L’Immacolata nella Bibbia

Ave Maria!


I fondamenti
biblici del dogma

dell’Immacolata Concezione

di
P. Gabriele Roschini O.S.M.
















sommario



1.
L’ARGOMENTO DEDOTTO DAL «PROTOVANGELO» (Gen. 3, 15).




2.
IL SALUTO DELL’ANGELO A MARIA (Lc 1, 28).




1)
Il primo inciso: «Ave, o piena di grazia».


2)
Il secondo inciso: «Il Signore è con te»


3)
Il terzo inciso
: «Tu sei benedetta tra le donne»




3.
LA «DONNA» DELL’APOCALISSE (12, 1)




4.
OBIEZIONI DESUNTE DALLA S. SCRITTURA




Il dogma
dell’Immacolata Concezione è fondato sia sulla S. Scrittura sia sulla Tradizione
cristiana, la quale – secondo la Costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano Il
(n° 8 c) – «ci fa più profondamente comprendere… le stesse Sacre
Lettere».

Nei secoli passati, i fautori del singolare privilegio mariano adducevano, in suo
favore, oltre un migliaio di luoghi biblici. Altri autori, al contrario, confessavano
di non trovarne neppure uno (per es. Petavio). S. Roberto Bellarmnio asseriva: «Níhil
in S. Scriptura» (cfr. LE BACHETET, Auctarium Bellarminianum, Paris 1913, p.
627). Sono i due estremi. Anche qui, come sempre, la verità sta nel mezzo.
Nella Bolla «Ineffabilis Deus», infatti, vengono citati due testi sui
quali poggia la verità della Immacolata Concezione: uno dell’Antico Testamento:
il preannuncio della Redenzione, o «Protovangelo» (Gen. 3, 15);
e l’altro del nuovo Testamento: il saluto dell’Angelo a Maria (Lc. 1, 28).

La Commissione speciale stabilita da Pio IX per preparare la Bolla dogmatica, parlando
di questi due argomenti, venne a questa unanime conclusione: «La prerogativa
dell’immunità dalla colpa originale nella SS. Vergine ha solido fondamento
nelle parole del Genesi (Cap. III, 15):

Inimicitias ponam… E ciò si deduce dalle parole stesse…».
«Le parole dell’Angelo presso S. Luca (Cap. 1, v. 28): Ave gratia plena,
Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus
per sé non hanno forza sufficiente
a provare la prerogativa della B. Vergine… Le parole allegate dall’Angelo alla
B. Vergine valgono a provare la prerogativa dell’immacolato concepimento, quando
si aggiunga la tradizione esegetica dei SS. Padri…» (cfr. SARDI V., La
solenne definizíone del dogma dell’Immacolato Concepimento di Maria Santissima
,
Atti e documenti, Roma, 1905, V, p. 796-804). Mentre quindi l’argomento dedotto dal
Protovangelo sarebbe puramente scritturistico, l’argomento dedotto dal saluto dell’Angelo
sarebbe scritturistico-patristico,



1. L’ARGOMENTO DEDOTTO DAL «PROTOVANGELO»
(Gen. 3, 15).



La sullodata Commissione speciale ha argomentato così: «Ciò
(l’immacolato Concepimento) si deduce dalle parole stesse; imperocché
se il seme della donna è il Redentore, il quale secondo la dottrina dei Cattolici
ivi è promesso, sicché questo si suole chiamare il Protovangelo; dunque
la donna è la sua SS. Madre. Ciò posto è chiaro che ivi si stabilisce
il medesimo rapporto di inimicizia tra il serpente e la donna, che si pone tra il
seme del serpente e il seme della donna, giacché le stesse parole inimicitias
ponam
si riferiscono all’uno e all’altro inciso, e sarebbe affatto contro le
regole del parlare che… quelle parole dovessero prendersi in un senso per il primo
inciso, in altro pel secondo. Ma è del pari manifestamente falso, che l’inimicizia
tra il serpente e il seme della donna, sia un’inimicizia che sia succeduta a precedente
amicizia. Dunque, quella donna, la SS. Vergine Madre di Dio, non fu mai amica, fu
sempre nemica del serpente, cioè del demonio. Non fu dunque mai per colpa
di veruna specie al demonio soggetta» (ibid.).

