La Madonna di Guadalupe (2ª parte)

Ave Maria!

«La
Madonna di Guadalupe:

un caso di “inculturazione” miracolosa»

di
Giulio Guerra












Dieci
anni dopo la conquista del Messico





La devozione e la sua diffusione


Il culto
della Madonna di Guadalupe si diffonde rapidamente in tutto il Messico, ma incontra
anche alcune opposizioni, particolarmente in quei religiosi che temono una sopravvivenza,
sotto una maschera di devozione cristiana, dei culti idolatrici da poco abbandonati
dagli indios. Infatti la collina del Tepeyac era stata, in epoca precolombiana,
sede di un tempio di Tonantzín, una dea azteca il cui nome significa nostra
venerata madre, tempio distrutto durante la conquista. Dopo le apparizioni
della Madonna di Guadalupe e l’edificazione dell’ermita, il luogo è
definitivamente consacrato al culto cristiano della Vergine Maria; ma gli indios
[…] oggi che lì è stata edificata la chiesa di Nostra
Signora di Guadalupe la chiamano ancora Tonantzín, prendendo spunto dai Predicatori
che chiamano col nome di Tonantzín Nostra Signora, la Madre di Dio. Quale
sia l’origine di questo attributo non si sa con certezza. Ma con certezza sappiamo
che il vocabolo deriva dal primitivo culto della Tonantzín antica. Ed è
cosa cui si doveva rimediare, perché il nome proprio della Madre di Dio, Signora
Nostra, non è Tonantzín, ma
Dios y nantzin (
13). Così
lo storico padre Bernardino de Sahagún O.F.M., che – tacendo sull’apparizione
per non negare un fatto la cui origine soprannaturale è stata riconosciuta
dalla locale autorità ecclesiastica – nella seconda metà del secolo
XVI critica il nome con cui gli indios venerano la Vergine del Tepeyac, nome
che al contrario i domenicani giudicano, dato il significato, perfettamente compatibile
con la fede cristiana; decisamente anti-apparizionista è, invece,
il padre provinciale dei francescani, Francisco Bustamante, che l’8 settembre 1556
nega in una sua predica l’apparizione e l’origine miracolosa dell’immagine, affermando
che si tratta di un dipinto di un pittore indio, un certo Marcos Cipac.


Sono
voci isolate, che non ostacolano minimamente il diffondersi della devozione alla
Madonna di Guadalupe, peraltro incoraggiata dalla Chiesa messicana. Così,
nel 1557, il nuovo arcivescovo, padre Alonso de Montúfar O.P., fa costruire
un’ermita più grande di quella eretta ventisei anni prima dal suo predecessore,
e il 10 settembre 1600 vi è la posa della prima pietra del primo vero santuario,
la iglesia de los indios, che viene consacrato nel novembre del
1622 (
14); il 25 settembre
1629, quando uno straripamento del lago sommerge totalmente Città di Messico
e i suoi sobborghi, l’immagine viene trasportata solennemente in canoa dal santuario
alla cattedrale, per implorare dalla Vergine la fine dell’alluvione.


Fra le
testimonianze del rapido diffondersi della devozione alla Madonna di Guadalupe anche
fuori del Messico e dell’America Latina, è particolarmente significativa la
presenza di una copia dell’immagine del Tepeyac nella cabina dell’ammiraglio Gian
Andrea Doria – che l’aveva avuta in dono da re Filippo II – alla battaglia di Lepanto,
nel 1571. Tale copia – una delle più antiche ancora esistenti – si trova oggi
nella chiesa parrocchiale di Santo Stefano d’Aveto, in provincia di Genova (
15).


