«Sentimentali» e «innovatori»

Oblatio munda


LA
TUNICA STRACCIATA

di Tito Casini




















«L’esperienza ha mostrato come il ripiegamento

sull’unica categoria del “comprensibile a tutti”

non ha reso le liturgie davvero più comprensibili,

più aperte, ma solo più povere.»




(Card. Joseph Ratzinger, nel cap. IX del volume Rapporto sulla fede,
1985, edizioni San Paolo)


NB:
L’interlocutore di questo testo è il Card. Giacomo Lercaro (n.d.r.)


«Sentimentali»
e «innovatori»


Quel
latino doveva darvi noia davvero e sa Dio da quanto (la vostra nota cultura esclude
che sia dal tempo, ossia a causa, dei latinucci, come avrebbe potuto essere per me)
se, non contento di sentire e di agire, vi siete pur lasciato sfuggire, contro la
Chiesa, al riguardo della sua lingua, parole che una maggior riflessione, un maggior
rispetto avrebbe lasciato ai suoi nemici, massoni, marxisti e protestanti, anche
se in clima di «dialogo» (il quale non è, da parte dei vostri,
che un monologo penitenziale, che un Confiteor-peccavi-mea culpa-miserere,
recitato in cinere et cilicio ai loro piedi, con profferte di riparazione
e di amore che finiscono come ogni eccesso per nausear quelli stessi e allontanarli
vieppiù da noi). Dire, infatti, come voi fate (e non una volta!) nella vostra
conferenza, che il latino è «un diaframma… tra il sacerdote che presiede
l’assemblea e l’assemblea stessa», parlate addirittura di «caste»,
di «caste» in chiesa, a cui la vostra Riforma avrebbe ovviato per l’appunto
«togliendo ogni diaframma che poteva costituire una casta dotta, separata
da una casta illetterata che parlava il volgare, mentre quest’altra casta
parlava una lingua non volgare», è un plagiare il loro linguaggio (non
dico il loro pensiero), è un rappresentare la Chiesa (fino a qui, fino a voi)
come la nemica dei poveri, l’amica dei signori: è un dire, nel migliore dei
casi, ch’essa aveva, fin qui, fino a voi, sbagliato, che non aveva capito un’acca,
non aveva, quindi, fatto nulla per portare col culto le anime a Dio; e sì
che ne ha avute, la Chiesa, anche prima di voi, delle persone intelligenti! e sì
che la Chiesa s’è dilatata, prima d’oggi, prima di voi, nel mondo! e sì
che ce n’è stati, in quindici secoli, dei santi, e che santi! servi dei poveri
fino alla totale spesa di sè e innamorati di Dio fino all’estasi, fino
al martirio: santi che, illetterati come un sant’Isidoro o letterati come un san
Tommaso d’Aquino, derivaron da quella Messa la sapienza e l’umiltà, la carità
e la pietà che li ha tutti e tanto innalzati!

Dio vi perdoni, Eminenza, la distrazione, non soccorrendovi, non scusandovi in questo
caso il «Quae ignorant» dell’apostolo, perchè voi siete colto,
voi non ignorate ciò che la Chiesa (senza chiamarsi «dei poveri»
che non ce n’era bisogno) ha fatto contro le «caste», a bene del popolo:
cose, appetto alle quali voi non siete – dico per i vostri amiconi «cattolici
progressisti» – che degl’infimi, vacui, verbosi demagoghi, in coda e al rimorchio
d’altri che in materia di demagogia son maestri e della vostra si servono per la
loro, non senza farvi gli sberleffi o peritarsi, ch’è peggio, d’invitarvi,
come quel tale Iliciov, a dar loro una mano per levar dal mondo la religione. Dio
vi perdoni, e vi perdoni, direi, anche il popolo, P«autentico popolo»,
come voi lo chiamate, che finora in chiesa non si sentiva affatto «casta»
(nessuno infatti vi aveva chiesto questa Riforma, e non è stato «democratico»
l’avergliela data, imposta, senza consultar, non che un laico, neppure un
parroco), non si sentiva per nulla discriminato dai dotti, dai «signori»,
dal sacerdote stesso all’altare, coi quali parlava insieme la stessa nobile lingua,
pari dunque a loro ma in alto, come ora in basso nella comunanza coatta di un «volgare»
così volgare, ignobile e oltre a tutto oscuro, che un dei vostri, il Balducci,
non ha esitato a chiamar «barbaro», e un altro, non meno vostro, il Fabbretti,
a dichiarare «di una bruttezza inammissibile, intollerabile in una preghiera»
e tale, quanto a chiarezza, da «esigere dal clero più volenteroso un’operazione
necessaria e purtroppo grottesca: la traduzione non dal latino bensi dall’ítaliano»
(ho sentito io una donna del popolo lamentarsi: «Con questa messa in italiano
ora non si capisce più nulla»): roba, si sarebbe detto una volta, da
Santo Uffizio, da considerare all’Indice, fra i libri «qui cultui divino detrabunt».

Quand’anche così non fosse, e sarebbe in ogni caso cosa meschina, piangevole,
stante l’intraducibilità di quei testi – mostruosamente infatti tradotti,
mai come qui eguale a traditi, per la legge della corruzione dell’ottimo -, capolavori,
in gran parte, di poesia e di canto, intelligibili e sublimi a qualunque orecchio
non guasto, resta che voi, voi sì, inibendogli il latino, qualunque incontro
col latino, lo avete umiliato, il popolo, e come! voi cattolici «progressisti»
in realtà regressisti. «Tu sei ignorante», gli avete detto,
«incurabilmente, irredimibilmente ignorante (per te non c’è scuola,
in questo, all’insegna del Non è mai troppo tardi), e da ignorante
noi ti trattiamo lasciandoti tale. Ma sta’ allegro: come te tratteremo tutti: sarete
tutti uguali nell’ignoranza», e questo è populismo del peggio, dico
l’imitazione, in campo religioso, del peggiore, del più arretrato, del più
goffo comunismo.






Testo tratto
da: Tito Casini, La tunica stracciata. Lettera di un cattolico sulla riforma liturgica,
con prefazione del Card. Antonio Bacci, Firenze 1969/2, pp. 37-40.