Con ragione perciò la suddetta Pont. Commissione, nella Silloge degli
argomenti preparata per l’estensore della Bolla dogmatica, asserisce che il singolare
privilegio «fu predetto in modo non oscuro nelle parole del Protovangelo»
(op. cít., II, p. 47).

Nella Bolla Ineffabilis Deus, l’argomento tratto dal Protovangelo, anziché
dalle stesse parole di esso (come aveva fatto la Commissione speciale), viene
dedotto dalle parole alla luce della interpretazione dei «Padri e Scrittori
ecclesiastici» (argomento scritturistico-patristico). La Bolla dogmatica infatti
asserisce che «i Padri e gli scrittori ecclesiastici… nello spiegare le parole
con le quali Iddio, fin dalle origini del inondo, annunziò i rimedi preparati
dalla sua misericordia per la rigenerazione degli uomini, confuse l’audacia del serpente
ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano:Porrò
inimicizia fra te e la donna, fra la stirpe tuo e la stirpe di lei, essi [i
Padri e gli Scrittori ecclesiastici] insegnarono che con questa profezia fu chiaramente
ed apertamente indicato il misericordiosissimo Redentore del genere umano, cioè
il Figliolo Unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu designata la sua beatissima
Madre, la Vergine Maria; e fu insieme nettamente espressa l’inimicizia dell’uno
e dell’altra contro il demonio
. In conseguenza di ciò, come Cristo, Mediatore
tra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, distrusse il decreto di condanna che
era contro di noi, attaccandolo trionfalmente alla croce; così la santissima
Vergine, unita con lui da un legame strettissimo ed indissolubile, fu insieme con
lui e per mezzo di lui, l’eterna nemica del velenoso serpente, e ne schiacciò
la testa col suo piede verginale» (cfr. TONDINI A., Le Encicliche mariane,
p. 43).

In breve. Maria – come il Redentore suo Figlio – viene predetta, nel Protovangelo,
come perpetua nemica del demonio, e perciò come perpetua amica
di Dio (e perciò sempre in grazia di Dio, sempre senza il peccato che rende
amici del demonio e nemici di Dio). Ciò si deduce dal Protovangelo considerato
alla luce della interpretazione dei Padri e Scrittori ecclesiastici, ossia, alla
luce della Tradizione cristiana.

L’argomento tratto dal Protovangelo in favore dell’Immacolata Concezione è
stato recentemente ripreso nell’Enciclica Fulgens corona di Pio XII.

Vi si argomenta così: «Anzitutto il fondamento di siffatta dottrina
[dell’Immacolata Concezione] si scorge già nella stessa Sacra Scrittura, dove
Dio Creatore di tutte le cose, dopo la deplorevole caduta di Adamo, si rivolge al
serpente tentatore e seduttore con queste parole che, non pochi Santi Padri e
Dottori della Chiesa e moltissimi autorevoli interpreti
riferiscono alla Vergine
Madre di Dio:Porrò inimicizia fra te e la donna, e il seme tuo e il
seme di lei…(Gn 3, 15). Se dunque in qualche momento la beata Vergine
Maria fosse rimasta priva della divina grazia, in quanto inquinata nel suo concepimento
dalla macchia ereditata del peccato, almeno per quell’istante, benché brevissimo,
non avrebbe avuto luogo fra lei e il serpente quella perpetua inimicizia,
di cui si parla dalla più antica tradizione (primaeva traditione) fino
alla solenne definizione dell’Immacolata Concezione della stessa Vergine; ma invece
ci sarebbe stato un certo asservimento» (cfr. TONDINI A., Le Encicliche
mariane
, p. 733).





2. IL SALUTO DELL’ANGELO A MARIA (Lc 1, 28).



Al «Protovangelo» fa eco il «Vangelo»; al vaticino fa
eco l’avveramento: dall’Eden si passa a Nazaret; da Eva si passa a Maria. Dice l’Angelo,
«mandato da Dio» a Maria: «Salve, o piena di grazia, il Signore
è con te; tu sei benedetta fra le donne» . È un saluto mai udito.
Per questo riempi di stupore la Vergine. «Questo testo – ha detto S. Pietro
Canisio – dai primi Riformatori è stato lacerato peggio del corpo di Ippolito
trascinato da focosi cavalli». È necessario perciò considerarlo
con particolare attenzione.

