Il Volto Santo e la Sindone

Miscellanea

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Volto Santo e la Sindone
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un confronto al computer

di
Giulio Dante Guerra







“In
quei secoli, ai quali la moderna civiltà regala il nome di barbari, ma cui
meglio converrebbe il nome di secoli della Fede; in quei secoli nei quali s’iniziò
il progresso delle scienze e delle arti, che in uno colla religione e sotto la guida
di lei sono gli elementi che costituiscono la vera civiltà; in quei secoli
che ci dierono la Somma di s. Tommaso, la Divina Commedia dell’Alighieri, le più
ammirate Cattedrali d’Italia; in quei secoli era in gran fama un venerando Simulacro
di Gesù Crocifisso, celebre pe’ suoi prodigi in tutta la Chiesa cattolica.
Questo augusto Simulacro, a cui i divoti pellegrini accorrevano da ogni regione d’Europa,
è quello che si custodisce e si onora nel magnifico nostro Tempio metropolitano
col titolo di
Volto Santo, ed agli estranei è noto col titolo di Volto
Santo di Lucca

Mons.
Almerico Guerra, Storia del Volto Santo di Lucca, Tip. Arciv. S. Paolino,
Lucca 1881, introduzione, p. III.



La “Leggenda”
del Volto Santo

Con queste parole, alla
vigilia dell’XI centenario della venuta a Lucca del Volto Santo, mons. Almerico Guerra,
canonico della Cattedrale di Lucca e fratello maggiore della beata Elena Guerra,
iniziava l’Introduzione alla sua Storia del Volto Santo di Lucca. Tutti
noi lucchesi conosciamo, almeno per sommi capi, la “leggenda” del Volto
Santo, secondo la quale il crocifisso viene scolpito da Nicodemo, il “discepolo
occulto” di Gesù, con l’aiuto degli angeli per l’esecuzione del viso,
e rimane nascosto per più di settecento anni a Ramla, una città della
Palestina. Qui viene ritrovato, dietro ispirazione di un angelo apparsogli in sogno,
da Gualfredo, vescovo subalpino pellegrino in Terra Santa col suo séguito,
che lo reca al porto di Ioppe, l’odierna Giaffa, dove lo carica su una nave, che
sigilla con bitume ed affida al mare priva di equipaggio, pregando la divina provvidenza
che lo conduca in terre cristiane. La nave, dopo avere attraversato miracolosamente
gran parte del Mediterraneo, si ferma al largo delle coste di Luni, non lontano da
Bocca di Magra. I lunensi esperti marinai, dediti al commercio marittimo, ma anche
alla pirateria calano in mare le barche, per predare quella nave incustodita; ma
inutilmente, perché, ad ogni tentativo di raggiungerla, la nave riprende il
largo allontanandosi da loro.

Frattanto, a Lucca, un
angelo appare in sogno al vescovo, il beato Giovanni I, rivelandogli l’arrivo a Luni
del Volto Santo e comandandogli di recarsi là col clero e i maggiori del popolo,
per prenderlo e portarlo a Lucca. Giunto al porto di Luni col suo séguito,
il vescovo vede i lunensi che di nuovo tentano con remi e vele di raggiungere la
nave, e questa che si allontana sottraendosi ai loro arpioni. Il beato Giovanni fa
cenno ai marinai di fermarsi, ed esorta tutti a chiedere l’aiuto di Dio; a questo
punto, la nave si dirige spontaneamente verso di lui, che apre i boccaporti ed entra
con i suoi nella stiva, dove trovano il Volto Santo, alla vista del quale tutti quanti
scoppiano in lacrime di gioia ed intonano il Gloria in excelsis.

Nasce poi una disputa fra
i lucchesi e i lunensi su quale delle due città abbia diritto a custodire
il simulacro. Prima il vescovo Giovanni estrae dall’interno della statua alcune delle
reliquie in essa contenute, fra cui una delle due ampolle del sangue di Gesù
Cristo quella oggi a Sarzana, l’altra è quella attualmente venerata a Lucca
in S. Frediano e le consegna al vescovo di Luni; poi si ricorre alla celeberrima
“prova dei giovenchi indomiti”: il Volto Santo viene issato su un carro
riccamente addobbato, a cui vengono attaccati due vitelli non ancora aggiogati. Lasciati
liberi di andare, gli animali si dirigono verso Lucca: di fronte al risultato di
questo “giudizio di Dio”, i lunensi se ne tornano alle loro case, mentre
il vescovo Giovanni sale sul carro, che, attorniato dagli altri lucchesi, giunge
trionfalmente a Lucca sul far della sera. Correva l’anno 782, secondo del regno comune
di Carlo Magno e Pipino II.1


Una “copia
autentica” della Sindone?










