Due tipi di orazione mentale

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

 

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TRATTATO V. DELL'ORAZIONE

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CAPO IV. Di due sorta d'orazione mentale

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1. Orazione mentale ordinaria e straordinaria.
2. La straordinaria è dono speciale di Dio.
3. Non si ha da pretendere

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1. Lasciata da parte l'orazione vocale, tanto santa e tanto usata nella Chiesa di Dio, tratteremo adesso solamente della mentale, della quale parla l'Apostolo S. Paolo scrivendo a quei di Corinto: Orerò, canterò e alzerò la mia voce a Dio con lo spirito e col cuore (I Cor 14, 15). Due sorte vi sono d'orazione mentale: una è comune e ordinaria; l'altra è specialissima, straordinaria e molto sublime, la quale più è ricevuta che fatta, come dicevano quei Santi antichi, molto esercitati nell'orazione. S. Dionigi Areopagita dice del suo maestro Ieroteo che era patiens divina (De Div. Nomin. [auct. nic.] c. 2, § 9)2, il che vuol dire che più stava ricevendo quello che Dio gli dava, che facendo. Tra queste due sorte d'orazione v'è molto gran differenza; perché la prima si può in qualche modo insegnare di qua con parole; ma la seconda non può esser da noi insegnata, perché non si può con parole spiegare: «perché non saputa da nessuno, fuorché da chi la riceve» (Apoc. 2, 17). È una manna nascosta, che niuno sa quel che sia, se non chi la gusta. E né anche quel medesimo che la gusta può spiegare come ella sia fatta, neppure egli stesso comprende intieramente come vada la cosa; come notò molto bene Cassiano, il quale porta a questo proposito una sentenza di Sant'Antonio abate, chiamata da lui divina e celeste. «Non è perfetta orazione, diceva il Santo, quando uno si ricorda di sé, o intende quel che ora» (CASS. Coll. 9 abb. Isaac, c. 31). Questa alta e sublime orazione non comporta che colui che ora si ricordi di sé, né che faccia riflessione in quel che sta facendo o, per dir meglio, patendo più che facendo.

Come avviene di qua molte volte, che sta una persona tanto assorta e ingolfata in un negozio, che non si ricorda di sé, né ove stia, né fa riflessione sopra quel che pensa, né avverte come lo pensa. Ora così in questa perfetta orazione sta l'uomo tanto assorto e rapito in Dio, che non si ricorda di sé, né intende come stia quella cosa, né dove vada, né donde venga; né bada allora a metodi, a preamboli, né a punti, né al venire ora una cosa ora un'altra, come avveniva allo stesso Antonio, e l'apporta Cassiano (ID. loc. cit. col. 807), che cominciava l'orazione verso la sera, e se ne stava in essa sin a tanto che il sole la mattina seguente levandosi gli batteva su gli occhi; e si lamentava ora del sole, perché si levava tanto per tempo a togliergli il lume che Nostro Signore gli dava interiormente. È S. Bernardo dice di questa orazione: «È rara questa ora, ed è sempre breve il tempo che si spende in essa» (S. BERN. Serm. 23 in Cant. n. 15); poiché per lungo che sia diventa un soffio. E S. Agostino, sentendo in sé questa orazione, diceva: M'avete dato, o Signore, un affetto e una dolcezza e soavità tanto nuova e inusitata, che se la cosa andrà avanti, io non so che fine sarà per avere (S. AUG. confess. l. 10, c. 40).

Ed anche in questa medesima specialissima orazione e contemplazione mette S. Bernardo tre gradi: il primo lo paragona al mangiare; il secondo al bere che si fa con più facilità e soavità che il mangiare, perché non vi è la fatica del masticare; il terzo all'inebriarsi (S. BERN. Serm. 87 de divers. n. 4). Ed apporta a questo proposito quello che dice lo Sposo nei Cantici: «Mangiate, o amici, e bevete, e inebriatevi, carissimi» (Cant. 5, 1). La prima cosa dice, mangiate; la seconda, bevete; la terza, inebriatevi di quest'amore: e questa è la cosa più perfetta. Tutto questo è più ricevere che fare. Alcune volte l'ortolano cava l'acqua a forza di braccia dal suo pozzo; alcune altre, standosene egli con una mano sopra l'altra, viene la pioggia dal cielo, la quale inzuppa la terra, e l'ortolano non ha da far altro che riceverla e avviarla ai piedi degli alberi, acciocché rendano frutto. Così sono queste due sorte d'orazione, che l'una si cerca coll'industria aiutata da Dio, e l'altra si trova fatta: per la prima tu vai faticando, mendicando e campando di questa mendicità; la seconda ti mette innanzi una mensa che Dio t'ha preparata per saziare la tua fame, mensa ricca ed abbondante. «M'introdusse il re nei suoi penetrali» (Cant. 1, 3), diceva la Sposa dei sacri Cantici. «Li consolerò nella casa mia d'orazione» (Isa. 56, 7), dice Dio per bocca d'Isaia. Vi rallegrerò e v'accarezzerò nella casa della mia orazione.

