GRANDI CONVERTITI DAL PROTESTANTESIMO ALLA CHIESA CATTOLICA

Miscellanea

I
GRANDI CONVERTITI DAL PROTESTANTESIMO

ALLA CHIESA CATTOLICA

NEL SECOLO VENTESIMO













Ruth Shauman




Ruth
Shauman


La Divina
Commedia resta una fonte d’ispirazione anche fra gli studiosi di lingua tedesca.
Lo storico Alberto Ruville (n. 1855) professore all’Universitá di Halle,
autore celebrato d’una vita del primo Guglielmo Pitt in tre volumi, da giovane tentò
un poema basato sul Poema dantesco. Non riuscì poeticamente; ma riuscì
religiosamente, almeno nel senso che fece, a lui protestante, apparire in una luce
nuova la denigratissima Chiesa cattolica.

Un vivace senso religioso lo portava a studiare indefessamente i problemi dell’origine
del cristianesimo; e, nel suo ambiente, divorò opere di razionalisti e modernisti;
ma sopra tutto meditò le Scritture, traendone convinzioni profonde. S’innamorò
di Cristo, e amò la liturgia, e questo amore gli fece invidiare i cattolici
con la loro Messa quotidiana e le loro funzioni sacre, cosi ricche e organiche in
confronto con la tenuità e contraddittorietà della prassi protestante.
Praticamente osservantissimo, per quanto passasse da una chiesa all’altra, luterana
o calvinista o anglicana in cerca di pace, rimase a lungo insoddisfatto. Cercava
pace e capiva che l’avrebbe trovata là dove Cristo fosse stato maggiormente
onorato.

E allora, attratto dalla Chiesa cattolica, in cui questo onore si faceva adorazione
e unione intima e continua, rilesse il divino poema dell’Alighieri e, nella sua lettura,
altre prevenzioni, come scaglie d’un mostro anchilosato, caddero dal suo sistema
di nozioni tradizionali.

«La prima breccia decisiva nelle mie radicate opinioni – narrò lui stesso
in una celebrata storia della propria conversione (
1) – fu fatta dal convincimento che mi formai
dell’indispensabile necessità di una suprema potestà dottrinale, assolutamente
indipendente dallo Stato e dalle correnti che si generano in mezzo al popolo. Fui
condotto a tal convinzione dall’esame del disordine religioso dominante nella Chiesa
protestante, che cancellava ogni confine tra il cristianesimo e il paganesimo. I
dogmi fondamentali cristiani dovevano essere protetti, dovevano trovare difesa in
una rocca inaccessibile a tutti gli influssi del libero pensiero. E se questa rocca
esisteva non poteva essere che il papato»

Egli è insomma un altro spirito ragionatore e sensibile che, in mezzo alla
ridda di scorie e fantasticherie emesse in sede di libero-esame, avverte la logica
necessità di un organo di magistero sicuro e indipendente.

Il Ruville, avendo ammesso ciò, rimase tuttavia impigliato nei pregiudizi,
in mezzo a cui era cresciuto, per i quali attribuiva alla Chiesa errori e debolezze
fantastiche. Per degli anni fu cattolico d’intelletto, ma non di professione. Solo
nel 1908, leggendo un libro cattolico, vi scoperse chiaro come «fino dalla
gioventù fosse stato falsamente istruito sopra questa Chiesa». Vide
che la Chiesa cattolica era altra dalla deformazione messa insieme, con equivoci
e falsificazioni, da certa tradizione protestante. «Ciò indignò
tutto il mio sentimento scientifico». Chi lo aveva istruito o era esso stesso
vittima o era anch’esso autore di una falsificazione.

