S. Gemma riceve l’insigne dono
delle stigmate di Gesù Crocifisso

Miscellanea

centenario
delle stigmate di S. Gemma


1899 – 9 giugno
1999







Crocifisso


SOMMARIO










P.
GERMANO DI S.STANISLAO C.P.



S. Gemma Galgani, vergine lucchese




CAPITOLO
VIII.



La Serva di Dio riceve l’insigne dono delle stigmate di Gesù Crocifisso


(Giugno
1899)


Fin dalle
prime pagine della presente storia ha potuto ricavare il lettore che il gran pensiero
di Gemma, la passione del suo cuore fu sempre quella di assomigliarsi a Gesù.
E poiché il gran Figlio di Dio si presento al mondo sotto la forma del dolore,
ella non volle saper di altro: Iesum et hunc crucifixum. Gli stessi misteri
delle grandezze che la fede ci mostra nel Salvatore, pareva che poco la commovessero.
«Ah! il mio diletto, doveva dire con la sposa dei Cantici, è per me
un fascetto di mirra; non vo’ vedere altro in lui, dacché egli non ha voluto
altro prendere per se. Vada a contemplarlo sul Tabor chi vuole; io lo contemplerò
sul Calvario in compagnia della cara Mamma mia addolorata». Anche delle varie
immagini del Signore poco si mostrava desiderosa; ed infatti non volle mai averne
per sua devozione, tranne quelle che glielo rappresentavano crocifisso. «Mamma,
l’abbiamo udita dire da piccina alla sua buona genitrice, mi parli altro poco di
Gesù». E alle maestre durante gli esercizi per la prima sua Comunione
e a scuola, l’abbiamo udita chiedere spiegazioni sui misteri dolorosi di Gesù.
E a questa spiegazione abbiam veduta la santa fanciulla intenerirsi tanto, che per
timore di vederla svenire ed infermarsi, quelle buone religiose dovettero smettere
il pio esercizio. Questa smania venne sempre crescendo, finché non ebbe operato
una perfetta trasformazione della pia verginella in Gesù crocifisso.

Abbiamo pur veduto, come a rinfocolare in quella tenera anima tali sentimenti, le
si facesse talvolta vedere il Salvatore divino grondante sangue, e la stimolasse
con quelle sue piaghe aperte ad amare e a soffrire per lui; e poco innanzi nel capitolo
VI, come la grazia con somiglianti visioni e locuzioni la disponesse a cose grandi,
e la conducesse come per mano con singolarissima provvidenza, affin di renderla capace
di accoglierle in sé. Come poi fu uscita dalle Salesiane, un voce misteriosa
le intonava all’orecchio le seguenti parole: «Su via, fatti animo, dimentica
tutto, abbandonati a lui senza riserva. Amalo tanto Gesù, non opporre mai
nessun ostacolo ai suoi disegni, e vedrai in poco tempo quanta strada ti farà
fare, senza che tu mai te ne avveda. Non temere di niente; poiché il Cuor
di Gesù è il trono della misericordia, ove i miserabili sono i meglio
accolti». [Scritti vari, p. 290]. Altra volta che la Serva di Dio, trovandosi
dinanzi ad un’immagine del S. Cuore, esclama: «0 Gesù mio, vi vorrei
amare tanto tanto; ma non so fare», la solita voce le dice: «Vuoi sempre
amare Gesù? Non cessare mai un momento di soffrire per lui. La croce è
il trono dei veri amanti di Gesù; la croce è il patrimonio degli eletti
in questa vita» [l.c.].

Ma più chiaramente un giorno, tornata a casa dopo la santa Comunione, sente
dire dalla attesa voce: «Gemma, coraggio! Ti aspetto al Calvario: è
verso quel monte che sei diretta» [l.c., p. 287]. A questo nobile convegno
erano stati da Dio indirizzati e quelle contrarietà molteplici, e quegli atroci
dolori, e quel lungo ritiro di esercizi spirituali in monastero, e quella straordinaria
contrizione dei propri peccati, e quella confessione generale fatta con sì
copiose lacrime, di cui abbiamo dinanzi tenuto parola; e dirò ancora quell’ostinato
diniego delle monache, perché non entrasse in noviziato; tutte in una parola
quelle grazie straordinarie da Dio a Gemma concesse dal di della sua prodigiosa guarigione
fin ad oggi. E tu dunque levati ormai, fortunata vergine, Gesù stesso t’invita.
La grazia ha compiuto l’opera sua; l’anima tua è purificata abbastanza; e
l’ora si avvicina, che comprenderai appieno la tua vocazione. Lèvati, e ti
lascia trasformare nel tuo sposo crocifisso.

