IL TRATTATO DEL PURGATORIO

Combattimento spirituale


«IL
TRATTATO DEL PURGATORIO»

di
Santa Caterina da Genova






















INDICE*


I. – Perfetta uniformità
delle Anime purganti al volere di Dio.


II. – Gioia delle
Anime del Purgatorio e loro crescente visione di Dio. L’esempio della ruggine.


III. – Pene delle
Anime del Purgatorio. La separazione da Dio, loro maggior pena.


IV. – Differenza
tra dannati ed Anime purganti.


V. – Dio mostra la
sua bontà anche verso i dannati.


VI. – Purificate
dal peccato, le Anime purganti scontano giocondamente le pene.


VII. – Con quale
violenza d’amore le Anime del Purgatorio bramano di godere Iddio. L’esempio del pane
e dell’affamato.


VIII. – L’Inferno
e il Purgatorio rivelano la mirabile sapienza di Dio.


IX. – Necessità
del Purgatorio.


X. – Natura terribile
del Purgatorio.


XI. – L’amore di
Dio che attrae a sé le Anime sante e l’impedimento che esse trovano nel peccato,
genera la pena del Purgatorio.


XII. – Come Dio
purifica le Anime. L’esempio dell’oro nel crogiuolo.


XIII. – Desiderio
ardente delle Anime di trasformarsi in Dio, e sapienza di Dio nell’occultare ad esse
le loro imperfezioni.


XIV. – Gioia e
dolore delle anime purganti.


XV. – Le Anime purganti
non possono più meritare. Come è disposta la loro volontà verso
le opere offerte in questo mondo a loro suffragio.


XVI. – Le Anime
vogliono la perfetta purificazione.


XVII. – Esortazioni
e rimproveri ai viventi. E così quell’anima benedetta, vedendo le sopradette
cose nel divin lume, disse:


XVIII. – Sofferenza
spontanea e lieta delle Anime purganti.

XIX. – La Santa
conclude la sua dottrina sulle anime del Purgatorio coll’applicazione di ciò
che esperimenta nell’anima sua.





Come
per comparazione del divino fuoco quale in sé sentiva, comprendeva come era
il Purgatorio, e in che modo vi stanno le anime contente e tormentate.


Quest’
anima santa ancora in carne, trovandosi posta nel Purgatorio de l’affocato amore
di Dio, il quale tutta la bruciava e purificava di quanto aveva da purificare, acciocché
passando da questa vita, potesse essere presentata innanzi al cos petto del suo dolce
amore Iddio; per mezzo di questo amoroso fuoco, comprendeva nell’anima sua, come
stavano le anime dei fedeli nel luogo del Purgatorio, per purgare ogni ruggine e
macchia di peccato, che in questa vita ancora non avessero purgato.


E
siccome essa, posta nel Purgatorio amoroso del divin fuoco, stava unita a esso divino
Amore, e contenta di tutto quello che Egli in lei operava, così comprendeva
delle anime che sono nel Purgatorio e diceva:


I.
– Perfetta uniformità delle Anime purganti al volere di Dio.


Le anime
che sono nel Purgatorio (secondo che mi par comprendere) non possono avere altra
elezione che di essere in esso luogo, e questo è per l’ordinazione di Dio,
il quale ha fatto questo giustamente. Né si possono più voltare verso
se stesse, né dire: Io ho fatto tali peccati per i quali merito di
star qui.
Né possono dire: Non li vorrei aver fatti perché
andrei ora in paradiso.
Né dire ancora: Quegli ne esce
più presto di me
ovvero: Io ne uscirò più
presto di lui.


2. Non
possono avere alcuna memoria propria, né d’altri parimenti, in bene né
in male che in loro faccia maggior afflizione del suo ordinario. Ma hanno un tanto
contento di essere nella ordinazione di Dio, e che Egli adoperi tutto quello che
gli piace, e come gli piace, che di sé medesime non ne possono pensare con
maggior loro pena.


3. E
solamente vedono l’operazione della divina bontà, la quale ha tanta misericordia
all’uomo per condurlo a sé, che di pena, né di bene che possa accadere
in proprietà, non se ne può niente da esse vedere, e se lo potessero
vedere non sarebbero in carità pura.


4. Non
possono vedere neppure che siano in quelle pene per i loro peccati, e non possono
tenere quella vista nella mente; imperocché vi sarebbe una imperfezione attiva,
la quale non può essere in esso luogo, perché non vi si può
più attualmente peccare.


