In continua preghiera (parte 1ª, cap. 3°)

Pregate, Pregate, Pregate!


«COME
PREGARE SEMPRE»


di P. Rodolphe
Plus S.J.




















Capitolo terzo



Pensare
spesso a Dio è utilissimo


Non ci può essere
stato di preghiera senza rinuncia abituale di sè


 Finora siamo giunti
a queste conclusioni: non si può pensare sempre a Dio, il che non è
peraltro necessario. Si può essere costantemente uniti a Dio anche senza pensare
costantemente a Lui: la sola unione veramente richiesta è quella della nostra
volontà con la volontà di Dio.


Qual è allora l’utilità,
così lodata da tutti i maestri di spiritualità, dell’esercizio della
presenza di Dio?


È ciò che
cercheremo di spiegare


Dicevamo che in tutte le
nostre azioni dobbiamo avere una totale purezza d’intenzione e dare al nostro
dovere di stato, generosamente osservato, il massimo orientamento soprannaturale.
In tal modo la nostra vita, anche al di fuori dei momenti dedicati alla preghiera,
sarà una vita d’orazione.


Si comprende che, per agire
così in maniera costante e con un’assoluta purezza d’intenzione,
per renderci sufficientemente liberi dal capriccio e dall’affanno nell’operare,
per rimanere padroni di noi stessi -o piuttosto perché Dio sia l’unico padrone
e le nostre azioni siano in tutto sotto l’influenza dello Spirito Santo- deve essere
di grande aiuto l’abitudine di rivolgere uno sguardo a Dio prima di cominciare un’azione
o di prendere una decisione.


Nel Vangelo vediamo sempre
che nostro Signore, quando si accinge a compiere atti importanti, si arresta un attimo,
alza gli occhi al Padre, e solo dopo qualche istante di raccoglimento intraprende
l’opera voluta. Et elevatis oculis in caelum: è un’espressione che
si ritrova con eloquente frequenza. E anche quando non manifesta il gesto all’esterno,
nel suo animo è certamente presente.


L’ideale è lo stesso
anche per noi. Questa dipendenza speciale e costante dell’anima dallo Spirito Santo,
si trova particolarmente agevolata dal fatto che lo Spirito Santo, collocato al posto
d’onore nell’anima, è invitato a prendere esplicitamente e ufficialmente la
direzione di tutte le nostre determinazioni. È impossibile praticare perfettamente
la rinuncia a se stessi senza un profondo spirito di raccoglimento; non ci si può
sottomettere radicalmente all’Ospite invisibile dell’anima se non ci si mantiene
con Lui in una perfetta intimità. Lo spirito di morte, cioè il
rinnegamento di se stessi, non può regnare se non quando lo spirito di
vita si è insediato vittorioso sulle rovine, e «vola sulle acque»
come all’inizio della creazione.


Non consente certo di cacciare
i mercanti dal tempio chi non si sforza di diventare un «Sancta Sanctorum»,
cioè non una casa di traffico, ma una vera dimora vivente di Dio.


Si traggono così
due luminose conclusioni:


– non si può dipendere
in maniera assoluta dallo Spirito Santo -cioè vivere veramente «in Cristo»-
senza totale rinuncia a se stessi;


– non c’è totale
rinuncia senza un costante spirito di fede, senza l’abitudine del silenzio interiore,
silenzio tutto popolato di divino.


I più non vedono
il legame esistente tra ricordo del Re e servizio del Re; tra silenzio interiore
fatto -sembra- di immobilità e continuo distacco da tutto, che e suprema
attività.


Basta osservare attentamente.
Il legame esiste, stretto, forte, infrangibile. Cercate un’anima raccolta, sarà
anche distaccata dalle cose terrene; un’anima distaccata, sarà anche raccolta.
Sarà facile costatarlo nella misura in cui sarà facile trovare l’una
o l’altra di queste due anime. Trovare l’una o l’altra significa aver trovato l’una
e l’altra. Chi si è esercitato nella pratica del distacco o del raccoglimento,
sa di aver fatto una doppia conquista con una sola azione.