Abbiamo qui tre incisi intimamente connessi, vale a dire: 1) «Salve, o piena
di grazia!»; 2) «il Signore è con te»; 3) «tu sei
benedetta fra le donne». Ci si può domandare: si può trarre,
da questi tre incisi, un valido argomento in favore della Immacolata Concezione?…
La Commissione speciale dei teologi deputata a preparare la Bolla «Ineffabilis
Deus», nella seduta del 10 luglio 1852, decideva, ad unanimità, che
«a) le parole dell’Angelo presso S. Luca (cap. 1, v. 28): Ave, gratia plena,
Dominus tecum; benedicta tu in mulieribus
per sé non hanno forza sufficiente
a provare la prerogativa della B. Vergine… b) Le parole allegate dall’Angelo alla
B. Vergine valgono a provare la prerogativa dell’immacolato concepimento, quando
si aggiunge la tradizione esegetica dei SS. Padri, della quale si offre un saggio»
(SARDI, op. cit., p. 804).

Si tratta perciò non già di un argomento puramente scritturistico,
ma di un argomento scritturistico-patristíco .





1) Il primo inciso: «Ave, o piena di grazia».



Parlando di questo inciso, il Valdese Ernesto Comba ha scritto: «C’imbattiamo
in un altro formidabile errore di traduzione dal greco in latino… per cui viene
interamente alterato il significato delle parole nella lingua originale del testo
biblico. Il testo greco reca queste parole, rivolte dall’Angelo a Maria:Kaire,
Kecaritôméne. La prima parola significa:Ti saluto!E
quindiAve, in latino, sta bene. Ma la seconda parola è il participio
femminile della forma medio-passiva del verbo caritoun, che significa «fare
grazia», «usare benignità verso qualcuno»; e non può
assolutamente rendersi piena di grazia. Uno studente ginnasiale sa che non può
tradursi altrimenti chefavorita dalla grazia,tu che hai ricevuto
grazia. Del resto, l’angelo stesso spiega subito inequivocabilmente il suo
saluto, proseguendo:Non temere Maria, perché hai trovato grazia presso
Dio(carin eures): vers. 30. Sei stata scelta per diventare la madre
del Salvatore. Questa, la grazia di cui fosti favorita. Non piena, o ricolma
di grazia. La parola non c’è; e non c’è il pensiero: costruiti
più tardi, con gravissima alterazione del testo e del pensiero primitivo della
S. Scrittura. Così è avvenuto, purtroppo, che un’immensa impalcatura
è stata eretta sul vuoto e sul falso. Caso non unico né raro»
(op. cit., p. 281).



Per argomentare perciò in modo efficace da questo primo inciso in favore dell’Immacolata
Concezione, è necessario stabilire tre cose, rispondenti a queste tre domande:
a) è esatta la versione dell’espressione greca «Kekharitóméne»
con l’espressione «piena di grazia?»; b) di quale «grazia»
vi si tratta?… e) la «pienezza di arazia» è esistita in Maria
fin dal primo istante della sua esistenza, 1 modo che Maria è stata concepita
in grazia, senza il peccato originale, e perciò Immacolata?…



a) È esatta, innanzitutto, la versione dell’espressione greca «Kekharitôméne»
con l’espressione: «piena di grazia»? Ha studiato recentemente, tra gli
altri, in modo documentatissimo, la presente questione, dal punto di vista filologico
e stilistico, Friederich Stummer, in un articolo pubblicato nella Rivista «Zeitschrift
für die Alttestamentliche Wissenschaft» 62 [1949-50], p. 161 ss.. Questo
studioso tedesco ha dimostrato che la perifrasi «gratia plena» che si
trova nella Volgata è l’equivalente esatto del participio perfetto greco «Kekharitôméne».
Effettivamente, i verbi greci in oô tra i quali vi è il verbo Karitoô,
dal quale deriva il participio passato «Kekharitôméne»)
hanno tutti un significato di abbondanza, di cumulo, dì pienezza; così,
per es., Khaumatoô significa riempire di stupore. Altrettanto si dica
di Karitoô: esso significa «ricolmare, riempire di grazia»;
il participio passato di Karitoô, quindi, significa «riempita
di grazia». Con ragione perciò, la Volgata e quasi tutte le antiche
versioni han tradotto «Kekharitôméne» per «piena di
grazia». L’idea di pienezza è perciò inclusa nel testo. La traduzione
della Volgata, quindi – checché ne dica il Comba – è esattissima (anche
uno «studente ginnasiale» ne comprenderebbe l’esattezza). È da
rilevare, inoltre, che il participio passato significa non solo un fatto passato
ma anche la continuazione del medesimo (cfr. WINER, Gramm. N.T., de usu verbi,
cap. 4, § 46, de participio, p. 407) .