5. La
causa del Purgatorio che hanno in loro, la vedono una sol volta nel passare da questa
vita, e poi mai più la vedono; imperocché altrimenti vi sarebbe una
proprietà.


6. Essendo
dunque esse in carità, e da quella non potendo più deviare con attuale
difetto, non possono più volere né desiderare se non il puro volere
della pura carità; ed essendo in quel fuoco purgatorio, sono nella ordinazione
divina: (la quale è carità pura), e non possono più in alcuna
cosa da quella deviare: perché sono private così di attualmente peccare,
come sono pure di attualmente meritare.


II.
– Gioia delle Anime del Purgatorio e loro crescente visione di Dio. L’esempio della
ruggine.


Non credo
che si possa trovare contentezza da comparare a quella di un’anima del Purgatorio,
eccetto quella dei santi del Paradiso.


E ogni
giorno questa contentezza cresce, per l’influsso di Dio in esse anime, il quale va
crescendo, siccome va consumando l’impedimento dell’influsso.


2. La
ruggine del peccato è l’impedimento, e il fuoco va consumando la ruggine;
e così l’anima sempre più si va discoprendo al divino influsso. Siccome
una cosa coperta non può corrispondere alla riverberazione del sole, non per
difetto del sole, che di continuo luce, ma per l’opposizione della copertura: se
si consumerà dunque la copertura, si discoprirà la cosa al sole; e
tanto più corrisponderà alla riverberazione, quanto la copertura più
si andrà consumando.


3. Così
la ruggine (cioè il peccato) è la copertura delle anime, e nel Purgatorio
si va consumando per il fuoco; e quanto più consuma, tanto più sempre
corrisponde al vero sole Iddio. Però tanto cresce la contentezza, quanto manca
la ruggine e si discopre l’anima al divin raggio. E così l’un cresce e l’altro
manca, sin che sia finito il tempo.


4. Non
manca però la pena, ma solo il tempo di stare in essa pena. E quanto alla
volontà, non possono mai dire che quelle pene siano pene, tanto si contentano
dell’ordinazione di Dio, con la quale è unita la loro volontà in pura
carità.


III.
– Pene delle Anime del Purgatorio. La separazione da Dio, loro maggior pena.


Dell
altra parte poi hanno una pena tanto estrema, che non si trova lingua che la possa
narrare, né intelletto che possa capirne una minima scintilla, se Dio non
gliela mostrasse per grazia speciale.


2. La
quale scintilla Dio per grazia la mostrò a quest’anima; ma con la lingua non
la posso esprimere. E questa vista che mi mostrò il Signore, mai più
s’è partita dalla mente mia; e ve ne dirò quello che potrò,
e intenderanno quelli, ai quali il Signore si degnerà l’intelletto aprire.


3. Il
fondamento di tutte le pene è il peccato originale o attuale. Dio ha creata
l’anima, pura, semplice, e netta di ogni macchia di peccato, con un certo istinto
beatifico verso di lui, dal quale istinto il peccato originale, che essa trova, l’allontana:
poi quando vi si aggiunge l’attuale, ancora più se ne allontana, e quanto
più se ne fa lontana, tanto più diventa maligna; imperocché
Dio meno le corrisponde.


4. E
perché tutte le bontà che possano essere, sono per la partecipazione
di Dio; il quale corrisponde nelle creature irrazionali, come vuole e come ha ordinato,
e non manca loro mai; e nell’anima razionale corrisponde più e meno, secondo
che la trova purificata dall’impedimento del peccato; perciò, quando si trova
un’anima che si accosti alla sua prima creazione pura e netta, quello istinto beatifico
se la va discoprendo e crescendo tuttavia, con tanto impeto e furor di fuoco di carità
(il quale la tira al suo ultimo fine) che le par cosa insopportabile di essere impedita;
e quanto più vede, tanto le è più estrema pena.


IV.
– Differenza tra dannati ed Anime purganti.


E perché
le anime che sono nel Purgatorio, sono senza colpa di peccato, sono senza colpa di
peccato, perciò non hanno impedimento tra Dio e loro, salvo quella pena la
quale le ha ritardate, sicché l’istinto non ha potuto avere la sua perfezione.


2. E
vedendo per certezza quanto importi ogni minimo impedimento, ed essere per necessità
di giustizia ritardato esso istinto, di qui nasce in loro un estremo fuoco, simile
a quello dell’Inferno, eccetto la colpa, la quale è quella che fa la volontà
maligna ai dannati dell’Inferno; ai quali Dio non corrisponde la sua bontà:
e perciò restano in quella disperata, maligna volontà contro la volontà
di Dio.


