Prima specie di unioni non buone: amicizie particolari

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

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TRATTATO IV. DELL’UNIONE E CARITÀ FRATERNA

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CAPO XVIII. Prima specie di unioni non buone: amicizie particolari.

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1. Amicizie particolari dannose alla comunità.
2. Sono da aborrirsi.
3. Esempio.

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   1. Abbiamo finora trattato de1l’unione ed amor buono e spirituale; ora andremo trattando di tre specie che si trovano d’amore non buono né spirituale, ma cattivo e pregiudiziale.
   Il beato S. Basilio nelle Costituzioni monastiche (S. BAS. const. monast. c. 29) dice che i religiosi devono avere grande unione e carità fra di loro; ma in maniera tale, che non vi siano amicizie né affezioni particolari, per queste facendo lega insieme due, o tre: perché questa non sarebbe carità, ma divisione e sedizione, ancor che simili amicizie paiano buone e sante. E nel primo sermone ascetico discendendo circa questa materia più al particolare, dice: «Se si troverà che alcuno porti maggiore affezione ad un religioso che ad un altro, benché sia per esser suo fratello carnale, o per qualsivoglia altro rispetto; sia questo tale castigato, come chi fa ingiuria alla carità comune». E del come si faccia questa ingiuria alla comunità ne rende ivi la ragione, che più espressamente ancora poi replica nel sermone seguente (ID. l. cit. col. 886), dicendo: perché colui che ama uno più che un altro, dà chiari indizi di non amar gli altri perfettamente; perché non li ama tanto quanto quell’altro; e così con questo offende gli altri e fa ingiuria a tutta la comunità. E se l’offendere uno solo è cosa tanto grave, che il Signore dice che è toccar lui nella pupilla degli occhi suoi (Zach. 2, 8), che cosa sarà l’offendere tutta una comunità, e comunità tale? Onde ingiunge colà S. Basilio molto caldamente ai religiosi, che in nessuna maniera amino più particolarmente uno che un altro, né pratichino singolarmente più con questo che con quello; acciocché non facciano torto, né diano a persona occasione d’offendersi: «non dando noi ad alcuno occasione d’inciampo», come dice l’Apostolo (II Cor. 6, 3) ma, abbiamo un amore e una carità comune e generale verso di tutti, imitando in questo la bontà e carità di Dio, il quale distribuisce il suo sole e la sua pioggia sopra di tutti ugualmente. «Il quale fa che si levi il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la pioggia per i giusti e per gl’iniqui» (Matth. 5, 45).
   E dice il Santo che queste amicizie particolari sono nella religione un gran semenzaio d’invidie e di Sospetti, e ancora di odi e di inimicizie, ed inoltre sono cagioni che vi siano divisioni, circoli e partiti, che sono la peste della religione. Perché ivi uno palesa le sue tentazioni; un altro i suoi giudizi; questi le sue querele; quegli altre cose segrete che dovrebbero esser taciute; ivi sono mormorazioni e qualificazioni di questo e di quello, e alle volte ancora del Superiore. Ivi si attaccano i difetti dell’uno all’altro, di maniera che ciascuno in pochi giorni fa vedere in se stesso quelli che gli ha attaccati il compagno. E finalmente sono cagione queste amicizie della trasgressione. di molte regole, e del far uno molte cose che non deve, per corrispondere al suo amico, come lo provano quelli che hanno simili amicizie.

   2. Il novello Dottore della Chiesa S. Efrem, trattando di queste amicizie e famigliarità, dice che è molto grande il detrimento che cagionano alle anime (S. EPHREM. De vita spir.). Onde è necessario che le fuggiamo e ci guardiamo grandemente da esse, stando fermi in questo fondamento, che qui nella religione non v’hanno da essere amici particolari con certe famigliarità e singolarità che possano offendere la comunità. La nostra amicizia ha da essere spirituale, non fondata in carne e sangue, né in conversazioni e familiarità, né in altri titoli e riguardi umani; ma in Dio : Signor nostro, che abbraccia ogni cosa: e così vi ha da essere uguaglianza d’amore con tutti, per esser tutti figliuoli di Dio e fratelli di Cristo. Non consentiamo in alcun modo che il nostro cuore sia schiavo di creatura alcuna, ma solamente di Dio.

   3. Nelle cronache dell’Ordine di S. Francesco si legge del santo uomo fra Giov. da Lucca, che si ritirava e fuggiva assai dalle conversazioni e famigliarità altrui. E un suo amorevole, il quale desiderava cavar frutto dalla sua conversazione, si lamentò seco una volta, dicendo gli: Per qual cagione schivi tu tanto e sei tanto secco nel praticare con quelli che ti vogliono bene? A cui rispose il servo di Dio: Lo fo per bene vostro; perché quanto più sarò unito con Dio, tanto più giovevole sarò a quei che mi vogliono bene; e codeste vostre amicizie piacevoli mi separano alquanto da Dio; onde e a voi e a me sono nocive (Hist. Ord. Min. p. 3, l. 5, c. 40).