: esse non hanno suscitato alcun interesse da parte degli storici, i quali si sono piuttosto concentrati sulle importanti opere d’arte che vi si custodivano e che oggi si conservano nelle collezioni museali di Bologna, ma che pure rappresentano solo parzialmente il grande patrimonio d’arte che vi era raccolto.

    Lo scopo di questo saggio è proprio quello di corrispondere al desiderio e all’auspicio di suor Maria Rosa Sampieri di «commendare» degnamente la sua consorella e colmare così doverosamente una lacuna storica che si trascina da più di duecentocinquanta anni dal termine dell’esistenza terrena di suor Laura Caterina Chiarini. Questo proposito si articola all’interno di uno sviluppo argomentativo corrispondente ai tre capitoli di cui si compongono le presenti note, benché la vastità e l’importanza della materia non possano che rimandare ad altri ulteriori contributi il compito di condurre appieno tale intento e di rispondere ai diversi interrogativi che restano ancora aperti.

    La prima sezione comprende una necessaria completa ricostruzione della vita e delle opere di suor Laura Caterina Chiarini desunta principalmente da un manoscritto biografico originale, ma che è stata di seguito integrata e confrontata con tutte le testimonianze collaterali deducibili dalle diverse fonti documentarie. Grazie ad esse si comprendono non solo la straordinaria vita spirituale della suora domenicana, l’esercizio eroico delle virtù cristiane, i doni mistici e i miracoli che le si attribuivano e che facevano parlare i contemporanei del suo «concetto di santità», ma anche le sue non comuni qualità umane e, non da ultimo, il suo eccezionale talento artistico. Assume quindi un particolare valore, oltre il profilo squisitamente storico e umano, la vicenda dell’amicizia e della comunione spirituale che suor Laura strinse con Maria Clementina Sobieska, moglie del re d’Inghilterra Giacomo III Stuart, di cui si tenta presentemente una prima ricostruzione anche alla luce di ciò che si può intendere col termine di ‘comunione dei santi’.

    Una seconda sezione è dedicata all’esposizione degli scritti spirituali di suor Laura tra quelli che si sono salvati dalla distruzione degli originali voluta, nella sua estrema umiltà, dalla stessa suora, essendosi conservati in copia in una piccola raccolta antologica al di fuori dal monastero di San Pietro Martire; da essi emerge una tale altezza sapienziale e dottrinale che ben giustifica l’opinione di chi ha ritenuto di annoverare la monaca bolognese tra gli agiologi dell’Ordine per la sua condotta di «vita santissima» e la «celestiale sapienza, ch’è il primo fra i doni dello Spirito Santo».

    La terza parte del saggio è dedicata alla storia del monastero e dell’annessa chiesa di San Pietro Martire allo scopo di restituire, anche solo idealmente, lo scenario ambientale in cui si dispiegò l’esistenza terrena di suor Laura; l’interesse ovviamente si concentra in particolare sulla chiesa per via di ciò che si può ancora oggi osservare del rifacimento cinquecentesco voluto da un importante prelato bolognese, Dionigi Ratta, che affidò il progetto e l’esecuzione all’architetto Floriano Ambrosini. Malgrado l’ingiustificata demolizione di gran parte della sua costruzione, avvenuta nel primo Ottocento a seguito della soppressione del monastero, quanto si conserva rappresenta un documento di grande valore sul piano storico-architettonico degli sviluppi del cosiddetto Manierismo nel panorama artistico bolognese dell’ultimo Cinquecento.

    E tuttavia, per le presenti considerazioni, le vicende storiche della chiesa e del convento si comprendono interamente all’interno di quelle di suor Laura a cui si accomunano per la tenace opposizione ad un destino di oblio e abbandono che supera i limiti dell’azione umana e che, quindi, invita in conclusione ad una riflessione di carattere spirituale che si lascia aperta alla sensibilità del lettore.

     

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  • A. Rodriguez: Esame particolare e penitenze

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

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    CAPO IX. Che aiuta grandemente l'aggiungere all'esame qualche penitenza

     

     

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    1. Vantaggi di questa pratica.
    2. Dio si muove a concederci l'emendazione.
    3. Altri vantaggi.