Tuttavia
la devozione alla Madonna di Guadalupe rimane sempre un culto locale, privo di quella
ufficialità che può venirgli solo dalla Santa Sede. Così
fra il 1662 e il 1666, allo scopo di ottenere l’istituzione, per il giorno 12 dicembre,
della festività della Madonna di Guadalupe con Ufficio e Messa propri, per
la prima volta vengono raccolte ufficialmente testimonianze sull’apparizione e viene
fatta esaminare l’immagine da medici e da pittori. I testimoni interrogati sono:
otto anziani abitanti di Cuauhtitlán, il paese natale di Juan Diego, un meticcio
e sette indios, uomini e donne, alcuni dei quali ultracentenari; dieci fra
sacerdoti e religiosi di vari ordini; due nobili messicani, uno dei quali, il cavaliere
di Santiago don Diego Caño Moteuczuma, nipote di Moctecuzoma Xocoyotzin, l’imperatore
azteco – più noto in Italia come Montezuma II – che aveva accolto Hernán
Cortés a Tenochtitlán. A queste testimonianze verbali si aggiunge un
documento scritto da don Luis Becerra Tanco, studioso delle lingue e delle culture
indigene del Messico. Tutte le testimonianze, in particolare quelle dei vecchi di
Cuauhtitlán – i quali, fra l’altro, essendo analfabeti, non possono essere
stati influenzati dai libri già stampati nel 1666 – concordano sostanzialmente
con il Nican mopohua di Antonio Valeriano (
16). In seguito a ciò, nel 1667 Papa
Clemente IX emana una bolla in cui dichiara il 12 dicembre festa della Madonna di
Guadalupe (
17).




Gli esami scientifici della tilma


Al 1666
risale anche il più antico esame scientifico dell’immagine impressa
sulla tilma. Essa è costituita da due teli di ayate – un rozzo
tessuto di fibre d’agave, usato in Messico dagli indios poveri per fabbricare
abiti – cuciti insieme con filo sottile. Su di essa si vede l’immagine della Vergine,
di dimensioni leggermente inferiori al naturale – la statura è di 143 centimetri
– e di carnagione un po’ scura, donde l’appellativo popolare messicano di Virgen
Morena
o Morenita, circondata dai raggi del sole e con la luna sotto i
suoi piedi, secondo la figura della Donna dell’Apocalisse (
18). I tratti del volto non sono né
di tipo europeo né di tipo indio, ma piuttosto meticcio – cosa profetica
al tempo dell’apparizione – così che oggi, dopo secoli di commistioni fra
le due razze, la Vergine di Guadalupe appare tipicamente messicana. Sotto
la falce argentata della luna un angelo, le cui ali sono ornate di lunghe penne rosse,
bianche e verdi, sorregge la Vergine che, sotto un manto verde-azzurro coperto di
stelle dorate, indossa una tunica rosa ricamata di fiori in boccio dai
contorni dorati, e stretta sopra la vita da una cintura color viola scuro: questa
cintura – il segno di riconoscimento, presso gli aztechi, delle donne
incinte – indica che la Vergine è in procinto di donare agli uomini il Salvatore
(
19).

I risultati
degli esami compiuti su questa immagine dai pittori e dagli scienziati nel 1666 sono
i seguenti: è assolutamente impossibile che un’immagine così nitida
sia stata dipinta a olio o a tempera sull’ayate, data la completa mancanza
di preparazione di fondo; che il clima del luogo in cui l’immagine è stata
esposta, senza alcuna protezione, per centotrentacinque anni è tale da distruggere
in un tempo più breve qualsiasi pittura, anche se dipinta su tela di buona
qualità e ben preparata, a differenza del rozzo ayate della tilma
di Juan Diego (
20).


