Della Orazione, Meditazione e Contemplazione

Pregate, Pregate, Pregate!

Della Orazione,
Meditazione e Contemplazione


di Giovanni di S. Tommaso O. P. (1586-1644)














Giovanni di San Tommaso





Discepolo
– Che cos’è l’orazione?



Maestro – È l’elevazione dell’anima a Dio.



D. – Quale differenza passa tra l’orazione e la devozione?



M. – La devozione è quell’affetto della volontà per cui uno si applica
con prontezza a tutto ciò che si riferisce al culto e al servizio di Dio;
e di qui quella gioia e dolcezza spirituale che l’uomo sperimenta in questo servizio.
E quantunque venga comunemente chiamata devozione, in realtà non è
che un effetto di essa.

L’orazione è un atto della intelligenza che pensa e si innalza fino a Dio
per domandargli qualcosa. E di qui veramente ha origine la devozione, che a sua volta
ci porta all’orazione.

Tutte e due però sono atti della virtù di religione di cui è
proprio esercitare tutto ciò che si riferisce al culto divino.



D. – Di quante parti, o meglio di quali atti si compone l’orazione?



M. – Di quattro: l’orazione propriamente detta, la domanda, la supplica e il ringraziamento.



D. – Queste quattro parti come si distinguono e in che modo differiscono tra
loro?



M. – L’orazione, nel suo significato ordinario, le include tutte e quattro. Ma
siccome l’Apostolo
(I. Tim. 2, 1) dice: «Vi esorto, prima di tutto,
ad innalzare suppliche, orazioni, voti e rendimenti di grazie», dà
motivo a distinguerla in, questo modo.

L’
orazione dunque è un volgersi o meglio accostarsi a Dio, in modo
da porsi alla sua presenza.


La petizione è una domanda con cui si chiede a Dio qualcosa, o supplicando,
o suggerendo, o manifestando quelle necessità in cui si trova colui che prega.

La
supplica è come una pia istanza con cui veniamo a presentare a Dio
i motivi che noi abbiamo da parte sua, per poter impetrare; quali ad esempio: la
sua infinita santità, l’immensa bontà, i misteri e i sovrabbondanti
meriti di Cristo, l’intercessione della Beata Vergine, le soddisfazioni degli altri
santi, che noi offriamo a Dio Padre per mezzo dell’unico e supremo Mediatore, col
dire:
Per Dominum nostrum Jesum Christum etc.

Il ringraziamento è quella lode, quell’onore e quella gloria che
noi tributiamo a Dio, con l’assoggettamento completo di noi a Lui, per gli immensi
benefici che continuamente da Lui riceviamo.

In queste quattro cose deve esercitarsi con ogni diligenza l’anima nostra ogni qualvolta
si applica all’orazione.



D. – Ma perchè l’amore, senza il quale è impossibile accostarsi
a Dio, non viene annoverato tra le parti dell’Orazione?



M. – Perchè quest’amore è come il frutto o meglio l’effetto che
noi intendiamo conseguire per mezzo dell’orazione. E infatti, è in forza dei
motivi dell’orazione che la volontà è come accesa, e infiammata di
amore per un Dio sì benigno e amoroso, che ci ricolma con tanta larghezza
dei suoi benefici. Però possiamo anche dire che una devota orazione procede
dalla carità; nel senso che uno dall’amore di Dio viene come disposto a rendere
a Lui il culto dovuto.

Anzi per una certa reciprocità, l’amore generala devozione e la devozione
alimenta l’amore; come nel corpo dell’animale il calore naturale produce gli umori
sani e a sua volta essi alimentano e conservano il calore naturale.



D. – Che cosa si richiede perché uno possa accostarsi degnamente a
Dio e mettersi alla sua presenza nella preghiera?



M. – Ci dà su ciò uno stupendo ammaestramento il Reale Profeta col
suo esempio:
«Vedo il Signore sempre dinanzi ai miei occhi; poiché
Egli sta alla mia destra non vacillerò » (Salm. 15, 8). E l’Apostolo
Paolo ci raccomanda seriamente:
«Sia che mangiate, sia che beviate, sia
che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto a gloria di Dio!) (I. Cor. 10, 31).

Per stare quindi alla presenza di Dio, per accostarsi a Lui, non si richiede altro,
in sostanza, che compiere tutte le nostre azioni sotto il suo sguardo, in modo tale
che tutte vengano esercitate e regolate in conformità alla sua legge e per
la gloria del suo nome; e non ci deve essere nulla di cui subito non cerchiamo di
renderci conto se sia, o no conforme alla sua volontà.