Figura
1. Il Volto Santo di Lucca.


Guardando il Volto Santo
(Figura 1), salta sùbito agli occhi il contrasto fra la “schematicità”
del corpo quasi una “croce” rivestita di un’ampia e lunga tunica e il forte
realismo del viso, che appare non solo molto espressivo (Figura 2), ma anche straordinariamente
somigliante a quello dell’Uomo della Sindone2;








Figura
2. Particolare del viso.


una rassomiglianza analoga
si può notare nella forma molto allungata delle due mani (Figura 3).








Figura
3. Particolare delle mani.


Da queste somiglianze sorge
spontanea una domanda: il nostro Volto Santo non potrebbe essere una “copia
autentica” della Sindone? Alcuni “indizi” possono ricavarsi già
dalla “leggenda”. Innanzi tutto l’attribuzione a Nicodemo, il discepolo
che, insieme con Giuseppe di Arimatea, provvide alla sepoltura di Gesù3,
avvolgendone il corpo “in tele con gli aromi”4; queste
“tele” sono chiamate dai Sinottici col nome di “sindone”5.
Ancora: la più antica narrazione della “leggenda”, il De inventione,
revelatione ac tranlatione Sanctissimi Vultus […] liber
di Leboino, o Leobino6,
dice che Nicodemo “sanctissimum Vultum non sua sed arte divina disculpsit”7:
scolpì il Volto Santo con arte non sua, ma divina. Questa frase un po’ sibillina
fu interpretata, come si è visto, dalla tradizione popolare nel senso che
Nicodemo, incapace, in quanto ebreo, di scolpire un volto umano, e a maggior ragione
quello del Figlio di Dio fatto uomo, avrebbe invocato l’aiuto divino e, colto dal
sonno, avrebbe trovato al suo risveglio il viso del crocifisso scolpito dagli angeli.
Ma può significare anche che Nicodemo o chi, qualche secolo dopo, aveva ereditato
da lui la Sindone e le altre reliquie della Passione scolpì il volto ispirandosi
all'”immagine miracolosa” impressa sulla Sindone8.



Alcuni “leggendaristi” medievali affermano esplicitamente che il Volto
Santo di Lucca fu scolpito avendo come modello la Santa Sindone. In un’appendice
alla narrazione di Leboino si racconta che un canonico lucchese, recatosi in pellegrinaggio
in Terra Santa all’epoca della Prima Crociata o poco dopo, ebbe dal patriarca di
Gerusalemme notizie di tradizioni gerosolimitane riguardanti il Volto Santo. Fra
queste c’era quella secondo cui “Nicodemo vide in sogno un Angelo che lo
sollecitò a lasciare
ai venturi una qualche immagine del Cristo,
conforme alla figura impressa nel lenzuolo”9. Questo “lenzuolo”
è chiaramente la Sindone, anche se il racconto, tutt’altro che conforme alla
narrazione evangelica, che il patriarca avrebbe fatto a proposito di esso, desta
qualche perplessità. Agli inizi del XIII secolo, Gervasio da Tilbury, cancelliere
dell’imperatore Ottone IV (1196-1218), scrive che Nicodemo scolpì il Volto
Santo avendo presso di sé la Sindone, che poi ripose all’interno del simulacro
con altre reliquie10. Quindi, secondo Gervasio, il Volto Santo sarebbe
stato addirittura il primo “reliquiario” della Sindone, prima del suo trasferimento
ad Edessa.

