Vita della Beata Imelda Lambertini, cap. III

Miscellanea

P. TIMOTEO
CENTI O. P.

LA BEATA IMELDA LAMBERTINI

VERGINE DOMENICANA

CON STUDIO CRITICO E DOCUMENTI INEDITI









III

VITA DOMENICANA

Ed eccoci così giunti
a dover trattare una famosa controversia; controversia che, a dire il vero, noi avremmo
volentieri accantonata, se non temessimo che queste poche pagine, scritte più
per soddisfare la pietà che l’erudizione storica, possano capitare in mano
di qualche intelletto critico, già da tempo all’erta per aver letto o sentito
parlare di una Imelda “agostiniana”.

Il problema nacque nel secolo decimosettimo, e fu agitato da chi non riflettè
abbastanza che i Domenicani e le Domenicane seguono la Regola di S. Agostino e quindi
nelle Bolle Pontificie e in altri atti ufficiali son denominati come frati e suore
dell’Ordine di S. Agostino: “Ordinis S. Augustini” (1).

Ma è storicamente certo che le Monache di Valdipietra, venute per ultime dal
Monastero di Ronzano portandosi dietro tutti i documenti d’archivio, erano domenicane.
Stanno a provarlo diversi argomenti che noi sommariamente registriamo, rimandando
coloro che ne volessero sapere di più agli studi già fatti da competenti,
come il P. Tommaso Alfonsi O. P. ed il P. Massimiliano Canal O. P., ardenti e devoti
studiosi del problema imeldino, oggi ambedue defunti (2).

Primo argomento, già da solo, decisivo, ci vien fornito dagli antichissimi
libri corali delle Suore di Valdipietra, tuttora esistenti nel Museo Civico di Bologna.
I detti corali miniati, della fine del ‘200, sono domenicani, perciò le Suore
che usavano la liturgia domenicana non possono essere agostiniane.

In parecchi documenti antichi – come già notava lo storico bolognese Giovambattista
Melloni – il Monastero di S. Maria Maddalena di Valdipietra è detto semplicemente
di S. Maria. Ora da un documento dell’Archivio Vaticano, datato il 29 Ottobre 1285,
risulta che le Suore di S. Maria vivevano sotto la Regola di S. Agostino, ma “secundum
Instituta fratrum praedicatorum”: seguivano, in altri termini, le Costituzioni
domenicane (3).

Una pagina di storia dello stesso Monastero, che non è tra le più gloriose,
ma per noi non meno interessante, ci permette di constatare che nel 1375 le Suore
di Valdipietra erano domenicane, altrimenti non avrebbero potuto eleggersi come di
fatto fecero, una Priora Domenicana di un altro Monastero.

“Succedettero in tal tempo varie turbolenze che inquietarono notabilmente l’Italia
tutta, e specialmente l’afflitta città di Bologna… Nello stato di tali cose…
essendo venuto a notizia di Bernardo Vescovo di Bologna trovarsi il Monastero delle
Suore di S. Maria Maddalena di Valdipietra senza priora e in poco numero di Suore”
ordinò che si eleggessero una Priora perpetua.

Le Suore si adunarono a capitolo e stimarono procedere all’elezione per compromesso,
coll’affidare a Don Ugolino, Rettore di S. Maria fuori Porta Ravegnana, l’incarico
di scegliere quella che più gli talentasse.

Don Ugolino pensò alla Rev.da Madre Caterina Gessi, professa del Monastero
allora domenicano di S. Caterina di Quarto; la quale, dopo aver chiesto tempo a deliberare,
per non dare a credere che lei andasse come a nozze a far la priora, accettò.
E fu accolta con grande gioia dalle poche monache rimaste a Valdipietra, tra cui
ne troviamo ancora qualcuna che fu compagna della Beata Imelda. Ciò si deduce
dai nomi delle elettrici, registrati nei geroglifici del notaio Albiroli, che avemmo
la consolazione dì scovare nell’Archivio Notarile di Bologna.

