La Madonna di Guadalupe (1ª parte)

Ave Maria!

«La
Madonna di Guadalupe:

un caso di “inculturazione” miracolosa»

di
Giulio Guerra












Dieci
anni dopo la conquista del Messico




Introduzione



La ricorrenza
del quinto centenario dello sbarco di Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo, il 12 ottobre
1492 (
1), invita almeno
i cattolici a considerare tale avvenimento nel suo autentico significato, più
volte richiamato da Papa Giovanni Paolo II: quello dell’inizio dell’evangelizzazione
dei popoli indigeni del continente americano, i cosiddetti indios o “indiani”
(
2).

Sul fatto
si è venuto elevando nel corso dei secoli un cumulo di calunnie – la celebre
leyenda negra – che tanti storici anticattolici – spesso anglo-americani,
e quindi connazionali dei responsabili del genocidio degli “indiani” del
Nordamerica – hanno gettato su tale evangelizzazione (
3), ingigantendo gli inevitabili errori
che i primi missionari spagnoli – avvezzi da secoli a trattare con “infedeli”
che conoscevano benissimo il cristianesimo, come i musulmani di Spagna – possono
aver commesso nell’annunciare Gesù Cristo a popoli totalmente pagani e culturalmente
lontanissimi dalla mentalità europea e mediterranea (
4). Purtroppo non di uguale attenzione sono
stati oggetto altri avvenimenti, strettamente legati alla scoperta e all’evangelizzazione,
come, per esempio, quello con il quale Gesù Cristo stesso, attraverso la sua
Santissima Madre, volle rivelarsi agli indigeni del Nuovo Mondo, cioè l’apparizione
della Madonna all’indio Juan Diego Cuauhtlatóhuac nel dicembre del
1531 – appena dieci anni dopo la conquista – sulla collina di Tepeyac, presso Città
di Messico, dove oggi sorge il Santuario di Nostra Signora di Guadalupe.




L’apparizione all'”indio” Juan Diego


Cuauhtlatóhuac
(
5), nato a Cuauhtitlán,
piccolo villaggio pochi chilometri a nord di Tenochtitlán, l’odierna Città
di Messico, nel 1474, è un macehual, un uomo del popolo, piccolo coltivatore
diretto in un modesto villaggio: poco più di niente, nella società
azteca complessa e fortemente gerarchizzata. Nel 1524, all’età di cinquant’anni,
viene battezzato con il nome di Juan Diego, insieme con la moglie Malintzin, che
prende a sua volta il nome di María Lucía. Rimasto vedovo quattro anni
più tardi, divide il suo tempo fra il lavoro dei campi e le pratiche della
religione cristiana, fra cui l’ascolto della catechesi impartita agli indigeni neoconvertiti
dai missionari spagnoli a Tlatelolco, un sobborgo di Città di Messico. Quindi
la sua vita è apparentemente la stessa di tanti altri suoi conterranei quando,
all’alba del 9 dicembre 1531, avviene l’incontro che cambierà totalmente la
sua vita e che lascerà sul suo mantello, o tilma, un segno visibile
della benedizione data da Dio all’opera – allora appena iniziata – dell’evangelizzazione
dei popoli del Nuovo Mondo (
6). Quel giorno
è un sabato e, come ogni sabato mattina, Juan Diego si sta recando a Tlatelolco,
alla chiesa francescana di Santiago, per la preghiera e la catechesi. Giunto all’altezza
del colle chiamato Tepeyac, ode un canto melodioso, come di uccelli rari. Si ferma
stupito, domandandosi se non sia per caso giunto nel paradiso terrestre, quando il
canto tace e dalla cima del colle una dolce voce lo chiama: “Juantzin, Juan
Diegotzin”
(
7). Sale, e vede
una giovane Signora, dal vestito risplendente come il sole, in piedi sulla sommità,
davanti alla quale cade in ginocchio. Allora la Signora si rivolge a lui dichiarando
di essere “la Perfetta Sempre Vergine Maria, la Madre del verissimo ed unico
Dio”
e gli ordina di recarsi dal vescovo a riferirgli che desidera le si
eriga un tempio ai piedi del colle. Juan Diego corre a Città di Messico e
si reca dal vescovo; ricevuto dopo lunga attesa, gli parla dell’apparizione e gli
riferisce le parole della Vergine, ma non viene creduto. Tornando a casa la sera,
incontra nuovamente sul Tepeyac la Vergine Maria, a cui riferisce il suo insuccesso
e chiede di essere esonerato dal compito affidatogli, dichiarandosene indegno. La
Vergine gli risponde ordinandogli di tornare dal vescovo a rinnovare la richiesta.