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    1. Né anche si contentava il nostro S. Padre del dolore, del pentimento e dei proponimenti interiori; ma di più, acciocché la persona potesse riuscir meglio in quello che desidera, come leggiamo nella sua Vita (RIBAD. l. 5, c. 10, Roma 1863, p. 398), consigliava l'aggiungere all'esame particolare qualche penitenza, imponendoci da noi stessi certa pena ed eseguendola in noi tutte le volte che cadremo in quel mancamento, o errore, sul quale facciamo l'esame. Il Padre fra Luigi di Granata apporta esempi di ciò in alcuni servi di Dio, che egli conobbe: d'uno dei quali dice che, quando nell'esame della sera trovava che avesse ecceduto in qualche parola, si metteva una morsa alla lingua per penitenza di essa; e di un altro, che faceva una disciplina sì per questo come per qualsiasi altro difetto nel quale fosse caduto (P. LUIGI GRANATA, Memoriale della vita cristiana, p. 1, tratt. 4, reg. 1, Venezia 1730, v. 1, p. 112). Si dice del Santo abate Agatone che per lo spazio di tre anni portò in bocca un sasso per acquistare la virtù del silenzio (De vitis patr. l. 5, lib. 4, n. 7). Come usiamo di portare un cilicio per mortificar la carne, e perché ci serva di svegliatoio per conservare la castità; così portava quel Santo un sassetto sotto la lingua, acciocché fosse il suo cilicio e gli servisse di ricordo e di svegliatoio per non parlar più di quel che era necessario. E del nostro S. Padre leggiamo che, essendo nel principio della sua conversione molto tentato di riso, vinse quella tentazione a forza di replicate discipline, dandosi ogni notte tante sferzate, quante volte aveva riso il giorno, per leggiero che fosse stato il riso (RIBAD. loc. cit.).

    E suole essere di gran giovamento questo aggiungere qualche penitenza all'esame; perché colla penitenza l'anima resta castigata e intimorita di maniera, che non ardisce di commettere un'altra volta quella colpa. Collo sprone la bestia cammina, per pigra e lenta che sia. Giova tanto lo sprone, che solo l'accorgersi essa che vi è, benché non la pungano con esso, la fa camminare. Se ciascuna volta che uno rompe il silenzio avesse da fare una disciplina in pubblico, ovvero avesse per tre giorni da star solamente a pane ed acqua, che era la penitenza che anticamente veniva ingiunta nelle regole a quei che rompevano il silenzio, sicuro che questo ci ritrarrebbe molto dal parlare fuori di tempo.

  • A. Rodriguez: Su cosa insistere nell'esame particolare

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

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    CAPO VIII. Che nell'esame abbiamo da insistere e trattenerci principalmente nel dolore e nel proponimento dell'emendazione

     

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    1. Dolore e proposito vanno di pari passo.
    2. La mancanza del dolore cagiona le ricadute.
    3. Pazzia a dire: Pecco, ma mi pentirò.
    4. Efficacia del dolore e proposito.

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    1. Quel che in particolare si deve grandemente avvertire circa il modo di far l'esame si è, che dei tre punti che ha, i due ultimi sono i principali; cioè il dolerci e pentirci delle nostre colpe e negligenze, e il fare fermo proponimento di emendarcene, secondo quello che diceva il Profeta: «Pentitevi nei vostri letti» (Ps. 4, 5). In questa compunzione e pentimento e in questo fermo proponimento di non tornare a cadere sta tutta la forza e l'efficacia dell'esame per emendarci: onde in questo si ha da spendere la principale parte del tempo.

    Una delle cagioni principali per cui molti fanno poco frutto e poco si emendano cogli esami è, perché tutto quel tempo se la passano nell'andare cercando quante volte sono caduti nei mancamenti e negli errori, e appella hanno finito questo punto, che finisce ancora il tempo dell'esame, e fanno il resto superficialmente, né si trattengono nel dolore e pentimento delle loro colpe, né nel confondersi e chiederne perdono a Dio, né in fare fermi proponimenti di emendarsi la sera, o il dì seguente, né in domandare a Dio grazia e forze per farlo. Di qua procelle che, quante volte sei tu caduto oggi, tante altre cadi domani; perché nell'esame non hai fatto altro che pensare e ridurti a memoria quante volte sei caduto: e questo non è mezzo per emendarti; ma il primo punto dell'esame e il fondamento sopra del quale hanno da cadere gli altri due punti principali. Il mezzo efficace per emendarti è il dolerti e pentirti molto davvero delle tue colpe e il proporre fermamente l'emendazione, con chiedere al Signore grazia per farlo; e se non fai questo non ti emenderai. Stanno tanto affratellate fra di sé queste due cose, dolore del passato ed emendazione nell'avvenire, che al passo che cammina una, cammina anche l'altra: poiché è cosa certa che quando aborriamo una cosa davvero, usiamo diligenza per non incontrarci in essa.

