Si spiega meglio cos’è la purezza d’intenzione

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE
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CAPO XI. Si dichiara meglio la rettitudine e purità d’intenzione che ha da essere nelle opere nostre.

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1. Nei ministeri non mirare al successo, ma alla volontà di Dio.

2. Così fanno gli Angeli Custodi riguardo a noi.
3. Dio premia, non secondo il frutto, ma secondo la perfezione dell’azione.

4. I due e cinque talenti.

5. Applicazione.

6. La dottrina è convalidata.

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   1. Si suole dare un avvertimento molto buono a quei che trattano coi prossimi, intorno a quello a cui hanno a mirare nelle opere e nei ministeri loro; con che altresì si dichiara assai bene quanto pura ha da essere la nostra intenzione nelle opere, e quanto schiettamente e semplicemente abbiamo da cercar Dio in esse. Ed è dottrina questa dei gloriosi Padri e Dottori della Chiesa Girolamo, Gregorio e Crisostomo, come vedremo. Ci dicono essi: Quando metti mano a qualche opera, affine che da essa ne provenga un qualche generale o particolare profitto dei prossimi, mm guardare principalmente al frutto e al buon successo dell’opera stessa, ma a fare in essa la volontà di Dio. Di maniera che, quando udiamo confessioni, quando predichiamo, quando insegniamo non abbiamo principalmente da guardare se si convertono, se si emendano e se fanno profitto le persone colle quali trattiamo, o quelle che confessiamo, o a cui predichiamo; ma a far in quell’opera la volontà di Dio, e farla quanto meglio possiamo, facendo quanto è dal canto nostro per piacere a Dio. Il successo poi della tal opera, cioè che l’altro realmente si èmendi e cavi frutto dall’opera nostra, non dipende questo da noi, ma da Dio. «Io ho piantato, Apollo ha innaffiato, ma Dio è quegli che ha dato il crescere» (I Cor. 3, 6). Il piantare e l’innaffiare, dice l’Apostolo, è quello che possiamo fare noi altri, come appunto fa l’ortolano; ma il crescere delle piante, il produrre gli alberi frutto, non è cosa che faccia l’ortolano, ma la fa Dio. Il frutto delle anime, che escano dal peccato, che si convertano e crescano in virtù e perfezione, questo sta in mano di Dio. Il valore e la perfezione dell’opera nostra non dipendono da questo.

   Ora questa purità d’intenzione abbiamo noi da procurare che sia nelle opere nostre; e a questo modo la nostra intenzione sarà molto pura e noi godremo gran pace; poiché chi si porta in questa maniera non si turba nelle opere sue quando per qualche via gli viene impedito e reso impossibile il successo che si proponeva dell’opera buona: perché egli non metteva in questo il suo fine e il suo gusto, ma nel fare in essa la volontà di Dio, e nel farla quanto meglio poteva per piacere a Dio. Ma se tu quando predichi, odi le confessioni, o tratti negozi stai coll’animo molto attaccato all’esito e al fruttò di codesta tua opera buona, e metti in questo il tuo principale fine, allora, se per qualche via ti verrà impedito l’effetto del tuo desiderio; ti turberai e verrai così a perdere alcune volte, non solo la pace del cuore, ma anche la pazienza, e forse passerai più oltre.

   2. Il nostro santo Padre Ignazio (RIBAD. lib. 5, c. 11) dichiarava questa cosa con un esempio, o similitudine molto buona. Sapete voi, diceva, come abbiamo da portarci noi nei ministeri nostri coi prossimi? Nel modo con cui si portano gli Angeli Custodi con quelli che dalla mano di Dio ricevono sotto la loro cura e direzione. Essi, quanto dal canto loro mai possono, li avvisano, li avvertono, li difendono, li reggono, li illuminano, li muovono, li aiutano al bene; ma se essi usano male della loro libertà e diventano ribelli e ostinati, non si angosciano per questo né si attristano, non ne ricevono fastidio né dolore, né perdono un punto della beatitudine che hanno, godendo Dio. Anzi dicono quelle parole registrate in Geremia: «Abbiamo atteso a curare Babilonia, e non si è lasciata risanare; abbandoniamola» (Ier. 51. 9). Nello stesso modo abbiamo noi altri da usar tutti i mezzi possibili per cavar dal peccato i nostri prossimi e per farli profittare; ed indi, quando avremo fatto con diligenza il debito nostro, ce ne abbiamo da restare con molta pace della nostra anima, e non perderci d’animo per restarsene l’infermo con la sua infermità, senza voler esser risanato.