Gli studi
scientifici sull’immagine e sull’ayate proseguono nei secoli successivi, fino
ai giorni nostri. Nel 1751 una commissione di sette pittori con a capo Miguel Cabrera
è incaricata di compiere una nuova ispezione sull’ayate, e i risultati
di essa vengono pubblicati cinque anni dopo dallo stesso Miguel Cabrera con il titolo
Maravilla americana (
21). Nel 1752 sempre
Miguel Cabrera, con l’aiuto di due dei sei pittori che hanno esaminato con lui l’immagine
l’anno precedente, esegue tre copie – una per l’arcivescovo di Città di Messico,
una per Papa Benedetto XIV e la terza per sé, come modello per
le altre copie che da ogni parte gli vengono richieste – ma al contempo riconosce
l’impossibilità pratica di riprodurre fedelmente l’espressione e i tratti
dell’originale, cosa già notata precedentemente su copie più antiche.
Le conclusioni a cui giungono Miguel Cabrera e i suoi colleghi sono sostanzialmente
le stesse a cui erano giunti i medici e i pittori nel 1666: l’immagine non è
un dipinto, apparendo i colori come incorporati alla trama della tela;
e non soltanto una pittura, ma lo stesso tessuto dell’ayate avrebbe dovuto
disgregarsi in breve tempo nelle condizioni climatiche della radura ai piedi del
Tepeyac.


Dell’impossibilità
a resistere in simili condizioni da parte di una pittura eseguita senza preparazione
del fondo testimonia l’esperimento condotto poco più di trent’anni dopo dal
medico José Ignacio Bartolache. Fra il 1785 e il 1787 egli mette all’opera
una squadra di filatori e di tessitori indigeni per far tessere degli ayates
il più possibile simili a quello di Juan Diego, utilizzando due diversi tipi
di fibra vegetale – solo nel 1976 si potrà accertare che il tessuto della
tilma è ricavato da fibre di agave popotule -, ma senza riuscire
a far riprodurre esattamente la consistenza dell’originale. Alla fine, stanco dei
tentativi, sceglie gli ayates che gli sembrano, all’occhio e al tatto, meno
peggiori e incarica cinque pittori di eseguire copie della Madonna di Guadalupe sulla
tela non preparata, adoperando i colori e le tecniche di pittura in uso duecentocinquant’anni
prima. Una di queste copie – dipinta nel 1788 da Rafael Gutiérrez – viene
collocata il 12 settembre dell’anno successivo sull’altare della Capilla del Pocito,
da poco eretta accanto al santuario, che era stato completamente ricostruito, nella
forma in cui lo si ammira ancor oggi, fra il 1695 e il 1709. Ma non vi resta a lungo:
nonostante sia protetta da due robusti cristalli, la copia di Rafael Gutiérrez
deve essere tolta dall’altare nel 1796 – sei anni dopo la morte di José Ignacio
Bartolache – e riposta in un angolo della sacrestia, perché completamente
rovinata. Frattanto, nel 1791, un incidente ha messo in luce un’altra singolare caratteristica
dell’ayate. Alcuni operai, incaricati di pulire con una soluzione acquosa
di acido nitrico al 50% la cornice d’oro che dal 1777 racchiude l’immagine, lasciano
cadere inavvertitamente sulla tela parte della soluzione detergente.
Stando alle leggi della chimica, dovrebbe essere un danno irreparabile: infatti,
l’acido nitrico reagisce non solo con le proteine presenti nei tessuti d’origine
animale o vegetale dando loro un caratteristico colore giallo – la cosiddetta reazione
xantoproteica – ma, soprattutto, con la cellulosa che costituisce la struttura
portante delle fibre vegetali, disgregandole. Invece, nel caso dell’ayate
della Madonna di Guadalupe, il tessuto è rimasto inspiegabilmente integro,
e le due macchie giallastre della reazione xantoproteica – che non hanno, comunque,
toccato la figura della Vergine – vanno sbiadendo con il passar del tempo. A questo
si aggiunga un altro fatto, a tutt’oggi inspiegabile, notato anch’esso per la prima
volta nella seconda metà del secolo XVIII e più volte confermato anche
ai nostri giorni: l’ayate respinge gli insetti e la polvere, che
invece si accumulano abbondantemente sul vetro e sulla cornice (
22).