3. Di
qui si vede esser manifesto, che la perversa volontà contro la volontà
di Dio, è quella che fa la colpa; e perseverando la mala volontà, persevera
la colpa.


4. E
per esser quelli dell’Inferno passati di questa vita con la mala volontà,
la loro colpa non è rimessa, né si può rimettere; perché
più non si possono mutare di volontà, poiché con quella son
passati di questa vita; nel qual passo si stabilisce l’anima in bene o in male, come
si trova con la volontà deliberata; siccome è


scritto:
Ubi te invenero, cioè nell’ora della morte, con qual volontà,
o di peccare, o mal contento e pentito del peccato: Ibi te judicabo.


5. Al
qual giudizio non è poi remissione: imperocché dopo la morte, la libertà
del libero arbitrio non è più vertibile; ma sta fermata in quello,
in che si trova al punto della morte.


6. Quelli
dell’Inferno, per essere trovati al punto della morte con la volontà di peccare,
hanno con seco la colpa infinitamente, e la pena, non però tanta quanta meritano;
ma pur quella che hanno è senza fine.


7. Ma
quelli del Purgatorio han solamente la pena, perciocché la colpa fu cancellata
nel punto della morte, essendo stati trovati mal contenti dei peccati loro, e pentiti
d’aver offeso la divina bontà; e così essa pena è finita, e
va sempre mancando, quanto al tempo, com’è detto.


Oh miseria
sopra ogni miseria, e tanto più, quanto non è considerata dall’umana
cecità!


V.
– Dio mostra la sua bontà anche verso i dannati.


La pena
dei dannati non è già infinita in quantità; imperocché
la dolce bontà di Dio, spande il raggio della sua misericordia ancora nell’Inferno.


2. Perché
l’uomo, morto in peccato mortale, merita pena infinita e tempo infinito; ma la misericordia
di Dio ha fatto solo il tempo infinito, e la pena terminata in quantità: imperocché
giustamente avrebbe potuto dar loro molto maggior pena, che non ha dato.


3. Oh
quanto è pericoloso il peccato fatto con malizia: perché l’uomo difficilmente
se ne pente, e non pentendosi, sempre sta la colpa; la quale tanto persevera, quanto
l’uomo sta nella volontà del peccato commesso o di commetterlo!


VI.
– Purificate dal peccato, le Anime purganti scontano giocondamente le pene.


Ma le
anime del Purgatorio hanno in tutto conforme la loro volontà con quella di
Dio: e però Dio corrisponde loro con la sua bontà, ed esse restano
contente (quanto alla volontà) e purificate dal peccato originale e attuale,
quanto alla colpa.


2. Restano
così quelle anime purificate come quando Dio le creò: e per essere
passate di questa vita mal contente e confessate di tutti i loro peccati commessi,
con volontà di non più commetterne, Iddio subito perdona loro la colpa,
e non resta loro se non la ruggine del peccato, della quale poi si purificano nel
fuoco con pena.


3. E
così purificate d’ogni colpa, e unite a Dio per volontà, vedono chiaramente
Dio, secondo il grado che fa loro conoscere; e vedono ancora quanto importi la fruizione
di Dio, e che le anime sono state create a questo fine.


VII.
– Con quale violenza d’amore le Anime del Purgatorio bramano di godere Iddio. L’esempio
del pane e dell’affamato.


Trovano
ancora una conformità tanto unitiva con esso loro Dio, la quale tira tanto
a sé (per l’istinto naturale di Dio con l’anima), che non se ne può
dare ragioni, figure, 0 esempi, che siano sufficienti a chiarire questa cosa, siccome
la mente la sente in effetto e comprende per interiore sentimento. Non di meno dirò
un esempio che alla mente si presenta.


2. Se
in tutto il mondo non vi fosse se non un pane, il quale dovesse levare la fame a
tutte le creature, e che solamente vedendolo, le creature si saziassero; e avendo
l’uomo, per natura, quando è sano, istinto di mangiare, se non mangiasse,
e non si potesse infermare, né morire, quella fame sempre crescerebbe, perché
l’istinto di mangiare mai gli verrebbe meno.


E sapendo
che solo il detto pane lo potrebbe saziare, e non avendolo, la fame non si potrebbe
levare: però resterebbe in pena intollerabile. Ma quanto più l’uomo
se gli avvicinasse, e non potendolo vedere, tanto più gli si accenderebbe
il desiderio naturale, il quale per suo istinto è tutto raccolto verso il
pane, dove consiste tutto il suo contento.


