Dell’amore al proprio disprezzo (ARTICOLO I)

Combattimento spirituale

«DELL’AMORE
AL PROPRIO DISPREZZO»

DEL SERVO DI DIO

P. GIUSEPPE IGNAZIO FRANCHI d’O.












ARTICOLO I



Verità fondamentale da supporsi necessariamente, che serve come di base
alla presente materia:

il cristiano deve credere di meritare il disprezzo.




Chiunque ha lo spirito della cristiana umiltà riconosce facilmente e ben
volentieri confessa di meritare il disprezzo, e con ciò si persuade di rendere
testimonianza a una verità certa, incontestabile e divina. Per costoro potrebbe
forse sembrare inutile lo stabilire all’inizio dell’opera il punto fondamentale del
merito del disprezzo. Ma perché molti, che leggeranno queste pagine, non saranno
ancora pervenuti al possesso di così bella, ma difficile virtù – quantunque
vi aspirino – ed essendo noi nel nostro ministero debitori a tutti, anche ai deboli
e principianti, è parso bene a riguardo loro, che sono in gran numero, di
fissare per base e per fondamento della presente materia, che ogni cristiano può
e deve giudicare, circa se stesso, di meritare il disprezzo.

Infatti, come potrebbero essere uomini di buona volontà e desiderosi di diventare
umili, quali suppongono tutti quelli, che si adatteranno a sfogliare il presente
libretto, se avessero difficoltà a credere di esser un nulla, e di essere
peccatori? Dio stesso ci insegna queste due grandi verità, quando, per bocca
di s. Paolo apostolo, ci avvisa che inganniamo noi stessi, se ci reputiamo qualche
cosa, mentre in realtà siamo un nulla: Se infatti uno pensa di essere
qualcosa mentre non è nulla, inganna se stesso (Gal 6,3).

E qual diritto, o pretesa può avere il nulla sulla stima e l’onore? Noi stessi
possiamo renderne una testimonianza superiore ad ogni obiezione. Nonostante la nostra
superbia ed orgoglio, cent’ anni fa non c’era in noi neppure l’ombra di puntiglio,
di arroganza e di desiderio di onore: e anche se, per ipotesi, ci fossimo trovati
in un’estrema non curanza e abiezione presso tutte le creature, ritenendo queste
ultime superiore a noi un vilissimo verme che striscia per terra, non ne saremmo
rimasti offesi; e lo stesso sarebbe accaduto, se tutti gli uomini, si fossero messi
d’accordo a ricolmarci di obbrobri. E perché ciò? Ecco: perché
eravamo un nulla, e il nulla non è suscettibile né d’onore, né
di torto, od offesa, anzi è connaturalissimo al nulla, che nessun conto si
faccia di lui. Ma santo cielo! Lo Spirito Santo, che non può mentire ci, assicura,
come sopra si è visto, che ancora adesso noi siamo un nulla: e s. Paolo senza
comparazione migliore di tutti noi e più fornito di grazie e di veri beni,
al riverbero del divin lume ingenuamente confessa di sé di essere un nulla:
sono un nulla (2 Cor 12,11); e non dovremo reputarci ancora noi
per un niente? E che? Pretendiamo forse di superare nell’ essere e nell’eccellenza
il grande Apostolo delle genti? Non sarebbe questa una diabolica arroganza? Con ciò
non si vuol dire che non abbiamo ricevuto qualche sorta di bene da Dio, ma deve tenersi
per fermo – e anche qui sottomettere il nostro intelletto alla divina verità
rivelante, come lo assoggettiamo in tutti gli altri misteri della nostra santa Fede
– che il nostro capitale, il nostro retaggio, quello che veramente è proprio
nostro, è il nulla; ed il merito di ciascuno scaturisce appunto da quel che
è suo proprio, e da quel che la creatura si trova di avere di sua attinenza
dinanzi a Dio, il cui giudizio è infallibile.

Confessiamo dunque anche noi con S. Paolo, e con tutti i veri servi di Dio, che siamo
un nulla, sono un nulla: e che perciò ben ci sta l’abiezione,
ed è nostro dovere il tenerci adesso volontariamente in un contegno simile
a questo, in cui siamo stati per secoli eterni, prima della nostra creazione; in
altre parole, in una profonda bassezza e avvilimento, considerando l’onore come un
bene che non è nostro e il disprezzo come del tutto confacente a noi. Questo
è il primo fatto vero da cui deriva in noi il merito di essere vilipesi e
confusi.