Ma i
risultati più sorprendenti verranno dagli studi sull’immagine della Madonna
di Guadalupe compiuti nel nostro secolo. Nel 1936, il direttore della sezione di
chimica del Kaiser Wilhelm Institut di Heidelberg, dottor Richard Kuhn – premio Nobel
per la Chimica nel 1938 -, ha la possibilità di analizzare due fili, uno rosso
e uno giallo, provenienti da frammenti della tilma di Juan Diego, forse ritagliati
nel 1777 per adattare alla cornice l’antico mantello, e poi conservati come reliquie.
I risultati delle analisi, condotte con le tecniche più sofisticate allora
disponibili, sono incredibili: sulle fibre non vi è traccia di coloranti,
né vegetali, né animali, né minerali (
23).


La tecnica
più usata oggi per determinare la natura dei pigmenti è quella della
fotografia ai raggi infrarossi, che vengono riflessi o assorbiti in maniera diversa
dalle varie sostanze contenute nei pigmenti stessi. Una prima fotografia a raggi
infrarossi dell’immagine della Madonna di Guadalupe è eseguita nel 1946 dal
fotolitografo Jesús Castaño, ma finisce in archivio a causa della morte
dell’autore. Finalmente, nel 1979, lo scienziato e pittore americano Philip Serna
Callahan esegue una quarantina di fotografie all’infrarosso dell’immagine, sulle
quali può compiere uno studio accurato (
24). Tale studio, anche se viziato da qualche
difetto nelle tecniche fotografiche, è il più accurato fra quelli compiuti
sui colori che formano l’immagine e conferma nella sostanza gli studi precedenti:
la quasi totalità della figura fa tutt’un corpo con il tessuto dell’ayate,
con l’eccezione di alcune parti, come le mani, che appaiono ridipinte per ridurre
la lunghezza delle dita, l’intera parte inferiore compresa la figura dell’angelo,
l’argento della luna, l’oro dei raggi solari e delle stelle, e il bianco delle nubi
che circondano i raggi stessi. A proposito di questi e di altri particolari, che
Philip Serna Callahan definisce un po’ troppo sbrigativamente aggiunte,
occorre fare alcune precisazioni. Dell’applicazione di una patina bianca sulle nubi
– allo scopo di cancellare dei cherubini che, dipinti per eccesso di devozione intorno
alla figura della Vergine, si erano deteriorati quasi sùbito – parla già
nel 1668 padre Francisco Florencia S.J. nel suo libro Estrella del Norte de México
(
25). Così
pure l’aggiunta d’oro ai raggi del sole e d’argento alla luna era già stata
notata – e biasimata – dagli studiosi che avevano compiuto il primo esame scientifico
nel 1666. Quanto alla cancellazione della corona che originariamente ornava il capo
della Vergine, si tratta di un intervento assai recente, del 1895, eseguito dal pittore
Salomé Pina per far posto alla corona d’oro massiccio che in quell’anno
viene, con una cerimonia ufficiale, applicata all’immagine (
26). Per quanto riguarda il resto dell’immagine,
sembra difficile che possa avere subìto aggiunte nel senso inteso
da Philip Serna Callahan: sia la più antica descrizione dell’immagine, In
tilmatzintli,
scritta con ogni probabilità da Antonio Valeriano nella
seconda metà del secolo XVI e pubblicata da Luis Lasso de la Vega nel 1649
insieme con il Nican mopohua (
27), sia la già
menzionata copia presente alla battaglia di Lepanto – e quindi anteriore al 1571
– mostrano l’immagine come ci appare oggi, a parte ovviamente la corona cancellata
nel 1895. È quindi più probabile che gli interventi di mano umana individuati
da Philip Serna Callahan siano solo semplici ritocchi; e don Faustino Cervantes Ibarrola,
nelle sue note al libro di Philip Serna Callahan, ritiene che siano stati apportati
dal pittore indio Marcos Cipac – quello accusato da padre Francisco Bustamante
O.F.M. di essere l’autore del falso dell’immagine di Nostra Signora di
Guadalupe – al tempo della costruzione della seconda ermita da parte dell’arcivescovo
padre Alonso de Montúfar O.P., probabilmente per riparare i danni arrecati
alla tilma dall’esposizione per più di vent’anni in condizioni che avrebbero
dovuto distruggere completamente qualunque ayate. In ogni caso, è significativo
che anche le fotografie all’infrarosso abbiano dimostrato la natura non manufatta
acheropita, per dirla con il termine tecnico d’origine greca – della parte
essenziale dell’immagine.