Allora via via l’idea della conversione cominciò a farsi strada nel suo spirito.
Conversò con cattolici e lesse altre opere, tra cui il catechismo. E in esso
lo colpì questa proposizione: «Eretico per propria colpa (quindi
escluso dalla beatitudine
) è colui il quale conosce la Chiesa cattolica,
è convinto della sua verità, ma non entra in quella». Questa
proposizione gli sembrò assolutamente giusta, anzi un elemento necessario
ed essenziale della religione cattolica. «La Chiesa non avrebbe potuto avere
la pretesa di essere l’unica sera Chiesa di Gesù Cristo se non avesse posseduto
tale dottrina»

E allora tirò le conseguenze: ed entrò nella Chiesa. Un tale ingresso
non fu solo un atto giuridico, ma un sentito acquisto della grazia, specie pel tramite
eucaristico, e con essa d’una tale «forza mistica» che tutto il suo spirito
ne fu sconvolto e innalzato a una felicità «fino allora sconosciuta
ed incomprensibile».

«Ora solamente comprendeva la potenza della Chiesa cattolica sopra gli uomini
di ogni classe, di ogni condizione d’ogni grado di cultura! Essa aveva da offrir
loro un dono al quale nulla è paragonabile sulla terra».

Il suo gesto – per l’alta carica e la stima scientifica goduta dall’uomo – destò
enorme impressione e non mancò di suscitare anche biasimi in ambienti acattolici.
Se fosse divenuto liberale o modernista o ateo, non ci sarebbe stato nulla a ridire:
ma era divenuto cattolico…; e un tal contegno gli fece conoscere che la «cosiddetta
tolleranza abbraccia tutto ciò che si vuole, meno che la verità».



Ottone Enrico Timmermann, giornalista, si converte, non dal razionalismo,
ma dalla migliore pietà protestante, quasi chiamato dal suono di quelle campane
che ondulando oggi sui campanili delle chiese luterane, già chiamarono in
passato i padri al rito delle chiese cattoliche. Le campane portano alla liturgia,
la liturgia porta alla sostanza viva della religione.

Da giovane aveva studiato in una facoltà di teologia protestante, dove però
non aveva potuto persuadersi che il luteranesimo possedesse – come presumeva – la
«parola pura» e i «sacramenti puri»; e viceversa la vita
gli fece apparire necessaria la Chiesa visibile, negata dal protestantesimo.

«Germogliava ora in me – racconta lui stesso in Der Ruf der alten Glocken
(Il richiamo delle vecchie campane, Paderborn, 1935) – il frutto dell’età
infantile, il seme della Chiesa che era stato messo nel terreno fecondo del mio paese
natale. Ricercavo sempre più le funzioni sacre cattoliche e ben presto mi
divennero familiari. Che avvenimento costituivano ora per me i giorni di festa cattolici
nei paesi di montagna bavaresi ! Erano feste popolari del genere più genuino,
quali non avevo mai conosciuto nel mio paese. Quanto mi faceva bene il constatare
che nelle prediche cattoliche il sacerdote non diceva il contrario dei suoi confratelli,
magari esagerando e ironicamente, ma che in esse si levava semplicemente la fede
contro l’incredulità. Nessuna parte della religione veniva sottratta e falsata.
Si, qui c’era un’etica chiara e sicura, perché si aveva un fondamento dogmatico
solido e intangibile…».

Anche lui però, attratto dal cattolicesimo, crede, per un tratto, di poter
essere cattolico, senza farsi romano, e sposa una cattolica e s’interessa di movimenti
«ecumenici», pancristiani. Ma nel 1926 l’atteggiamento del papa verso
quei movimenti gli pare tanto più logico quanto più lo contempla da
Roma, dove s’è trasferito. E Roma lo innamora.

«Se però si risponde all’appello del Padre con un «sì»,
queste deve essere pieno. Nessuno lo pronuncerà con maggior gioia dell’ex
protestante, il quale ha vissuto le pene della mancanza di un’autorità nella
propria religione. Il conte Federico Leopoldo veri Stolberg, che in quel tempo m’ero
messo a leggere con fervore, in una famosa lettera a Lavater, scriveva: «Amico
e fratello, l’incalzante e fervido senso del bisogno d’appartenere a una tale Chiesa,
mi avvinse a sè con legami forti come la morte, coi legami cioè dell’amore.
E mi trovo cosi felice nel suo seno, anche se ne sono tanto indegno!».



Oggi, nel campo letterario tedesco, due convertite emergono: Gertrude Von Le Fort
e Ruth Schauman, venute dal luteranesimo. La prima aveva studiato teologia
protestante e nel 1925, mentre pubblicava i suoi studi sul Troeltsche, si convertì:
e la Chiesa ispirò la sua musa e diede impeti alla fantasia di narratrice.



