La divina Maternità di Maria SS.

Ave Maria!


La fede della
Chiesa Cattolica

nella

Maternità divina di Maria











La credenza della Chiesa
nella divina maternità di Maria è professata già dagli inizi
dei sec. II in forme equivalenti e chiare da Ignazio di Antiochia (Ad Ephesios
18,2; 19,1: PC 5, 660; Funk 1, 226.228; Ad Smyrneos 1, 1: PG 5, 841: Funk
1, 276), Giustino (Apologia 1,33.63: PG 6, 381. 424; Dialogus 100:
PG 6, 712) , Ireneo (Adversus haereses 3, 21, 10; PG 7, 955) e dai grandi
autori del sec. III. È possibilissimo che il titolo di Madre di Dio venisse
già usato da Ippollto e da Origene (SOCRATE, Historia Ecclesiastica
7, 32: PG 67, 812, testimonia che Origene chia. mava Maria «colei che partorì
Dio» e che ne parla diffusamente nel suo commento a Rm, che non ci è
stato tramandato); doveva comunque essere abituale nella Chiesa alessandrina ancor
prima del sec. IV, a giudicare dall’antichissima preghiera Sub tuum praesidium
confugimus, sancta Dei Genetrix
, conservataci in un papiro anteriore al concilio
di Efeso [Rylans Library, Manchester, 470. Cf EC 11, 1468-1472 (I. CECCHETTI)].



La divina maternità di Maria fu solennemente proclamata ad Efeso nel 431:
contro Nestorio fu definita l’unicità della persona divina in Cristo, con
la conseguenza che Maria è veramente madre di Dio. La stessa verità
di fede è contenuta nella formula di unione tra alessandrini e antiocheni
(professione di fede di Giovanni di Antiochia), elaborata due anni dopo, e nel concilio
di Calcedonia.


Concilio
di Efeso


Professione
di fede di Giovanni di Antiochia


Concilio
di Calcedonia


Lettera Olim
quidem
di Giovanni II


Bolla Cum
quorumdam
di Paolo IV


Abbreviazioni





Concilio di Efeso (ecumenico III)

Lettera di Cirillo a Nestorio

(sess. I – 22.6.431)


Il nestorianesimo nacque
come reazione sproporzionata della scuola antiochena alle esagerazioni di quella
alessandrina. Gli antiocheni, più arstotelici che platonici, respingevano
la menomazione della natura umana di Cristo propugnata da Apollinare di Laodicea
per salvare l’unità della persona. Diodoro di Tarso (+ 394) e Teodoro di Mopsuestia
(350-428), ad esempio, offrono ottime analisi dell’umanità di Gesù
e della ricchezza spirituale della sua psiche, sottolineando però il valore
e l’autonomia della sua natura umana al punto che sembrano concepirla come persona.
Tutto sommato, si muovono con le stesse illusioni degli alessandrini: il presupposto
che la natura completa coincide con la persona. Gli uni custodiscono l’unità
della persona immaginando una natura risultante da un’amalgama; gli altri, volendo
salvaguardare l’integrità delle due nature, moltiplicano le persone.

Dalla sua cattedra di Costantinopoli Nestorio (428-431) fu l’illustre portavoce di
queste dottrine. L’essenza del nestorianesimo consiste, a quanto pare, nell’applicare
a soggetti distinti le azioni dell’umanità, della divinità e della
loro unione nel composto Cristo, nel quale ci sarebbe un prosopon umano, un’umanità
completa, e questo soggetto, personaggio, individuo sarebbe stato l’ultimo responsabile
degli atti umani; un prosopon divino, fonte delle azioni divine, e un terzo
prosopon o personaggio Cristo, risultante dall’uttione accidentale delle due
nature-persone. Non è dunque corretto dire che il Verbo nacque da Maria e
che la Vergine è Madre di Dio, né che Dio morì sulla croce.
Maria è solo madre del Cristo nel quale abitò Dio, cioè portatrice
del Dio che si trovava nell’uomo Gesù, suo figlio. Nestorio schematizzò
queste idee in una lettera a Cirillo d’Alessandria (NESTORIO, Epistola 2 ad Cyrillum:
PG 77, 49-57; M 4, 892-1000; COD 44-50), ma già prima le aveva predicate in
un sermone che suscitò scandalo nel popolo.

Quando papa Celestino I seppe di questi fatti, riunì a Roma un sinodo che
riprovò Nestorio e incaricò Cirillo dell’esecuzione della sentenza.
Vi fu perciò un altro sinodo ad Alessandria, quindi Cirillo inviò a
Costantinopoli una lettera corredata da dodici anatematismi contro Nestorio (CIRILLO
D’ALESSANDRIA Epistola 3 ad Nestorium: PG 77, 105-121; M 4, 1068-1084; COD
50-61), ma la sentenza non ebbe esito perché Teodosio II preferì convocare
un concilio a Efeso.