b) Di quale «grazia» ivi si tratta? Si tratta cioè di una «grazia»
d’ordine fisico (come vorrebbe Erasmo di Rotterdam, il quale ha tradotto «Ave,
gratiosai», imitato in ciò dai Protestanti), oppure di una «grazia»
d’ordine spirituale? Si tratta di grazia santificante concessa a Maria in vista della
maternità divina, oppure si tratta del carisma della maternità divina
(come vorrebbe il Comba?).

La risposta alla prima domanda non può essere dubbia: si tratta di una «grazia»
di ordine spirituale, e non già di ordine fisico, cioè, di bellezza
fisica. Il contesto dell’Annunciazione, infatti, è un contesto completamente
religioso, spirituale: ne segue perciò che il saluto dell’Angelo («Ave,
o piena di grazia») non possa riguardare altro che la bellezza o il valore
spirituale che adornava la Vergine dì Nazaret. In caso diverso, il saluto
dell’Angelo a Maria si sarebbe risolto in una vera banalità (Ave, o carina!).
Inoltre, il verbo Karitoo deriva da Karis (= dono che perfeziona). Orbene, Karis
– come ha rilevato il professore Cerfaux – «è una di quelle parole che
hanno un senso ricchissimo, ed anche complesso, introdotto nella lingua sacra per
designare grosso modo – con ogni specie di sfumature possibili – l’insieme dei beni
divini, salutari, apportatici da Nostro Sìgnore… Questo verbo stesso (Karitoô)
è di un uso molto raro. Nell’unico passo del Nuovo Testamento in cui noi l’incontriamo
Ef. 1, 6: a lode della magnificenza della sua grazia, della quale ci ha
ricolmati nel suo Diletto
, Cristo è in relazione con Karis nel
senso di grazia santificante, dono soprannaturale realizzato nel cristiano… Quando
S. Luca [discepolo e compagno di S. Paolo] impiega la parola Karitoô,
è certo che questa parola ha acquistato, nello stesso tempo che la parola
Karis, la grande naturalizzazione cristiana; conseguentemente, anche nel Vangelo
dell’infanzia, per una tale parola, è l’uso paolino quello che deve far legge…»
(Gratia plena, in «Memoires et Rapports du Congrès Marial tenu
a Bruxelles», 8-11 sept. 1921, 1, p. 36).

I Protestanti di oggi sono costretti a riconoscere che la Riforma, con le sue idee
di pura imputazione estrinseca della giustificazione, si era allontanata dalla vera
nozione primitiva della grazia.

Anche la risposta alla seconda domanda (se si debba cioè identificare la «grazia»
col carisma della maternità divina) non può essere dubbia. Se ben si
considerano le parole dell’Angelo, la «pienezza di grazia» si distingue
nettamente dal carisma della maternità divina. La «pienezza di grazia»,
infatti, viene usata come fosse un nome proprio (l’Angelo infatti, invece di dire:
«Ave, o Maria», dice: «Ave, o piena di grazia»). Si tratta
perciò di qualcosa di personale, propria della persona di Maria, e perciò
non. si può identificare con il carisma della maternità divina che
le viene di poi annunziata dall’Angelo.