Non ci può essere
rinuncia abituale di sè senza costante raccoglimento


Se un’anima, per essere
pienamente «Cristo» e pienamente cristiana, deve vivere nella totale
dipendenza dallo Spirito Santo, e se si può vivere in questa dipendenza solo
a condizione di vivere raccolti, va da sè che il raccoglimento -inteso come
abbiamo spiegato- costituisce una delle più preziose virtù che si possano
acquistare.


Padre Pergmayr, uno degli
autori che meglio ha parlato, in modo conciso ed essenziale, del raccoglimento, non
esita ad affermare: «La via più breve all’amore perfetto consiste
nell’avere Dio continuamente presente: ciò fa evitare ogni peccato e non lascia
tempo di pensare ad altre cose, di lamentarsi o mormorare. La presenza di Dio, presto
o tardi, conduce alla perfezione
».


Non cercare di vivere nel
silenzio interiore, vuole dire rinunciare a vivere profondamente da cristiano. La
vita cristiana è vita di fede, vita nell’invisibile e per l’invisibile…
Chi non ha frequenti rapporti con questo mondo che sfugge ai sensi esterni, rischia
di restare sempre sulla soglia della vera vita cristiana.


«Sì, bisogna
smetterla di abitare solo l’esterno e gli strati più superficiali della nostra
anima; bisogna entrare e penetrare nei più profondi anfratti, dove ci troveremo
finalmente nel più intimo di noi stessi. Qui giunti, dobbiamo procedere oltre
ed andare fino al centro! che non è più in noi, ma è in Dio.
Là c’è il Maestro, che talvolta ci potrà concedere di abitare
con Lui anche un giorno intero.


«Quando ci avrà
permesso, per una volta, di trascorrere un giorno con Lui, lo vorremo seguire sempre
e ovunque, come suoi apostoli, suoi discepoli e suoi servitori.


«Si, o Signore,
quando potrò stare un giorno intero con Te, vorrò seguirti sempre
»
 (
1).


La solitudine è
la patria dei forti. La fortezza è una virtù attiva e il silenzio
che sapremo praticare indicherà il valore delle nostre opere  (
2). Il rumore è la patria dei deboli.
La maggior parte degli uomini cerca il divertimento e le distrazioni unicamente
per dispensarsi dall’agire come dovrebbe. Ci si perde nel nulla per non perdersi
nel tutto. Il Dio dei forti è venuto al mondo nel silenzio della notte  (
3). Vittime delle apparenze, noi apprezziamo solo
ciò che fa rumore. Il silenzio è il padre dell’azione efficace. Prima
di zampillare cantando, il filo d’acqua sorgente si è aperto il varco forando
silenziosamente il duro granito.


È chiaro che quando
raccomandiamo così il silenzio, intendiamo il silenzio interiore; é
questo che dobbiamo imporre alla nostra immaginazione e ai nostri sensi, per non
venire ad ogni istante, nostro malgrado, proiettati al di fuori di noi stessi.


Se si lascia continuamente
il forno aperto -per usare una espressione di santa Teresa- il calore si disperde.
Occorre parecchio tempo per riscaldare l’atmosfera, ma basta un istante perché
tutto il tepore se ne vada; una fessura nella parete, e penetra l’aria fredda: tutto
e da rifare, tutto da riconquistare.


Eccellente protezione del
silenzio interiore e il silenzio esteriore; e la ragione delle grate e dei chiostri.
Ma anche in mezzo al rumore, ciascuno può costruire attorno a sè una
zona di deserto, un’aureola di solitudine che non lascia trapelare nulla indebitamente.


L’inconveniente non è
il rumore, ma il rumore inutile; non sono le conversazioni, ma le conversazioni inutili;
non le occupazioni, ma le occupazioni inutili. In altri termini: tutto ciò
che non serve, nuoce in modo deplorevole. Dare all’inutile ciò che si potrebbe
offrire all’Essenziale è un tradimento e un controsenso!


Ci si può allontanare
da Dio in due modi differenti, ma entrambi disastrosi: il peccato mortale e la distrazione.
Il peccato mortale rompe oggettivamente la nostra unione con Dio; la distrazione
volontaria la rompe soggettivamente o ne diminuisce l’intensità che
potrebbe avere. Bisognerebbe parlare solo quando lo stare zitti fosse cosa peggiore.
Il Vangelo dice che dovremo render conto non solo delle parole cattive, ma anche
di ogni parola oziosa.