3. E
se fosse certo di giammai veder pane, in quel punto avrebbe l’inferno compito, come
le anime dannate, le quali sono private d’ogni speranza di mai poter vedere il pane
Dio, vero Salvatore.


4. Ma
le anime del Purgatorio hanno speranza di vedere il pane, e in tutto saziarsene.
Perciò tanto patiscono fame e tanto stanno in pena, quanto staranno a potersi
saziare di quel pane, Gesù Cristo, vero Dio Salvatore, Amor nostro.


VIII.
– L’Inferno e il Purgatorio rivelano la mirabile sapienza di Dio.


Siccome
lo spirito netto e purificato non trova luogo, eccetto Dio, per suo riposo, per essere
stato a questo fine creato, così l’anima in peccato, altro luogo non ha salvo
l’Inferno, avendole ordinato Dio quel luogo per fine suo.


2. Però
in quell’istante che lo spirito è separato dal corpo, l’anima va all’ordinato
luogo suo senz’altra guida, eccetto quella che ha la natura del peccato; partendosi
però l’anima dal corpo in peccato mortale.


3. E
se l’anima non trovasse in quel punto quella ordinazione (procedente dalla giustizia
di Dio) rimarrebbe in maggior Inferno che non è quello; per ritrovarsi fuori
di essa ordinazione, la quale partecipa della divina misericordia, perché
non le dà tanta pena quanto merita. Perciò non trovando luogo più
conveniente, né di minor male per lei, per l’ordinazione di Dio, vi si getta
dentro, come nel suo proprio luogo.


4. Così,
al proposito nostro del Purgatorio, l’anima separata dal corpo, la quale non si trova
in quella nettezza, come fu creata, vedendo in sé l’impedimento, e che non
le può esser levato, salvo che per mezzo del Purgatorio, presto vi si getta
dentro, e volentieri.


5. E
se non trovasse questa ordinazione, atta a levarle quell’impaccio, in quell’istante,
in lei si genererebbe un Inferno peggiore del Purgatorio, vedendo di non poter giungere,
per l’impedimento, al suo fine Dio; il quale importa tanto, che in comparazione il
Purgatorio non è da stimare; benché, come è detto, sia simile
all’Inferno: ma in quella comparazione è quasi niente.


IX.
– Necessità del Purgatorio.


Più
ancora dico ch’io vedo, quanto per parte di Dio, il Paradiso non aver porta: ma chi
vi vuole entrare vi entra; perché Dio è tutto misericordia, e sta verso
di noi con le braccia aperte per riceverne nella sua gloria.


2. Ma
ben vedo quella divina essenza di essere di tanta purità e nettezza, (e molto
più che immaginar si possa) che l’anima, la quale in sé abbia tanta
imperfezione, quanta sarebbe un minimo bruscolo, si getterebbe più presto
in mille Inferni, che trovarsi in presenza della divina maestà con quella
macchia.


3. E
perciò vedendo il Purgatorio ordinato per levarle esse macchie, vi si getta
dentro, e le par trovare una gran misericordia, per potersi levar quell’impedimento.


X.
– Natura terribile del Purgatorio.


Di quanta
importanza sia il Purgatorio, né lingua lo può esprimere, né
mente capire, salvo che lo vedo esser di tanta pena come l’Inferno: e nientedimeno
io vedo l’anima la quale in sé sente una minima macchia d’imperfezione, riceverlo
per misericordia (come si è detto), non facendo in un certo modo stima, in
comparazione di quella macchia impeditiva del suo amore.


2. E
parmi vedere la pena delle anime del Purgatorio esser più, per veder di avere
in sé cosa che dispiaccia a Dio, e averla fatta volontariamente contro tanta
bontà, che di niuna altra pena che sentano in esso Purgatorio. Questo è
perché essendo in grazia, vedono la verità e l’importanza dell’impedimento,
il quale non le lascia avvicinare a Dio.


3. Tutte
queste cose che son dette, per comparazione di quello che io ne sono certificata
nella mente mia (per quanto ne ho potuto comprendere in questa vita), son di tanta
estremità, che ogni vista, ogni parola, ogni sentimento, ogni immaginazione,
ogni giustizia, ogni verità, mi paiono bugie e cose da niente.


Resto
ancora confusa per non saper trovare vocaboli più estremi.