Ma se la soddisfazione fu nostra, il merito spetta a Don Ugolino, che seppe fare
le cose in piena regola, ed anche a quella brava Suora la quale, scrivendo la “Narrazione
sostanziosa e ristretta del principio, fondazione, et origine del Venerabile Monastero
di S. Giovanni Battista di Bologna
“, spinse la diligenza fino al punto da
citare l’anno, il mese, il giorno della registrazione dell’atto, senza trascurare
il nome del notaro: cose tutte che neanche i moderni scrittori sono sempre soliti
fare (4).

Dal momento che siamo in tema di archivi, è infine da notare che in molti
atti notarili del 1444 le Suore di Valdipietra sono chiamate espressamente “Ordinis
Sancti Dominici” dell’ordine di S. Domenico. Perciò la loro domanda del
1505, di esser poste sotto il governo dei Frati Predicatori, non va interpretata
come erroneamente fu fatto, nel senso che solo allora esse entrassero a far parte
dell’Ordine, ma che, liberate dalla giurisdizione dei Vescovi di Bologna, fossero
dirette e governate dai Superiori Domenicani.

Imelda Lambertini appartenne dunque ad un Monastero di Suore Domenicane, è
una genuina figlia di S. Domenico, una vera novizia domenicana, come meglio vedremo
nel corso della trattazione.

Ringraziando la critica, che talvolta spinge la verità a venire meglio a galla,
torniamo al Monastero, ormai indubbiamente domenicano, di Valdipietra, per una visita
che potremmo chiamare canonica, in quanto essa non può pretendere di mutare
lo stato delle cose, ma solo di scoprire il bene e il male.

Sembra che al tempo della B. Imelda, vale a dire ai primi del ‘300 e per molti anni
dopo, ma non troppi perchè il fervore, come ogni bel gioco, dura sempre poco;
sembra, dico, che il Monastero di Vaidipietra camminasse su di una buona strada.

Una cronista di quella comunità, agli inizi dei secolo decimosesto, richiamando
alla memoria quanto aveva udito da le venerabili Madri Maestre vecchie e decrepite
nel tempo della sua adolescenzza, salvo qualche errore di ortografia, che noi siam
costretti a mutare per non essere fastidiosi ai delicati lettori, così si
esprime:

“Mi dicevano che già questo Monasterio era dotato di donne devote, sante,
savie, spirituali, virtuose, nobili, date tutte allo spirito, a le assidue orazioni,
vigilie, digiuni e penitenzie; e che de’ beni temporali e stabili abbondavano. Ed
erano tanto accomodate che non gli occorreva fare cerca, nè mendicare”
(5).

Anche se non va preso tutto come oro colato, perchè alla fin fine è
sempre una monaca anziana che dice bene di anziane, per averlo sentito da altre anziane,
possiamo ammettere che, nella magnifica lode dei bei tempi,andati, qualcosa di vero
c’è.

Sta a confermarlo il fervore con cui nel 1333 le Suore accolsero il B. Venturìno
da Bergamo (Ü 1346), celebre predicatore domenicano che fu detto, non senza ragione,
il Savonarola del secolo XIV, il quale ebbe una vera predilezione per le Religiose
di Valdipietra.

Nella Legenda del Beato, scritta da un suo contemporaneo, si racconta che Suor Lippa,
o Filippa, sofferente da molti mesi di atroci dolori al fianco, confessatasi da lui,
ebbe per penitenza di fare un certo numero di venie. La Suora gli obbiettò
che le era impossibile eseguire quelle ed altre inclinazioni del genere; ma Venturino
replicò: “Va bene. Ne farai solo la metà, ed io pregherò
per te”. Obbedendo, la religiosa ottenne la cessazione immediata dei dolori.
Dopo la morte del Beato, un’altra Suora di Valdipietra sperimentò la sua intercessione.
Suor Marta, della nobile famiglia Mattuiani, assalita da febbre e raccomandatasi
al Beato Venturino, se lo vide apparire in sogno in atto di benedirla con l’aspersorio,
e fu liberata dalla febbre (6).

