LA BEATA IMELDA LAMBERTINI
VERGINE DOMENICANA

Miscellanea


P. TIMOTEO CENTI O.
P.

LA BEATA IMELDA LAMBERTINI

VERGINE DOMENICANA

CON STUDIO CRITICO E DOCUMENTI INEDITI









EDIZIONI « IL ROSARIO »

FIRENZE 1955












NIHIL OBSTAT



Fr. Ludovicus Merlini O. P.

Fr. Vincentius Chiaroni O. P.



Florentiae, 12 Julii 1955
IMPRIMI POTEST



Fr. Innocentius Colosio O. P.

Vicarius Provinciae

S. Marci et Sardiniae.

Florentiae, 13 Julii 1955



IMPRIMATUR



+ Æmilius episcopus

Montepolitiano, 14 Julii 1955





INDICE

Dedica



A chi legge


I. La Famiglia Lambertini.

II. Il Monastero di S. M. Maddalena in Valdipietra

III. Vita domenicana

IV. Novizia domenicana

V. Il martirio di Suor Imelda

VI. Il sepolcro della B. Imelda

VII. Culto fiorente della B. Imelda


APPENDICE


I. Le antiche memorie del
culto:


1. Il Martirologio

2. Il Sepolcro della B. Imelda

3. Forma del sepolcro e iscrizione

4. L’effigie della B. Imelda

5. L’antifona della B. Imelda


II.Testimonianze:


1. Memoria della B. Imelda

2. Il racconto del P. Ludovico da Prelormo

3. La testimonianza di Suor Dorotea Fantuzzi


Conclusione.

AL
CARISSIMO AMICO

COMM. MICHELANGELO VIRGILLITO

DELLA CONGREGAZIONE IMELDINA

E DELL’ORDINE DOMENICANIO

BENEFATTORE INSIGNE

CON AFFETTO E GRATITUDINE





A CHI LEGGE


Qualcuno prenderà
in mano questo libro con la stessa diffidenza di chi si accinge alla lettura della
biografia di S. Maria Maddalena o di S. Giuseppe. Di questi santi infatti si può
raccontare così poco, da far cadere la penna di mano a chi ama il lavoro critico
e la biografia documentata.


Quando si è detto che Maria Maddalena è quella famosa peccatrice
– anzi secondo alcuni non lo è – che bagnò di balsamo e di lacrime
i piedi di Gesù; e che Giuseppe è lo Sposo di Maria Santissima, vien
la voglia di attribuire il resto alla fantasia dei devoti o degli apocrifi.


Eppure noi abbiamo visto mille scrittori fare eco al Vangelo, e attardarsi a «speculare»,
direbbe S. Caterina, in quelle poche parole che un superficiale leggerebbe senza
interesse; perchè i fatti più semplici sono spesso i più densi
di mistero, di delicatezza, di profumo soprannaturale.


Tale è il miracolo eucaristico di cui fu oggetto Imelda Lambertini. Anche
di lei, per poco che uno sappia, sa tutto. Ci sono dei Santi che sgomentano i panegiristi
e gli scrittori perchè li obbligano a selezionare e condensare un mondo di
episodi, di dottrine, di miracoli. La piccola Imelda ci atterrisce per la sua arcana
semplicità.


La sua santità si manifesta, come nei casi di martirio, al momento della
morte, e la vita antecedente ci appare così breve, così inosservata
e, purtroppo anche così remota, che, a malapena, siamo riusciti a carpirne
qualche eco lontana. All’infuori del miracolo eucaristico, intorno alla Beata sappiamo
ben poco, sicchè è più agevole parlare della sua morte che della
sua vita.


Per riempire le pagine di una biografia così singolare, lo scrittore non
ha che due vie: o inventare dei racconti edificanti, come han fatto alcuni biografi
del passato, oppure contentarsi di inquadrare l’unico elemento certo nel proprio
ambiente, come noi abbiamo tentato di fare. Speriamo di esservi riusciti.


Le nostre ricerche sono dovute, in massima parte, alle insistenti esortazioni
ed ai ripetuti comandi dei Reverendissimi Maestri Generali dell’Ordine Domenicano,
P. Martino Stanislao Gillet e P. Emanuele Suarez, i quali mostrarono sempre grande
zelo per la glorificazione della piccola santa.


Per comodo degli studiosi, che si interessano al problema storico imeldino, abbiamo
raccolto in Appendice la documentazione più seria sinora reperibile intorno
al miracolo eucaristico di Valdipietra.


Mentre a Roma, nell’immediato dopoguerra, eravamo impegnati in laboriose ricerche
intorno alla Beata, ci accadeva che, usciti dalla Casanatense, nel traversare quel
labirinto di vecchie viuzze che menano alla spaziosa Via del Mare per tornare a S.
Sabina, venivamo accolti spesso da un coro giulivo, ed alquanto disordinato, erompente
da un istituto lì prossimo. Erano dei ragazzi che, per rifarsi probabilmente
dalle quattro ore di lezione, cantavano con tutta l’anima «T’adoriamo, Ostia
divina».


Quel canto fuori programma ci penetrava nel cuore, e pareva dare un significato
al lavoro arido e spesso infruttuoso della mattinata passata in biblioteca. Ci riterremmo
ben pagati se, alla fine delle pagine che seguiranno, qualcuno dei nostri lettori
si unisse a quel coro.

P. TIMOTEO
CENTI O. P.

Rettore del Santuario di S. Agnese


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