Dell’amore al proprio disprezzo (APPENDICE)

Combattimento spirituale

«DELL’AMORE
AL PROPRIO DISPREZZO»

DEL SERVO DI DIO

P. GIUSEPPE IGNAZIO FRANCHI d’O.












APPENDICE

Che
contiene una esortazione efficace ai disprezzatori del prossimo, perché desistano
da tale eccesso.

Quanto
si è maturato fin qui per accendere nel cuore del cristiano l’amore al proprio
disprezzo, Dio guardi che serva a taluni per animarli, o stabilirli nell’uffizio,
il quale esercitano contro ogni dovere di vilipendere i loro prossimi: sarebbe questo
un abusarsi troppo sfacciatamente d’una dottrina santa ed evangelica, e un trarre
occasione di rovina per sé dall’altrui vantaggio. Or perché questo
non succeda, e perché anzi avvenga l’opposto, e si provveda anche al bene
di costoro (giacché è proprio della carità il distendersi, conforme
l’avviso del grande Apostolo, ad ogni genere di persone) è parso doveroso,
dopo aver suggerito più cose a profitto dei disprezzati, al fine di incitarli
a soffrire ed amare la loro abiezione, di soggiungerne alcune poche, ma sugose e
massicce, in pro e salute dei disprezzatori dei prossimi, per ingerir loro un alto
orrore a questo indegno mestiere, ed impegnarli sollecitamente ed efficacemente a
correggersi.

Sappiano dunque, che un tale uffizio è del tutto contrario allo spirito di
Dio, e in conseguenza, al carattere di un uomo giusto e cristiano. Questo divino
spirito ha per base l’umiltà e consiste nella carità; infatti è
scritto che Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia
(Gc 4,6; 1 Pt 5,5) e che Dio è amore; chi sta nell’amore
dimora in Dio e Dio dimora in lui
(1 Gv 4,16) e all’opposto chi non
ama rimane nella morte
(1 Gv 3,15). Ora è manifesto che disprezzare
il prossimo si oppone direttamente all’una ed all’altra importantissima virtù.

E primieramente si oppone all’umiltà, perché un tale spirito nasce
da superbia, e finisce in superbia; nasce da superbia, atteso che l’uomo si induce
ad abbassare e vilipendere gli altri per cagione di quel suo maledetto trasporto
a sollevarsi ed innalzarsi oltre il suo grado e sopra degli altri; il che non potrebbe
a suo senso ottenere senza il loro avvilimento; e perciò s’ingegna di atterrarli
coi vilipendio: quindi è che, a misura che uno è portato a farsi grande
e sovrastare, più è incitato a deprimere i prossimi e godere della
loro depressione. E non vien da superbia quel voler rendersi superiore agli altri
senza ragione, e farsi lor giudice? Ma qual giudice? giudice temerario ed arrogante,
che da se stesso s’intrude nella giudicatura, senza esservi posto né da Dio,
né dagli uomini: giudice prepotente e dispotico, che non ascolta ragioni,
non cura difese, non attende esami né processi, ma, affidato unicamente al
proprio sentimento, vuol decidere a suo capriccio: giudice disumano e fierissimo,
che precipita tosto alla sentenza, alla condanna ed all’esecuzione della pena, e
perciò gli altri disprezza.

E se non è questo un effetto di gran superbia, qual mai sarà? Inoltre,
un tale spirito di disprezzare va a gettarlo nel seno più profondo della superbia;
poiché con lo stesso vilipendere il prossimo, l’uomo viene sempre più,
come naturalmente, a dimenticarsi e perder di vista le proprie miserie e peccati,
il conoscimento dei quali sarebbe atto a frenare il suo orgoglio: e sempre in lui
cresce la stima, l’amore e la compiacenza di sé, e si aumenta in lui lo spirito
di alterezza, di superiorità, quel credersi e farsi maggior degli altri, reputandosi
un non so che di grande, e di singolare eccellenza e distinzione tra gli uomini.
Tutto ciò si ravvisa appuntino nel Fariseo disprezzatore dei Pubblicano, di
cui parla S. Luca al capitolo 18. Frattanto non si speri di trovare umiltà
nei disprezzatori del prossimo: perché questa o mai non vi fu, o rimase distrutta
da un vizio a lei sì contrario.