XI.
– L’amore di Dio che attrae a sé le Anime sante e l’impedimento che esse trovano
nel peccato, genera la pena del Purgatorio.


Io vedo
sì gran conformità di Dio con l’anima, che quando la vede in quella
purità nella quale Sua Maestà le creò, le dà un certo
modo attrattivo di affocato amore, sufficiente per annichilarla, benché sia
immortale.


2. E
la fa stare tanto trasformata in sé suo Dio, che non si vede esser altro che
Dio, il quale continuamente la va tirando e affogando, né mai lasciandola,
finché l’abbia condotta a quell’essere donde è uscita, cioè
in quella pura nettezza in cui fu creata.


3. Quando
l’anima, per interior vista, si vede così da Dio tirar con tanto amoroso fuoco,
allora per quel calore dell’affocato amore del suo dolce Signore e Dio, che sente
ridondar nella sua mente, tutta si liquefa.


4. Vedendo
poi nel divino lume, siccome Dio non cessa mai di tirarla e amorosamente condurla
all’intera sua perfezione, con tanta cura e continua provvisione; e che lo fa solo
per puro amore; ed essa per aver l’impedimento del peccato, non poter seguire quel
tirare fatto da Dio, cioè quell’unitivo sguardo, che Dio le ha dato per tirarla
a sé: vedendo ancora, quanto le importi l’esser ritardata di non poter vedere
il divino lume: aggiuntovi l’istinto dell’anima, la quale vorrebbe esser senza impedimento,
per esser tirata da esso unitivo sguardo: dico la vista delle predette cose esser
quella, che genera alle anime la pena la quale hanno nel Purgatorio.


5. Non
che facciano stima della lor pena (benché sia però grandissima), ma
fanno più stima assai dell’opposizione che si trovano aver contro la volontà
di Dio, il quale vedono chiaramente acceso d’un estremo e puro amore verso di loro.


6. Questo
amore, con quell’unitivo sguardo, tira sì forte di continuo, come se altro
che questo non avesse a fare.


Perciò
l’anima, questo vedendo, se trovasse un altro Purgatorio sopra quello, per potersi
levar più presto tanto impedimento, presto vi si getterebbe dentro, per l’impeto
di quell’amor conforme tra Dio e l’anima.


XII.
– Come Dio purifica le Anime. L’esempio dell’oro nel crogiuolo.


Vedo
ancora procedere da quel divino amore verso l’anima certi raggi e lampi affocati,
tanto penetranti e forti, che pare debbano annichilare non solo il corpo, ma ancora
essa anima, se fosse possibile.


2. Questi
raggi fanno due operazioni: per la prima purificano, con la seconda annichilano.


3. Vedi
l’oro: quanto più tu lo fondi, tanto più divien migliore, e tanto lo
potresti fondere, che annichileresti in esso ogni imperfezione.


Questo
effetto fa il fuoco nelle cose materiali; ma l’anima non si può annichilare
in Dio, ma sibbene in sé propria: e quanto più la purifichi, tanto
più in sé l’annichili, e alfine in Dio resta purificata.


4. L’oro
quando è purificato per fino a ventiquattro carati, non si consuma poi più,
per fuoco che tu gli possa dare; perché non si può consumare se non
la sua imperfezione.


Così
fa il divin fuoco nell’anima. Dio la tiene tanto al fuoco, che le consuma ogni imperfezione,
e la conduce alla perfezione di ventiquattro carati (ognuna però in suo grado):
e quando è purificata resta tutta in Dio, senza alcuna cosa in sé propria
e il suo essere è Dio.


5. Il
quale quando ha condotta a sé l’anima così purificata, allora l’anima
resta impassibile, perché più non le resta da consumare. E se pur così
purificata fosse tenuta al fuoco, non le sarebbe penoso; anzi le sarebbe fuoco di
divino amore, come vita eterna, senz’alcuna contrarietà.


XIII.
– Desiderio ardente delle Anime di trasformarsi in Dio, e sapienza di Dio nell’occultare
ad esse le loro imperfezioni.


 L’
anima è stata creata con tutte quelle buone condizioni, delle quali era capace,
per pervenire alla perfezione: vivendo però come Dio le ha ordinato, non contaminandosi
d’alcuna macchia di peccato.

2. Ma
essendosi contaminata per il peccato originale, perde i suoi doni e grazie, e resta
morta, né si può risuscitare, se non da Dio. E quando è risuscitata
per il Battesimo, le resta la mala inclinazione, la quale la inclina e conduce (se
non fa resistenza) al peccato attuale, per il quale di nuovo muore.


