Le buone parole aiutano a conservare la carità

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO IV. DELL'UNIONE E CARITÀ FRATERNA

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CAPO IX. Che le buone e piacevoli parole aiutano grandemente a conservare l'unione e la carità; e quelle che non sono tali le sono contrarie

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1. Le buone parole fomento di carità.
2. Quali sono?

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1. Una delle cose che aiuteranno grandemente a conservare e a maggiormente promuovere l'unione e carità fraterna sono le buone e piacevoli, parole. «La parola dolce moltiplica gli amici, e calma i nemici» (Eccli. 6, 5) dice il Savio, e per contrario, «una parola cruda accende il furore» (Prov. 15, 1). Le parole aspre e disgustose eccitano risse e sono cagione di discussioni, perché essendo noi uomini, ci risentiamo di simili parole, e restando uno risentito e disgustato non guarda più il suo fratello con quell'occhio di prima; gli par male delle cose di lui, e forse dice male di esse. Perciò importa grandemente che le nostre parole abbiano sempre un poco di sale, di grazia e di soavità di maniera che cagionino amore e carità, secondo quel detto dell'Ecclesiastico: «Il saggio si rende amabile con le sue parole» (Eccli. 20, 13).

E primieramente bisogna qui avvertire una cosa, come fondamento per tutto quello che si ha da dire, che niuno s'inganni con dire: i miei fratelli sona uomini di molta virtù, e non si scandalizzeranno, né si lasceranno alterare per una paroletta un poco alta, o ruvida, né ci staranno a fare commenti sopra. Non trattiamo adesso di quel che siano, o abbiano da essere i tuoi fratelli, ma di quello che devi esser tu e della maniera nella quale ti hai da portare con loro. Dice molto bene S. Bernardo (S. BERN. Serm. 29 in Cant. n. 5) a questo proposito: Se dirai che l'altro non si offenderà per cosa tanto leggiera, ti rispondo: «Quanto più leggiera è la cosa, tanto più facilmente avresti tu potuto farne di meno». E S. Giovanni Crisostomo (S. IO. CHRYS. Hom. 78 in Matth. n. 1) dice, che anzi questo aggrava più la tua colpa; poiché non ti sapesti vincere in una cosa tanto leggi era.

Non perché il tuo fratello sia buono hai tu da esser tristo. «O è cattivo il tuo occhio, perché io sono buono?» (Matth. 20, 15). Or io ti dico che abbiamo da stimare assai tutti, e non pensare che siano come di vetro, sicché si abbiano a risentire per ogni minimo tocco; ma con tutto ciò nel modo di trattare abbiamo da procedere con essi tanto circospettamente, come se davvero fossero di vetro, e la cosa più fragile del mondo, non dando loro occasione dal canto nostro, onde si possano alterare o disgustare, per fragili ed imperfetti che fossero. E questo primieramente per quello che tocca a noi altri; perciocché l'aver quell'altro molta virtù e perfezione, non toglie né fa che lasci di esser manchevole la nostra. Secondariamente per quel che tocca ai nostri fratelli; perché non tutti né tutte le volte stanno tanto disposti, né tanto preparati, che lascino di séntire i mancamenti che si fanno con essi.

2. Quali siano le parole delle quali i nostri fratelli si possono offendere, non è difficile a conoscersi; perché da se stesso potrà ciascuno argomentare quelle parole e quella maniera di dirle con cui potrà dar gusto o disgusto al suo fratello. Questa è la regola che ci dà lo Spirito Santo per bocca del Savio, per sapere come abbiamo da procedere coi nostri fratelli: «Giudica del genio del tuo prossimo dal tuo» (Eccli. 31, 18). Consideri ciascuno se egli si risentirebbe che l'altro gli parlasse così seccamente; che gli rispondesse con sì poco garbo e che gli comandasse sì risolutamente e imperiosamente; e si astenga egli dal parlare in quella maniera; perché l'altro ancora è un uomo come lui, e si potrà risentire di quello stesso di cui si risentirebbe egli.

È anche molto buon mezzo, per insegnare a parlare come dobbiamo, l'umiltà. Se uno sarà umile e si riputerà il minore di tutti, non vi bisognerà altro: questo l'ammaestrerà come s'abbia egli da portare. Non dirà mai ad alcuno parola scomposta, né della quale si possa quegli offendere, ma a tutti parlerà con rispetto e stima. È cosa chiara che uno non direbbe al Superiore: Vostra Reverenza non intende quel che io dico; perché gli parla come inferiore e gli porta rispetto. Se dunque dice queste e altre parole simili al suo fratello, è perché non si tiene inferiore a lui, e così non gli parla con rispetto. Siamo umili e teniamoci per i minori di tutti, come ci consiglia l'Apostolo; e questo ci detterà le parole che abbiamo da dire, e il modo col quale abbiamo da dirle. Ma oltre di queste regole e rimedi generali, andremo susseguentemente notando in particolare alcune maniere di parlare, che sono contrarie alla carità, acciocché ci possiamo astenere da esse.