Ma niente meno si oppone il disprezzo del prossimo alla cristiana scambievole carità.
Due sono i principali suoi atti, e le regole che la dirigono, come parlano le divine
scritture: fare agli altri quel che bramiamo che gli altri facciano noi : tutto
quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro
(Mt
7,12) e non fare ad altri quel che non si vuole per sé: non fare a nessuno
ciò che non piace a te
(Tob 4,15). Ora domando io: i disprezzatori
del prossimo amano forse e desiderano il disprezzo per sé medesimi? Se non
mentiscono, mi debbono rispondere che no. Dunque essi spregiando gli altri uomini,
operano contro i dettami della carità, menti e non concedono loro quel che
bramano per sé, cioè l’onore e il rispetto; anzi, al rovescio, li costringono
a soffrire quel che essi in nessuna maniera vogliono per sé, ed a cui professano
una estrema ripugnanza, cioè la confusione e lo scherno. E dov’è dunque
la carità? Sì, dov’è la carità nel fare un’azione capricciosa,
che si sa di certo che a moltissimi rapisce beni assai grati e pregevoli, come sono
l’onore, il rispetto, il credito, la pace del cuore, la tranquillità della
vita, l’attenzione agli affari più seri, e ai beni dell’anima ancora? Mostrandoci
l’esperienza, che la maggior parte dei deboli ed imperfetti, dei quali il mondo è
pieno, per non soggiacere al disprezzo degli uomini, abbandonano la pietà,
la devozione, la pratica delle virù.

Più, più dov’è la carità nel dare la spinta ad innumerabili
persone, già contristate ed offese, vale a dire nel porgere ad esse occasione
coi loro disprezzi di prorompere in mille e mille peccati d’impazienza, di discordie,
di mormorazioni, di scandali, di maldicenze, di odi, di rancori, e talora per fin
di bestemmie, con pericolo di perdere l’eterna salute dell’anima? E non sono questi
e somiglianti, i più ordinari effetti, che dal disprezzo dei prossimi derivano
universalmente, e sotto l’occhio di tutti? Possibile che vi sia carità in
chi è cagione di sì grandi mali? Che se a tutto ciò si aggiunge
la violazione della giustizia, che è compresa nel disprezzo dei prossimi,
sempre più risulta quanto esecrabile e pernicioso sia questo vizio. E se manca
nell’uomo la carità, in aggiunta al mancamento dell’umiltà, non vi
ha più certamente in lui lo spirito di Dio, né il carattere di vero
cristiano.

Che diremo poi di quella mostruosa dissomiglianza da Gesù Cristo, che portano
in fronte i disprezzatori del prossimo? Tutte le azioni e gli esempi dell’amabilissimo
Redentore spirano umiltà la più profonda, e carità la più
trascendente, e, nell’esercizio di queste due sì sostanziali virtù,
vuol singolarmente esser imitato da noi, giusta ciò che si legge in S. Matteo:
imparate da me, che sono mite e umile di cuore (11,29) e S. Giovanni: Questo
è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati.
(Gv 15,12). Ora i disprezzatori del prossimo, direttamente si oppongono,
come di sopra si è dimostrato, all’ umiltà e alla carità, dunque
operano tutto al rovescio di Gesù; dunque non comparisce in loro la conformità
e l’immagine di Cristo ; in essi anzi campeggiano i tratti più manifesti dell’anticristo.
Può immaginarsi sorte peggiore? Né serve il dire, che i prossimi avviliti
e disprezzati possono ricavare dalla loro abiezione un gran bene a pro dell’anima
loro: e spesso ancor taluni il ricavano. Anche innumerabili martiri hanno riportato
stupendi vantaggi dalle persecuzioni dei tiranni : anche molti santi uomini hanno
profittato assai, e profittano tuttora nelle tentazioni dei demoni; ma per questo,
diviene forse innocente la condotta dei tiranni, e la condotta dei diavoli? Qual
temerario oserà mai di affermarlo? E così appunto deve giudicarsi di
costoro, che nel disprezzare i prossimi senza ragione, imitano non Gesù Cristo,
che pur dovrebbe essere l’esemplare e il modello di tutte le nostre azioni, ma i
tiranni e i demoni, suoi giurati nemici. È dunque da considerarsi, che il
bene il quale può seguire, e di fatto più volte segue mediante il disprezzo,
non procede da chi disprezza, ma da tutt’altra cagione, cioè dalla virtù
dei buoni, che traggono bene dal male e, soprattutto, dalla immensa bontà
di Dio onnipotente, che sa rivolgere il disprezzo in massimo utile dei disprezzati,
ad onta dei loro disprezzatori, dai quali deriva il puro male, e ciò che è
atto a cagionar precipizi e rovine. Quindi è che gli angariati ed oppressi
riporteranno da Dio un’altissima gloria, in ricompensa delle belle virtù esercitate
da essi nei vilipendi, e i loro persecutori un formidabile castigo, proporzionato
alla malizia e superbia da loro risata nel disprezzare; e per tal mezzo si pareggeranno
le partite, e ciascuno avrà il suo giusto.