3. Dio
poi ancora la risuscita con un’altra grazia speciale; imperocché resta così
imbrattata e conversa verso se stessa, che per rivocarla al suo primo stato, come
Dio la creò, le bisognano tutte le sopraddette divine operazioni, senza le
quali giammai vi potrebbe ritornare.


4. E
quando l’anima si trova in via di ritornare a quel suo primo stato, tanto è
l’accendimento di doversi trasformare in Dio, che quello è il suo Purgatorio.


Non che
possa guardare al Purgatorio, siccome a Purgatorio; ma quello istinto acceso e impedito,
è quello che le fa il Purgatorio.


5. Quest’ultimo
atto di amore è quello che fa quest’opera senza l’uomo; trovandosi nell’anima
tante imperfezioni occulte, che se le vedesse vivrebbe disperata, ma quest’ultimo
stato le va consumando tutte.


E poiché
sono consumate Dio le mostra all’anima, acciocché essa veda l’operazione divina,
che le causa il fuoco d’amore, il quale consuma quelle imperfezioni che sono da consumare.


XIV.
– Gioia e dolore delle anime purganti.


Sappi
che quello che l’uomo giudica in sé perfezione, innanzi a Dio è difetto:
imperocché tutto quello che opera di cose le quali abbiano apparenza di perfezione,
come pur le vede, le sente, le intende, le vuole, ovvero ne ha memoria, senza riconoscerle
da Dio, in tutte si contamina e imbratta.


2. Perché,
dovendo le operazioni essere perfette, bisogna che siano operate in noi senza noi,
quanto come agenti principali: e che l’operazione di Dio sia in Dio, senza l’uomo
primo operante.


3. Queste
tali operazioni sono quelle, che fa Dio nell’ultima operazione dell’amor puro e netto,
da sé solo, senza merito nostro: le quali sono tanto penetranti e affocate
all’anima, che il corpo il quale le è intorno, par che si consumi in quel
modo come chi stesse in un gran fuoco; perché non quieterebbe giammai fino
alla morte.


4. È
vero che l’amor di Dio, il quale ridonda nell’anima (secondo ch’io vedo) le dà
una contentezza sì grande, che non si può esprimere; ma questa contentezza,
alle anime che sono in Purgatorio, non leva scintilla di pena.


5. Anzi
quell’amore il quale si trova ritardato, è quello che fa loro la pena; e tanto
fa pena maggiore, quanta è la perfezione dell’amore del quale Iddio le ha
fatte capaci.


6. Sicché
le anime in Purgatorio hanno contento grandissimo e pena grandissima, e l’una cosa
non impedisce l’altra.


XV.
– Le Anime purganti non possono più meritare. Come è disposta la loro
volontà verso le opere offerte in questo mondo a loro suffragio.


Se le
anime del Purgatorio potessero purgarsi per contrizione, in un istante pagherebbero
tutto il loro debito; tanto affocato impeto di contrizione verrebbe loro; e questo
per il chiaro lume che hanno dell’importanza di quell’impedimento, il quale non le
lascia congiungere con il loro fine e Amore Dio.


2. E
sappi certo, che del pagamento a quelle anime, pure un minimo danaio non si perdona,
essendo così stato stabilito dalla divina giustizia; e questo è quanto
per parte di Dio.


3. Per
parte poi delle anime, esse non hanno più propria elezione, e non possono
più vedere, se non quanto vuole Dio, né altro vorrebbero, imperocché
così sono stabilite.


4. E
se alcuna elemosina è fatta loro da quelli che sono nel mondo, la quale diminuisca
loro il tempo, non si possono più voltare con affetto per vederla, eccetto
sotto quella giustissima bilancia della volontà divina, in tutto ciò
lasciando fare a Dio, il quale si paga come alla sua infinita bontà piace.
E se si potessero voltare a vedere esse limosine fuori di essa divina volontà,
sarebbe loro una proprietà che leverebbe loro la vista del divino volere;
il che sarebbe loro un Inferno.


5. Perciò
stanno immobili a tutto quello che Dio dà loro, così di piacere e contentezza,
come di pena: e mai più a sé proprie si possono voltare, tanto sono
intime e trasformate nella volontà di Dio, e si contentano in tutto dell’ordinazione
sua santissima.


 XVI. – Le Anime vogliono la perfetta purificazione.

E quando
un’anima fosse presentata alla visione di Dio, avendo ancora un poco da purgare,
se le farebbe una grande ingiuria, e le sarebbe passione maggiore che dieci Purgatorii.