Tutti questi non sono nient’altro,
se vogliamo, che “labili indizi” in favore dell’ipotesi che il nostro Volto
Santo riproduca alcune parti in pratica, il viso e le mani di quella che la sindonologa
Emanuela Marinelli ha definito “un’immagine impossibile”11.
È noto come parecchi studiosi di fatto, tutti i sindonologi favorevoli all’autenticità
della Sindone abbiano affermato l’origine sindonica delle più antiche immagini
di Cristo, in particolare di quelle dette dalla tradizione “Volti Santi”
e “Veroniche”12. In un mio articolo pubblicato in occasione
del XII centenario della venuta a Lucca del Volto Santo13, affermavo che
“Il Volto Santo è simile, ma indipendente da quelle
immagini che in qualche modo riconducono alla Sacra Sindone, come se derivasse da
una tradizione iconografica che abbia avuto come modello Gesù stesso”
14.
Questo perché nel nostro crocifisso manca la cosiddetta “curva bizantina”
del “Cristo zoppo”, con una gamba più corta dell’altra, presente
in quasi tutti i crocifissi dipinti posteriori al Mille ed attribuita a un fraintendimento
della posizione dei piedi nella Sindone15. In realtà non avevo
tenuto conto del fatto che il Mandylion l’immagine achiropita di Edessa, da molti
identificata con la Sindone era anticamente mostrato ripiegato più volte,
così che le “impronte” dei piedi non erano visibili; a conferma
delle testimonianze antiche sono state trovate sulla Sindone le tracce di alcune
ripiegature orizzontali16.

In altre parole, sembra
lecito ipotizzare che il Volto Santo sia stato scolpito come “copia autentica”
a tutto tondo di quelle parti dell’immagine sindonica, che si riteneva “lecito”
riprodurre nei primi secoli dell’Era Cristiana, secondo il “tipo” iconografico
presente anche nell’affresco di un crocifisso tunicato, conservato a Roma nella chiesa
dei santi Cosma e Damiano, e datato dagli esperti all’VIII secolo, lo stesso a cui
la tradizione fa risalire la venuta Lucca del Volto Santo17.

Un
confronto mediante il computer

Oggi abbiamo a disposizione,
grazie al computer, la possibilità di un confronto più diretto
fra due immagini. Confronti di questo genere sono stati compiuti fra il volto sindonico
e raffigurazioni del viso di Gesù in antiche icone orientali e monete bizantine18,
come pure fra il volto sindonico e quello del “Volto Santo di Sansepolcro”,
un crocifisso ligneo tunicato custodito nel Duomo di quella città della Valtiberina
aretina19, molto simile a quello di Lucca. In tutti i casi il confronto
ha dato esito positivo. Perché non tentare un confronto analogo fra il viso
del Volto Santo di Lucca e quello dell’Uomo della Sindone? E, magari, anche un confronto
analogo fra le mani, considerando la rassomiglianza, notata più sopra, anche
di queste? Questi due confronti compiuti con l’aiuto del Prof. Giulio Fanti, del
Dipartimento di Ingegneria Meccanica dell’Università di Padova sono stati
recentemente oggetto di una mia comunicazione ad un congresso internazionale di sindonologia20.

Osserviamo innanzi tutto,
nella Figura 4, il viso dell’Uomo della Sindone, posto a fianco di quello del Volto
Santo di Lucca.








Figura
4. Il viso dell’Uomo della Sindone (a sinistra), posto a confronto con quello del
Volto Santo (a destra).


La forma allungata del
secondo sembra riprodurre l’assenza delle parti laterali del primo. Gli occhi del
Volto Santo appaiono come “fuori delle orbite”, cosa che potrebbe spiegarsi
supponendo che lo scultore abbia voluto riprodurre in qualche modo le “macchie”
visibili all’interno delle cavità orbitali dell’Uomo della Sindone, “macchie”
che le ricerche moderne hanno identificato come impronte di due monetine romane,
dei tempi di Ponzio Pilato, poste sulle palpebre21. La barba del Volto
Santo è nettamente bipartita, come quella dell’Uomo della Sindone; anche il
suo marcato distacco dal labbro inferiore sembra voler riprodurre un particolare
ben visibile nel volto dell’Uomo della Sindone.

E veniamo ora al confronto
più diretto, o meglio più “stretto”: il computer ci
permette di compiere una transizione graduale da una figura all’altra, mediante una
successione di sovrapposizioni parziali. La Figura 5 mostra una comparazione di questo
tipo fra il negativo fotografico scelto perché dà un’immagine più
distinta del viso dell’Uomo della Sindone e quello del Volto Santo.





Figura 5.
Transizione graduale dal viso dell’Uomo della Sindone (negativo fotografico con messa
in risalto delle macchie di sangue) a quello del Volto Santo di Lucca.

Nel “passaggio”
da un viso all’altro non si riesce a notare nessuna discontinuità significativa,
a parte le macchie di sangue, assenti nel nostro simulacro, che raffigura Cristo
“regnante dalla Croce”.