La mattina
dopo, domenica, Juan Diego, dopo la Messa e la catechesi, torna dal vescovo e, inginocchiatosi,
gli ripete con le lacrime agli occhi la richiesta della Regina del Cielo. Il vescovo,
dopo avergli fatto parecchie domande sul luogo e sulle circostanze dell’apparizione,
gli chiede un segno; poi, non appena è uscito, gli manda dietro dei servitori
a spiarlo, ma essi lo perdono di vista non appena si avvicina al Tepeyac. Mentre
costoro tornano dal vescovo tacciando Juan Diego di mentitore e di visionario, l’indio
incontra di nuovo la Vergine che gli promette di dargli il segno l’indomani mattina.
Ma la mattina seguente Juan Diego non può tornare: un suo zio, Juan Bernardino,
è gravemente ammalato. Egli cerca in tutti i modi di soccorrere lo zio, chiama
un medico, ma non vi è niente da fare: in tutta la giornata del lunedì
il malato si aggrava sempre di più, e alla sera prega il nipote di recarsi
a Tlatelolco la mattina seguente a cercare un sacerdote che lo confessi, essendo
ormai sicuro di morire presto. Così, il martedì mattina, Juan Diego
esce di casa mentre è ancora buio e si dirige di corsa verso Tlatelolco; giunto
in vista del Tepeyac decide di cambiare strada e di aggirare il colle sul lato orientale,
per evitare l’incontro con la Signora, ritenendo più importante la salvezza
eterna dello zio moribondo. Ma la Signora è lì, davanti a lui, e gli
chiede il perché di tanta fretta. Juan Diego si prostra ai suoi piedi e le
chiede perdono per non poter compiere l’incarico affidatogli presso il vescovo, a
causa della malattia mortale dello zio. Ma la Signora lo rassicura, gli dice che
lo zio è già guarito, e lo invita a salire sulla sommità del
colle per cogliere e portarle i fiori che troverà lassù. Juan Diego
sale e si meraviglia di trovare la cima del colle coperta di bellissimi “fiori
di Castiglia”: infatti è il 12 dicembre, il solstizio d’inverno secondo
il calendario giuliano allora vigente, e oltre alla stagione neppure il luogo, una
desolata pietraia, è adatto alla crescita di fiori simili. Juan Diego li coglie,
li ripone nella tilma, e li porta alla Vergine, la quale li prende e poi li
rimette nel mantello dell’indio, dicendogli di portarli al vescovo come prova
della verità delle apparizioni.

Juan
Diego si reca a Città di Messico, badando bene di non far cadere i fiori raccolti
nel mantello, e chiede nuovamente di essere ricevuto dal vescovo, ma i servitori
non gli danno retta e lo fanno aspettare a lungo; poi si mettono a sbirciare nella
sua tilma e, vedendo i fiori, tentano per ben tre volte di prenderglieli,
ma inutilmente, perché i fiori diventano come aderenti al tessuto. Stupiti
di ciò, i servitori si decidono finalmente a introdurre Juan Diego dal vescovo,
davanti al quale l’indio riferisce quanto ha visto e apre il mantello per
offrirgli i fiori. Non appena questi cadono a terra, “subito sul mantello
si disegnò e si manifestò alla vista di tutti l’amata Immagine della
perfetta Vergine Santa Maria, Madre di Dio, nella forma e figura in cui la vediamo
oggi,

“così come è conservata nella sua amata casa, nel tempio eretto
ai piedi del Tepeyac e che invochiamo con il titolo di Guadalupe”
(
8).