Quantunque la «pienezza di grazia» sia ben distinta dal carisma della
maternità divina, esiste tuttavia – come appare dal con testo – una strettissima
relazione tra l’una e l’altra, ossia: la «pienezza di grazia» è
stata concessa da Dio a Maria in vista e in funzione della maternità divina,
affinché cioè fosse degna Madre di Dio.



c) La «pienezza di grazia» è esistita in Maria fin dal primo
istante della sua esistenza?
Il testo , per sé stesso – come ha rilevato
la Commissione Teologica – non lo dice. Perché lo dica, è necessario
attendere al significato (un significato, pieno) che gli han dato i Padri e gli Scrittori
Ecclesiastici (come ha fatto la Bolla «Ineffabilis Deus»), ossia, è
necessario aggiungere la Tradizione cristiana.

Effettivamente, l’espressione «piena di grazia» sta in luogo del nome
proprio. Ed era giusto: «piena di grazia», infatti, non vi era che Lei;
non vi poteva essere che Lei. Ella non è già una «piena di grazia»,
ma è «la piena di grazia». Se è «Piena di grazia»,
Ella è «vuota di peccato», per sempre. Allorché infatti
il nome proprio viene imposto da Dio ad una persona o ad una cosa, esprime sempre
la proprietà, la nota caratteristica di quella persona o di quella cosa (per
es. Gesù = il Signore è salvezza, Salvatore), e perciò qualcosa
che conviene sempre a quella persona o a quella cosa, e non già in un determinato
tempo soltanto. Ne segue perciò che la «pienezza di grazia» convenga
sempre a Maria, senza alcun limite, e perciò Ella non fu mai in peccato (ossia,
come si esprime l’oracolo del Protovangelo, fu sempre «nemica» del demonio).
In breve: Maria non è stata prima «piena di peccato» e poi «piena
di grazia», ma è stata sempre «piena di grazia», e perciò
sempre «senza peccato». La Beatissima Vergine, fin dal suo primo istante,
ha brillato come una stella .



2) Il secondo inciso: «Il Signore è con
te»



Questo secondo inciso è intimamente connesso col primo, come la causa efficiente
(Dio) con l’effetto (la «pienezza di grazia»): quando un’anima è
«piena di grazia» è anche «piena di Dio», ossia, Iddio
è con essa ed essa è con Dio: «Dio è amore, e chi sta
fermo nell’amore sta in Dio e Dio (sta) in lui» (1 Gv. 4, 16).

Le parole dell’Angelo, secondo la Tradizione cristiana, designano una presenza di
Dio in Maria, una unione di Maria con Dio senza limiti di tempo, e perciò
ininterrotta, mai interrotta dal peccato. Non dice infatti l’Angelo alla Vergine:
il Signore è ora con te; il Signore da qualche tempo è
con te; ma dice, semplicemente, e senza limiti di sorta: «il Signore è
con te», ossia, è stato sempre con te, fin dal primo istante
della tua esistenza. Ma dov’è presente il Signore non può essere presente
il suo grande antagonista, Satana, il peccato. Questa illimitatezza di tempo nell’inciso
«il Signore è con te» viene confermata dall’inciso antecedente
(«Salve, o piena di grazia», senza limiti di tempo) e dall’inciso susseguente
(«Tu sei benedetta fra le donne», ossia, sempre a Dio carissima, e perciò
sempre a Lui unitissima). Con ragione perciò S. Roberto Bellarmino, nel suo
Catechismo (approvato da Clemente VIII), alla domanda: «Che cosa significano
le parole: il Signore è con te», dà questa risposta: «È
questa una seconda singolar lode della B. Vergine, con cui vien dichiarato che nostro
Signore, fin dal primo istante della concezione di Lei, assistendola, governandola
e difendendola, fu perpetuamente con Essa».



3) Il terzo inciso: «Tu sei benedetta tra le donne»



Questo terzo inciso è un’ulteriore spiegazione o illustrazione dei due precedenti
incisi. Maria SS. vien salutata dall’Angelo come l’unica benedetta fra le donne,
la «Benedetta» per antonomasia, opposta ad Eva ed a tutte le altre figlie
di Eva. Ciò posto, secondo la Tradizione, si può argomentare così:
la benedizione per antonomasia esclude, necessariamente, perché opposta, la
maledizione per antonomasia; ma la maledizione per antonomasia è precisamente
quella che è effetto e pena del peccato per antonomasia, ossia, del peccato
originale (Gv. 1, 29; Rom. 5, 12); ne segue perciò che la benedizione per
antonomasia rivolta dall’Angelo a Maria escluda necessariamente la maledizione per
antonomasia, ossia, quella che è causata dal peccato originale. Dov’è
la benedizione di Dio, non vi può essere la maledizione di Dio .