Nella prima sessione la lettera di Cirillo a Nestorio fu letta e approvata
*; l’eretico venne deposto e fu proclamata la divina
maternità di Maria. In una descrizione rimasta famosa Cirillo narra le esplosìoni
di giubilo popolare di quella notte. Probabilmente fu data letttura sia della lettera
sinodale che dei relativi anatematismi i quali certamente contenevano espressioni
che potevano disorientare gli antiocheni, tuttavia convenientemente spiegate.


dalla
SECONDA LETTERA DI CIRILLO A NESTORIO


TESTO: M 4, 888-889. 892; COD 41-42.44; ACO I/I 1, 26-29

Non diciamo, infatti,
che la natura dal Verbo si sia incarnata mutandosi, né che fu trasformata
in un uomo, composto di anima e di corpo. Diciamo, piuttosto, che il Verbo, unendosi
ipostaticamente una carne animata da un’anima razionale si fece uomo in modo ineffabile
e incomprensibile e si è chiamato figlio dell’uomo, non assumendo solo la
volontà e neppure la sola persona. Sono diverse, cioè, le nature che
si uniscono, ma uno solo è il Cristo e Figlio che risulta non che questa unità
annulli la differenza delle nature ma piuttosto la divinità e l’umanità
formano un solo e Cristo, e Figlio, che risulta da esse; con la loro unione arcana
ed ineffabile nell’unità…



(Non dobbiamo pensare), infatti, che prima sia stato generato un uomo qualsiasi dalla
santa Vergine, e che poi sia disceso in lui il Verbo: ma che, invece, unica realtà
fin dal seno della madre, sia nato secondo la carne, accettando la nascita della
propria carne…



Questo afferma dovunque la fede ortodossa, questo troviamo presso i santi padri.
Perciò essi non dubitarono di chiamare la santa Vergine madre di Dio, non
certo, perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto líorigine
del suo essere dalla santa Vergine, ma perché nacque da essa il santo corpo
dotato di anima razionale, a cui è unito sostanzialmente, si dice che il verbo
è nato secondo la carne.



*Dopo la recita del simbolo di Nicea, su richiesta di Acacio vescovo
di Melitene fu presa visione della seconda lettera di Ciriflo a Nestorio (PG 77,
44-49; M 4, 888-892; COD 40-44), e tutti i presenti si dichiararono solidali nella
fede ivi espressa (M 4,1140-1170); quindi Palladio vescovo di Amasea propose che
si leggesse anche la risposta di Nestorio, e i padri furono unanimi nel riconoscere
che non corrispondeva alla vera fede della Chiesa (M 4, 1169-1184). Sentita poi l’epistola
di papa Celestino a Nestorio (M 4, 1177), Pietro notaio di Alessandria domandò
di poter leggere la terza lettera di Cirillo, che teneva fra le mani (M 4, 1180).

L’approvazione di questa terza lettera è implicita nel fatto che l’assemblea
fu unanime nella condanna di Nestorio, sebbene alcuni, tu cui Teodoro di Ancira e
Acacio di Melitene, si dichiarassero dolenti di dovere procedere contro un amico
(M 4, 1181); meglio ancora però nella sentenza di eresia e nel decreto di
deposizione centro il patriarca (M 4, 1212; COD 61-62)


Professione
di fede di Giovanni di Antiochia

(433)


Giovanni di Antiochia
e Teodoreto di Ciro, esponenti della scuola antiochena, non rimasero del tutto soddisfatti
delle frasi di Cirillo, perché a loro giudizio potevano favorire la corrente
monofisita: perciò Giovanni redasse una formula di fede che fu pienamente
accettata da Cirillo e che pacificò i due partiti. L’importanza di questo
documento sta nel fatto che esprime la fede cattolica in termini teologici di stile

antiocheno, evitando i possibili malintesi delle formule alessandrine
**.
La piena approvazione di Cirillo è contenuta nella sua lettera Laetentur
caeli
, che è un inno in rendimento di grazie (Epistola ad Joannem Antiochenum:
PG 77, 173-181; M 5, 301.309; ACO I/II,104-107; COD 70-74). Anche il papa Sisto III
manifestò il suo consenso in una lettera a Giovanni e allo stesso Cirillo
[Le due lettere portano la stessa data (17.9.433): PG 77, 277-282 (solo la prima);
M 5, 371.374.379-380; ACO 1111, 107-110].

TESTO:
PG 77, 172-173; M 5, 292; COD 69-70; ACO I/I, 4, 8-9.