Tutto ciò però è poco rispetto all’altra causa del merito del
disprezzo: il fatto che noi siamo peccatori. Il peccato è un male di gran
lunga peggiore del nulla: di conseguenza chi merita il vilipendio, perché
è nulla, incomparabilmente di più lo merita, come peccatore. E questa
appunto è la nostra misera condizione. Il Signore in più luoghi della
divina scrittura ci avverte che nell’ orrore del peccato è la nostra origine,
che siamo figliuoli dell’ira e dell’ inferno, che al peccato siamo portati come da
un’inclinazione naturale, che tutti in molte cose offendiamo Dio, Maestà e
Bontà infinita, onde commettiamo frequentemente un male sommo, che di gran
lunga eccede la comprensione che possiamo averne.

Quindi siamo spinti dallo Spirito di Dio e dalla santa Chiesa, nelle nostre più
solenni orazioni, a confessarci rei e peccatori; così nella santa messa pubblicamente
si prega che il gran sacrificio dell’altare ridondi a vantaggio anche a noi peccatori:
prima di accostarci alla sacra mensa dichiariamo dinanzi al Cielo e alla terra di
avere moltissimo peccato in pensieri, parole e opere; e tutto il giorno invochiamo
la gran Madre di Dio, affinché preghi per noi peccatori. Ciò è
tanto vero, che persino le anime innocenti e pure non possono escludersi dal numero
e dalla società dei peccatori, sia perché, senza una speciale divina
rivelazione – quasi a nessuno concessa – non sono certe di non esser mai cadute in
colpa mortale; sia perché, se ciò è avvenuto, è stato
veramente un effetto di una straordinaria misericordia di Dio, che prodigiosamente,
e per pura sua grazia ha arrestato il corso alla loro malizia – altrimenti, da parte
loro, sarebbero cadute, come gli altri, e forse peggio degli altri -; sia perché
nessuna di loro è rimasta esente dal peccato di origine e dalla conseguente
propensione ad ogni male; sia finalmente perché è certissimo che anche
esse hanno commesso molte colpe veniali, a motivo delle quali, di fronte al Signore,
veramente sono peccatrici. E chi di sé dicesse o pensasse altrimenti mentirebbe,
come ci avvisa lo Spirito Santo per bocca di S. Giovanni: Se diciamo che siamo
senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi
(1 Gv 1,8)

Ma santo cielo! E chi potrà pensare di sé, di essere annoverato tra
le anime più pure, e innocenti, che risplendono nella chiesa militante, mentre
i più grandi santi, vissuti anche sempre innocentissimi, si reputavano i maggiori
peccatori dei inondo? Ma, dall’altra parte, se Dio stesso ci assicura, che siamo
peccatori, come potrà esser nell’uomo inizio di buona volontà e di
spirito umile, se non si convince, con prontezza e facilmente, a credere al suo Dio,
di esser peccatore, e non scolpisce nel suo cuore questa fondamentale verità?
Se un cristiano si giudica peccatore, come è tenuto a fare, eccolo subito
in necessità di credersi meritevole di vilipendio e di disprezzo. Ed infatti,
che altro merita un peccatore come tale, uno che ha mancato di sottomissione e rispetto
all’infinita maestà di Dio, che ha oltraggiato l’unico e sommo bene, se non
disprezzo e castigo?

Vogliamo pertanto pensare che i devoti lettori della presente operetta non rimarranno
offesi, se si suppone e si pretende da loro che siano ben convinti di meritare il
disprezzo, e, per quanto possono, si sforzino di crederlo.

Ma prima è necessario sviluppare e far luce su ciò che si racchiude
nei termini del disprezzo, e di trarre fuori una moltitudine di conseguenze poco
avvertite e poco intese da buon numero di persone anche spirituali e illuminate,
le quali non si arrendono del tutto all’idea di meritare il disprezzo; si tratta
di verità pratiche, degne di tutta la più seria considerazione dell’uomo
cristiano.

Infatti, una cognizione generale e astratta di un oggetto arduo per sé medesimo
e tenuamente percepito non fa gran colpo ordinariamente nel nostro cuore, e poco
giova, se non è sminuzzata, digerita, tirata fuori pezzo per pezzo dalle tenebre
e applicata ai casi particolari, intorno ai quali si aggirano le umane azioni, come
bene osserva l’Angelico S. Tommaso: le considerazioni generiche in campo morale
sono meno utili, perché le azioni umane sono particolari (S. Th.,
II II, Prol.).

E questo appunto intendiamo intraprendere, non prima di avere invocato con tutto
il cuore il potente aiuto di Dio, da cui deriva ogni bene.












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