I primi errori sulla presenza reale di Cristo

Oblatio munda

Sinodo
romano
sotto Gregorio VII

(11.2.1079)











I primi dubbi sulla presenza reale di Cristo nell’eucaristia risalgono al sec. IX
[1]. Ad accendere la miccia
fu il trattato di Pascasio Radberto, abate di Corbie (+860), De corpore et sanguine
Domini
, composto tra l’831 e l’833, in cui l’autore propugna il realismo di Ambrogio,
secondo il quale c’è identità tra il contenuto del sacramento e il
corpo fisico di Cristo, che nacque da Maria, patì sulla croce e risuscitò.
Tuttavia la verità (il corpo di Cristo) non si oppone alla figura, al simbolo,
che gli coesistono; altrimenti non sarebbe un sacramento.

Ratramno (+868), monaco dello stesso monastero di Corbie, lo contraddisse facendo
notare le differenze che intercorrono tra il corpo storico di Gesù e quello
eucaristico
[2]; insistendo però
eccessivamente sulla nozione agostiniana di sacramento come elemento simbolico provvisto
di una corrispondente sostanza sacramentale, sembrò lasciare poco margine
alla presenza reale, che comunque non negava
[3]. I due contendenti parlavano
di realtà e di figura: probabilmente l’uno esagerava la realtà e l’altro
il simbolo
[4]. La tesi di Ratramno influenzò
a più di un secolo di distanza l’arcidiacono di Tours Berengario (1005?-1088)
[5], che ragiona sulla base
di una localizzazione metodologicamente sbagliata, perché, dando la precedenza
al razionalismo, applica univocamente la nozione di sacramento al battesimo e all’eucaristia;
altrettanto ambigua la terminologia, che confonde nella sua imprecisione il vocabolario
tecnico (spirituale, sacramentale, reale, vero). Risultato indubbio fu che l’arcidiacono
negò la presenza reale, lasciandovi soltanto quella spirituale, simile a quella
esistente nell’acqua battesimale. Ecco come spiega la transustanziazione: «Dopo
la consacrazione dell’altare, il pane e il vino si fanno sacramento della fede: non
cessano di essere quello che erano e si trasformano in un’altra realtà»
[6], cioè acquistano
una qualità che prima non avevano: la figura, il segno, la testimonianza del
corpo di Cristo. Ravvisiamo qui in seme le teorie dei riformatori e alcune tendenze
dei tempi moderni.

La dottrina di Berengario fu condannata da un sinodo romano sotto Leone IX (1050),
in cui fu data lettura di una lettera dell’interessato a Lanfranco; in un sinodo
di Parigi, cui partecipò lo stesso Berengario (105 l); poi in un altro sinodo
romano sotto Nicolò II (1059) l’eresiarca firmò una professione di
fede che più tardi sconfessò; in un quarto sinodo, sempre a Roma (1078),
Gregorio VII lo trattò con la più grande umanità, ed egli firmò
una seconda formula di fede che riconosce la presenza reale, ma evita la parola «convertire»;
in un ultimo sinodo, ancora a Roma, l’anno seguente sottoscrisse che il pane e il
vino «si convertono sostanzialmente» nel corpo e nel sangue di Cristo.
In seguito però Berengario interpretò questo «sostanzialmente»
nel senso che «rimangono le sostanze» del pane e del vino.

TESTO: PL 150,
411; M 20, 524.








