Segni per capire se si fan le cose solo per Dio

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE
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CAPO XII. Di alcuni contrassegni, dai quali si può conoscere se uno fa le cose puramente per Dio, oppure se cerca in esse se stesso.

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1. Se si gode che altri faccia del bene. Esempio del B. Giovanni d’Avila.
2. Se si gode dell’interno profitto altrui.

3. Se si è indifferenti a qualunque opera.

4. Se non si cercano lodi dai Superiori.

5. Esempio.

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1. S. Gregorio (S. GREG. Moral. l. 22, c. 22, n. 53; c. 23, n. 54) apporta un buon contrassegno per conoscere, se nei ministeri che uno esercita coi prossimi cerca puramente la gloria di Dio, oppure cerca se stesso. Considera, dice egli, se quando un altro predica molto bene e tira dietro a sé la gente e fa gran frutto nelle anime, tu te ne rallegri, come quando tu fai lo stesso. Perché se non te ne rallegri, anzi più tosto pare che ne abbi un certo dispiacere e una certa specie d’invidia, questo, dice S. Gregorio, è chiaro segno che tu non cerchi puramente la gloria di Dio. E apporta a questo proposito quello che dice l’Apostolo S. Giacomo: «Che se avete uno zelo amaro e delle dissensioni nei vostri cuori… non è questa una sapienza che discenda dall’alto; ma terrena, animalesca e diabolica» (Jacob, 3, 14-15). Cotesto non è zelo della gloria di Dio, ma zelo di voi stessi: e zelo di essere tu onorato e stimato come quell’altro. perché se tu desiderassi la gloria di Dio, e non la tua, ti rallegreresti che vi fossero molti di questi tali, e che quello che tu non puoi o non sai fare, lo facessero altri. Come dice la Scrittura di Mosè, che volendo Giosuè opporsi a certi che profetizzavano, esso gli disse come adirato: «Per qual motivo ti prendi tu gelosia per amor mio? Chi mi darà che profeti tutto il popolo, e che il Signore dia a lui il suo spirito?» (Num. 11, 20). Che zeli indiscreti sono codesti? Piacesse a Dio che tutti fossero profeti. Così ha da dire il servo di Dio: Piacesse a Dio che tutti fossero grandi predicatori, e che desse loro il Signore grande spirito, acciocché così si dilatasse maggiormente l’onore e la gloria sua e fosse conosciuto e santificato il suo santo Nome in tutto il mondo

Del B. Giovanni d’Avila abbiamo di ciò un buon esempio. Si dice di lui che quando seppe che Dio Nostro Signore aveva messa al mondo la Compagnia di Gesù per mezzo del nostro Santo Padre Ignazio, ed intese qual era n fine e l’istituto di essa, disse che questa appunto era la cosa, dietro alla quale egli era andato pensando per tanti anni, con tanto desiderio; ma che, non aveva saputo trovarci il verso. E che era accaduto a lui quello che suole accadere ad un fanciullo, che si trova alle falde d’un monte, e desidera e procura con ogni suo sforzo di portar alla cima di esso qualche cosa molto pesante, e non può, per le sue poche forze. Viene poi un gigante, e dato di mano a quel grave peso che il fanciullo non può portare, con molta facilità lo porta e posa ove vuole; considerando se stesso con questa comparazione, per sua umiltà; come fanciullo, e n nostro gran Padre Ignazio come gigante. Ma quel che fa al nostro proposito è questo, che egli ne rimase tanto contento ed allegro, quanto se per mezzo suo si fosse istituita la Compagnia: perché egli non desiderava in tal cosa se non la gloria di Dio e la salute delle anime.
Questi sono buoni e fedeli ministri di Dio, «i quali non cercano se stessi, ma Gesù Cristo», come dice San Paolo (Philip. 2, 21; 4, 17). Il vero servo di Dio ha da desiderare sì puramente l’onore e la gloria di Dio, e il frutto e la salute delle anime, che quando Dio vorrà che questo si faccia per mezzo. di un altro, egli ne resti tanto contento ed allegro, quanto se si facesse per mezzo suo. Onde è molto ben fatto quel che costumano alcuni servi di Dio molto zelanti del frutto e della conversione delle anime, che è chiedere a Dio e dire: Signore, convertasi colui, guadagnisi quell’anima a voi: facciasi del frutto e del bene, sia poi questo per quello qual si sia mezzo che a voi più piace, ché io non voglio si attribuisca a me cosa alcuna. Questo è camminare con verità e purità, desiderando, non l’onore e la riputazione nostra, ma n maggior onore e gloria di Dio.

