Vita di preghiera (4ª parte)

Pregate, Pregate, Pregate!


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CATECHISMO DELLA VITA D’ORAZIONE
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di P. Gabriele di S.M.Maddalena O.C.D.














INDICE







PREFAZIONE









I

L’orazione
nella vita contemplativa

II

Il
metodo dell’orazione mentale

III

Preparazione
e lettura

IV

La meditazione
e il colloquio

V

Le
difficoltà dell’orazione

VI

La
presenza di Dio








CAPITOLO
IV

LA MEDITAZIONE E IL COLLOQUIO



1.
La meditazione è trattata sempre nello stesso modo negli autori carmelitani?



Negli autori carmelitani si può notare qualche differenza nel modo di
presentare la meditazione, ma nella sostanza convengono tutti. Alcuni ne parlano
senza distinguere i vari elementi; altri distinguono dalla riflessione meditativa
il colloquio affettivo, al quale la riflessione conduce e chiamano questo colloquio
“contemplazione”. Altri infine, nella stessa parte meditativa, distinguono
la rappresentazione e la riflessione.

Chi non classifica esplicitamente questi vari elementi, vi fa tuttavia qualche allusione.

Possiamo quindi affermare che, in maggioranza, gli autori carmelitani distinguono
tre elementi nella meditazione: 1) la rappresentazione, opera dell’immaginazione;
2) la riflessione, opera dell’intelligenza; 3) il colloquio, opera principalmente
della volontà.



2. In che cosa consiste la rappresentazione?



E’ un’attività dell’immaginativa con la quale formiamo “dentro di
noi”, cioè senza avere presenti gli oggetti, una specie di quadro o di
rappresentazione del mistero che vogliamo meditare o, secondo i casi, degli oggetti
sensibili dai quali la nostra riflessione si innalza a Dio.



3. A che cosa deve servire la rappresentazione?



Il suo scopo è di rendere più facile il lavoro della riflessione
che naturalmente si appoggia alle rappresentazioni dell’immaginazione. Intatti riesce
facile pensare alla flagellazione tenendone dinanzi un’immagine, la quale ha il vantaggio
di fissare in qualche modo la fantasia; poiché questa, senza un oggetto su
cui possa posarsi, facilmente divaga, mentre la fissità della conoscenza immaginativa
aiuta a sua volta quella della conoscenza intellettiva.



4. È sempre necessaria la rappresentazione?



Gli autori carmelitani non insistono molto sulla necessità di questo elemento
della meditazione, ma piuttosto ci indicano in qual modo possa esserci utile. Questa
utilità è evidente quando si tratta di considerare la vita di Cristo
o dei Santi. Anche nella considerazione dei misteri più astratti, come per
esempio degli attributi divini, l’intelligenza può partire dalle cose sensibili
rappresentate dall’immaginazione. Così possiamo, dalle bellezze della natura,
innalzarci a Dio, suprema bellezza.

I teologi carmelitani distinguono, riguardo a questo, i vari casi in cui si può
trovare chi medita. Alcune persone hanno un’immaginazione viva, capace di rappresentare
le cose con facilità altre invece si sentono quasi incapaci di costruire una
figura qualunque. Le prime faranno bene a usare questa loro facilità di rappresentazione,
mentre alle ultime giova sapere che questo non è un esercizio da farsi ad
ogni costo. Le rappresentazioni immaginative, per essere utili, non devono essere
molto perfette; una rappresentazione piuttosto vaga può bastare all’intento.



5. In che modo si deve formare la rappresentazione?



Possiamo indicare tre regole:



1° Bisogna certamente impiegarvi la nostra attenzione, altrimenti non si fa nulla
di serio, ma non occorre tuttavia eccitare troppo l’immaginativa quasi per vedere
“al vivo” il soggetto che vogliamo meditare. Specialmente le persone che
hanno l’immaginazione troppo viva cerchino di procedere con grande semplicità,
perché altrimenti l’immaginazione potrebbe trarle in inganno e far loro credere
che si tratti di qualche “visione”.



2° Per quanto riguarda la “perfezione” della rappresentazione, non
è consigliabile giungere a determinarne i dettagli. Gli autori carmelitani
hanno anzi notato che a una persona dotata di poca immaginazione può bastare
una rappresentazione piuttosto schematica. Più utile è una rappresentazione
alquanto determinata, perché fissa più facilmente il pensiero. Gli
autori carmelitani non parlano mai della così detta “applicazione dei
sensi”.



3° Non bisogna consacrare molto tempo a formare la rappresentazione; bastano
alcuni istanti, ma naturalmente, potremo tenerla presente per tutto il tempo della
meditazione e, se possiamo farlo, ciò sarà anche utile, perché
gioverà ad evitare distrazioni.