Nondimeno colui che perfettamente cammina al cospetto di Dio, con ogni diligenza
e con tutte le energie si studia di riflettere ad ogni istante e nel qua intimo fa
oggetto di meditazione Dio e tutto ciò che a Dio appartiene,

È un fatto che noi ci portiamo con maggior frequenza all’oggetto amato; ed
è indizio di amore di Dio tenerci il più spesso possibile alla sua
presenza mediante pie e sante riflessioni.



D. – E perchè uno possa in modo particolare custodire dentro di sé
la, presenza di Dio, di quali mezzi deve fare uso?



M. – Di tre in modo particolare: lettura, meditazione e contemplazione.

La
lettura é come il punto di partenza relativamente alla meditazione.
E perciò David, parlando del giusto dice:
«Egli mediterà
giorno e notte nella. sua legge». E questo consigliava il Dottore delle
Genti al suo discepolo:
«Sii assiduo alla lettura, fino alla mia venuta»
(I. Tim., 4, 13).

Con la meditazione la mente dell’uomo si volge alle verità divine
e quasi ruminandole a poco a poco giunge sino a Dio: dalla considerazione di un beneficio
passa gradatamente ad un altro, da un mistero viene come guidata alla cognizione
di un altro; e, conosciute quelle arcane bellezze, la volontà è infiammata
di amore di Dio, secondo il detto del Salmista:
«I sentimenti del mio cuore
sono sempre al tuo cospetto» (Salm, 18, 15), vale a dire: cresce sempre
più nella cognizione.


E ancora: «Nel pensare avvampò un fuoco dentro di me» (Salm.
38. 4)» cioè il mio cuore arse del fuoco del divino amore.

Con la contemplazione l’anima viene come a fissarsi in Dio e ad, unirsi
a Lui, compiacendosi in tutto ciò che spira fragranza di divinità,
e ciò in forza di una trasformazione spirituale dovuta ad un intima esperienza
di dolcezza e soavità, secondo il detto della Scrittura:
«pianterò
i miei piedi sulla vedetta, e osserverò per vedere ciò che mi si dirà»
(Abacuc 2, 1), vale a dire, nella contemplazione di quelle verità riguardanti
Dio e le sue arcane bellezze io mi consoliderò in modo tale da poterle scrutare
e approfondire sempre più
.

Ciò concorda con quanto scrive l’Apostolo Paolo: «Noi tutti col viso
scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, ci trasformiamo
nella stessa immagine di gloria in gloria, come per opera dello spirito del Signore
» (II. Cor. 3-18). Ecco i gradi della contemplazione che egli raccomanda a
tutti coloro che si danno alla vita spirituale.



D. In che modo e in quali libri va fatta?



M. Prima di tutto è la, legge del Signore che bisogna ricercare, scrutare
e custodire. La lettura più utile dì tutte è quella della Sacra
Scrittura, dato che essa è divinamente ispirata, secondo le parole dell’Apostolo:
«Tutta la Scrittura è divinamente ispirata e utile ad insegnare, a redarguire,
a correggere, a educare alla giustizia, affinché l’uomo di Dio sia, perfetto
e reso adatto a qualsiasi opera buona»
(II Tim. 3, 16). Queste parole
sono talmente chiare, che non vi é bisogno alcuno di spiegazione.


Ma poiché la S. Scrittura in molti passi è oscura e piena di mistero
o non è a tutti ugualmente accessibile, sono da considerarsi come appartenenti
alla legge divina anche i libri di coloro che commentano la Scrittura medesima, i
quali
«traggono il miele dalla pietra e l’olio dal sasso durissimo»
(S. Bernardo, super Missus, Homil. 1), cioè traggono da quella insegnamenti
di vita spirituale che poi indicano a noi. A questo accenna egregiamente l’Apostolo
Paolo quando dice che vero Ministro di Cristo è colui che è «venuto
colle parole della fede e della sana dottrina» (I Tim. 4, 6), cioè che
ha raggiunto la vera scienza della fede.




D. – Quali cose principalmente ci impone la meditazione e quali sono le verità
sulle quali dobbiamo meditare?



M. – Il Salmista ci indica espressamente che noi dobbiamo meditare nella legge
del Signore. In questa noi troviamo due ordini di verità alle quali possono
ridursi tutte le altre che possono formare oggetto della nostra meditazione.