La stessa tecnica è
stata usata anche per confrontare la mano destra del Volto Santo di Lucca con quella
dell’Uomo della Sindone, usando questa volta l’immagine direttamente visibile sul
lino. Dalla Figura 6 si può vedere che neanche qui ci sono discontinuità
significative.





Figura 6.
Transizione graduale dalla mano destra dell’Uomo della Sindone a quella del Volto
Santo di Lucca.

La lunghezza eccessiva,
potremmo quasi dire “non naturale”, delle dita del Volto Santo si può
spiegare col fatto che l’autore della statua scolpì il palmo di una mano avendo
come modello l’impronta di un dorso di mano, in cui, per giunta, può essere
difficile distinguere le dita dalle nocche. Per di più, il grumo di sangue
della ferita, provocata dal chiodo confitto nel polso sinistro dell’Uomo della
Sindone, può avere indotto lo scultore del Volto Santo ad allungarne ulteriormente
le mani; infatti, egli credeva che i chiodi fossero stati confitti nei palmi,
come si può vedere dalle capocchie dei chiodi sulle mani della statua.

Un
“problema di fede”?

Il fatto che i risultati
di questa analisi al computer avvalorino l’ipotesi che il Volto Santo di Lucca
possa essere un “copia autentica” della Sindone non accresce soltanto l’importanza
iconografica del nostro crocifisso, dandoci, per così dire, una “spiegazione
storicamente plausibile” della tradizione che ne vuole autore Nicodemo, un uomo
che era stato presente all’avvolgimento nella Sindone del corpo di Gesù crocifisso.
Questi risultati fanno anche del Volto Santo un ulteriore elemento di un problema
assai dibattuto, quello della datazione, e quindi dell’autenticità, della
Santa Sindone. La “prova del carbonio 14”, compiuta nel 1988, anziché
“risolvere una volta per tutte” tale problema, lo ha reso caso mai ancora
più complesso: si è rivelata tutto, meno che un'”ordalia”,
un giudizio definitivo e irrevocabile22.

Sia ben chiaro: la fede
cattolica non dipende certo dall’autenticità di una reliquia, sia pure unica
e importante come la Sindone. Non per nulla la linea di demarcazione fra favorevoli
e contrari all’autenticità della Sindone attraversa trasversalmente le varie
confessioni religiose. Da un lato, troviamo protestanti, ebrei e addirittura agnostici
favorevoli all’autenticità: non tutti i sindonologi protestanti sono come
quelli valdesi di casa nostra, che la negano a priori, forse confondendo inconsciamente
il problema teologico della venerazione delle reliquie praticata dai cattolici e
rifiutata da loro come da tutti i protestanti con quello scientifico e storico dell’autenticità
di quella particolarissima reliquia. Dall’altro lato, troviamo cattolici decisamente
contrari all’autenticità. Il più famoso è stato il sacerdote
francese Cyre-Ulysse-Joseph Chevalier, che all’inizio del XX secolo dichiarò
“falsa” la Sindone sulla testimonianza di un documento medievale come minimo
“tendenzioso”23. Perfino l’abate Giuseppe Ricciotti, quando
nella sua indubbiamente pregevole Vita di Gesù Cristo, scritta nel
1941, quando era già nota la singolare natura di “negativo ottico”
dell’immagine sindonica discute e critica gli scritti, relativamente recenti o decisamente
apocrifi, che parlano dell'”aspetto fisico” di Gesù, non nomina
mai la Sindone24. Anzi, non sembra neanche accorgersi che quegli scritti
descrivono, in realtà, proprio l’immagine visibile ad occhio nudo sulla Sindone.
Insomma, anche uno dei maggiori esponenti dell’apologetica cattolica del XX secolo
si è mostrato “indifferente” di fronte al problema sindonico. E
non mancano oggi neppure vescovi perlomeno scettici nei confronti dell’autenticità.
E, in fondo, è giusto che sia così: non è un problema di fede.