Era il di 8 giugno del 1899, vigilia della festa del S. Cuore. Dopo la Comunione,
il Signore fece sentire alla sua Serva che quella sera stessa le avrebbe fatto una
grazia segnalata; ed ella di repente corse ad avvertirne il confessore. Volle di
nuovo da lui l’assoluzione dei peccati, e con la mente piena di grandi pensieri,
e col cuore riboccante di insolita gioia e pace, si ritirò in casa. Ed or
ecco quel che accadde; e tu, lettore, raccogliti e contempla. Dio stesso si pone
in opera per dimostrare con insoliti prodigi al cielo e alla terra, che Gemma è
veramente crocifissa con Gesù. «Eravamo alla sera [giovedì, vigilia
della festa del S. Cuore di Gesù]. Tutto ad un tratto, più presto del
solito mi sento un interno dolore dei miei peccati; ma lo provai così forte,
che non l’ho più sentito; quel dolore mi ridusse quasi direi lì lì
per morire. Dopo questo, mi sento raccogliere tutte le potenze dell’anima. 

L’intelletto non conosceva che i miei peccati e l’offesa di Dio; la memoria tutti
me li ricordava, e mi faceva vedere tutti i tormenti che Gesù aveva patito
per salvarmi; la volontà me li faceva tutti detestare, e promettere di voler
tutto soffrire per espiarli. Un mucchio di pensieri si volsero tutti alla mente:
erano pensieri di dolore, d’amore, di timore, di speranza e di conforto. Al raccoglimento
interno successe ben presto il rapimento dei sensi, ed io mi trovai dinanzi alla
Mamma mia celeste, che aveva alla sua destra l’Angelo mio Custode, che per il primo
mi comando di recitare l’atto di contrizione; dopo che l’ebbi terminato, la Mamma
mi rivolse queste parole: Figlia, in nome di Gesù ti siano rimessi tutti i
peccati. Poi soggiunse: Gesù mio figlio ti ama tanto, e vuol farti una
grazia; saprai tu rendertene degna? La mia miseria non sapeva che rispondere.
Soggiunse ancora: Io ti sarò madre, ti mostrerai tu mia vera figlia?
Aperse il manto e con esso mi ricoprì. In quell’istante comparve Gesù,
che aveva tutte le ferite aperte; ma da quelle ferite non usciva più sangue,
uscivano come fiamme di fuoco, che in un momento solo quelle fiamme vennero a toccare
le mie mani e i miei piedi e il cuore. Mi sentii morire, sarei caduta in terra; ma
la Mamma mi sorresse, ricoperta sempre col suo manto. Per parecchie ore mi convenne
rimanere in quella posizione. Dopo, la Mamma mia mi baciò nella fronte, e
tutto disparve, e mi trovai in ginocchio in terra; ma mi sentivo ancora un dolore
forte alle mani, ai piedi e al cuore. Mi alzai per mettermi sul letto, e mi accorsi
che da quelle parti dove mi sentiva, usciva del sangue. Mi coprii alla meglio quelle
parti, e poi, aiutata dall’Angelo mio, potei montare sul letto» [Autobiogr.
p. 267 s.].

Ebbe luogo un tal prodigio nella casa di via del Biscione n. 13, al primo piano,
dove Gemma stava allora ad abitare coi suoi (
1).

Ed or sei paga, Gemma, di poterti assidere appié della croce di Gesù,
accanto alla tua celeste Mamma Addolorata, con Francesco di Assisi, con Caterina
da Siena, con Veronica Giuliani, ornata di cotesti divini monili. D’oggi innanzi
potrai dire insieme con loro: Niuno mi da più di molestia; ché ecco,
io porto le stimate di Gesù nella carne mia: Stigmata Domini Iesu in corpore
meo porto
.