Dobbiamo mettere sapientemente
a profitto la nostra vita, e quindi sopprimere tutto ciò che ne diminuisce
i buoni frutti; specialmente nella vita spirituale, che è la più importante.


Quando si pensa all’interesse
che prova la maggior parte delle persone per le cose di nessun valore, per i rumori
della strada, l’agitarsi di un burattino o le sciocchezze stampate su tanti quotidiani,
sembra proprio di sognare! Quale felicità si avrebbe d’un tratto nel mondo
se, per un caso insperato, scomparissero in un baleno tutti i rumori inutili! Se
tacessero anche solo quelli che parlano per non dir nulla. Che liberazione, sarebbe
il paradiso! I chiostri sono oasi di pace perché vi si insegna il silenzio.
Non sempre ci si riesce; ma almeno si insegna, ed è gia tanto. Altrove non
si tenta neppure. Non che il parlare non sia una grande arte e la conversazione un
prezioso sollievo, anzi, forse il più prezioso dell’esistenza; ma non bisogna
confondere l’uso con l’abuso. Per festeggiare l’armistizio o il milite ignoto, alcuni
hanno richiesto qualche minuto di silenzio: questo silenzio era conseguente alla
vittoria. Se il mondo imparasse a tacere, quante vittorie interiori seguirebbero
alla pratica del raccoglimento! Chi custodisce la propria lingua, dice san Giacomo,
è una specie di santo  (
4). Vi sono poche anime perfette
perché poche anime amano il silenzio. Silenzio significa perfezione; non sempre,
ma spesso. Provate, ne vale la pena; sarete sbalorditi dal risultato.





1

A
UGUSTE JOSEPH
A
LPHONSE GRATRY,
Meditations inédites (trad. it., Meditazioni inedite, Paoline,
Alba 1950, p. 154).




2

«Senza questa cella interiore non si potranno fare grandi cose, ne per
sé ne per gli altri
» (p. J
EAN-JOSEPH SURIN
S.I.).




3

Padre Faber, su come nostro Signore ha praticato il silenzio, ha scritto: «II
silenzio è sempre stato l’ornamento della grande santità, il che significa
che contiene in se’ qualche cosa di divino. Ed è una vita di silenzio quella
che il Verbo, proferito silenziosamente da tutta l’eternità, ha scelto per
se stesso; e del silenzio tutta la sua vita umana ha portato l’impronta. Nella sua
infanzia ha lasciato che il linguaggio apparisse e sbocciasse sulle sue labbra lentamente;
quasi lo acquistasse a gradi come gli altri bambini. Così, aiutandosi con
queste apparenze, poté astenersi più a lungo dal parlare e differire
persino i suoi colloqui con Maria. Anche Maria e Giuseppe contrassero da Lui, per
celeste contagio, l’abitudine del silenzio, e durante gli anni della vita nascosta
il silenzio ha regnato sovrano nella santa dimora di Nazareth. Le parole vibravano
nell’aria rare e brevi, simili ad una melodia così soave che la nota seguente
non spegneva mai ne sopraffaceva la nota precedente che ancor tremava all’orecchio
di chi stava in ascolto. Nei tre anni di ministero, consacrati alla parola e all’insegnamento,
Gesù parlo come avrebbe parlato un uomo tranquillo e amico del silenzio, o
meglio come un Dio, che facesse delle rivelazioni. Poi, nella sua Passione, quando
insegnò con il magnifico cammino delle sue sofferenze, il silenzio ricomparve
di nuovo, come un’antica abitudine ritorna al momento della morte, e divenne una
volta di più uno dei tratti caratteristici della sua vita
» (p. W.F.
FABER, Betlemme, cit.).




4

«Si quis in verbo non offendit, hic perfectus est vir».
«Se uno non offende nel parlare, è un uomo perfetto»
(Gc 3, 2). «Sit omnis homo velox ad audiendum, tardus
autem ad loquendum
». «Siate pronti ad ascoltare, lenti
a parlare
» (Gc 1, 19). Si prende invece l’abitudine
opposta: tutti parlano e nessuno ascolta; specialmente non si ascolta Colui che converrebbe
ascoltare più di tutti: il Maestro interiore.














PAGINA
PRECEDENTE


INDICE DI «COME PREGARE SEMPRE»


PAGINA SUCCESSIVA