2. Questa orazione è un dono particolarissimo di Dio, qual egli dà a chi gli piace: alle volte in pagamento dei servizi fattigli e dell'essersi uno mortificato assai, e di aver patito per amor suo; e alle volte senza guardare ai meriti precedenti, perché è grazia sua liberalissima, ed egli la comunica a chi vuole, secondo quelle parole del Vangelo: «Non posso io fare quello che mi piace?» (Matth. 10, 15). In fine questa non è cosa che possa da noi altri essere insegnata. Onde sono biasimati alcuni autori, ed anche vietate l'opere l'oro, per aver voluto insegnare quello che non si può né insegnare, né imparare, e per aver voluto ridurre ad arte quello che è sopra ogni arte, come se infallibilmente avessero avuto per via di regole a far riuscire uno contemplativo. La qual cosa viene ripresa molto bene da Gersone in un suo libro contro il Rusbrochio con queste parole: Levasti via il fiore dalla sua radice (GERSON, Contra Rusbrochium). Siccome il fiore tagliato via dalla sua pianta presto avvizzisce e perde la sua bellezza; così sono queste cose che Dio comunica all'anima intimamente in quest'alta e sublime orazione; che come si vogliono levar dal luogo loro e dichiararle e comunicarle ad altri, perdono il loro lustro e splendore.

E questo fanno quelli che vogliono dichiarare e insegnare quello che non si può né dichiarare, né meno capire né intendere. Quelle anagogie, quelle trasformazioni dell'anima, quel silenzio, quell'annichilarsi, quell'unirsi senza mezzi, quel profondo di cui parla il Taulero; a che serve il dire codeste cose? Che se voi l'intendete, io non le intendo, né capisco, né so quel che vi vogliate dire. Anzi dicono qui, e molto bene, che fra questa scienza divina e le altre v'è questa differenza, che nelle altre scienze, prima d'acquistarle, è necessario intendere i termini: ma in questa non intenderai i termini, se non dopo averla acquistata: nelle altre la teorica precede la pratica, ma in questa la pratica ha da precedere la teorica.

3. Dico di più, che non solo non si può questa orazione spiegare né insegnare ad altri, che non sia ad essa elevato; ma né anche tu stesso t'hai da voler mettere in essa, né ad essa elevarti, se Dio non ti eleva, né ti ci mette, e ti ci assume egli di sua mera grazia: perché sarebbe gran superbia e presunzione, e meriteresti di perdere l'orazione che t'è concessa e di restartene con niente. «M'introdusse nella conserva dei vini» (Cant. 2, 4), dice la Sposa nei sacri Cantici. Quell'introdurre Dio l'anima nel suo camerino segreto per trattare con essa tanto famigliarmente, e nella mistica cella dei suoi vini per saziarla e inebriarla del suo amore, è dono particolarissimo del Signore. Non v'entrò la Sposa da sé, no; ma lo Sposo la prese per la mano e ve l'introdusse. Quell'elevarti al bacio della bocca non è cosa che tu possa né debba fare da te stesso; ché se il Signore stesso non è quegli che ti elevi, il tentarlo tu sarebbe una grande audacia. E così non ha ardire di farlo la Sposa, che è più vereconda e più umile, e però chiede allo Sposo che egli dia a lei questo bacio: «Mi baci egli col bacio della sua bocca» (Cant. 1, 1). Come se dicesse, dice S. Bernardo (S. BERN. Serm. 87 de divers. n. 2), io non posso colle mie forze arrivare a cotesto amore e a codesta unione e contemplazione tanto alta; ma egli sia che a me la conceda. Egli per bontà e per graziosa liberalità sua ci ha da elevare a cotesto bacio della bocca, a codesta altissima orazione e contemplazione, quando si compiaccia che l'abbiamo: questa non è cosa che da noi altri possa essere insegnata; né è cosa nella quale possiamo o dobbiamo noi metterci da noi stessi.