Chi potrà frattanto spiegare l’orribilissima pena che sovrasta ai disprezzatori
del prossimo nel secolo futuro, in faccia del magnifico guiderdone che si riserva
da Dio ai giusti scherniti? Lo Spirito Santo ce ne dà un abbozzo, al capo
quinto della Sapienza. Verrà, dice egli, verva un giorno (e sarà questo
il dì dell’ universale giudizio, e l’interminabile giorno dell’eternità)
in cui i giusti avviliti già ed oppressi nel mondo, mutata affatto la scena,
alzeranno il capo, e compariranno più luminosi del sole, con palme in mano
e corone in capo; e allora che sarà finito il tempo per essi di partecipar
delle umiliazioni di Gesù, e non vi sarà più pericolo di cadere
in superbia, né di mancare alla carità, la quale non avrà più
luogo rapporto ai reprobi, e che sarà un tempo per i giusti medesimi di esaltamento
e di gloria, allora dissi, con gran vigore e fermezza si ergeranno di fronte ai loro
disprezzatori, dai quali nel corso della loro vita mortale ricevettero onte, ingiurie
ed affronti: Allora il giusto starà con grande fiducia di fronte a quanti
lo hanno oppresso e a quanti han disprezzato le sue sofferenze
(Sap 5,1).
Infelicissimi disprezzatori dei prossimi, singolarmente dei giusti, in tal feralissimo
giorno! Appena gli ravviseranno, già disprezzati da loro, in un portamento
e in un volto affatto diverso, e in aria di trionfanti, e dal fango e dal nulla innalzati
ad una gloria inesplicabile, e pieni di coraggio e di forza star di fronte ad essi,
resteranno per la novità di un tale spettacolo non mai immaginato, sopra ogni
credere stupefatti ed attoniti; ed un orribile raccapriccio e terrore, ed uno spavento
e paura non più provato li farà impallidire, tremare, e prorompere
in ululati e clamori, e gli strapperà dal cuore un pentimento forzato ed inutile,
il quale ad altro non servirà che a più atrocemente cruciarli. Costoro
vedendolo saran presi da terribile spavento, saran presi da stupore per la sua salvezza
inattesa. Pentiti, diranno fra di loro, gemendo nello spirito tormentato
(Sap
5, 2-3): ecco là, coloro che una volta furono il bersaglio delle nostre irrisioni,
delle nostre beffe e balocchi, che conculcammo come oggetti i più abietti
ed ignobili, come altri conculca il fango e la polvere, contro dei quali si scaricarono
da noi mille improperi, villanie, ed obbrobri; sì vile era il concetto formato
nei nostri cuori delle loro persone. Infatti le loro azioni erano reputate da noi
leggerezze, inezie, sciocchezze puerili, e la loro vita una semplicissima dabbenaggine,
ed una pazzia da finir male: ecco colui che noi una volta abbiamo deriso e che
stolti abbiamo preso a bersaglio del nostro scherno;giudicammo la sua vita una pazzia
e la sua morte disonorevole
(Sap 5,4). Ma in realtà i pazzi,
i forsennati noi siamo stati: noi abbiamo preso lo sbaglio, sopra ogni credere terribile,
e fummo ciechi, e per noi non spuntò mai né sole, né luce; quelli,
con il loro modo di vivere, si fecero in terra amici di Dio, e si sono salvati, e
dall’abiezione sono passati alla gloria dei santi e dei figliuoli dell’Altissimo,
e noi con la nostra superbia, con le nostre grandezze, che si sono disciolte in fumo,
ed a nulla ci hanno servito, non fummo capaci di esercitare nel mondo un atto di
virtù, e siam venuti meno, e precipitati in un abisso, che è peggiore
dello stesso niente, e ci siamo perduti per sempre: Perché ora è
considerato tra i figli di Dio e condivide la sorte dei santi? Abbiamo dunque deviato
dal cammino della verità; la luce della giustizia non è brillata per
noi, né mai per noi si è alzato il sole. Ci siamo saziati nelle vie
del male e della perdizione; abbiamo percorso deserti impraticabili, ma non abbiamo
conosciuto la via del Signore. Che cosa ci ha giovato la nostra superbia? Che cosa
ci ha portato la ricchezza con la spavalderia? così anche noi, appena nati,
siamo già scomparsi, non abbiamo avuto alcun segno di virtù da mostrare;
siamo stati consumati nella nostra malvagità
(Sap 5, 5-8. 13).