La presenza del Beato dovette contribuire a intensificare nel Monastero il fervore
verso Gesù Sacramentato. Infatti il B. Venturino può considerarsi un
santo eucaristico sia per l’assiduità e il fervore con cui celebrava, come
per i frequenti prodigi occorsi durante il Divin Sacrificio. Il suo biografo ha potuto
scrivere un intero capitolo su questo argomento. Siccome la natura non procede per
salti – e la grazia imita la natura anche nella maturazione lenta e regolata di ogni
genere di santità – si può credere che i fenomeni eccezionali constatati
da molte Suore mentre Venturino celebrava e il fervore eucaristico certamente suscitato
nelle religiose siano state le provvidenziali premesse di ciò che avvenne,
nello stesso Monastero, il 12 Maggio 1333, alla novizia undicenne Suor Imelda.

Si racconta che mentre il Beato celebrava all’altare esterno della Chiesa di S. Maria
Maddalena, una Suora, di cui si tace il nome, intenta a guardarlo con le altre alla
Elevazione, vide il suo volto circonfuso di tali splendori, da rimanerne come inebetita,
quasi avesse tentato di fissare il sole. Chinato il volto e stropicciatasi gli occhi,
udì una voce che le disse: “Così splendeva la faccia di Mosè
quando Dio parlò a lui faccia a faccia “.

Lo stesso fu visto elevato da terra, mentre le religiose cantavano il Sanctus e il
Benedictus in una festa di Tutto Doppio (7). Si può immaginare come queste
meraviglie dovessero incidersi profondamente nell’animo e nella memoria della piccola
Suor Imelda e delle sue consorelle.

Fortuna volle che di esse ci fosse tramandato il nome, non già nel libro antichissimo
delle Vestizioni e Professioni, perito purtroppo in un incendio verso il 1450 (8),
ma in molti atti notarili, ricercati con pazienza da certosino e intelletto di domenicano
dal P. Tommaso Alfonsi.

Ma non deve far meraviglia se in codesti elenchi manchi il nome di Imelda, la quale
essendo novizia, non aveva voce nel Capitolo della Comunità.

Il 15 Marzo 1332, si radunarono in Capitolo, chiamate dal suono della campanella,
come di consueto, le seguenti Suore:

Suor Beatrice Accarigi Priora, Suor jacopa De Tomariis Aurivieri, Suor Sibillina,
Suor Bartolomea, Suor Senisia, Suor Ostia, Suor Ghexia, Suor Marta, Suor Lippa, Suor
Angelina, Suor Misina, Suor Pellegrina, Suor Jacopa di Castello Maestra delle Novizie,
Suor Luca, Suor Agnese, Suor Mamma, Suor Caterina, Suor Mandina, Suor Agnesina. Le
predette religiose ordinarono e costituirono il Sig. Filippo Foscarari, Dottore in
legge, e Bartolommeo Bolognetti sindici e procuratori in un certo loro affare col
Sig. Passipomero de’ Passipomeri (9). All’atto era presente il Cappellano delle Suore
Fra Aldovrando, il quale – con ogni probabilità – fu poi quello che dovette
amministrare a Suor Imelda l’Ostia venuta dal Cielo.

A questi nominativi, relativi alle componenti la comunità di Valdipietra nel
1333, possiamo aggiungere col P. Alfonsi i nomi di altre Suore ricavati da atti capitolari
o testamenti di quel tempo: Suor Nicola del Bosco, Suor Colomba, Suor Maria, Suor
Bartolomea Guastavillani e Suor Marina.

Furon queste le fortunate consorelle che si radunarono a Capitolo per l’accettazione
della “domicella Lambertini” e davanti alle quali ella chiese “la
misericordia di Dio e quella dell’Ordine” (10).

La sua umile domanda fu esaudita in un giorno imprecisato, per il deprecato incendio
del Libro delle Matricole; e la gioia di Suor Imelda si diffuse tra le consorelle,
che annoveravano ormai nella loro fiorente Comunità anche la figlia del nobile
Cavaliere Egano “pieno di umanità”.