Del serafico patriarca dicesi nella sua vita che, dopo di essere stato insignito
di un tal dono, mentre da un canto sentivasi tutto trasformato per amore in Dio,
dall’altro non era poca l’angustia in cui ebbe a trovarsi, al vedere che non poteva
occultare quelle misteriose ferite agli occhi dei profani. Si consiglio coi suoi
discepoli della Verna, e meglio che poté, studiavasi di tenerle nascoste.
Assai più difficile tornava la cosa per Gemma, la quale non viveva già
in un eremo, ma in mezzo al mondo, circondata di continuo da gente curiosa. E poi
due volte il giorno le toccava uscir di casa per andar in chiesa alla Comunione e
alla visita, e le ferite davano sangue in gran copia. Che farà ella dunque?
Dopo avervi pensato tutta la notte, la mattina per tempo prova ad alzarsi; ma nel
posare i piedi in terra, vede che non può reggersi, e dal dolore crede di
dover ad ogni istante morire. Si alza nondimeno, e nelle mani si acconcia un palo
di guanti, e più trascinandosi che camminando si reca a fare la santa Comunione.
Il ritorno in casa, oltre all’angustia di non poter occultare il prodigio, si senti
non poto perplessa, per non saper bene intendere che cosa indicassero quei segni.
Da prima erasi nella sua ingenuità data a credere che tutte le persone disposatesi
a Cristo con voto, li avessero; e però con trepidazione piena di modestia
e di candore andava domandando a questa e a quella, se mai avessero avvertito in
sé medesime, ferite e squarciature così e così. Ma non venne
a capo di nulla. Le une non intesero che cosa volesse ella dire con quel concitato
parlare; le altre risero della sua semplicità. E intanto il sangue continuava
a scorrere di sotto ai guanti. Non sapendo più che cosa fare, si risolse di
manifestare la cosa ad una delle sue zie, e presentandosele con le braccia distese
e le mani coperte setto la mantellina, «Zia, le disse, veda un poto che mi
ha fatto Gesù» La pia donna rimase sbalordita a quella vieta e a quel
parlare, ben lungi com’era dall’intendere il portentoso mistero, che a suo tempo
intenderà, come vedremo.

E qui vorrà certo il lettore che io gli spieghi di che natura fossero queste
stigmate nella Serva di Dio, come formate, e in qual modo continuassero a manifestarsi.
Certo, se un tal fenomeno fosse unico nella cristiana agiografia, confesso che troverei
non lieve difficoltà a rispondere adeguatamente; ma esso non e nuovo, quantunque
rarissimo, dacché solo in pochi santi ebbe ad ammirarsi, da S. Francesco d’Assisi
nel secolo XIII, alla vergine belga Luisa Lateau nel XIX. In quest’ultima singolarmente
poté il fenomeno esser veduto per lungo tratto di tempo da migliaia di persone,
studiato dal lato fisiologico da dottissimi medici cattolici e razionalisti, e dal
lato teologico da dottori insigni per pietà e scienza, i quali sopra l’argomento
scrissero e stamparono volumi. Donde è facile con opportuni confronti di farsi
strada ad intendere quello che da ultimo sì manifestò nella Gemma di
Lucca.

Cominciò il fenomeno nel modo che sopra si è veduto. e per esserne
stata allora testimone la sola vergine che ne fu favorita, nulla è da aggiungere
al sua genuino racconto. Da quel giorno in poi continuò a ripetersi periodicamente
nello stesso giorno ed ora, in ogni settimana, cioè la sera di giovedì
verso le ore 8, e durava fino alle ore 3 pomeridiane del venerdì. Nessuna
preparazione lo precedeva, nessun senso di dolore o impressione qualunque in quelle
parti del corpo lo annunziava imminente, ad eccezione del raccoglimento prodromo
dell’estesi. Appena era questa per principiare, tutt’ad un tratto le si vedeva apparire
sul dorso di ambedue le mani e in mezzo alle palme una macchia rubiconda, e di sotto
all’epidermide (che è quella membrana sottile e trasparente che ricopre esternamente
la pelle) vedevasi a poco a poco aprirsi una squarciatura nel vivo della carne, ossia
del derma, oblunga sul dorso e irregolarmente rotonda nella palma. Poco dopo laceravasi
la membrana stessa, e su quelle innocenti mani la ferita era messa a nudo con tutti
i caratteri di piaga viva, del diametro di un buon centimetro nella palma, e di due
millimetri sul dorso, sopra una lunghezza, in quest’ultima, di venti millimetri.