Se non che è da avvertire, che il più terribile e doloroso disprezzo,
che andrà a cadere, nel giudizio e nell’eternità sugli oltraggiatori
dei prossimi, non sarà quello che cagioneranno loro i buoni già da
loro vilipesi, ma sarà il disprezzo fulminato direttamente sovra il loro capo
da Dio, rigidissimo vendicatore degli affronti fatti ai più piccioli: il
Signore li deriderà
(Sap,18); tu disprezzi chi abbandona i tuoi
decreti
(Sal 119 (118), 118). Oh, che formidabile castigo, esser disprezzati
dal suo Creatore, dal suo Redentore, da un Dio infinito nella grandezza, nella sovranità,
nella possanza e nella giustizia! E ciò non per un solo momento, che pur sarebbe
moltissimo, non per un tempo limitato e ristretto, ma eternamente nell’inferno, finché
Dio sarà Dio! E chi potrà sostenerlo? O buon Gesù, che a tanti
ciechi nel corpo concedeste la vista, date per carità adesso il lume a tanti
ciechi nell’anima, che ne hanno estremo bisogno. Oltraggiatori dei prossimi, di grazia
intendetela, io ve lo ripeto per vostro bene: il vostro trastullo sì ingiurioso
a Dio ed agli uomini, ha da finire: si ha da mutare la scena, e da disprezzatori
avete a ridurvi ad essere, con atroce supplizio, disprezzati nell’eternità,
così richiedendo l’ordine della divina giustizia: guai a te, che disprezzi,
non sarai forse disprezzato
(cf Is 33,1 Vulg.)? E apertamente così
lo dichiarò lo Spirito Santo: con quelle stesse cose per cui uno pecca,
con esse è poi castigato
(Sap 11,16)

Un avviso voglio darvi, ed è, che se voi nel leggere queste terribili verità,
indugiate a risolvere di desistere affatto dall’esecrando costume di tribolare il
prossimo coi vostri disprezzi, potrebbe già essere a voi imminente l’interminabile
castigo della vendicatrice destra di Dio; potrebbe presto avvenire, che nell’atto
medesimo che proseguite ad offendere alcuno coi vostri dileggiamenti e scherni, la
divina giustizia da voi nuovamente irritata, scaricasse anche visibilmente il colpo
sopra di voi, senza riparo, come ha fatto con altri vostri pari. Leggesi nella storia
ecclesiastica, che un certo malvivente, vedendo di mal occhio un religioso che era
di santa vita, lo strapazzava, con recargli disgusti grandi, quali egli sempre soffriva
con eroica virtuosa pazienza. Dovette questo buon religioso portarsi a dimorare in
un altro monastero, e, non pago quell’oltraggiatore dei disgusti che fino allora
gli aveva dati, aggiunse ancor questo; andò in una casa a vederlo partire,
e tutto lieto e baldanzoso, insultandolo con irrisioni e scherni, mostrava il contento
grande che provava della di lui partenza da quel monastero; quando all’improvviso
precipitò il solaio della finestra ove stava, e vivo vivo lo seppellì
sotto le sue rovine, con dispiacere ben grande di quel buon religioso, che ne pianse
amaramente. Tremate dunque voi a questo orrendo giustissimo castigo di Dio, e valetevi
di un tal timore per piangere ora che siete in tempo, e detestare con vero dolore
le offese fatte alla bontà infinita dei Signore nei disgusti dati al prossimo
coi vostri disprezzi; prontamente cessate dal reo diabolico mestiere di disprezzare
alcuno; e fate tosto un passaggio libero dallo stato di disprezzatori dei prossimi,
a quello di disprezzati, in quanto che siate pronti ad accettare con pazienza e con
pace i vilipendi, che piacerà a Dio di mandarvi per mezzo degli uomini, in
pena di tante irrisioni e dispregi, con cui nel vostro prossimo avete oltraggiato,
e perduto il rispetto a Dio; e rese compiutamente le dovute soddisfazioni a chiunque
fu oltraggiato da voi, da qui innanzi studiatevi di usar col prossimo maniere del
tutto diverse, e contrarie affatto alle passate, ingegnandovi di sovrabbondare con
esso negli atti di rispetto, di stima, di venerazione, di carità, di servigi,
onde suppliate a quel che gli toglieste nel tempo indietro, e più facilmente
e più presto distruggiate in voi l’abito di disprezzare i vostri fratelli.

Oltre di ciò avvezzatevi a sfogare sopra di voi stessi quella inclinazione
malvagia, che già vi trasportava a schernire il prossimo, accertandovi che
non sarà mai per mancarvi materia e ragioni per disprezzar voi medesimi. Voi
ben vedete, che il merito di ricever disprezzi non vi manca, se non altro per questo
capo, perché avete disprezzato altri con tanto ardire. Amate di pagare adesso
in questa vita la giusta pena, con sottoporvi volentieri al disprezzo; e in tal guisa
con un leggerissimo e momentaneo vilipendio, scanserete un disprezzo incomprensibile
ed eterno, a voi ben dovuto, ed entrerete a parte ancor voi della gloria riservata
agli umili ed agli amanti del proprio disprezzo.











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