Ma i
risultati più incredibili sono venuti dall’esame degli occhi della Vergine
di Guadalupe. È noto che nell’occhio umano si formano tre immagini riflesse
degli oggetti osservati – una sulla superficie esterna della cornea, la seconda sulla
superficie esterna del cristallino e la terza, ovviamente rovesciata, sulla superficie
interna del cristallino stesso – dette immagini di Purkinje-Sanson dai
nomi dei due ricercatori che le scoprirono nel secolo XIX. Se tali immagini riflesse,
oltre che negli occhi di una persona vivente, possono forse essere viste anche in
una fotografia ad alta risoluzione del suo viso, non potranno certo mai vedersi negli
occhi di un volto umano dipinto su una tela. Eppure, nel 1929, il fotografo Alfonso
Marcué González, esaminando alcuni negativi dell’immagine della Madonna
di Guadalupe, scorge nell’occhio destro qualcosa di simile al riflesso di un mezzo
busto umano. La scoperta – tenuta segreta in attesa di esami più approfonditi
– è confermata il 29 maggio 1951 dal fotografo ufficiale del santuario, José
Carlos Salinas Chávez, che rilascia pubblica dichiarazione scritta di aver
vista […] riflessa nella pupilla del lato destro della Vergine
di Guadalupe la Testa di Juan Diego, accertandone subito la presenza anche sul lato
sinistro
(
28).


La presenza
negli occhi della Vergine di questa presunta testa di Juan Diego viene
confermata negli anni successivi dalle osservazioni di illustri oftalmologi, compiute
anche direttamente sulla tilma priva del vetro protettivo, i quali riescono
pure a individuare, nel solo occhio destro, la seconda e la terza immagine di Purkinje-Sanson.
È una scoperta che rende ancora più inspiegabile l’immagine
del Tepeyac, ma non è ancora tutto. Infatti, quando nel 1979 l’ingegnere peruviano
José Aste Tonsmann, esperto di elaborazione elettronica delle immagini, viene
a conoscenza della scoperta fatta da José Carlos Salinas Chávez ventotto
anni prima, chiede di poter analizzare – con il metodo dell’elaborazione elettronica
mediante computer, usato, fra l’altro, per la decifrazione delle
immagini inviate sulla terra dai satelliti artificiali e dalle sonde spaziali – i
riflessi visibili negli occhi della Madonna di Guadalupe. Con questo metodo – basato
sulla scomposizione di una figura in punti luminosi e sulla traduzione
della luminosità di ciascun punto nel codice binario del calcolatore
– José Aste Tonsmann riesce a ingrandire le iridi degli occhi della Vergine
fino a 2500 volte le loro dimensioni originarie, e a rendere, mediante opportuni
procedimenti matematici e ottici, il più possibile nitide le immagini in esse
contenute. Il risultato ha, ancora una volta, dell’incredibile: negli occhi della
Madonna di Guadalupe è riflessa l’intera scena di Juan Diego che apre la sua
tilma davanti al vescovo Juan de Zumárraga O.F.M. e agli altri testimoni
del miracolo. In questa scena è possibile individuare, da sinistra verso destra
guardando l’occhio: un indio seduto, che guarda in alto; il profilo di un
uomo anziano, con la barba bianca e la testa segnata da un’avanzata calvizie e da
qualcosa di simile alla chierica dei frati, molto somigliante alla figura del vescovo
Juan de Zumárraga O.F.M. quale appare nel dipinto di Miguel Cabrera raffigurante
il miracolo della tilma; un uomo più giovane, quasi sicuramente l’interprete
Juan González; un indio dai lineamenti marcati, con barba e baffi,
certamente Juan Diego, che apre il proprio mantello, ancora privo dell’immagine,
davanti al vescovo; una donna dal volto scuro, forse una schiava nera; un uomo dai
tratti spagnoli – quello già individuato dagli esami oftalmoscopici sulla
tilma e inizialmente scambiato per Juan Diego – che guarda pensoso la tilma
accarezzandosi la barba con la mano. Tutti questi personaggi stanno guardando verso
la tilma, meno il primo, l’indio seduto, che sembra guardare piuttosto
il viso di Juan Diego. Insomma, negli occhi dell’immagine della Madonna di Guadalupe
vi è come una istantanea di quanto accaduto nel vescovado di Città
di Messico al momento in cui l’immagine stessa si formò sulla tilma. Al centro
delle pupille, poi, si nota, in scala molto più ridotta, un’altra scena,
del tutto indipendente dalla prima, in cui compare un vero e proprio gruppo
familiare indigeno composto da una donna, da un uomo, da alcuni bambini, e
– nel solo occhio destro – da altre persone in piedi dietro la donna.