Rivestita dell’abito bianco, senza il velo delle professe, la piccola Suora fu affidata
alla Maestra delle Novizie perchè ne ricevesse l’istruzione religiosa, secondo
le sobrie ma sapienti norme delle Costituzioni Domenicane.

NOTE

(1) Vedi la solida trattazione,
a proposito di S. Agnese di Montepulciano (Ü 1317), del P. A. ZUCCHI O. P. in MEMORIE
DOMENICANE 1945, Gli Ospizi Domenicani in Toscana, pag. 12 e 55.

(2) P. T. ALFONSI, Opinioni errate riguardo alla B. Imelda Lambertini; in MEM. DOMENICANE,
1936, fasc. 5; MAXIMILIANO CANAL O. P., Poniendo fin a una polemica, La Beata
Imelda religiosa dominica
, estratto da «El Santissimo Rosario», Madrid
1927.

(3) Roma, Arch. Vaticano, Regesti di Onorio IV n. 43, f. 49 (29 Ottobre 1285). Il
documento fu fornito al P. T. Alfonsi dal P. Innocenzo Taurisano.

(4) Bologna, Biblioteca Comunale, Ms. Gozz. 252, f. 77. Gli Atti del Notaio Albiroli
sono all’Archivio Notarile di Bologna, Cassa N. 14/3, f. 69 ss.

(5) «Libro dove sono nottate (sic) l’ellezioni e conferme delle RR. MM. Priore
di questo Monastero di S. Maria Maddalena dall’anno 1481 per tutto l’anno…».
Bologna, Bibl. Com., B/994, f. I.

(6) La Legenda del B. Venturino è stata pubblicata dal CLEMENTI C., Il B.
Venturino da Bergamo O. P. (1304-1346), Roma 1904. Vedi ivi il passo citato 11, 222-3,
59.

Il critico tedesco B. Altaner è rimasto sorpreso di non trovare menzionata
la B. Imelda nella Legenda del B. Venturino, che pure, proprio in quel tempo frequentava
il Monastero. E conclude, nientemeno, che ciò non depone in favore della autenticità
del miracolo eucaristico.

Si vorrebbe qui dare un valore probativo ad un argomento debolissimo a silentio.
Bisognerebbe, per lo meno, essere certi che il B. Venturino fosse stato parte in
causa o comunque presente all’avvenimento. Nella Legenda di Venturino sono menzionate
soltanto quelle suore che ebbero relazione col medesimo.

Notiamo infine che la documentazione imeldina conosciuta dall’Altaner non è
della migliore lega. Egli ignora il Melloni e tutte le memorie antiche della Beata,
per ricordare gli Acta Sanctorum, quasi che i Bollandisti rappresentino il
massimo conato di ricerche.

(7) Legenda del B. Venturino, ed. cit., 17-18. È una espressione propria della
liturgia domenicana, come nota il P. Alfonsi.

(8) «Nota come essendo per disgracia acceso il foco nella Botega di Messer
Santo del Gilio, brusorno alcuni libri di ragioni de noi suor de santa M. Maddalena
di Valde preda fuori di Saragozza… fra quali vi era il libro delle Matricole ove
si scrive et fa memoria e nota del anno et mese et dì che, son state ricevute
al habito clericale, e chi de le converse et come finito l’anno di sua probazione
hanno fatto la loro professione… Onde essendo, per disgracia mancato quello, si
darà principio a questo altro a laude del Signore.

De l’anno 1485 li 8 de Magio Lucretia… fu ricevuta all’abito etc.». Bologna,
Bibl. Com. in alcuni fogli staccati del Cod. D/994.

Santi del Giglio era il fattore del Monastero.

(9) Bologna, Arch. di Stato, Memoriale di Folco di Terzolino di Beccadelli, f. 25.

(10) Prima della vestizione, il Superiore chiede al postulante: «Quid petis?»
Ed egli risponde: «Misericordiam Dei et vestram».








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