  • A. Rodriguez: Come fare l'esame di coscienza

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

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    CAPO VII. Come si ha a fare l'esame particolare.

     

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    1. Metodo di S. Ignazio.
    2. Cavato dagli antichi Padri.
    3. Sua soavità ed efficacia.
    4. Esempio di fra Ginepro.

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    1. La seconda cosa principale che abbiamo proposto di trattare è, come si ha da fare quest'esame. Secondo il metodo di S. Ignazio (Exerc. spir. hebd. 1a: Examen particulare) ha l'esame particolare tre tempi, benché poi l'esaminarsi s'abbia a fare solo due volte. Il primo tempo è subito che ciascuno si leva la mattina, e allora ha da proporre di guardarsi con special diligenza da quel vizio, o difetto particolare, del quale si vuol correggere ed emendare. Il secondo tempo è al mezzo giorno, quando si ha da fare il primo esame, che contiene tre punti. Il primo è, domandare grazia al Signore di ricordarsi quante volte si è caduto in quel difetto del quale si fa l'esame particolare. Il secondo è, dimandare conto all'anima propria di quel difetto, o vizio, pensando da quell'ora in cui ciascuno si levò e in cui fece quel particolare proposito, sino all'ora presente, quante volte è caduto in esso. E si hanno a fare tanti punti in una linea d'un quadernuccio o librettino, che a quest'effetto ognuno ha da avere presso di sé, quante volte troverà esservi caduto. Il terzo giorno è, concepire un gran dolore d'essere caduto e domandarne perdono a Dio, proponendo di non cadervi più, particolarmente in quel resto del giorno, colla grazia del Signore. Il terzo tempo è la sera, prima di andare a letto, e allora si ha da fare l'esame la seconda volta, né più né meno che al mezzo giorno, tenendo i medesimi punti, e riflettendo come siano andate le cose dall'ultimo esame passato sino a quell'ora e notando in un'altra seconda linea tanti punti, quante volte si troverà che si è caduto.

    E per potere èstirpare più facilmente e più presto quel difetto, o vizio, sopra del quale facciamo l'esame particolare, il nostro S. Padre mette quattro avvertimenti, che egli chiama addizioni. La prima, che ciascuna volta che l'uomo cade in quel vizio, o difetto particolare, se ne penta, mettendosi la mano al petto; il che si può fare ancorché si stia in presenza d'altri, senza che si accorgano di quello che si fa. La seconda è, che la sera, dopo fatto l'esame, confronti i punti dell'esame della mattina con quelli dell'altro esame della sera, per vedere se vi è stata qualche emendazione. La terza e quarta, che confronti anche il giorno d'oggi con quello di ieri, e la settimana, presente colla passata per il medesimo effetto.

  • A. Rodriguez: Non cambiare facilmente la materia dell'esame particolare

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

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    CAPO VI. Che non si deve mutare facilmente la materia dell'esame particolare; e quanto tempo sarà bene il farlo sopra una stessa cosa.

     

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    1. Mutare spesso l'esame particolare è dannoso.
    2. Insistere fino a conseguir il fine.
    3. Senza desistere.
    4. Quando sarà conseguito?
    5. Per mutar la materia consigliarsi col Padre Spirituale.

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    1. Bisogna qui avvertire che non abbiamo da mutare facilmente la materia dell'esame, prendendo ora una cosa ed ora un'altra; perché questo è un andare, come si suole dire, l'aggirandosi, e non far viaggio; ma abbiamo da procurare di proseguire una cosa sino al fine, e poi mettersi dietro ad un'altra. Una delle cagioni per cui alcuni cavano poco frutto dall'esame particolare suole essere questa; perché non fanno altro, per così dire, che dare certi furiosi assalti, facendo l'esame sopra una cosa per otto o quindici giorni, o per un mese, e subito si stancano e se ne passano ad un'altra, senza aver conseguito quello che intendevano nella prima: e così danno un impetuoso assalto, e poi un altro. Come uno che pigliasse per impresa il tirar su per le coste d'un monte fino alla cima di esso una pietra grossa; e dopo averla tirata su un pezzo si stancasse e libera la lasciasse rotolare fino al basso, e di poi tornasse una e più altre volte a fare lo stesso; giammai, per molto che si affaticasse, finirebbe di collocare la pietra nel luogo preteso; così avviene a coloro i quali cominciano a far l'esame d'una cosa, e prima di condurla al fine e di conseguire il primo intento, la lasciano e ne pigliano un'altra e poi un'altra. Questo è stancarsi e non finir mai; «un imparar sempre, come dice l'Apostolo, senza giungere mai alla cognizione del vero» (II Tim. 3, 7). Questo negozio della perfezione non si acquista per via di certi impeti furiosi, che presto finiscono; ma bisogna con molta perseveranza insistere e pigliare a petto prima una cosa e poi l'altra, facendo sforzo sino a riuscire con essa, ancorché ci costi assai.