La presenza
di queste immagini negli occhi è, innanzi tutto, la conferma definitiva dell’origine
prodigiosa dell’icona guadalupana: è materialmente impossibile dipingere tutte
queste figure in cerchietti di circa 8 millimetri di diametro, quali sono le iridi
della Madonna di Guadalupe, e per di più nell’assoluto rispetto di leggi ottiche
totalmente ignote nel secolo XVI. Inoltre, la scena del vescovado come appare negli
occhi della Vergine pone un altro problema: essa non è quella che poteva essere
vista dalla supeficie della tilma, dato che vi compare Juan Diego con la tilma
dispiegata davanti al vescovo. A questo proposito José Aste Tonsmann avanza
l’ipotesi che la Madonna fosse presente, sebbene invisibile, al fatto, e abbia proiettata
sulla tilma la propria immagine, avente negli occhi il riflesso di ciò che
stava vedendo (
29).

Un altro
studio scientifico che ha dato risultati molto interessanti è quello relativo
alla disposizione delle stelle sul manto della Vergine, disposizione che, pur essendo
diversa da quelle geometriche tipiche dei cieli dipinti, per esempio,
sulle volte di alcune chiese, sembra tutt’altro che casuale. Questo fatto, che mal
si accorda con la sbrigativa definizione di aggiunte data da Philip Serna
Callahan alle stelle del manto e ai disegni del broccato della tunica, spinge don
Mario Rojas Sánchez, traduttore dei testi náhuatl sull’apparizione
e studioso della cultura azteca, a uno studio accurato su questi due particolari
dell’immagine di Guadalupe. Partendo dalla somiglianza fra i grandi fiori in boccio
visibili sulla tunica della Vergine e il simbolo azteco del tépetl,
cioè del monte, don Mario Rojas Sánchez ha identificato sulla tunica
una mappa dei principali vulcani del Messico; quanto alle stelle, lo
stesso sacerdote ha potuto accertare, grazie alla collaborazione di alcuni astronomi
e dell’osservatorio Laplace di Città di Messico, che esse corrispondono alle
costellazioni presenti sopra Città di Messico al solstizio d’inverno del 1531
– solstizio che, dato il calendario giuliano allora vigente, cadeva il 12 dicembre
– viste però non secondo la normale prospettiva geocentrica, ma
secondo una prospettiva cosmocentrica, ossia come le vedrebbe un osservatore
posto al di sopra della volta celeste (
30).






note



(13)
Fray Bernardino de Sahagún O.F.M., Historia general de las cosas de la
Nueva España,
l. XI, cap. XII, App., in C. Perfetti, op. cit.,
p. 85; cfr. P. F. Velázquez, La aparición de Santa María
de Guadalupe
, cit., pp. 352-353. Ho corretto la traduzione italiana sulla base
del testo originale, riportato e annotato da Primo Feliciano Velázquez, per
quanto riguarda il termine Dios y nantzin, che è composto dal castigliano
Diós, nome proprio del Dio cristiano per gli indios,
e dal náhuatl y nantzin, o inantzin, sua venerabile madre.