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   3. Quando i discepoli ritornarono da predicare molto contenti, perché avevano fatte cose miracolose e scacciati i demoni, Cristo nostro Redentore rispose loro: «Non vi rallegrate di questo, ma rallegratevi perché i nomi vostri stanno scritti nel cielo» (Luc 10, 20). Non ha da dipendere l’allegrezza vostra da questi successi, ancorché siano sì buoni; ma guardate voi se fate opere, per le quali meritiate che il vostro nome si scriva nel regno dei cieli: guardate se nel vostro ufficio fate quello che dovete; e in questo avete da fondare l’allegrezza e contentezza vostra. Ché codesti successi, conversioni e miracoli magari non vanno a conto vostro; e il premio e la gloria che vi si ha da dare non ha da essere relativamente a questo, ma relativamente alla qualità e maniera della vostra fatica, convertansi gli uomini e profittino, o non lo facciano.
   E questo si vedrà chiaramente dal contrario. Se si facesse gran frutto e si convertisse tutto il mondo colle vostre prediche e coi vostri ministeri, e voi non camminaste come dovete, a che tutto questo vi gioverebbe? Come leggiamo nel Vangelo, che disse Cristo nostro Redentore (Matth. 16, 26). Or nello stesso modo, se farete quello che dovete, ancorché nessuno si converta, non sarà perciò minore il vostro premio. Avrebbe poco da star contento certamente l’Apostolo San Giacomo, se il suo premio fosse dipeso da questo e se in questo avesse egli avuto da fondare la contentezza sua, dicendosi che non convertì se non sette o nove persone in tutta la Spagna; eppure non meritò meno per questo, né piacque meno a Dio che gli altri Apostoli.

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   4. Di più abbiamo in questo un’altra gran consolazione, che viene in conseguenza da quel che si è detto; ed è che non solo non ci domanderà conto Dio se si è fatto molto frutto, o no; ma né anche ci domanderà conto se abbiamo fatta la predica molto eloquente e la lezione molto dotta. Non ci comanda Dio tal cosa, né consiste in questo il nostro merito; ma quello che Dio mi comanda e vuole da me è che io faccia quel che so e quanto è dal canto mio, secondo il talento che ho ricevuto; se poco, poco; se molto, molto; e con ciò resta egli molto soddisfatto. «A chi è stato dato assai, sarà domandato assai» (Luc. 12; 48); e a chi poco, poco.
    Dichiara molto bene questa Cosa S. Giovanni Crisostomo commentando quella parabola dei talenti. Domanda egli: qual è la ragione per cui il servo che guadagnò due talenti, ricevé lo stesso premio che ricevé quegli che ne guadagnò cinque? Quando il padrone cominciò a dimandar conto dei talenti che aveva distribuiti ai suoi servi, dice il sacro Vangelo che si fece innanzi quegli che ne aveva ricevuti cinque, e disse: Padrone, tu mi desti cinque talenti; ecco che io ne ho guadagnati ed accresciuti altri cinque. A cui il padrone disse: «Bene sta, servo buono e fedele, perché nel poco sei stato fedele, ti farò padrone del molto; entra nel gaudio del tuo Signore» (Matth. 25. 21). Si fece poi innanzi quegli che aveva ricevuto due talenti, e disse: Padrone, tu mi consegnasti due talenti: ecco che ne ho guadagnati ed accresciuti altri due. A cui il padrone rispose colle medesime parole, promettendo gli lo stesso premio promesso a quello che aveva guadagnati i cinque talenti. Qual è la ragione di questo? Risponde il Santo: Con gran ragione; perché l’aumentar uno cinque talenti, l’altro due soli, non fu perché l’uno fosse stato più diligente e l’altro meno; ma perché ad uno furono dati cinque talenti, coi quali potesse raddoppiarne ed accrescerne altri cinque; e all’altro non ne furono dati più di due: ma tanta diligenza usò questi, quanto quegli: e tanta fatica pose l’uno in far quel che poté dal canto suo con quello che ricevette, quanto l’altro; e così poté meritare e ricevere il medesimo onore e premio (S. Io. CHRYS. in Gen. hom. 41, n. 1).