  • A. Rodriguez: L'esame particolare sulle virtù

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

     

     

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    CAPO V. Come si ha a tirare e dividere l'esame particolare nelle parti e nei gradi delle virtù.

     

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    1. Atti e gradi dell'umiltà.
    2. Della carità fraterna.
    3. Della mortificazione.
    4. Della temperanza.
    5. Della pazienza.
    6. Dell'obbedienza.
    7. Della povertà.
    8. Della castità.
    9. Vari gradi e pratiche per far bene le cose ordinarie.
    10. Del far tutte le cose per Dio.
    11. Per la conformità alla volontà di Dio.
    12. Avvertenza.

     

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    1. Dell'umiltà.

    1. Non dir parole che possano ridondare in mia lode e riputazione.

    2. Non compiacermi quando un altro mi loda e dice bene di me; anzi pigliare da ciò occasione d'umiliarmi e di confondermi più, vedendo che non sono tale quale gli altri si pensano, né quale dovrei essere. E con questo si potrebbe congiungere il rallegrarmi quando è lodato un altro e si dice bene di lui. E quando di ciò avrò qualche dispiacere, o qualche movimento d'invidia, notarlo per difetto e per errore. E così ancora quando avrò qualche gusto e compiacenza vana del dirsi bene di me.

    3. Non far cosa alcuna per rispetti umani, né per esser veduto e stimato dagli uomini, ma puramente per Dio.

    4. Non scusarmi, e molto meno buttar la colpa addosso ad altri, né esteriormente, né interiormente.

    5. Troncare e soffocare subito i pensieri vani, altieri e superbi, che mi vengono, di cose concernenti il mio onore e la mia riputazione.

    6. Tener tutti per superiori, non solo speculativamente, ma praticamente, e nell'attuale modo di procedere con essi portandomi verso tutti con quell'umiltà e rispetto che si deve a superiori.

    7. Accettar volentieri tutte le occasioni che mi si porgeranno in materia d'umiltà; e circa di ciò andar crescendo e ascendendo per questi tre gradi. 1° Tollerandole con pazienza: 2° con prontezza e facilità: 3° con gusto ed allegrezza. E non mi ho da quietare, sinchè non giunga a provare allegrezza e gusto nell'essere disprezzato e vilipeso, per assomigliare ed imitar Cristo nostro Redentore, il quale volle esser disprezzato e vilipeso per me.

    8. Si può condurre l'esame particolare sì in questa materia, come in altre simili, facendo alcuni atti ed esercizi d'umiltà e di qualsisia altra virtù sopra della quale si farà l'esame particolare, sì interiori, come esteriori, a questo applicandomi tante volte la mattina e tante la sera, cominciando con meno e andando sempre aggiungendo di più, sinchè vada acquistando abito e consuetudine in quella virtù.

  • A. Rodriguez: L'esame particolare si deve fare su un solo punto per volta

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

     

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    CAPO IV. Che l'esame particolare si ha da tirare sopra una cosa sola.

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    1. Utilità di questa pratica.
    2. Risposta ad un'obiezione.
    3. Dividere in parti un vizio o una virtù.
    4. Modo di fare ciò.

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    1. L'esame particolare sempre si ha da tirare sopra una cosa sola, siccome dice il nome stesso. E la ragione per la quale conviene che così si faccia è, perché in questa maniera questo mezzo è più efficace e di maggior effetto che se lo tirassimo sopra più cose insieme. Perché è cosa chiara, e la stessa ragione naturale ce lo insegna, che è molto più potente un uomo contro un vizio solo che contro tutti insieme. «Chi a più cose è intento, può meno attendere a ciascuna in particolare», dicono i filosofi. Chi molto abbraccia, poco stringe; e presi ad uno ad uno si vincono meglio i nemici. Questo modo di vincere i nostri nemici, cioè i nostri vizi e le passioni, dice Cassiano (CASS. Coll. 5, c. 14), ce lo insegnò lo Spirito Santo, dando l'istruzione ai figliuoli d'Israele circa il modo di governarsi con quelle sette genti e nazioni per vincerle e distruggerle. Non le potrete vincere tutte insieme; ma a poco a poco Dio vi darà la vittoria di tutte esse (Deut. 7, 28).