Tuttavia, in questi tempi
di diffusione sempre più capillare di una “nuova religiosità”25
pseudo-spiritualistica, quello dell’autenticità o meno della Sindone può
diventare, almeno indirettamente, un problema di quale fede. Quel “testimone
muto ma nello stesso tempo sorprendentemente eloquente della passione, morte e resurrezione
di Cristo” come definì la Sindone Giovanni Paolo II il 13 aprile 1980
a Torino può ricordare a noi cattolici la “materialità”,
la “carnalità” della Redenzione. Come dice Vittorio Messori in una
sua recente intervista: “Per salvare l’anima in fondo basta Platone; per
credere nell’immortalità dello spirito ci sono infinite filosofie; ma solo
il cristianesimo afferma la salvezza dell’uomo tutt’intero, la resurrezione dei corpi”
26.
Per molti nostri contemporanei non è difficile accettare un “cristianesimo”
disincarnato, in cui il Cristo è ridotto a una specie di “simbolo messianico”
di sapore vagamente neo-gnostico27. Ma un “simbolo messianico”
di questo genere non salva, non redime l’uomo nella sua totalità d’anima e
corpo, come può fare solo il Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per
noi.

Carbonio
14, una “datazione” incongrua

Quale ruolo viene ad avere
il Volto Santo di Lucca nella questione della datazione della Sindone? Sostanzialmente
lo stesso di tutte le “immagini achiropite” di Gesù Cristo sicuramente
anteriori al 1260, la più antica fra le due date, 1260 e 1390, dell’intervallo
indicato dalla famosa “prova del carbonio 14” del 1988. Potremmo dire che
il confronto mediante computer fra il Volto Santo di Lucca e la Sindone di
Torino aggiunge una specie di “centunesima prova” alle “cento prove
sulla Sindone”, riportate da Giulio Fanti ed Emanuela Marinelli nell’omonimo
libro28.

Che il nostro crocifisso
sia anteriore al 1260 è indubbio. La tradizione agiografica lucchese pone,
come si è visto, l’arrivo del Volto Santo a Lucca nell’anno 782. Anzi, se
volessimo prendere alla lettera un passo dello scritto di Leboino, così come
è giunto fino a noi, dovremmo retrodatare l’arrivo addirittura di quarant’anni.
Si legge infatti nella “leggenda”: “In mezzo a tanta esultanza
e a sì solenne trionfo entrò il Volto Santo in Lucca, l’anno della
salutifera incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo 742, al tempo di Carlo
e Pipino, serenissimi re, nell’anno secondo del loro regno”
29.
Ma questa data è verosimilmente errata, soprattutto perché contrasta
col ruolo preponderante dato, nella “leggenda”, al beato vescovo Giovanni
I, che resse al diocesi di Lucca dal 780 all’801. L’anno 742 era il secondo di Carlomanno
e Pipino il Breve, maggiordomi del Regno Franco, che non regnarono mai in Italia,
mentre in quell’anno Lucca era ancora la città principale della Tuscia longobarda,
su cui regnavano Liutprando e suo nipote Ildeprando. Sembra per lo meno strano che
l’arrivo miracoloso o no del Volto Santo a Lucca sia stato registrato, nella Tuscia
longobarda, secondo il numero degli anni di regno di due sovrani stranieri; e questo
in un’epoca, in cui il riferimento al sovrano regnante in loco era un metodo di datazione
più diffuso di quello dell'”era volgare”, al contrario di quanto
avveniva già negli anni in cui fu redatto il testo definitivo della “leggenda”.
È quindi probabile che un tardo redattore che scriveva negli anni intorno
al 1100, quando ormai vigeva l’uso d’indicare la data come si fa oggi, inizio dell’anno
a parte abbia confuso fra di loro due coppie di sovrani carolingi30. D’altra
parte, che il testo leboiniano abbia avuto diverse redazioni successive, è
ormai ammesso da tutti; ma è anche vero che diversi particolari della narrazione
indicano che il suo nucleo originario debba risalire all’VIII secolo. Per esempio,
un passo, in cui si parla di monaci siri che custodivano il Santo Sepolcro31;
o il Gloria in excelsis, intonato dal beato Giovanni I e dal suo séguito
alla vista del Volto Santo, invece del Te Deum, il cui uso come inno di ringraziamento
non si diffuse prima del IX secolo32. Oltre a ciò, esistono non
pochi indizi della presenza nel Duomo di Lucca, fin dagli anni dell’episcopato di
Giovanni I, di un crocifisso molto venerato33.