Concludiamo dicendo che, senza essere propriamente necessaria, la rappresentazione
è spesso utile, e l’anima che vi riesce è bene non si privi del suo
aiuto. Chi invece vi trovasse piuttosto impaccio potrebbe tralasciarla e cominciare
senz’altro con la riflessione.



6. È importante la riflessione o “considerazione”?



La riflessione è il primo degli elementi direttamente costitutivi della
meditazione, che indica propriamente un certo lavoro discorsivo dell’intelligenza.
Resta fermo però che anche questo elemento deve essere subordinato al seguente,
cioè alla conversazione affettuosa con Dio, che deve trovare nella meditazione
il fondamento e lo stimolo.



7. Deve durare molto questo lavoro dell’intelligenza?



La sua subordinazione alla conversazione affettuosa indica che deve durare solo
quanto basta per condurre l’anima a questa conversazione, cioè fino a produrre
nell’anima un’attuale convinzione di essere amata da Dio e invitata a riamarlo. Sarebbe
tuttavia un errore credere che possiamo interrompere o smettere la riflessione appena
sentiamo qualche pio affetto, che potrebbe subito svanire lasciandoci nel vuoto;
bisogna invece insistere alquanto, finché la volontà si sia sicuramente
mossa, così da poter rimanere almeno per qualche tempo nel suo atteggiamento
affettuoso.



8. Questa riflessione deve essere fatta “metodicamente”?



Si potrà farlo. Anzi santa Teresa, seguendo in ciò altri autori
contemporanei, consiglia nella meditazione della Passione di Gesù di considerare:
“Chi soffre? Che cosa soffre? Perché? Con quali disposizioni?”.
Non è però necessario che vi sia tanto ordine nel nostro modo di concatenare
gli argomenti, e si può senza danno passare con libertà da un pensiero
a un altro, purché conduca allo scopo di farei intendere meglio l’amore di
Dio per noi, che si manifesta nel mistero meditato.



9. Come faranno le anime che “non possono meditare”?



A queste anime che, per una certa mobilità dell’immaginazione e del pensiero,
hanno grandissima difficoltà a fermarsi su un’idea determinata per approfondirla
con riflessioni alquanto ordinate, santa Teresa insegna un altro modo per concatenare
alcuni pensieri che eccitano l’amore. Consiste nel recitare molto lentamente una
preghiera vocale sostanziosa, fermandosi a considerare con attenzione il senso delle
parole e prendendone occasione per formare alcune riflessioni ed esprimere affetti.



10. Quando si inizia il colloquio affettívo?



Può iniziarsi appena l’anima ha potuto accendere in se stessa la viva
convinzione di dover rispondere con l’amore all’amore di Dio per lei. Tutto dipende
quindi dalla facilità con cui un’anima si mette in questa necessaria disposizione.
Questa facilità poi si può acquistare con la pratica.



11. Che cosa si dice in questo colloquio?



L’anima, principalmente, esprime a Dio la sua volontà di amarlo e di dimostrargli
il suo amore; prendendo lo spunto da un mistero particolare, vi si riferirà
in mille maniere e il colloquio assumerà così le forme più varie.
Si noti che l’anima può esprimere il suo amore non solo alla santissima Trinità,
ma anche direttamente a Gesù; e può anche parlare affettuosamente con
i Santi.



12. In che modo si fa questo colloquio?



Si può fare nel modo più vario. Possiamo esprimere il nostro affetto
con parole pronunciate vocalmente; ma si può fare anche in un modo puramente
“interiore”, cioè con espressioni del cuore e della volontà.
Queste espressioni possono essere brevi e. succedersi con una certa frequenza, oppure
prolungarsi alquanto, non ripetendosi che a intervalli abbastanza lunghi; anzi l’anima
può anche contentarsi di fare amorosamente compagnia a Dio.



13. La conversazione deve essere continua?



Possiamo rispondere di si intendendo che l’anima debba rimanere in conversazione
col Signore, ma non nel senso che debba continuamente “parlare”. Anzi gli
autori carmelitani insegnano espressamente che, da parte dell’anima, questa conversazione
non deve essere troppo verbosa o agitata, ma piuttosto pacifica e spesse volte interrotta,
quasi a permettere all’anima di ascoltare la risposta di Dio.



14. Iddio parla in questo colloquio?



Se noi fossimo soli a parlare, il nostro non sarebbe un “colloquio”;
d’altronde santa Teresa ha insegnato che Iddio parla all’anima quando essa Lo prega
di cuore. Non si deve credere però che Dio faccia sentire la sua voce in modo
materiale. Egli risponde all’anima mandandole grazie di luce e di amore, con citi
l’anima intende meglio le vie di Dio e si sente maggiormente accesa ad entrarvi con
generosità. L’ascoltare dell’anima consiste quindi nell’accettare queste grazie
e nel fermarvisi cercando di approfittarne.