Nel 1933, un gruppo di laici e di pastori luterani capeggiato da Karl Thieme,
indirizzava una supplica al papa per essere ammessi al cattolicesimo nella convinzione
che «quel Vangelo per cui Lutero si era staccato dalla Curia del secolo XVI,
ora non poteva essere predicato rettamente che entro la Chiesa romana-cattolica»
(
2).



È tra noi, a Roma, e insegna scienze ecclesiastiche, quell’Erik Peterson,
che, discepolo e collega di Harnack alla Università di Bonn, è passato
al cattolicesimo in conseguenza di una lunga ricerca e personale elaborazione della
teologia cristiana.

Anche per lui lo studio non è stato che una lunga, faticosa e alla fine dolorosa
strada verso Roma.

Ha narrato lui stesso ai suoi colleghi protestanti di Bonn, Karl Barth e K. L. Schmidt,
come arrivasse a siffatta conclusione:

«Debbo aggiungere che questo passo fu terribile a farsi? che ho amato sinceramente
la Chiesa evangelica, la quale non cesserà d’aver parte del mio affetto?…
So bene che in questo momento io suscito risentimenti vari: gli uni diranno che se
l’aspettavano avendolo sempre sospettato, gli altri parleranno di doppiezza mia,
e altri ancora mi tratteranno da romantico inconsistente. Ma – vedete? – ho 40 anni
e ho rinunziato alla famiglia, alla mia vocazione, alla mia posizione sociale. Ho
studiato per 20 anni teologia; quel che ho fatto perciò, l’ho fatto costrettovi
dalla mia coscienza e per non essere respinto da Dio. Chi mi giudica ora sappia che
io mi appellerò dal suo giudizio al giudizio stesso di Dio» (
3).

È stata dunque coerenza di studio che lo ha menato al passo della conversione,
dopo che, da innumerevoli contraddizioni, ha veduto come il protestantesimo si dibatta
nelle more di un biblicismo, asserito in principio, e annullato di fatto; e come
– e lo aveva detto a Harnack in un interessante scambio di lettere nel 1928 – «senza
autorità dogmatica non vi possa essere Chiesa alcuna; anzi – ciò che
è ancor più grave – non potrà aver luogo alcuna efficacia della
Chiesa.

«Sono stato richiesto più volte da medici, giuristi, economisti, uomini
politici, della posizione della Chiesa evangelica nei riguardi di questioni relative
ai loro campi di attività. E ho sempre dovuto constatare che la Chiesa evangelica
non poteva prendere posizione alcuna nei riguardi delle questioni accennate, perché
ad essa, in conseguenza del difetto di un fondamento organico, avere un punto di
vista non è possibile. Rimane senza forza obbligatoria.

«Io vedo chiaramente che con ciò la Chiesa evangelica perde ogni influsso,
anzi che con ciò essa stessa vien meno. La Chiesa cessa d’essere una grandezza
«pubblica», quando rinuncia a una presa di posizione dogmatica. Sono
certo che non possiamo retrocedere alle posizioni del secolo XVI. Già per
il fatto che ci manca il supplemento dogmatico di una «autorità cristiana»,
tanto più necessario sarebbe cercare una nuova base dogmatica» (
4).



(1) Zurück zu heiligen Kirche. Nel 1910 aveva avute già
18 edizioni in patria, ed era tradotta nelle principali lingue. La versione italiana,
Il mio ritorno
, fu fatta da G. Bruscoli (Editrice Fiorentina, 1911). Cito da
p, 21.

(2) Cfr. M. Bendiscioli, Germania Religiosa nel 3° Reich,
Brescia,

Morcelliana, 1936. Cf. Fides, 1937, p. 65.

(3) Su Vie Intellectuelle, riportato in Fides, 1931,
p. 494.

(4) Da Hochland, nov. 1932, riportato in Fides, 1933,
p. 11.





testo tratto
da: Igino Giordani, I grandi convertiti, Roma 1951/2, pp. 131-136.