Il mistero dell’Incarnazione e del Natale nei riti romano e bizantino

Oblatio munda

«Il
mistero dell’Incarnazione e del Natale

nei riti romano e bizantino»

a c. di don Nicola Bux e don Salvatore Vitiello

Città del Vaticano
(Agenzia Fides) – Alcuni liturgisti sono stati turbati dall’affermazione del Papa,
contenuta nel Motu proprio Summorum Pontificum, che esiste un solo rito
romano in due forme, ordinaria e straordinaria: la ritengono una interpretazione
storica ‘nuova’, probabilmente perché si è identificato toutcourt rito
romano con rito latino. Ma, la storia della liturgia insegna che sono sempre
esistite molte forme del rito latino. In effetti fino al Vaticano II, a fianco del
rito romano c’erano il mozarabico, quello di Braga, quello di Chartreux, quello dei
certosini, quello dei domenicani. Nessuno si è mai scandalizzato che i domenicani
che erano presenti nelle nostre parrocchie, non celebrassero come i preti secolari,
ma seguissero un rito proprio. Non abbiamo mai avuto alcun dubbio che il loro rito
fosse cattolico al pari di quello romano ed eravamo fieri della ricchezza di tante
diverse tradizioni (Joseph Ratzinger, Nel decennale del Motu proprio
Ecclesia Dei, Roma, 24 ottobre 1998).

Analogamente, quando si dice rito orientale, in realtà si semplifica, perché
non solo ve ne sono diversi, ma esistono varianti anche all’interno di un medesimo
rito: il bizantino esiste nella forma greca e in quella slava, e non è solo
un fatto linguistico; poi si articola come ‘liturgia di san Giovanni Crisostomo’,
che è la forma classica o ordinaria, ‘di san Basilio’, la forma straordinaria,
dei Presantificati, quella eccezionale. Nello sviluppo storico, il rito ‘crisostomiano’
non ha abolito quello ‘basiliano’, ma vi si è, in certo senso, affiancato
e lo ha arricchito. Come è possibile allora – anche se a proposito del rito
romano – l’affermazione di alcuni liturgisti secondo i quali: Mai è
successo che uno stesso rito fosse celebrato con due forme diverse?

Il fatto è che il rito romano detto ‘di san Pio V’ ha continuato ad esistere,
parallelamente a quello ‘del servo di Dio, Paolo VI’. Ora torna ad affiancarsi. In
realtà il rito romano antico dovrebbe essere chiamato ‘Liturgia di Gregorio
Magno’. Questi sono i fatti, il resto è ideologia.

Il ragionamento poi, porta a considerare che l’unità nella varietà
– tanto invocata dai riformatori liturgici – si deduce osservando le somiglianze
tra i diversi riti, latino, bizantino, siriaco ecc. sia all’interno di una stessa
famiglia o area sia all’esterno, per esempio tra il romano e il bizantino. Ma prima
della riforma postconciliare tali somiglianze erano ben maggiori, chiaro indizio
della comune origine.

Pertanto, appare quanto meno paradossale che i sostenitori ad oltranza delle novità
liturgiche, convinti fautori dell’inculturazione della liturgia odierna, siano ostili
alla pluralità delle forme che viene dalla storia. L’inculturazione della
liturgia è la conseguenza di quella del Vangelo ed entrambe sono legate all’Incarnazione
del Verbo: E’ infatti lo Spirito che, dopo aver operato l’Incarnazione di Gesù
Cristo nel grembo verginale di Maria, vivifica l’azione materna della Chiesa nell’evangelizzazione
delle culture. Sebbene il Vangelo sia indipendente da tutte le culture, esso è
capace di impregnarle tutte, senza tuttavia lasciarsene asservire (Nota
dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, Città del Vaticano,
2007, n. 6).