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   5. Questa dottrina, così nettamente insegnata dal Santo, è molto utile e di gran consolazione, perché si può applicare a tutte le cose e a tutti gli uffici e ministeri. Se uno si affatica e usa tanta diligenza, quanto un altro in quello che se gli commette, può meritar tanto quanto l’altro, ancorché non faccia tanto. Pongo per esempio: se io mi affatico tanto in predicare sgraziatamente, quanto tu in predicar bene; può essere che io meriti tanto quanto tu, e anche d’avvantaggio. Lo stesso è negli studi: ancorché quegli sia uno studente debole, e tu buono; ed egli impari poco, e tu assai; può essere che colui meriti più nel poco che impara, che tu nel molto. Ed il medesimo è in tutti gli altri uffici, purché, ben inteso, ciò non dipenda da trascuraggine e colpa. Ancorché io non faccia il tale o tale ufficio con quella squisitezza con cui lo fai tu, e le mie forze e il mio talento non arrivino a tanto; potrà darsi che io meriti più nel poco che fo, che tu nel molto che fai. E aiuterà grandemente questa considerazione a fare che né gli uni si insuperbiscano, né gli altri si avviliscano e si perdano d’animo.

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   6. Questa è anche dottrina di S. Gerolamo sopra la medesima parabola. Con uguale ilarità ed onore, dice il Santo, accolse il padrone quello che portò quattro talenti, e quello che ne portò dieci; perché Dio non guarda tanto alla quantità del guadagno, quanto alla volontà, alla diligenza e alla carità, con cui si fa l’opera (S. HIER. in Matth. 25, 14). «Le offerte fatte a Dio, piacciono a Lui, non per il pregio che in sé hanno, ma per l’amore con cui si fanno», dice Salviano (SALV. Adv. avar. l. 1, n. 10) che è lo stesso che dice S. Gregorio (S. GREG. Hom. 5, n. 2): «più riguarda Dio il cuore, che il dono». E così può uno piacer più a Dio con minori opere, che un altro con più, se le fa con maggior amore.
    Nel che risplende molto la grandezza di Dio, ché nessun servizio, per grande che sia, è grande nel suo cospetto, se non è grande l’amore con cui se gli offre. Poiché qual necessità può avere dei nostri beni chi non può crescere in ricchezze né in altro bene? «Che se opererai giustamente, che donerai a lui, o che riceverà egli dalla tua mano?» domanda Giobbe (Iob, 35, 7). Quello che egli vuole e stima è l’essere amato, e che noi altri facciamo quello che possiamo dal canto nostro. E lo vediamo apertamente e tocchiamo con mano in quelle due piccole monetelle che offrì quella vedova del Vangelo (Marc. 12, 43-44; Luc. 21, 3-4). Stava Cristo nostro Redentore sedendo presso al Gazofilacio (che così era chiamata quella cassetta posta nell’atrio del tempio, nella quale la gente metteva le sue elemosine) e venivano quei Farisei e quei ricconi, alcuni dei quali vi dovevano mettere monete d’argento, e altri forse qualche moneta d’oro. Una povera vedova vi pose due monetelle piccoline, e subito Cristo, rivolto ai suoi discepoli, disse loro: «In verità vi dico che. questa povera vedova ha dato più di tutti, poiché tutti hanno dato di quel che loro sopravanzava; ma costei del suo necessario ha messo tutto quel che aveva, tutto , il suo sostentamento» (Marc. c. 12, 43-44). Ora, dice S. Giovanni Crisostomo (S. IO. CHRYS. In ep. 1 ad. Cor. hom. 3, n. 5), nello stesso modo si comporta Dio con quelli che predicano, che studiano, che s’affaticano e fanno altri ministeri ed uffici per suo servizio; non guarda tanto a quello che fanno, quanto alla volontà, all’amore e alla diligenza con cui lo fanno.