   2. Lo stesso possiamo dire circa quel che tocca lo spirituale profitto nostro e dei nostri fratelli. Quegli n quale per vedere che il suo fratello cammina avanti, approfitta e cresce in virtù, e che egli resta addietro, si attrista e si accora, questo tale non cerca puramente la maggior gloria di Dio. Perché sebbene il vero servo di Dio ha da sentirsi sempre il cuore trafitto come da acuta punta di coltello, mentre vede che non serve tanto il Signore, quanto dovrebbe e potrebbe; non segue però da questo che se vede crescere un altro più di lui si debba attristare e accorarsene. Anzi il refrigerio e alleggerimento che ha da ricevere l’anima sua nella gran tristezza che sente, per non servire assai il Signore, ha da essere il vedere, che giacché egli per sua debolezza e fragilità non fa quello che deve, vi siano altri che eseguiscano quel che esso desidera, glorificando e servendo assai il Signore. E quella tristezza e quell’accoramento, che hanno in ciò alcuni, procede da amor proprio e da qualche superbia o invidia segreta; perché se una persona desidera davvero il maggior onore e la maggior gloria di Dio, e a questo fine desidera egli servirlo; è cosa chiara che le cagionerà grande allegrezza e gran gusto il vedere che gli altri crescano assai in virtù e in perfezione; ancorché per altra parte ella stia con dolore e confusione di non servirlo tanto.

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   3. Il secondo contrassegno è quando il religioso fa l’ufficio suo e le cose che gli sono comandate in tal maniera, che non si cura che gli comandino più questa che quell’altra cosa, né che lo mettano più tosto in un ufficio che in un altro; ma così contento se ne sta in questo come in quello. Questo è molto buon segno che fa le cose puramente per Dio; perché egli per questo ha quella equanimità e indifferenza in ogni cosa, perché non cerca se non di far la volontà di Dio e non si ferma nella parte materiale delle opere. Ma se non fa tanto volentieri la cosa umile e laboriosa, quanto la facile e onorevole, è segno che non la fa puramente per Dio, ma che cerca se stesso ed il gusto e la comodità propria. Onde dice molto bene il pio Tomaso da Kempis: «Se Iddio fosse l’unico scopo del nostro desiderio, non ci turberemmo sì facilmente per quelle cose nelle quali prova ripugnanza il nostro senso» (De Imit. Chr. 1. 1, c. 14, n. 1).

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   4. Il terzo contrassegno, da cui si conosce che una persona non fa le cose puramente per Dio, ma per fini umani, è quando vuole che il Superiore gradisca quello che fa e la sua molta fatica; dimostrandogli con parole che ha fatta la cosa bene; o almeno significando in qualche modo la soddisfazione che ne ha; e quando non v’è alcuna di queste cose, si disanima. Se tu avessi fatte le cose puramente per Dio, non avresti guardato a questo, né te ne saresti curato: anzi ti dovresti confondere e vergognare quando il Superiore ti fa alcuna di queste dimostrazioni; e persuaderti che lo fa per la tua imperfezione e debolezza; e lamentarti di te stesso, dicendo: Dunque ho io da essere uomo tanto fiacco, tanto miserabile e tanto tenero nella virtù, che abbia bisogno di essere confortato e animato con cose simili?

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   5. Nel Prato Spirituale (De vitis Patr. l. 3, n. 155) si racconta dell’abate Giovanni, il minore, Tebeo, e discepolo dell’abate Amone, che servì per dodici anni intieri uno dei Padri vecchi infermo. E sebbene quel Padre vedeva che egli durava sì grande e lunga fatica, giammai però non gli disse una parola dolce o amorevole, anzi lo trattava aspramente. Quando poi ebbe a partirsi da questa vita, l’andarono a visitare molti eremiti, e stando tutti intorno a lui, egli chiamò il suo paziente e umile discepolo e presolo per la mano gli disse tre volte: Restatene con Dio; restatene con Dio; restatene con Dio. E con questo lo raccomandò ai Padri e lo diede loro per figliuolo, dicendo: Questi non è un uomo, ma angelo; poiché in tutti questi dodici anni che mi ha servito nelle mie infermità non ha mai intesa da me una buona parola, e con tutto ciò mi ha servito sempre con molta buona volontà e diligenza.