Il problema allora diventa
il seguente: il crocifisso giunto a Lucca nel tardo VIII secolo, è lo stesso
che oggi veneriamo all’interno della cappella eretta da Matteo Civitali nella navata
sinistra del Duomo di S. Martino? Sì, perché a complicare le cose ci
si sono messi gli storici dell’arte, che hanno giudicato, basandosi esclusivamente
su “dati stilistici”, il Volto Santo un’opera della scuola dell’Antelami,
scolpita fra l’XI e il XII secolo. Di qui le ipotesi, fatte dagli storici che hanno
ritenuto valido questo giudizio, di sostituzioni in nessun modo documentabili34.
Ma la storia dell’arte è tutt’altro che una “scienza esatta”: anche
senza voler tirare in ballo la celebre beffa di cui fece le spese uno storico e critico
d’arte come Giulio Carlo Argan delle “teste di Modigliani”, possiamo leggere,
nel libro di mons. Lazzarini, che “un critico non medievale e di grande valore,
basandosi sui soli dati stilistici, giudicò opera del sedicesimo secolo, un
ritratto di S. Benedetto Giuseppe Labre, che era nato nel 1748 e morto nel 1783”
35.
Un altro esempio, ancora più pertinente, è quello del già ricordato
Volto Santo di Sansepolcro. Fino al 1985 questo crocifisso era giudicato una scultura
tardo-romanica dei secoli XII-XIII. In quell’anno la statua fu trasferita all’Opificio
delle Pietre Dure di Firenze, dove fu sottoposta a un accurato restauro, durato fino
al 1989, che si rivelò un’autentica “sorpresa”; infatti, la rimozione
del pesante strato di vernice scura, piuttosto recente, che copriva uniformemente
tutto il crocifisso, e i saggi compiuti al di sotto della decorazione policroma romanica
riportata alla luce, hanno permesso di retrodatare la scultura all’età ottoniana,
più o meno agli anni intorno al 90036. Quali “sorprese”
potrebbe riservare un restauro analogo compiuto sul Volto Santo di Lucca? Oggi sappiamo
solo che, sotto la vernice nera che attualmente copre quasi tutta la statua, esiste
una precedente colorazione rossa della tunica e celeste della croce37;
ma niente ci assicura che sia la colorazione originaria. D’altro canto, un restauro
analogo a quello compiuto anni fa sul crocifisso di Sansepolcro è difficilmente
pensabile, e, forse, non sarebbe neanche troppo gradito ai lucchesi: basti pensare
alle reazioni e alle polemiche che suscitò nel 1583 l’iniziativa del vescovo
di allora, card. Alessandro Guidiccioni, di fare semplicemente lavare le mani e il
viso del Volto Santo, forse solo per togliere il nerofumo depositato dalla fiamma
delle candele38.

Ma torniamo al Volto Santo
come possibile “copia autentica” della Sindone, e ai risultati dell’indagine
al computer, che hanno gettato nuova luce sulle tradizioni raccolte dai “leggendaristi”
medievali. È possibile che una statua presente a Lucca dalla fine dell’VIII
secolo sia stata scolpita avendo come modello l’immagine visibile su una tela “tessuta
fra il 1260 e il 1390”? Certamente no. Perfino nell’ipotesi del “rifacimento”
fra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo come vorrebbero gli storici dell’arte
il Volto Santo di Lucca resterebbe comunque anteriore al 1260. Come tutte le altre
“immagini achiropite” di Gesù Cristo.

E allora, potrà
domandare qualcuno, i risultati del test del carbonio 14? Per prima cosa,
per dare un risultato attendibile, quel test deve essere compiuto su un campione
il più possibile esente da contaminazioni39; cosa che non si può
certo dire del tessuto sindonico, viste le vicissitudini subite dalla Sindone, se
non altro dal 1353 anno in cui ricomparve nella cittadina francese di Lirey, nella
Champagne, dopo che un lenzuolo praticamente identico era scomparso da Costantinopoli
nel 1204, durante la IV Crociata fino ad oggi40, a causa delle quali può
essere avvenuto un “ringiovanimento” del tessuto, per aggiunta di carbonio
recente41. Secondo, quella del carbonio 14 è una prova,
non la prova decisiva e inconfutabile, che nelle scienze sperimentali semplicemente
non esiste. La datazione di un reperto e più che mai di un reperto
unico come la Sindone non può essere che il risultato di una ricerca interdisciplinare:
e risultato, per così dire, “provvisorio”, sempre modificabile mediante
nuovi esperimenti. È passato circa mezzo secolo da quando la scoperta del
test del carbonio 14 diede l’illusione di avere trovato un “metodo di
datazione assoluta” dei reperti organici. Oggi tale illusione sopravvive solo
nell'”uomo della strada” e… negli specialisti della datazione radio-carbonica.