Di fronte
a tale prodigio, il vescovo cade in ginocchio, e con lui tutti i presenti; poi, rialzatosi,
prega la Madonna chiedendole perdono dell’incredulità da lui mostrata nei
confronti di Juan Diego, e infine, sfilata la tilma dal collo dell’indio,
la colloca all’interno della sua cappella. La mattina dopo Juan Diego, dopo essere
rimasto tutta la giornata ospite del vescovo, accompagna il presule al Tepeyac per
indicare il luogo in cui la Vergine ha chiesto di costruirle un tempio; poi, mentre
già iniziano i preparativi per la costruzione, chiede il permesso di recarsi
a casa per vedere suo zio, che aveva lasciato ammalato il giorno prima. Parte accompagnato
da alcuni membri del seguito del vescovo, e, giunto a casa, trova Juan Bernardino
completamente guarito, che si meraviglia di vedere il nipote in compagnia di tanta
gente. Quando Juan Diego gli racconta dell’apparizione della Madonna, che gli aveva
ordinato di completare la missione presso il vescovo e gli aveva annunciato la guarigione
dello zio, quest’ultimo riferisce che nello stesso momento la Signora del Cielo era
apparsa anche a lui, lo aveva guarito e gli aveva detto di voler essere invocata
con il titolo di “Perfetta Vergine Santa Maria di Guadalupe”.

Allora
Juan Bernardino viene condotto a Città di Messico, perché riferisca
tutte queste cose al vescovo, il quale trattiene lui e il nipote come suoi ospiti
per alcuni giorni, fino al completamento della costruzione, ai piedi del Tepeyac,
di una ermita, ossia di una piccola cappella, in cui esporre alla venerazione
l’immagine miracolosa. Nel frattempo l’immagine, sempre per disposizione del vescovo,
viene collocata provvisoriamente nella cattedrale, dove diventa subito oggetto di
una devozione popolare che si è mantenuta ininterrotta fino ai nostri giorni.

La costruzione
dell’ermita ai piedi del Tepeyac viene completata con incredibile rapidità
e il 26 dicembre 1531 il vescovo, padre Juan de Zumárraga O.F.M., può
organizzare la solenne traslazione dell’immagine dalla cattedrale alla cappella eretta
sul luogo dell’apparizione. E, proprio in questa occasione, si compie un nuovo miracolo
(
9). La processione,
con la sacra immagine trasportata su una ricchissima portantina adornata di piume
e sormontata da un baldacchino, dietro alla quale venivano il vescovo con tutto il
clero, la nobiltà spagnola e azteca e un’incredibile folla di fedeli, avanzava
lungo una delle dighe, o calzadas, che collegavano l’ancora “lagunare”
Città di Messico alla terraferma, diretta verso il Tepeyac. Il popolo intonava
canti, spagnoli e náhuatl, in onore della Vergine (
10). Sulle acque del lago ai lati della calzada,
a bordo di canoe, gruppi di danzatori indigeni vestiti da guerrieri esternavano la
loro gioia mimando scene di battaglia con archi e frecce, senza che – sia detto di
passaggio per i denigratori dell’evangelizzazione “colonialistica” spagnola
– il vescovo trovasse niente di scandaloso nel fatto che gli indios onorassero
la Vergine Maria in un modo così “pagano”. A un certo momento avviene
un tragico incidente: a uno degli arcieri sfugge dall’arco la freccia, che trapassa
la gola a uno dei suoi compagni, uccidendolo sul colpo. Il corpo dello sventurato
viene immediatamente portato davanti all’immagine della Madonna di Guadalupe, mentre
tutti i presenti pregano la Vergine perché lo risusciti. Ed ecco che, appena
estratta la freccia, la ferita si rimargina, lasciando solo una profonda cicatrice,
e il morto si alza in piedi risuscitato, cantando lodi alla Signora del Cielo (
11).