Ego Berengarius
corde credo et ore confiteor, panem et vinum, quae ponuntur in altari, per mysterium
sacrae orationis et verba nostri Redemptoris substantialiter converti
[7] in veram et propriam
ac vivificatricem carnem et songuinem Iesu Christi Domini nostri et post consecrationem
esse verum Christi corpus, quod natum est de Virgine et quod pro salute mundi oblatum
in cruce pependit, et quod sedet ad dexteram Patria, et verum sanguinem Christi,
qui de latere eius effusus est, non tantum per signum et virtutem sacramenti, sed
in proprietate naturae et veritate substantiae, sicut in hoc brevi continetur et
ego legi et vos intellegitis. Sic credo, nec contra hanc fidem ulterius docebo. Sic
me Deus adiuvet et haec sancta Dei evangelia.
Io Berengario credo
di cuore e professo con la bocca che il pane e il vino che vengono posti sull’altare
mediante il mistero della sacra liturgia e le parole del nostro Redentore si convertono
sostanzialmente
[7] nella vera e propria e
vivificante carne e sangue di Gesù Cristo nostro Signore e dopo la consacrazione
sono il vero corpo di Cristo, che è nato dalla Vergine e per la salute del
mondo fu offerto ed appeso alla croce, e che siede alla destra del Padre; e il vero
sangue di Cristo, che fluì dal suo costato; e non soltanto nel segno e nella
virtù del sacramento, ma nella proprietà della natura e nella verità
della sostanza, come è specificato in questo breve che io ho letto e voi avete
sentito.

Così credo e non insegnerò mai più contro questa fede.

Così Dio mi aiuti e questi santi vangeli di Dio.


NOTE

[1] Cf B. Neunheuser, Eucharistie
in Mittelalter und Neuzeit
, in Handbuch der Dogmengeschichte, Freiburg
i.B. 1963, 4,4b; DTC 5, 1209-1233 (F. Vernet).

[2] Ratramno non fa mai il
nome di Pascasio e inoltre non crediamo che esista una contraddizione di fondo tra
i due monaci, Il primo mette in evidenza una verità, calcando forse troppo
l’identità del corpo storico con quello eucaristico; l’altro sottolinea eccessivamente
il carattere simbolico del sacramento, In un’edizione recente del De corpore et
sanguine Domini
di Ratramno (Amsterdam-Londra 1974) J.N. Bakhuizen non vede prove
certe di una voluta confutazione di Pascasio da parte del suo confratello. Anche
J.P. BOUHOT, Ratramne de Corbie, Paris 1976, 88 nega la pretesa schermaglia
tra i due.

[3] «Ma se non sono
il medesimo corpo, perché si chiama vero corpo di Cristo e vero sangue? Perché
se è il corpo di Cristo (e si deve veramente affermare che è il corpo
di Cristo, in verità è il corpo di Cristo » Ratramno, De corpore
et sanguine Domini
62 PL 121, 160.

[4] Queste posizioni estreme
furono utili, tutto sommato, ai fini di una più accurata caratterizzazione
del contenuto reale del sacramento e del modo dell’esistenza sacramentale.

[5] Cf L.C. Ramírez,
La controversia eucarística del siglo XI. Berengario di Tours, a la luz
do sus contemporáneos
, Bogotà 1940; O. Capitani, Studi su Berengario
di Tours
, Lecce 1966.

[6] Questa spiegazione è
citata da Lanfranco, De corpore et sanguine Domini adversus Berengarium 9:
PL 150,419. Berengario diede una scarna e complicata risposta in De sacra cena
28: ed W. H. Beekenkanf, L’Aja 1941, 60. Per conoscere il pensiero di Berengario
sulla natura e il concetto di sacramento, è interessante L.C. Ramírez,
o.c. 69-78.

[7] La formula è chiara
e non lascia spazio a dubbi: substantialiter in tutto il contesto significa
«realmente» e non in figura. Ma Berengario trovò poi la scappatoia
di interpretare l’avverbio nel senso di salva panis substantia, cioè,
secondo la sua teoria, permanendo il pane che con la consacrazione acquisterebbe
una nuova virtualità. Cf L.C. Ramírez, o.c. 89.





testo tratto
da: J. COLLANTES a c. di, La fede della Chiesa cattolica. Le idee e gli uomini
nei documenti del Magistero
, Città del Vaticano 1993, pp. 739-41.