2. Perciocché
quella pura bontà e somma giustizia non la potrebbe sopportare, e sarebbe
cosa inconveniente da parte di Dio.


3. Ed
a quell’anima che vedesse Iddio non essere pienamente da sé ancora soddisfatto,
in modo che le mancasse pure un sol batter d’occhio di purgazione, le sarebbe cosa
intollerabile, e per levarsi quella poco ruggine, andrebbe più presto in mille
Inferni (quando se li potesse eleggere), che star innanzi alla divina presenza, non
purificata in tutto ancora.


XVII.
– Esortazioni e rimproveri ai viventi. E così quell’anima benedetta, vedendo
le sopradette cose nel divin lume, disse:


1. Viemmi
voglia di gridar un sì forte grido, che spaventasse tutti gli uomini che sono
sopra la terra, e dir loro: O miseri, perché vi lasciate così accecare
da questo mondo, che a una tanta e così importante necessità, come
troverete al punto della morte, non date provvisione alcuna?


2. Tutti
state coperti sotto la speranza della misericordia di Dio, la quale dite essere tanto
grande; ma non vedete che tanta bontà di Dio vi sarà in giudizio, per
avere fatto contro la volontà di un tanto buon Signore?


3. La
sua bontà vi dovrebbe costringere a far tutta la sua volontà, e non
darvi speranza di far male; perciocché la sua giustizia non ne può
ancora mancare, ma bisogna che in alcun modo sia soddisfatta appieno.


4. Non
ti confidare dicendo: Io mi confesserò, e poi prenderò l’Indulgenza
Plenaria, e sarò in quel punto purgato di tutti i miei peccati, e così
sarò salvo.


5. Pensa
che la confessione e contrizione la quale è di bisogno per essa Indulgenza
Plenaria, è cosa tanto difficile di avere, che se tu lo sapessi, tremeresti
per gran paura, e saresti più certo di non averla, che di poterla avere.


XVIII.
– Sofferenza spontanea e lieta delle Anime purganti.


Io vedo
quelle anime stare nelle pene del Purgatorio con la vista di due operazioni.


2. La
prima è, che patiscono volentieri quelle pene, e par loro vedere che Dio abbia
lor fatto gran misericordia, considerando quello che meritavano, e conoscendo quanto
importa Dio. Imperocché se la sua bontà non temperasse la giustizia
con la misericordia, (soddisfacendola con il prezioso sangue di Gesù Cristo),
un sol peccato meriterebbe mille perpetui Inferni.


3. E
perciò patiscono questa pena così volentieri, che non se ne leverebbero
un sol carato, conoscendo di giustissimamente meritarla, ed essere bene ordinata:
in modo che tanto si lamentano di Dio (quanto alla volontà) come se fossero
in vita eterna.


4. L’altra
operazione è un contento, il quale hanno vedendo l’ordinazione di Dio con
l’amore e misericordia che opera verso le anime.


5. Queste
due viste Iddio le imprime in quelle menti in un istante; e perché sono in
grazia, le intendono e capiscono così come sono, secondo la loro capacità;
e perciò dan loro un gran contento, il quale non manca mai; anzi va loro crescendo
tanto, quanto più si approssimano a Dio.


6. E
quelle anime non lo vedono in loro, né per loro proprie, ma in Dio; nel quale
sono assai più intente, che nelle patite pene, e del quale fanno assai più
stima senza comparazione. Perciocché ogni poca vista che si possa aver di
Dio, eccede ogni pena e ogni gaudio, che l’uomo può capire: e benché
la ecceda, non leva loro però una scintilla di gaudio o di pena.


XIX.
– La Santa conclude la sua dottrina sulle anime del Purgatorio coll’applicazione
di ciò che esperimenta nell’anima sua.


Questa
forma purgativa ch’io vedo delle anime del Purgatorio, la sento nella mente mia,
massimamente da due anni in qua; e ogni giorno la sento e vedo più chiara.


2. Vedo
star l’anima mia in questo corpo, come in un Purgatorio, conforme e consimile al
vero Purgatorio, con la misura però che il corpo può sopportare, acciocché
non muoia, sempre non di meno crescendo a poco a poco, sino a tanto che pur muoia.