  • A. Rodriguez: Come scegliere la materia dell'esame particolare?

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

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    CAPO III. Di due ricordi e avvertimenti importanti per far buona elezione della cosa sopra della quale si ha da tirare l'esame particolare.

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    1. Prima i difetti esteriori.
    2. Poi gl'interiori.
    3. Spesso tolti gli interni, si dileguano anche gli esterni.

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    1. Discendendo in questa materia più al particolare, si hanno qui da avvertire due cose molto principali. La prima, che quando vi sono difetti esteriori che offendono e scandalizzano i nostri fratelli, questi hanno da essere i primi che si ha da procurar di levare coll'esame particolare, ancorché vi siano altre cose interne di maggior momento. Come sarebbe se uno non è corretto nel parlare, o perché parla assai, o perché parla con impazienza e collera, o perché dice parole che possono mortificare il suo fratello, o forse parole di mormorazione e che possono oscurar alquanto un altro, o altre simili. Perché la ragione e la carità ricercano che prima leviamo via q nei difetti, che sogliono offendere e scandalizzare i nostri fratelli, e che procuriamo di vivere e conversare di tal maniera fra essi, che ninno possa lamentarsi né offendersi di noi, come dice il sacro Vangelo del padre e della madre del glorioso Battista; che cioè erano entrambi giusti dinanzi a Dio e vivevano senza querela dinanzi agli uomini (Luc. 1, 6). Questa è una gran lode d'un servo di Dio e una delle cose che ha da procurar assai un religioso che vive in comunità. Non basta che egli sia giusto dinanzi a Dio; ma ha da procurare che il suo modo di procedere nella religione sia tale, che niuno si possa lamentare di lui; che non si possa di lui dire alcun male. E se vi è qualche cosa che possa offendere, su questa si deve cominciare a tirare l'esame particolare.

     

     

  • A. Rodriguez: L'esame di coscienza particolare

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

     

     

     

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    CAPO II. Circa quali cose si ha da fare l'esame particolare.

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    1. Esame generale e particolare.
    2. Materia dell'esame particolare.
    3. Vantaggi se fatto sopra la passione predominante.
    4. Esempio del re Acabbo.
    5. Consigliarsi col Padre Spirituale

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    1. Due esami usiamo nella Compagnia, uno particolare e l'altro generale. Il particolare si fa sopra una cosa sola, e perciò si chiama particolare: il generale si fa sopra tutti i mancamenti ed errori che abbiamo commessi tra giorno, con pensieri parole e opere; e per questo si chiama generale, perché abbraccia ogni cosa. Tratteremo in primo luogo dell'esame particolare; e indi diremo poi brevemente del generale quello che vi sarà da aggiungere, atteso che in molte cose il medesimo si ha da fare nel generale e nel particolare: e così quello che si dirà del particolare servirà ancora pel generale.

    2. Due cose spiegheremo circa questo esame particolare. La prima, sopra quali cose si ha da fare; la seconda, come si ha da fare. Quanto alla prima, acciocché sappiamo sopra quali cose abbiamo principalmente da tirar questo esame, si ha da notare bene una regola o avvertenza, che il nostro S. Padre mette nel libro degli Esercizi spirituali (Exerc. spirit. Reg. 14 ad motus nunt discern.) ed è altresì di S. Bonaventura (S. BONAV. Brevit. p. 3, c. 2). Dice che il demonio fa con noi come un capitano che vuol battere e prendere una città, o fortezza, il quale procura di riconoscere prima con ogni diligenza la parte più debole della muraglia, e verso quella drizza tutta l'artiglieria, ed ivi impiega tutti i suoi soldati, ancorché vi sia pericolo della vita per molti di essi; perché gettata a terra quella parte, entrerà e prenderà la città. Così procura il demonio di riconoscere in noi altri la parte più debole dell'anima nostra, affine di batterci e vincerci per quella. Or questo ci deve servire d'avviso, per premunirci e prepararci contro il nostro nemico, che abbiamo a considerare e riconoscere con attenzione la parte più debole dell'anima nostra e più manchevole di virtù; che è quella cosa alla quale più ci tira l'inclinazione naturale, o la passione, o la cattiva consuetudine, o il mal abito; e in questa parte abbiamo da invigilare con maggiore attenzione e a provvederci di maggior riparo. Questa tal cosa, dicono i Santi e i maestri della vita spirituale (S. DOROTH. Doctr.12, n. 5; S. BERN. Medit. c. 5), questa è quella che principalmente e con maggiore diligenza e sollecitudine dobbiamo procurare di sradicare da noi; perché di questo abbiamo maggiore necessità; e così a questo principalmente si deve applicare l'esame particolare.