Dopo
la costruzione dell’ermita, Juan Diego decide di dedicare tutta la sua esistenza
al servizio della Vergine Maria. Lascia la sua casa e il suo campo allo zio Juan
Bernardino e si trasferisce, con il permesso del vescovo, in una capanna attigua
alla chiesetta della Madonna di Guadalupe. Qui trascorre il suo tempo pregando e
compiendo i lavori più umili necessari a far sì che l’ermita
sia sempre pulita e presentabile alla moltitudine dei fedeli che l’affolla quotidianamente.

Nel 1544
scoppia in Messico una grave epidemia, che miete numerose vittime, specialmente fra
la popolazione indigena, priva di difese immunitarie contro le malattie introdotte
nel paese dagli spagnoli. Fra le vittime vi è anche Juan Bernardino, lo zio
di Juan Diego, che muore il 15 maggio di quell’anno e viene sepolto nella cappella
del Tepeyac. Per implorare l’aiuto del Cielo contro la pestilenza, i frati francescani
del convento di Tlatelolco organizzano una processione al Tepeyac, in onore della
Madonna di Guadalupe: subito l’epidemia si attenua, per cessare dopo pochi giorni.
Quattro anni dopo, nel 1548, lo stesso anno della morte del vescovo Juan de Zumárraga
O.F.M., muore anche Juan Diego “dopo sedici anni di servizio al tempio della
Regina del Cielo”
(
12) ed è
sepolto anche lui nell’ermita.





note




(1)
Cfr. Marco Tangheroni e Maurizio Parenti, Cristoforo Colombo, ammiraglio genovese
e “defensor fidei”
, in Cristianità, anno XX, n. 203,
marzo 1992.

(2)
Cfr., come documenti altamente significativi in proposito, Giovanni Paolo II, Lettera
apostolica ai Religiosi e alle Religiose dell’America Latina in occasione del V Centenario
dell’Evangelizzazione del Nuovo Mondo Los caminos del Evangelio, del 29-5-1990;
e Idem, Discorso ai partecipanti al Seminario Internazionale organizzato dalla Pontificia
Commissione per l’America Latina sul tema Storia dell’evangelizzazione dell’America.
Traiettoria, identità e speranza di un Continente
, del 14-5-1992, in L’Osservatore
Romano
, 15-5-1992.

(3)
Sulla leyenda negra, cfr. Gianni Vannoni, Sulla “conquista” dell’America
del sud,
in Cristianità, anno III, n. 10, marzo-aprile 1975.

(4)
Sulla religione e la cultura del Messico precolombiano, cfr., per esempio, Laurette
Séjourné, Quetzalcóatl, il serpente piumato, trad. it.,
Il Saggiatore, Milano 1959. La grafia dei nomi propri indigeni e degli altri vocaboli
aztechi citati nel presente articolo è quella elaborata nel secolo XVI dai
missionari spagnoli per trascrivere il náhuatl – la lingua degli aztechi –
in caratteri latini. Quindi la pronuncia è quasi identica a quella del castigliano,
con le sole eccezioni del gruppo “ll”, che si legge come in italiano, e
della lettera “x”, che si legge come la “c” nella pronuncia dialettale
toscana di “voce”.

(5)
Il significato del nome azteco di Juan Diego è “Colui che parla come
un’aquila”. Poiché l’aquila è il simbolo dell’evangelista san
Giovanni, il nome Juan con cui Cuauhtlatóhuac fu battezzato mostra come i
missionari spagnoli tendessero a “inculturare” il cristianesimo dando anche
– quando era possibile – agli indios convertiti nomi cristiani di significato
simbolico analogo a quello dei loro originari nomi “pagani”.