3. Vedo
lo spirito alienato da tutte le cose, anche spirituali, che gli possono dare nutrimento,
come sarebbe allegrezza, dilettazione, o consolazione; e non ha la possanza di gustare
alcuna cosa sia temporale o spirituale, per volontà, per intelletto, né
per memoria, in tal modo ch’io possa dire: Mi contento più di questa cosa,
che di quell’altra.


4. Trovasi
l’interior mio in modo assediato, che di tutte quelle cose, dove si refrigerava la
vita spirituale e corporale, tutte a poco a poco gli sono state levate: e poiché
gli sono levate, conosce tutte essere state cose da pascersi e confortarsi; ma come
sono dallo spirito conosciute, tanto sono odiate e abborrite, che se ne vanno tutte
senza alcun riparo.


5. Questo
è perché lo spirito ha in sé l’istinto di levarsi ogni cosa
impeditiva alla sua perfezione, e con tanta crudeltà, che quasi permetterebbe
mettersi nell’Inferno per venir al suo intento.


E perciò
va levando tutte le cose, onde l’uomo interiore si possa pascere; e l’assedia tanto
sottilmente, che non vi può passar così minimo bruscolo d’imperfezione,
che non sia da lui veduto e abborrito.


6. Quanto
alla parte esteriore, perché lo spirito non le corrisponde, resta ancor essa
tanto assediata, che non trova cosa in terra, dove si possa refrigerare secondo il
suo umano istinto.


Non le
resta altro conforto che Dio, il quale opera tutto questo per amore e con gran misericordia,
per soddisfare alla giustizia sua.


7. Questa
vista le dà gran pace e contentezza; ma questa contentezza non diminuisce
però la pena, né l’assedio; né se le potrebbe dar sì
gran pena, che volesse uscir di quella divina ordinazione. Non si parte di prigione,
né ancor cerca di uscirne, fino a tanto che Dio faccia tutto quello che sarà
bisogno. Il mio contento è che Dio sia soddisfatto; né potrei trovare
maggior pena, come di uscir fuori dell’ordinazione di Dio: tanto la vedo giusta e
con gran misericordia.


8. Tutte
le predette cose le vedo e tocco, ma non so trovar vocaboli convenienti per esprimere
quanto vorrei dire; e quello che ne ho detto, lo sento operar dentro spiritualmente,
e però l’ho detto.


9. La
prigione nella quale mi par essere, è il mondo; il legame, il corpo. E l’anima
illuminata dalla grazia, è quella che riconosce l’importanza di essere ritenuta
o ritardata, per qualche impedimento, di non poter conseguire il fine suo: e però
le dà gran pena, per essere molto delicata.


10. Riceve
ancor da Dio per grazia una certa dignità, la quale la fa simile ad esso Dio;
anzi la fa con seco una cosa medesima per partecipazione della sua bontà.
E siccome a Dio è impossibile che accader possa alcuna pena, così interviene
alle anime che si approssimano a lui; e quanto più se gli approssimano, tanto
più della sua proprietà ricevono.


11. La
ritardazione dunque che trova l’anima, le causa pena intollerabile: la pena e il
ritardo, la fanno disforme da quelle proprietà, che essa ha per natura, e
che per grazia le son mostrate; e non potendole avere, ed essendone capace, resta
con la pena tanto grande, quanto ella stima Dio. La stima è tanto maggiore
poi, quanto più conosce; e tanto più conosce quanto più è
senza peccato; e l’impedimento resta più terribile, massime che l’anima resta
tutta raccolta in Dio, e per non avere alcun impedimento, conosce senza errore.


12. Siccome
l’uomo che si lascia ammazzare, prima che offender Dio, sente il morire e gli dà
pena; ma il lume di Dio gli dà uno zelo, il quale gli fa più stimare
il divino onore che la morte corporale; così l’anima conoscendo l’ordinazione
di Dio, stima più quella ordinazione, che non fa tutti i tormenti interiori
ed esteriori per terribili che possano essere; e questo perché Dio, per il
quale si fa questa opera, eccede ogni cosa che sentire e immaginare si possa.


13. E
conciossiaché l’occupazione che Dio dà all’anima di sé, per
poca che sia, la tenga tanto in sua Maestà occupata, che di altro non può
far stima, perciò perde ogni proprietà, né più vede,
parla, né conosce danno o pena in sé propria; ma il tutto, come di
sopra è detto, conosce in un istante, quando passa di questa vita.


E finalmente,
per conclusione, intendiamo, che Dio fa perdere tutto quello che è dell’uomo,
e il Purgatorio lo purifica.





Il
testo è pubblicato in Italia dalle Edizioni Segno (Udine, 1997)