Una luminosa conferma di questa interpretazione delle parole dell’Angelo la troviamo
nelle parole rivolte «ad alta voce» alla Vergine da S. Elisabetta «ripiena
di Spirito Santo»: «Benedetta sei tu fra le donne, e benedetto il frutto
del tuo seno!» (Lc. 1, 42). Nel primo inciso, la santa madre del Precursore,
rivolge alla Vergine le stesse parole che erano state ad Essa rivolte dall’Angelo
(proprio come se le avesse ascoltate!); non vi è da meravigliarsene, poiché
erano state ispirate ad entrambi (sia all’Angelo che ad Elisabetta) da Dio. Ma siccome
Elisabetta, a differenza dell’Angelo, saluta la Vergine quando questa era già
diventata Madre del Verbo Incarnato, va più in là col suo saluto, e
aggiunge un secondo inciso nel quale spiega, conferma, ulteriormente, il primo, vale
a dire: «E benedetto il frutto del tuo seno!». Alla benedizione della
Madre, Elisabetta unisce la benedizione del Figlio, ossia: la Madre viene proclamata
partecipe della stessa benedizione del Figlio (come nel Protovangelo la Madre è
stata proclamata da Dio stesso partecipe delle identiche inimicizie del Figlio verso
il serpente diabolico). Orbene, la benedizione del Figlio è assoluta e perpetua,
ossia, si estende fino al primo istante della sua esistenza; ne segue perciò
che anche la benedizione della Madre sia, proporzionalmente, assoluta e perpetua,
ossia, si estenda fino al primo istante dell’esistenza di Lei, fino al suo concepimento,
il quale perciò fu necessariamente immacolato.

Con ragione perciò Maria SS., rispondendo a S. Elisabetta, poté dire
di sé stessa: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc.
1, 49): «cose grandi», fin dal primo istante del suo concepimento, preservandola
dal peccato originale.



3. LA «DONNA» DELL’APOCALISSE (12, 1)



È il terzo quadro del trittico dell’Immacolata.

Nel cap. XII dell’Apocalisse, S. Giovanni ci offre un quadro luminoso: «una
donna a cui è manto il sole, la luna le sta sotto i piedi, e le cinge il capo
una corona di dodici stelle».

Viene prospettata in questo capitolo dell’ultimo libro ispirato una immane lotta
tra il bene e il male (quella già predetta da Dio nel Genesi 3, 15, nel primo
libro ispirato): dalla parte del bene sta una donna di meravigliose doti (nella quale
confluiscono sia Maria Madre di Cristo sia la Chiesa madre dei cristiani) prossima
a dare alla luce un figlio maschio: dall’altra parte – la parte del male – sta un
Dragone rosso, ossia, il serpente tentatore di Gen. 3, 15 (vv. 9 e 13).

La lotta si svolge in tre tempi: 1) in un primo tempo, il Dragone o serpente
si dirige contro il figlio della donna, il Cristo fisico, il quale però sfugge
alle sue insidie e sale al cielo (Apoc. 12, 4-5); 2) in un secondo tempo,
il Dragone o serpente si dirige contro la Madre di Cristo, la quale, però,
sfugge anche Lei alle insidie di lui con l’Assunzione al cielo (Apoc. 12,
15-16); 3) in un terzo tempo, il Dragone o serpente rivolge i suoi attacchi
contro «il resto della discendenza di Lei» (parallelismo col Protovangelo:
ove si parla del seme o «discendenza» della donna), ossia, contro i cristiani
(Apoc. 12, 17), membri del corpo mistico di Cristo, anch’essi perciò
figli di Maria.