(6)
Le più antiche relazioni sulle apparizioni della Madonna di Guadalupe e sull’impressione
prodigiosa della sua immagine sulla tilma di Juan Diego sono due documenti
in lingua náhuatl della prima metà del secolo XVI: l’Inin huey tlamahuizoltzin,
“Questa è la gran meraviglia”, attribuito al sacerdote spagnolo
Juan González, interprete del primo vescovo di Città di Messico, padre
Juan de Zumárraga O.F.M., scritto fra il 1541 e il 1545, quando erano ancora
vivi Juan Diego e lo stesso vescovo; e il Nican mopohua, “Qui si racconta”,
attribuito al nobile azteco Antonio Valeriano, allievo del collegio francescano di
Santa Cruz di Tlatelolco, scritto fra il 1545 e il 1555. I titoli dei due documenti
sono costituiti, secondo l’uso indigeno, dalle parole con cui iniziano. Per il Nican
mopohua,
che contiene la narrazione più estesa e più ricca di particolari,
cfr. la traduzione castigliana, con frequenti riferimenti in nota all’originale náhuatl,
in Primo Feliciano Velázquez, La aparición de Santa María
de Guadalupe,
2a ed., Editorial Jus, Città di Messico 1981, pp. 146-161;
cfr. una traduzione italiana di entrambi i testi, condotta sulla più recente
versione castigliana di don Mario Rojas Sánchez, in Claudio Perfetti, Guadalupe.
La tilma della Morenita (Messico 1931),
2a ed., Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo
(Milano) 1988, pp. 37-39 e 45-67. Quest’opera, una delle poche in lingua italiana
sulla Madonna di Guadalupe, è utile perché riporta le traduzioni dei
principali documenti – náhuatl e spagnoli – sull’argomento, ma è viziato,
dal punto di vista teologico, da influenze della “teologia della liberazione”
e di quell'”indigenismo” che induce molti missionari, specie in Amazzonia,
a trasformare la necessaria “inculturazione” dell’evangelizzazione in una
rinuncia di fatto all’evangelizzazione stessa (cfr. Plinio Corrêa de Oliveira,
Tribalismo indígena, ideal comuno-misionário para o Brasil no século
XXI
, Vera Cruz, San Paolo 1977). Migliore, da questo punto di vista, l’articolo
di Rosario Camargo, La Madonna di Guadalupe, in Studi Cattolici, anno
XXVI, n. 254-255, aprile-maggio 1982, pp. 262-267.

(7)
Diminutivi náhuatl di “Juan” e “Juan Diego”. Presso gli
aztechi il diminutivo, formato con il suffisso “tzin”, era principalmente
un segno di rispetto: cfr. P. F. Velázquez, La aparición de Santa
María de Guadalupe
, cit., p. 148, nota 1.

(8)
A. Valeriano, Nican mopohua, vv. 183-184, in C. Perfetti, op. cit.,
p. 64.

(9)
Quattordici fra miracoli e grazie avvenuti per intercessione della Madonna di Guadalupe
fra il 1531 e la fine del secolo XVI sono narrati nel Nican moctepana, “Qui
si riferiscono”, scritto agli inizi del secolo XVII dal nobile messicano Fernando
de Alva Ixtlilxóchitl, discendente dei re di Texcoco e dei signori di Teotihuacán:
cfr. la versione castigliana in P. F. Velázquez, La aparición de
Santa María de Guadalupe
, cit., pp. 164-177, e quella italiana in C. Perfetti,
op. cit., pp. 71-81.

(10)
Di uno dei canti náhuatl, noto con il titolo spagnolo di Pregón
del atabál,
attribuito a Francisco Plácido, signore di Azcapotzalco,
ci è stato conservato il testo: cfr. una sua traduzione in C. Perfetti, op.
cit.,
pp. 208-209.

(11)
Cfr. F. de Alva Ixtlilxóchitl, Nican moctepana, in C. Perfetti, op.
cit.,
pp. 71-72. Una raffigurazione pittorica del miracolo, con un riquadro raffigurante
la processione, si trova in una grande tela di metri 2,75 x 6,10, copia della seconda
metà del secolo XVII di un più antico dipinto, oggi perduto, risalente
al 1533, ossia ad appena due anni dopo il miracolo. Il dipinto, ritrovato nel 1960
dietro un muro in una costruzione attigua al santuario, è riprodotto in AA.
VV., Album Conmemorativo del 450 aniversario de las apariciones de Nuestra Señora
de Guadalupe,
Ediciones Buena Nueva, Città di Messico 1981, pp. 28-29.

(12)
F. de Alva Ixtlilxóchitl, op. cit., in C. Perfetti, op. cit.,
p. 81.





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