Nella liturgia, ogni volta che si celebra la santa Messa, si rivive tutto il Mistero
di Cristo: dall’Incarnazione alla Pentecoste, non solo la morte e la Risurrezione.
La liturgia romana, specialmente a Natale, esprime la sua natura di ‘scambio’: il
Signore discende in mezzo a noi, si fa presente, per farci salire con lui nell’offerta
di sé al Padre. Lo scambio di doni, l’ admirabile commercium di
Leone Magno, riecheggia nel prefazio di Natale: perché conoscendo Dio
visibilmente, siamo rapiti all’amore delle cose invisibili. Così, quando
si dice che Cristo è presente nella Parola, bisogna pensare al suo ‘ingresso’
nel mondo con l’Incarnazione: vengo per fare la tua volontà; l’Evangelario
accompagnato dai lumi e dall’incenso, rappresenta il Verbo che si è fatto
carne e abita tra noi. La prima parte della Messa è un richiamo all’Incarnazione
e al Natale. Ma anche nella formula Deus qui humanae substantiae, l’acqua
versata nel vino simbolizza l’umanità, sia in quanto natura umana in Cristo
unita alla divinità, sia in quanto genere umano unito a Cristo nel suo Sacrificio.
Del resto la forma eucaristica del pane e del vino convertito in corpo e sangue non
è che la ‘trasfigurazione’ permanente del Signore, dopo quella di Betlemme,
del Golgota e del Sepolcro. Quando si canta il Gloria in excelsis Deo
o si recita nel Canone romano il Communicantes del Natale e dell’Epifania,
siamo portati, in spirito, a Betlemme. Fino al Prologo di Giovanni, che chiude la
Messa nel rito tridentino. Per non parlare della preghiera liturgica rivolta a Oriente,
nome di Cristo che viene a visitarci. Ecco alcuni ‘tratti natalizi’ della liturgia
romana.

Nel rito bizantino, la commemorazione dell’Incarnazione è costante. Alla preparazione
dei doni (proskomidia), in cui la Chiesa commemora gli anni trascorsi
da Gesù prima della vita pubblica, si adoperano degli strumenti sacri, che
ricordano la Natività: come la stella o asterisco, formata da
due semicerchi di metallo prezioso, incrociati uno sull’altro, alla cui sommità
è posta una croce e, nella parte inferiore, una stelletta sulla patena o disco
del pane – la mangiatoia dove è stato adagiato il Dio bambino – a simboleggiare
l’astro che guidò i Magi alla grotta. La lancia, un coltello liturgico
si infigge nella prosforà, un pane offerto (in latino diciamo
oblata), per ricavare la parte centrale o Amnós (agnello)
recante impresso l’anagramma greco IC XC NI KA (Gesù Cristo vince): con quest’atto
si raffigura la maniera con cui il Verbo prese carne da Maria Vergine. Questo pane
offerto, noi latini chiamiamo ostia (dal latino ostia), cioè vittima,
e spesso reca le iniziali JHS (Jesus hominis Salvator) perché
è colui che si è offerto vittima per la salvezza del mondo, Agnello
donato in sacrificio. Il luogo della preparazione (Protesis) è
come la grotta misteriosa in cui il Salvatore si degnò di nascere quando il
cielo venne portato sulla terra: esso divenne grotta e questa si cambiò in
cielo (Cf. N. Cabasilas, Esposizione della Divina Liturgia, IV; PG 150,
377 D- 380 A), in essa fu confezionato per la prima volta il pane del
sacrificio. Tale preparazione è l’ouverture di una sinfonia che ritorna con
variazioni sul tema: nella liturgia dei catecumeni il rito del piccolo ingresso
con l’Evangelario, sta a significare l’incarnazione con cui il Verbo ha fatto il
suo ingresso nel mondo. Tralasciamo qui le antifone e i tropari propri del ciclo
dell’Incarnazione.

Si dirà che tale allegoria è tardiva: ma alla liturgia giova di più
il realismo dell’immagine/icona, da proporre alla venerazione attraverso gli atti
liturgici, o il simbolismo spiritualista? La liturgia deve far vedere e toccare sempre
di nuovo il Mistero presente nella persona storica e nella vita di Gesù Cristo:
è evidente nel rito bizantino e nel rito romano antico, segno di comune origine
e di ecumenicità.