Trent’anni di attività
di ricerca nel CNR mi hanno convinto che non c’è niente di più dannoso
per la scienza che la “mentalità specialistica” di alcuni suoi cultori,
mentalità che, talvolta, ha fatto fallire sul nascere importanti progetti
di ricerca interdisciplinare. Una mentalità di questo genere sembra aver caratterizzato
proprio gli scienziati incaricati di eseguire le prove di datazione del tessuto sindonico
mediante il carbonio 14, o almeno buona parte di essi42. Da questo punto
di vista, chi scrive si è sempre sforzato di evitare di acquisire una “mentalità
specialistica”, sia nella sua attività professionale, sia nel coltivare
il maggior numero possibile di interessi extra-professionali. Fra cui quello che
lo ha portato a compiere questo modesto studio sul Volto Santo e la Sindone; con
la speranza, fra l’altro, che possa essere l’occasione per dare un significato più
profondo alla venerazione che noi lucchesi tributiamo da secoli a quel simulacro
di Cristo regnante dall’alto della Croce.

Scheda
bio-bibliografica

Giulio Dante Guerra nasce
a Lucca il 13 settembre 1946, dalla famiglia che ha dato alla Chiesa lucchese la
beata Elena Guerra, fondatrice delle Oblate dello Spirito Santo, e lo storico del
Volto Santo mons. Almerico Guerra. Laureatosi in chimica presso l’Università
di Pisa nell’aprile del 1970, nel novembre dello stesso anno è vincitore di
una borsa di addestramento del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). È
attualmente Primo Ricercatore del CNR presso il Centro di Studi sui Materiali Macromolecolari
Polifasici e Biocompatibili del CNR di Pisa. È autore di numerose pubblicazioni
scientifiche nel campo della polimerizzazione ionica ed elettroiniziata e in quello
dei biomateriali. Refrattario per principio ad ogni tipo di “specializzazione”,
agli interessi scientifici in senso stretto ne affianca altri nel campo dell’apologetica
e dell’agiografia, di cui sono testimonianza i suoi studi: De libello a Jacobo
Monod de alea et necessitate conscripto thomistica censura,
in Atti dell’VIII
Congresso Tomistico Internazionale,
Vol. V, Libreria Editrice Vaticana, Città
del Vaticano 1982, pp. 359-364; La “leggenda” del Volto Santo di Lucca,
in Cristianità, anno X, n. 88-89, agosto-settembre 1982; Il culto
del Volto Santo di Lucca attraverso i secoli, ibid.,
anno X, n. 91, novembre
1982; La vita non è nata per caso, ibid., anno XI, n. 97, maggio 1983;
La Madonna di Bonaria, ibid., anno XII, n. 106, febbraio 1984; La Madonna
di Guadalupe. Un caso di “inculturazione” miracolosa,
Cristianità,
Piacenza 1992; La disputa fra Luigi Galvani e Alessandro Volta e il mito della
“neutralità della scienza”,
in Cristianità, anno
XXIV, n. 260, dicembre 1996; L’origine della vita, in IDIS, Voci per un
“Dizionario del Pensiero Forte”,
a cura di Giovanni Cantoni, Cristianità,
Piacenza 1997, pp. 251-256.

NOTE

1 Cfr. mons.
Pietro Lazzarini, Il Volto Santo di Lucca, Pacini Fazzi, Lucca 1982, pp. 45-50.

2 “Uomo
della Sindone” è chiamato dai sindonologi il “personaggio”
quasi certamente Gesù di Nazaret l'”impronta” del cui corpo è
visibile sulla Santa Sindone di Torino. Cfr., p. es.: Orazio Petrosillo ed Emanuela
Marinelli, La Sindone. Storia di un enigma, Rizzoli, Milano 1998; Giulio Fanti
ed Emanuela Marinelli, Cento prove sulla Sindone. Un giudizio probabilistico sull’autenticità,
Edizioni Messaggero Padova, Padova 1999.

3 Cfr. Gv
19, 38 ss.

4 Ibid.
19, 40.

5 Cfr. Mt
27, 59; Mc 12, 46; Lc 23, 53.

6 Cfr. la traduzione
italiana in mons. Pietro Lazzarini, op. cit., pp. 45-58. Il testo latino oggi
noto è datato dagli esperti fra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo.