  • A. Rodriguez: L'esame di coscienza

    Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
    composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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    TRATTATO VII. DELL'ESAME DELLA COSCIENZA

     

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    CAPO I. Quanto sia importante l'esame della coscienza

     

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    1. E raccomandato dai Santi.
    2. Danni del trascurarlo.
    3. Anche i filosofi ne conobbero l'efficacia.
    4. Molto inculcato da S. Ignazio.
    5. Stima che dobbiamo farne

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    1. Uno dei principali e più efficaci mezzi che abbiamo pel nostro profitto è l'esame della coscienza: e come tale ce lo raccomandano i Santi. S. Basilio, il quale è stato dei più antichi che abbiano dato regole ai monaci, comanda che ogni sera facciano questo esame (S. BASIL. Serm. ascet. et serm. de ascet. discipl. n. 10). S. Agostino nella sua regola comanda il medesimo (S. AUG. Serm. 338. c. 1). S. Antonio abate insegnava e ingiungeva assai questo esame ai suoi religiosi (S. ATHAN. Vita S. Ant. abb.)3. S. Bernardo (S. BERN. De inter. dom. c. 36), S. Bonaventura (S. BONAV. De exter. etc. l. 1. c. 41), Cassiano (CASSIAN. coll. 5, c. 14) e tutti comunemente convengono in caldamente raccomandarlo.

    S. Giovanni Crisostomo (S. Io. CHRYS. Hom. Non esse ad orat. concion. n. 4) tra gli altri, sopra quelle parole del reale profeta David, «pentitevi nei vostri letti» (Ps. 4, 5), trattando di questo esame e consigliando che si faccia ogni sera prima d'andar a dormire, ne adduce due buone ragioni. La prima, acciocché nel giorno seguente ci troviamo più disposti e preparati a guardarci dai peccati e dal cadere nelle colpe nelle quali siamo caduti oggi; perché essendoci noi oggi esaminati e pentiti di esse, e avendo fatto proponimento di emendarci, chiara cosa è che questo ci servirà di qualche freno per non tornar a commetterle domani. La seconda, che ancora per questo medesimo giorno d'oggi ci sarà di qualche freno l'averci ad esaminare la sera; perché il sapere che in questo medesimo giorno abbiamo da render conto, ci farà stare sopra di noi e vivere più circospettamente. Come un padrone, dice il Santo, non comporta che il suo spenditore lasci di dar ogni giorno i suoi conti, acciocché questo non dia occasione di procedere con trascuraggine e di dimenticarsi, onde poi il conto non si possa veder netto; così anche sarà ragionevole che noi altri rivediamo ogni giorno i conti a noi stessi, acciocché la trascuraggine e la dimenticanza non vengano ad imbrogliarli.

    Il novello dottore della Chiesa S. Efrem (S. EPHR. SYR. Serm. ascet. Roma, v. 1, p. 54-55) e S. Giovanni Climaco (S. IO. CLIM. Scala parad. grad. 20) vi aggiungono una terza ragione, e dicono che, come i mercanti diligenti ogni giorno bilanciano e fanno conto delle perdite e dei guadagni di quel giorno, e se trovano d'aver fatta qualche perdita, procurano di rimediare ad essa e di ripararla con molta diligenza; così noi altri dobbiamo ogni giorno esaminarci e vedere i conti delle nostre perdite e dei nostri guadagni; acciocché la perdita non vada avanti né si dia fondo al capitale, ma lo rimettiamo e vi rimediamo subito. S. Doroteo (S. DOROTH. Doctr. 11, n. 5) vi aggiunge un'altra utilità grande, la qual è che, esaminandoci noi e pentendoci ogni giorno dei nostri errori e mancamenti, non si radicherà in noi il vizio e la passione, né verrà a crescere l'abito cattivo e la cattiva consuetudine.

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oggi ci esamineremo circa...

L'amore al proprio disprezzo



diprezzare il mondo
non disprezzare nessuno
disprezzare se stesso
disprezzare di essere disprezzato

(S. Filippo Neri)

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