Talvolta la lacerazione apparve assai superficiale, e tal altra quasi impercettibile
ad occhio nudo, nondimeno più d’ordinario essa era molto profonda; anzi sembra
che attraversasse tutta la grossezza della mano, andando la ferita superiore a raggiungere
quella della parte opposta. E dico sembra; perché quelle aperture erano rigurgitanti
di sangue, in parte fluente, e in parte aggrumato, e quando cessava il sangue, tosto
si restringevano; onde non era facile di esplorarle senza l’aiuto d’uno specillo.
Ora questo strumento non fu mai adoperato, si per cagione del timore riverenziale
che incuteva l’estatica in quelle sue misteriose condizioni; si perché l’acerbità
del dolore le faceva tener le mani rattrappite convulsivamente; e si ancora perché
nella palma la ferita era coperta da una protuberanza, la quale da prima parve che
fosse formata da grumi di sangue, mentre invece si trovo che era carnosa, dura, a
forma di capocchia di chiodo, rilevata e non aderente, della grandezza di un soldo.
Nei piedi poi, oltre ad essere le squarciature più larghe e circondate da
lividure sui labbri, la differenza di grandezza era in senso inverso di quelle delle
mani; cioè di maggior diametro sul dorso e di minore sotto la pianta; ed inoltre
quella del dorso del piede sinistro era grande quanto quella della pianta del destro:
come certo dovette essere nel Salvatore, supposto che con un sol chiodo fossero confitti
sulla croce ambedue i suoi santi piedi, il destro sovrapposto al sinistro. Ho poi
detto che le accennate squarciature si formavano a poco a poco, e cioè in
cinque o sei minuti, cominciando internamente nella pelle sotto l’epidermide, e terminando
con la lacerazione di questa. A volte pero non era così: il colpo che le produceva,
era istantaneo, e veniva dall’esterno a guisa di violenta trafittura; ed allora era
uno strazio a vedere la cara martire, colta così all’improvviso, scuoterai,
tremare con tutti i muscoli delle braccia, delle gambe e della vita.

Ora veniamo alla ferita del costato. Direttamente fu questa poche volte e da pochi
osservata: parendo male alla gente di casa di avvicinarsi troppo a quel corpo verginale
per solo fine di appagare la loro devota curiosità, siccome parve male a me
stesso, che perciò rimasi privo della consolazione di potermene render conto.
Certo a giudicare dall’acerbo dolore, che la buona Gemma sentiva di questa sua ferita,
non superficialmente solo, ma profondamente nel centro del cuore, può a buon
diritto opinarsi che essa giungesse fino al cuore. D’altra parte, se il fine che
si propone Iddio nell’operare prodigi si singolari, è quello di riprodurre
in alcuni suoi servi prediletti la realtà di quello che il suo divin figlio
Gesù soffri per noi sulla croce; non sembra vi sia ragione di pensare che
questa riproduzione egli la faccia incompiuta. Nell’autopsia che si fece del cadavere
della Serva di Dio Giovanna della Croce, leggo nella storia della sua vita, che i
medici vollero seguire il corso della misteriosa ferita che essa aveva nel costato,
e trovarono che attraversando il polmone, giungeva in realtà fino al cuore.
Anche della nostra Gemma fu fatta, come avrò da dire a suo luogo, l’autopsia
del cadavere, tredici giorni dopo la sua morte. Se il prodigio delle stimate non
fosse in lei del tutto cessato già da due anni, chi sa che non avremmo avuto,
in un secondo palpabile esempio, la chiara evidenza di quel che qui asserisco come
semplicemente probabile?

Era la suddetta apertura del costato in Gemma a forma di mezza luna in direzione
orizzontale con le due punte rivolte in su. La sua lunghezza in linea retta era di
sei centimetri, e le sua larghezza nel punto medio di tre millimetri, formando con
le sue due opposte faccie un angolo, che avea il suo vertice alla profondità
di un mezzo centimetro. 

Anche questa ferita si produceva in due modi diversi, cioè istantaneamente
dall’esterno come per effetto di una lanciata; ovvero dall’interno a poco a poco,
aprendosi da quella parte minutissimi forellini rubicondi, che si vedevano trasparire
attraverso l’epidermide, i quali poi crescendo di numero finivano con lacerare il
derma, e formare la raccapricciante piaga che abbiamo descritto. Mi meravigliai non
poco dell’anzidetta forma di mezzaluna, insolita negli altri stigmatizzati che si
conoscono, ma cessò la maraviglia allorché m’imbattei a leggere la
vita della Ven. Diomira Allegri fiorentina, del secolo XVII, la quale aveva la sua
in egual modo, stando alla relazione giurata che nel processo di beatificazione della
Serva di Dio ne fecero i medici periti d’ufficio e parecchi altri testimoni de
visu
. Or non essendo giusto di pensare che una forma si ben definita in due diversi
esempi, a circa tre secoli di distanza l’uno dall’altro, avvenisse a caso, potrebbe
credersi che la lancia, con cui fu aperto il sacro Costato del Salvatore in croce,
avesse tal forma che, percotendo con essa in direzione obliqua, si venisse ad aprire
una ferita arcuata.