7 Ibid.,
p. 56.

8 Cfr. ibid.,
pp. 93-96.

9 Ibid.,
p. 54.

10 Cfr. Gervasii
Tilburiensis, Otia imperialia, seu de miraculis orbis terrae, III, 21, cit.
in mons. Almerico Guerra, Storia del Volto Santo di Lucca, Tip. Arciv. S.
Paolino, Lucca 1881, pp. 16-17.

11 Cfr. Emanuela
Marinelli, La Sindone. Un’immagine “impossibile”, San Paolo, Cinisello
Balsamo 1996.

12 Cfr. Orazio
Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 63-71.

13 Cfr. Giulio
Guerra, La “leggenda” del Volto Santo di Lucca, in Cristianità,
anno X, N. 88-89, agosto-settembre 1982, pp. 7-10.

14 Ibid.,
pp. 9-10.

15 Cfr. Orazio
Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 70-71; Giulio Fanti ed Emanuela
Marinelli, op. cit., p. 162.

16 Cfr. Orazio
Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 47-52; Giulio Fanti ed Emanuela
Marinelli, op. cit., pp. 158-159.

17 Cfr. mons.
Pietro Lazzarini, op. cit., p. 174.

18 Cfr. Orazio
Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 68-69; Giulio Fanti ed Emanuela
Marinelli, op. cit., pp. 161-162; Mario Moroni e Francesco Barbesino, Apologia
di un falsario. Un’indagine sulla Santa Sindone di Torino,
Maurizio Minchella,
Milano 1997, pp. 11-12.

19 Cfr. Enzo
Papi, Il Volto Santo di Sansepolcro, fede e storia fra X e XX secolo, La Ginestra,
Sansepolcro 1993, pp. 51-57.

20 Cfr. Giulio
D. Guerra, Il “Volto Santo di Lucca” è una copia della Sindone?
Una comparazione fra le due immagini mediante computer.
Comunicazione presentata
al Worldwide Congress “SINDONE 2000”, Orvieto 27-29 agosto 2000.

21 Cfr. Orazio
Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 107-109; Giulio Fanti ed Emanuela
Marinelli, op. cit., pp. 141-143.

22 Cfr. Francesco
Barbesino e Mario Moroni, L’ordalia del carbonio 14, Mimep-Docete, Pessano
(MI) 1995.

23 Cfr. Orazio
Petrosillo ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 53-59.

24 Cfr. abate
Giuseppe Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, 5a ed., Mondadori, Milano
1974, Vol. I, pp. 190-194.

25 Cfr. Massimo
Introvigne, La questione della nuova religiosità, Cristianità,
Piacenza 1993.

26 Vittorio
Messori, Ritorno alla materia, intervista a cura di Roberto Beretta, in Il
Timone,
anno II, n. 8, luglio-agosto 2000, p. 8.

27 Su “neo-gnosticismo”
e “nuovo gnosticismo” cfr. Massimo Introvigne, Il ritorno dello gnosticismo,
SugarCo, Carnago (VA) 1993.

28 Cfr. Giulio
Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit.

29 Mons. Pietro
Lazzarini, op. cit., p. 48. Cfr. l’originale latino in mons. Almerico Guerra,
op. cit., p. 305.

30 Cfr. mons.
Pietro Lazzarini, op. cit., pp. 97-110.

31 Cfr. mons.
Almerico Guerra, op. cit., p. 322.

32 Cfr. ibid.,
p. 318.

33 Cfr. mons.
Pietro Lazzarini, op. cit., pp. 111-120.

34 Cfr. ibid.,
pp. 85-86.

35 Ibid.,
p. 87.

36 Cfr. Enzo
Papi, op. cit., pp. 27-43.

37 Cfr. mons.
Pietro Lazzarini, op. cit., p. 89.

38 Cfr. Elio
Bertini, Il Volto Santo nella storia di Lucca, Pacini Fazzi, Lucca 1982, pp.
32-36.

39 Cfr. Francesco
Barbesino e Mario Moroni, op. cit., pp. 5-10.

40 Cfr. Giulio
Fanti ed Emanuela Marinelli, op. cit., pp. 76-82.

41 Cfr. Francesco
Barbesino e Mario Moroni, op. cit., pp. 55-61.

42 Cfr. ibid.,
pp. 47-54.