Confessiamo dunque
che nostro Signore Gesù Cristo è Figlio unico di Dio, Dio perfetto
e uomo perfetto, con anima razionale e corpo, secondo la divinità nato dal
Padre prima di tutti i secoli, secondo l’umanità, negli ultimi tempi, nato
da Maria vergine per noi e per la nostra salvezza; consostanziale al Padre per la
divinità e consostanziale a noi per l’umanità: vi fu infatti l’unione
delle due nature. Per questo confessiamo un solo Cristo, un solo Figlio, un solo
Signore. Come conseguenza dell’unione senza confusione confessiamo che la santa Vergine
è madre di Dio, perché il Dio Verbo si è incarnato e si è
fatto uomo assumendo in se stesso, dall’istante del suo concepimento, il tempio che
aveva trovato in lei.



Quanto alle affermazioni del vangelo e degli apostoli circa il Signore, sappiamo
che i teologi applicano talune come dette deU’unione che forma una sola persona,
altre in senso differenziato come dette di due nature, pure riferite alla maestà
divina quanto alla divinità di Cristo, parte alla sua umiltà in quanto
uomo.

** Ad
esempio, il secondo anatematismo parlava di un’unione nell’ipostasi, cioè
nella persona. Etimologicamente però hipo-stasis è sinonimo
di sostanza (sub-stanzia), ciò che poteva dar adito a pensare che vi si parlassae
di natura. Altrettanto va detto della epistola di Cirillo letta ad Efeso, che alla
lettera diceva: Il Verbo di Dio… unito secondo natura (enôtheis kata fusin)
vi inabitava alle stesso modo quale si dice sia lla relazionel tra l’anima dell’uomo
e il suo proprio corpo»: PG 77, 111; M 4, 1073; COD 52. Cirillo interpreta
correttamente il termine, ma di fatto i monofisiti invocarono queste frasi a sostegno
della loro teologia.


Concilio
di Calcedonia (ecumenico IV)

Simbolo di fede

(Sess. VI – 22.10.451)




TESTO: M 7, 116; COD 86-87; ACO 2/I,2 , 129-130.

Seguendo, quindi,
i santi Padri, all’unanimità noi insegniamo a confessare un solo e medesimo
Figlio: il signore nostro Gesù Cristo, perfetto nella sua divinità
e perfetto nella sua umanità, vero Dio e vero uomo, [composto] di anima razionale
e del corpo, consostanziale al Padre per la divinità, e consostanziale a noi
per l’umanità, simile in tutto a noi, fuorché nel peccato(Cf Eb 4,
15), generato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, e in questi
ultimi tempi per noi e per la nostra salvezza da Maria vergine e madre di Dio, secondo
l’umanità, uno e medesimo Cristo signore unigenito; da riconoscersi in due
nature, senza confusione, immutabili, indivise, inseparabili, non essendo venuta
meno la differenza delle nature a causa della loro unione, ma essendo stata, anzi,
salvaguardata la proprietà di ciascuna natura, e concorrendo a formare una
sola persona e ipostasi; Egli non è diviso o separato in due persone, ma è
un unico e medesimo Figlio, unigenito, Dio, verbo e signore Gesù Cristo, come
prima i profeti e poi lo stesso Gesù Cristo ci hanno insegnato di lui, e come
ci ha trasmesso il simbolo dei padri.



Stabilito ciò da noi con ogni possibile diligenza, definisce il santo e universale
Sinodo, che a nessuno sia lecito presentare, o anche scrivere, o comporre una [formula
di] fede diversa, o credere, o insegnare in altro modo. Quelli poi che osassero o
comporre una diversa formula di fede, o presentarla, o insegnarla, o tramandare un
diverso simbolo a quelli che intendono convertirsi dall’Ellenismo alla conoscenza
della verità, o dal Giudaismo o da un’eresia qualsiasi, costoro, se sono vescovi
o chierici, siano considerati decaduti: il vescovo dal suo episcopato, i chierici
dal clero; se poi fossero monaci o laici, dovranno essere scomunicati.



Lettera Olim quidem di Giovanni II

(marzo 534)


Risolti i problemi di
fondo in queste due assemblee ecumeniche (Efeso e Calcedonia), restava ancora aperto
il campo ad una immensa casuistica di nuove formulazioni, che potevano facilmente
ingenerare sospetti circa la loro esattezza dogmatica: per es. se era legittimo professare
che Cristo era «uno della Trínità», come facevano i monaci
della Sciziali, o che Cristo-Dio patì nella sua carne, o che la vergine Maria
era veramente e in senso proprio madre del Verbo incarnato.

Papa Ormisda si era astenuto dal pronunciarsi autoritativamente su queste formulazioni;
ma Giustiniano fece pressioni su papa Giovanni II, che in una lettera a lui e al
senato di Costantinopoli rispose giustificando le tre formule a motivo della communicatio
idiomatum
.


TESTO:
M 8, 805-806.