15. Perché questo colloquio viene chiamato “contemplazione”?



Perché nel momento in cui parla con Dio e Lo sta ascoltando, l’anima non
continua a ragionare come faceva durante la meditazione, ma si accontenta di attendere
in modo generale al mistero che, con la meditazione, è arrivata a intendere
meglio, oppure guarda semplicemente Gesù o il Padre celeste con cui parla.
In questo semplice sguardo si verifica la nozione tradizionale della “contemplazione”
(semplice sguardo che penetra nella verità). E siccome nel colloquio Iddio
suole comunicare all’anima la sua luce, anche sotto questo aspetto si verifica in
esso in qualche modo ciò che in un senso più pieno è proprio
della vera contemplazione, cioè un’infusione di luce celeste.



16. Quanto può prolungarsi questo colloquio?



Non vi sono limiti; può occupare anche interamente il tempo dell’orazione.
Anzi, la semplificazione dell’orazione consiste proprio nel farsi più rare
le riflessioni per dare maggior posto agli affetti e nel prendere anche questi a
poco a poco una forma più quieta, con atti prolungati. Agli inizi, però.
non è facile per l’anima fermarsi tanto tempo nella sola espressione del suo
amore; perciò allora può ricorrere agli ultimi atti dell’orazione,
ossia al ringraziamento, all’offerta e alla domanda.



17. Perché ringraziare Dio?



Molti motivi spingono l’anima ad esprimere la sua gratitudine al Signore. Da
Lui abbiamo ricevuto tanto, anche personalmente, sia nell’ordine naturale che in
quello soprannaturale! L’essere nati da genitori cattolici e subito battezzati, l’essere
stati educati nella vera religione e specialmente l’aver ricevuto la vocazione allo
stato religioso, sono benefici gratuiti del Signore, per i quali non potremo mai
ringraziarlo abbastanza. Ma poi, di quante grazie il Signore ci circonda continuamente!
Anche lo stesso esercizio di orazione che stiamo compiendo è un suo invito
a penetrare maggiormente nella nostra vocazione. Di tutto dobbiamo mostrarci riconoscenti.
Aggiungete a ciò tutta la bontà del Signore verso le persone per le
quali dimostriamo interesse: i nostri cari, i nostri benefattori, le persone affidate
alle nostre cure! Possiamo infine ringraziare non solo il Signore, ma anche Maria
Santissima e i Santi per la loro intercessione in nostro favore.



18. Che cosa possiamo “offrire a Dio”?



Avendo ricevuto tutto dal Signore, è lodevole da parte nostra offrirci
interamente a Lui, protestando di voler impiegare tutte le nostre forze al suo servizio.
Essendo poi la nostra santa professione una consacrazione di tutta la nostra vita
a Dio, potremo anche opportunamente rinnovarla. Non bisogna tuttavia contentarci
di queste offerte generali che, per la loro indeterminatezza, non esercitano sempre
un grande influsso sul nostro modo di agire. E’ bene perciò scendere a qualche
proposito particolare e offrire al Signore la nostra volontà di praticare
una virtù determinata, di lottare generosamente contro una tentazione, di
accettare di cuore una prova o una sofferenza. Con questi propositi particolari mettiamo
l’orazione in maggiore contatto con la nostra vita quotidiana. Perciò è
consigliabile per tutti terminare l’orazione con un proposito pratico, anche se l’anima
non fa la così detta “offerta”.



19. Per chi bisogna pregare?



La nostra grande indigenza ci spinge a ricorrere continuamente alla preghiera.
Gesù, avendo insegnato che “senza di Lui non possiamo far nulla”,
ha aggiunto: “Domandate e riceverete, bussate e vi apriranno”. Il nostro
progresso spirituale dipende quindi moltissimo dalla preghiera che perciò
faremo con insistenza e fiducia. Dobbiamo inoltre pregare anche per gli altri, per
le loro necessità temporali e spirituali, specialmente per la loro salvezza
e santità. Ci interesseremo non solo delle singole anime, ma anche della società
cristiana, degli Ordini religiosi, della nostra famiglia spirituale, della santa
Chiesa. Sapendo però che le anime care al Signore sono più potenti
sul suo Cuore, desiderosi di ottenere molto da Lui, cercheremo di renderci a Lui
grati con una vita distaccata dal mondo e diretta unicamente a cercare la sua intimità.
In questo modo l’anima realizzerà l’ideale proposto da santa Teresa alle sue
figlie: divenire amiche intime del Signore, che si servono di questa amicizia per
far scendere sul mondo le grazie divine.





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