(14)
Cfr. C. Perfetti, op. cit., p. 25; e AA. VV., Album Conmemorativo del 450
aniversario de las apariciones de Nuestra Señora de Guadalupe,
cit., p.
273.


(15)
Cfr. AA. VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra
Señora de Guadalupe
, cit., pp. 123 e 275; e C. Perfetti, op. cit.,
p. 167, nota e fotografia nella 16a delle pagine – non numerate – delle illustrazioni.


(16)
Cfr. ibid., pp. 87-103; e P. F. Velázquez, La aparición de
Santa María de Guadalupe
, cit., pp. 184-221.


(17)
Cfr. AA. VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra
Señora de Guadalupe,
cit., p. 274.


(18)
Cfr. Ap. 12, 1.


(19)
Anche qui abbiamo il parallelo con la Donna dell’Apocalisse (12, 2).


(20)
Cfr. C. Perfetti, op. cit., pp. 104-107; e P. F. Velázquez, La aparición
de Santa María de Guadalupe
, cit., pp. 227-235.


(21)
Cfr. la traduzione quasi integrale in C. Perfetti, op. cit., pp. 113-133.


(22)
Cfr. ibid., pp. 134-138.


(23)
Cfr. ibid., pp. 140-141.


(24)
Cfr. Philip Serna Callahan e Jody Brant Smith, La tilma de Juan Diego, Àtécnica
o milagro? Estudio análitico al infrarrojo de la Imagen de Nuestra Señora
de Guadalupe,
trad. spagnola e note di don Faustino Cervantes Ibarrola, 2a ed.,
Alhambra Mexicana, Città di Messico 1982; e C. Perfetti, op. cit.,
pp. 148-167.


(25)
Cit. in C. Perfetti, op. cit., p. 162. Secondo Philip Serna Callahan potrebbe
trattarsi di stucco a base di calce: ma in questo caso l’acido nitrico, che nel 1791
cadde proprio sulla nube a sinistra della Vergine, avrebbe dovuto decomporre
e asportare il rivestimento, cosa che non sembra essere avvenuta…


(26)
Cfr. C. Perfetti, op. cit., p. 162.


(27)
Cfr. la traduzione italiana di In tilmatzintli in C. Perfetti, op. cit.,
pp. 68-70.


(28)
Cit. in C. Perfetti, op. cit., p. 168; cfr. anche la fotografia dell’autografo
di José Carlos Salinas Chávez nella 17a pagina delle illustrazioni.


(29)
Cfr. C. Perfetti, op. cit., pp. 168-179, e le fotografie degli ingrandimenti
ottenuti da José Aste Tonsmann nella 19a pagina delle illustrazioni; R. Camargo,
art. cit., p. 267; e Ilario Valdalma, Santuari. Gli occhi della Madonna
di Guadalupe,
in Studi Cattolici, anno XXVI, n. 262, dicembre 1982, pp.
840-841. Quanto alla seconda scena presente negli occhi della Vergine,
quella del gruppo familiare indigeno, essa potrebbe significare che Maria
stava contemporaneamente guardando – in quel senso di amorosa attenzione
che ha nella liturgia e nelle preghiere il verbo latino respicere – il popolo
indio a cui veniva, con le sue apparizioni sul Tepeyac, a portare il suo Divin
Figlio.

(30)
Cfr. C. Perfetti op. cit., pp. 180-182.









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