Giustamente insegniamo
che la gloriosa e santa sempre vergine Maria è proclamata dai cattolici propriamente
e veramente genitrice di Dio e madre dei Verbo di Dio in lei incarnato. Egli infatti
negli ultimi tempi si è propriamente e veramente incarnato, degnandosi di
nascere dalla santa e gloriosa Vergine madre. Se dunque il Figlio di Dio si è
proprimente e veramente incarnato ed è nato in lei, allora propriamente e
veramente la diciamo madre del Dio che in lei si è incarnato ed è nato.
E davvero propriamente, perché non si pensi che il Signore Gesù ebbe
il titolo di Dio soltanto come onorificenza o concessione, come pretendeva l’insulso
Nestorio; davvero anche veracemente, perché non si creda che abbia preso dalla
Vergine non nn corpo umano, ma una parvenza o qualcosa di irreale, come assicurava
l’empio Eutiche.



Bolla
Cum quorumdam di Paolo IV

(7.8.1555)




Esplosa ormai la rivolta protestante e spezzati i legami con il magistero della Chiesa
cattolica, si cercò di presentare una concezione complessiva del cristianesimo
sotto il segno dei razionalismo. Era una corrente che non negava nulla in particolare
della fede cattolica, ma minacciava i fondamenti della verità, specialmente
la dottrina trinitaria e quindi di riflesso la maternità divina di Maria e
tutto quel che superava i limiti della comprensione umana. Alcuni umanisti, tra cui
Juan Valdès e più decisamente Serveto [Miguel Servet, medico di origine
spagnola, aveva pubblicato a Basilea due trattati antitrinitari: De Trinitatis
erroribus
(1531) e Dialogorum de Trinitate libri II (1532)] simpatizzavano
per queste idee; e più tardi i sociniani, detti anche unitari perché
negavano la Trinità, e una serie di liberi pensatori le propagarono per tutta
l’Europa(H. BUSSON, Les sources et le développement du rationalisme dans
la littérature française de la Renaissance
, Paris 1922, cap. XI.).

Di fronte a questa confusione, Paolo IV con la bolla Cum quorumdam lanciò
un vibrante richiamo nel tentativo di recuperare i fuorviati e ammonire gli incauti.
Il documento non fa nomi particolari, e nemmeno si può dire che sia una presa
di posizione ex cathedra; è però notevole per il contenuto,
perché rispecchia la fede universale. Mezzo secolo più tardi (1603)
la bolla fu confermata da Clemente VIII con il breve Dominici gregis (BT 11,1).


TESTO:
BT 6, 500-501.

La perfidia e la malvagità
di alcuni è giunta al punto che ai nostri giorni tra quelli che odiano la
fede cattolica e se ne staccano molti ardiscono non soltanto professore le varie
eresie, ma negate addirittura gli stessi fondamenti della fede, trascinando molti
con il loro esempio alla rovina dell’anima. Mossi dal nostro dovere pastorale e dalla
carità, noi desideriano fare il possibile, con l’aiuto di Dio, per allontanare
tali uomini da un errore tanto grave e contagioso, e ammonire con paterna severità
gli altri, tutti e singolarmente, a non cadere nell’empietà di quelli che
finora hanno asserito, dogmatizzato e creduto che Dio onnipotente non è trino
nelle persone, in un’unità senza parti né nessuno divisione della sostanza,
e uno nella semplice essenza della divinità; oppure che il Signore nostro
non è vero Dio, in tutto consostanziale al Padre e allo Spirito santo; oppure
che egli non fu fisicamente concepito per opera dello Spirito santo nel grembo della
beatissima e sempre vergine Maria, ma dal seme di Giuseppe, come tutti gli altri
uomini; oppure che lo stesso Signore e Dio nostro Gesù Cristo non subì
la crudelissima morte di croce per liberarci dai peccati e dalla morte eterna e riconciliarci
al Padre per la vita eterna; oppure che la detta beatissima vergine Maria non è
vera madre di Dio, né è rimasta sempre in integra verginità,
prima del parto, nel parto e perpetuamente dopo il parto. Con l’autorità apostolica
che ci viene da Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito santo, chiediamo e ammoniamo…





Testi ripresi e adattati
dai luoghi corrispondenti di: J. COLLANTES a c. di, La fede della Chiesa cattolica.
Le idee e gi uomini nei documenti del Magistero
, Città del Vaticano 1993.



Abbreviazioni



BT = Bullarum, diplomatum et privilegiorum Sanctorum Romanorum Pontificum, Taurinensis
editio
, ed. G. Tomaseti, Augustae Taurinorum 1857-1872.

M = Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, ed J.D. Mansi, Parisiis
1901-1927 (rist. anastatica Graz 1960-1961)

ACO = Acta Conciliorum Oecumenicorum, ed E. Schwartz, Berolini-Lipsiae 1914-1940.