Copioso era il sangue che dall’anzidetta piaga sgorgava, e poteva vedersi nelle interne
vesti, che ne rimanevano tutte inzuppate. L’umile e pudica verginella si aiutava
quanto poteva per occultare quel sangue, servendosi di pannilini ripiegati a più
doppi, che si applicava sul fianco ripetutamente; poiché in breve li trovava
molli, e correva a nasconderli per lavarseli poi da sé segretamente. Tuttavia
lo sgorgo non era continuo, ma intermittente, ad intervalli di tempo piè o
meno lunghi, da lasciare che la piaga si asciugasse e sopra vi si rapprendesse il
sangue; di guisa che, lavandola rimaneva la carne viva, come naturalmente suole accadere
ad una ferita in via di guarigione. Ma qui non si trattava di fenomeno naturale;
e pero ad un nuovo accendimento del misterioso fuoco che di dentro operava, la piaga
tornava di repente ad infiammarsi, e il sangue riprincipiava a fluire in gran copia.
Così una delle tante volte che ciò le accadeva, potè scrivere:
«Gesù si è fatto sentire forte forte all’anima mia; ed allora
non reggendo più il cuore, si è aperta la ferita da quella parte, ed
ha fatto sangue» (
2).

Per tal condizione di cose non fu mai possibile di sapere quante volte il meraviglioso
fenomeno si manifestasse, oltre i consueti giorni; né di calcolare quanto
sangue perdesse ogni volta quella vittima; e solo può dirsi che era molto,
e possono farne fede tutte le persone che da vicino l’assistevano. Una di esse attesta
sotto la fede del giuramento, che da quella sola del costato ne veniva fuori tanto,
che quando non vi si poneva riparo, andava a scorrere fino a terra. Lo stesso dicasi
delle altre quattro stimate delle mani e dei piedi. Era poi questo sangue vivo, di
un bel colorito e tutto somigliante a quello che suole sgorgare da una ferita di
fresco aperta, e così rimaneva dopo di essersi disseccato sulla pelle, sopra
i panni e sul pavimento.

Non meno meravigliosa era poi la maniera con cui le stimate si dileguavano. Cessata
l’estasi del venerdì, cessava definitivamente l’efflusso del sangue dal costato,
dai piedi e dalle mani; si disseccava la carne viva, si restringevano a poco a poco
e si risaldavano le maglie dei tessuti lacerati, e il di seguente, o al più
tardi la domenica, di quelle profonde squarciature non rimaneva alcun vestigio né
al centro né ai margini; la pelle era cresciuta di sopra naturale ed in tutto
uniforme a quella delle parti non lese. Nel colore soltanto restava una macchia bianca
ad indicare che il giorno innanzi vi erano in quei punti vive piaghe, le quali a
capo di altri cinque di si sarebbero riaperte come prima, per poi richiudersi di
bel nuovo e nel modo stesso. Due anni dopo cessato del tutto il prodigio delle stimate,
venuta Gemma a morire, le suddette macchie persistevano ancora, e si potè
a bell’agio osservarle sul suo cadavere, particolarmente nei piedi, che, lei vivente,
era stato tanto difficile di scalzare durante l’estasi. Finché non venne divieto
da parte dei direttori, il fenomeno delle stimate fu costante ed invariabile in tutti
i giovedì e venerdì di ciascun mese; né mai ebbe a manifestarsi
in altri giorni, per quanto memorabili fossero questi, e le estesi della serafica
verginella si ripetessero in forma straordinaria. Una sola eccezione vi fu e per
breve tempo, e come accadesse lo racconterò distesamente in altro capitolo.

Certo son queste grazie non comuni; ma chi vorrà negare a Dio il diritto di
farne talvolta, in favore di anime privilegiate, come sappiamo essere stata una la
vergine di Lucca? Quei che a sentirle raccontare, mostrano di restarne poco men che
scandalizzati, danno prova di nulla intendere delle cose divine, rispetto alla provvidenza;
anzi di aver debole la fede.






(1) La via del Biscione è oggi intitolata a S. Gemma Galgani.
Benché la casa della Santa fosse vicino alla chiesa di S. Pietro Somaldi,
pure non apparteneva a questa parrocchia, ma a S. Frediano.



(2) Ciò è confermato da quanto attesta nei processi
il fratel Famiano del S. Cuor di Gesù, laico passionista: «Una volta
pure mi disse [Gemma] cha quando sentiva bestemmiare, la piaga del costato (aveva
le stigmate) le faceva sangue». (Summar. sup. virt., VII, § 125).










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