Si noti come sia Maria SS. sia Cristo suo Figlio siano sfuggiti completamente agli
attacchi del serpente diabolico e siano rimasti completamente illesi dai medesimi;
anzi, abbiano riportato un pieno trionfo sui medesimi. Abbiamo perciò nel
testo dell’Apocalisse (ultimo libro ispirato) la constatazione dell’avveramento della
profezia fatta nel testo del Genesi 3, 15 (primo libro ispirato) sulla lotta (inimicizia,
ostilità) fra la donna e la sua discendenza, da una parte, e tra il serpente
diabolico e la sua discendenza, dall’altra; nonché il pieno trionfo (schiacciamento
del capo) sul medesimo. Ne segue perciò che, se il testo genesiaco (3, 15)
conteneva in modo implicito la predizione dell’Immacolata Concezione, il testo apocalittico
(12) contiene, in modo implicito, l’avveramento di una tale predizione. Per questo
la donna dell’Apocalisse ci viene presentata da S. Giovanni «vestita di sole»:
Essa è tutta luce (simbolo della grazia) senza alcuna tenebra (simbolo del
peccato). Per questo la donna dell’Apocalisse è diventata il tema iconografico
comune dell’Immacolata.



4. OBIEZIONI DESUNTE DALLA S. SCRITTURA



Esposti i tre luminosi quadri, componenti il trittico scritturistico dell’Immacolata,
passiamo ora a risolvere due obiezioni contro il singolare privilegio desunte dalla
Sacra Scrittura.



1) L’universalità del peccato originale



Si obietta: secondo S. Paolo, «tutti han peccato in Adamo» (Rom.
5, 12-19). Questo principio universale sembra escludere qualsiasi eccezione. Ne segue
perciò che anche Maria SS. ha peccato in Adamo.

Risposta. Eppure, anche secondo S. Paolo, la legge ha ammesso un’eccezione,
poiché vi è stato un uomo immune dal peccato originale: Cristo Redentore,
il quale, per liberare gli altri dal dominio del peccato (ossia, per operare la Redenzione
del genere umano decaduto) doveva essere senza peccato, pieno di grazia. Ma è
necessario aggiungere subito che Cristo, nuovo Adamo, non fu solo nell’operare la
nostra redenzione (come il vecchio non era stato solo nell’operare la nostra rovina).
Egli ha avuto per socia Maria, la nuova Eva. Ne segue perciò che anche Maria,
nuova Eva (come Cristo nuovo Adamo) per cooperare a liberare il genere umano dalla
colpa, dovette essere senza colpa, ossia, dovette essere immacolata fin dalla sua
Concezione. La Corredenzione perciò giustifica in Maria (come la Redenzione
in Cristo) l’eccezione dalla legge universale del peccato originale e il singolare
privilegio dell’Immacolata Concezione. Se S. Paolo ha lasciato nell’ombra la cooperazione
di Maria (col nuovo Adamo) alla Redenzione, non l’ha affatto esclusa (come non ha
escluso la cooperazione di Eva, con Adamo, alla nostra rovina, descritta dal Genesi).

Di fatto, perciò, sia Cristo Redentore, sia Maria Corredentrice, furono immuni
dalla colpa originale: Cristo per natura, in forza della sua stessa concezione (la
quale fu verginale); Maria invece per privilegio (la sua concezione infatti non fu
verginale).



2) L’universalità della Redenzione



Si obietta: l’universalità del peccato originale implica l’universalità
della Redenzione. Tutti gli uomini, secondo la S. Scrittura, avendo peccato in Adamo,
hanno avuto bisogno della redenzione di Cristo, Redentore universale: «Cristo
è morto per tutti» (2 Cor. 5, 14). Anche Maria SS. quindi, ebbe
bisogno della redenzione di Cristo; se fosse stata senza peccato originale, non avrebbe
avuto bisogno di essere redenta.

Risposta. Si deve ammettere senz’altro che Gesù è il Redentore
di tutti gli uomini, e che anche Maria SS. ebbe bisogno di essere da Lui redenta,
e perciò anche per Lei mori Cristo suo Figlio. Fu però redenta con
una redenzione più nobile di quella degli altri, ossia, con una redenzione
preservativa dalla colpa, anziché liberativa dalla colpa. Il
motivo fondamentale poi per cui Maria fu redenta con redenzione preservativa
fu questo: perché potesse, quale nuova Eva, collaborare col nuovo Adamo alla
redenzione liberativa di tutti gli altri.






testo tratto
da: G. ROSCHINI O.S.M., Maria Santissima nella storia della salvezza, vol.
III, Isola del Liri: Pisani, 1969, pp. 25-37.