Il frettoloso scoop del prof Melloni

La buona battaglia

«Il
frettoloso scoop del prof Melloni»

di Matteo L. Napoletano*





Nel suo
intervento sul Corriere della Sera del 9 gennaio 2005, il professor Alberto Melloni
ha fatto un bilancio della nota polemica su Pio XII e i bimbi ebrei battezzati rievocando
così il dibattito: «Annunciando il primo volume delle agende del nunzio
Roncalli, ho citato un frammento inedito di “istruzioni elaborate dal Sant’Uffizio
e approvate da Pio XII” sul destino di bambini ebrei salvati da istituzioni
cattoliche francesi» e reclamati da istituzioni giudaiche». «Un
frammento inedito», e non più uno «straordinario documento»
è ora per Melloni. Ma non era meglio dirlo subito che si trattava solo di
un «frammento», così come emerge dalla pubblicazione che oggi
Il Giornale e VaticanFiles.net ripropone?

Gli sviluppi della vicenda sono noti. Quel documento si è rivelato monco nel
suo testo, e quindi inutilizzabile per lo storico. Si è saputo inoltre che
esso non è del 20 ottobre 1946, ma del 23, giorno successivo al rientro del
nunzio a Parigi dopo le vacanze. Ma proprio il 23 ottobre 1946, ossia alla data del
documento, Roncalli intrattiene a pranzo i cardinali Liénart, Suhard, Gerlier
(uno dei diretti destinatari del documento), Saliège, Petit de Juileville
e Roques. «cogli arcivescovi» (Anni di Francia, p. 240). È
pensabile che Roncalli non parli con tutti questi prelati degli ordini del Sant’Uffizio,
che probabilmente conosce fin dal suo soggiorno romano, e di cui parla il dispaccio
di Tardini di fine settembre, che è già sul tavolo del nunzio al suo
rientro dalle ferie? E possibile che il documento tanto discusso sia frutto di un’elaborazione
congiunta tra il nunzio e i vescovi? È possibile che sia frutto di riflessioni
posteriori?

Melloni si chiede poi come mai si sia «buttato di lato il gran lavoro delle
Agende e riaprendo lo sterile duello fra chi trova nell’atteggiamento di Pio XII
una colpa grande quanto l’intero Olocausto e chi ripete ad nauseam argomenti
di cui l’intuito politico di Pacelli si sarebbe vergognato». Ma la domanda
può avere l’effetto di un boomerang per chi si è prestato a questa
operazione, con uno di quegli scoop storiografici da cui gli studiosi ad nauseam,
ma invano, raccomandano di guardarsi. Senza considerare l’indesiderato effetto delle
feroci polemiche tangenziali a quello che era il vero oggetto d’interesse: la pubblicazione
delle agende del nunzio Roncalli.

Ma ci si avventura ben oltre. Si chiede alla Santa Sede di deporre «l’illusione
di giovarsi di avvocati arruolati con odiosi privilegi di accesso alle carte»,
aprendo gli archivi e dunque spuntando le armi della polemica per far luogo alla
Storia. Non si sa se il professore allude al comitato scientifico di VaticanFiles.net,
sito che egli menziona. In ogni caso lo tranquillizziamo poiché, dirigendo
proprio quel sito, non ardiremmo mai esporne le fonti con nomi e cognomi in prima
pagina web. Ma, nella sua autodifesa, Melloni dimentica che l’operazione cui si è
prestato si è basata proprio sugli «odiosi privilegi di accesso alle
carte» da lui lamentati. Il 28 dicembre si pubblica un testo senza informare
i lettori della fonte precisa da cui è stato tratto, e per giunta è
stata negata agli studiosi una copia anastatica dell’originale per poi ammettere
che il documento trovato era incompleto (ma non lo sapevano prima?) e che non se
ne prevedeva la pubblicazione in Italia. Come definire tutta questa operazione, che
ha coinvolto lo stesso Melloni, se non come «odioso privilegio di accesso alle
carte» precluse ad altri? Va infatti ricordato che proprio l’archivio francese
in questione, da cui il famoso documento «agghiacciante» fu preso, ha
natura privata, non è aperto al pubblico salvo autorizzazione discrezionale,
e contiene fondi ancora chiusi.



Condividiamo l’auspicio che si aprano quanto prima possibile gli archivi vaticani.
Ma il lavoro di riordino richiede tempo, e la verità storica non si appura
con la fretta. Allargheremmo poi il discorso ad altri archivi, compresi quelli appartenenti
alle comunità ebraiche e a vari enti morali e religiosi, che fossero ancora
chiusi. Questione di metodo. «La ricerca storica» ci dice Melloni «elabora
invece visioni e revisioni sue, grazie alla disponibilità di grandi agglomerati
di fonti, e con questi si confronta»; sicché «per discernere i
fatti e le voci serve un insieme di documenti, e non il naso dell’agiografo».
Resipiscenza che speriamo non tardiva. Giacché proprio la polemica accesa
da Melloni ha trascurato «i grandi agglomerati di fonti», discernendo
i fatti e i loro protagonisti, usando un solo documento, nemmeno proposto nel suo
testo integrale e neppure in originale.

Ha ragione Melloni nel concludere che l’ingarbugliato nodo storico-teologico riguardante
Pio XII, «papa sconosciuto» è stato tagliato da Giovanni Paolo
II col mea culpa del 2000. Va tuttavia detto che proprio il documento Noi ricordiamo
sulla Shoah colloca il pontificato pacelliano fra i capitoli in attivo di ciò
che la Chiesa ha fatto per gli ebrei.



*Storico, autore
de «Il papa che salvò gli ebrei»





Testo tratto
da: Il Giornale di martedì 11 gennaio 2005, p. 29.