Anzitutto quelle verità che riguardano direttamente Dio; quali la sua infinita
bontà, i suoi benefici, i suoi doni e i suoi misteri; come siamo stati da
lui creati, e come Egli ci conservi; come ci custodisca per mezzo dei suoi Angeli;
come ci abbia redenta col suo sangue e in pegno di amore abbia a noi lasciato sotto
le specie sacramentali il suo corpo; e infine come ci elargisca la fede, la grazia
e la misericordia con cui indulge alle nostre miserie.

Tale meditazione, poiché si aggira sugli effetti, o meglio, su quelle che
sono irradiazioni della luce divina, si chiama
illuminativa: per essa infatti
viene sempre più eccitato l’amore della meditazione medesima e la speranza
della salvezza, come bene a proposito dice il Salmista:
«Buono è
per me lo stare unito a Dio e porre nel Signore Iddio la mia, speranza» (Salm.
72, 28).

In secondo luogo (troviamo nella legge) quelle verità che riguardano noi
medesimi; quali la considerazione dei nostri peccati e dei nostri difetti dove molto
troveremo da piangere e detestare; la gravità dei peccati con i quali abbiamo
offeso la maestà di quel Dio che continuamente volge su di noi il suo sguardo;
l’ingratitudine con la quale abbiamo ricambiato il suo immenso amore; l’abuso da
noi fatto sia della misericordia con cui perdona le nostre colpe, sia dell’amore
con citi ci attira a sé; ciò che è, avvenuto quando noi non
ci siamo peritati, pur sapendoci sotto il suo sguardo, di fare del ventre e dell’ambizione
e dei denaro i nostri dèi.

Non è meno da deplorarsi il fatto che noi, pur constatando come da ogni parte
siamo avvolti nelle tenebre dell’ignoranza e agitati da tentazioni e dagli stimoli
di passioni disordinate, e come inoltre gravi desideri e altre mille imperfezioni
macchino l’anima nostra, siamo lenti ad accostarci a Dio, fonte di ogni bene.


E quindi mossi da tali considerazioni, dobbiamo umiliarci e come annientarci davanti
a Dio, e ricordando il nostro nulla, e quali poveri bisognosi levare il nostro sguardo
a lui perché voglia nella sua bontà, soccorrerci nelle nostre miserie.
Noi, è vero, niente abbiamo da offrirgli all’infuori del nostro nulla, ma
Egli è l’essere infinito, e perciò a somiglianza di David diciamo:

«Alzai gli occhi miei verso i monti, donde mi viene l’aiuto; il mio aiuto viene
dal Signore» (Salm. 120, 1), che vuol dire: poiché io dinanzi a te
sono un nulla imploro il tuo soccorso.


Una considerazione di questo genere, che ha per oggetto le nostre debolezze e
i nostri difetti, si dice purgativa; si tratta infatti del male che dobbiamo estirpare
e degli impedimenti nocivi allo spirito che dobbiamo rimuovere.



D. – Quale di queste forme di meditazione deve esser tenuta in maggior pregio
e avere la precedenza, la purgativa o l’illuminativa?



M. – Il più delle volte si trovano insieme, e l’una è di aiuto all’altra.
Una senza l’altra, giova ben poco; come se qualcuno si muovesse da un luogo per andare
in un altro, poco gli gioverebbe essersi mosso se non raggiungesse il posto designato.

In ogni modo però, a seconda delle diverse inclinazioni naturali e delle varie
disposizioni dell’uomo, sarà bene esercitarsi quando in una e quando nell’altra
delle due meditazioni.

Coloro che sono di ingegno più pronto e molto ferventi è opportuno
che si applichino alla meditazione purgativa, poiché è bene che si
sforzino di acquistare l’umiltà.

Quelli invece di indole mite ed umile sarà meglio che si applichino a quella
illuminativa.

Chi ha l’anima gravata da molti peccati deve stare bene attento; che il ricordare
spesso e fermare il pensiero sopra i propri peccati, specialmente di lussuria, suole
causare ed eccitare moti di passioni disordinate. E quindi, fino a che l’anima non
si è stabilmente fissata in Dio e nelle cose spirituali, bisogna che si disponga
attraverso la via illuminativa, se vuole che tali pensieri si risolvano in, frutto
spirituale per lui.

E cosi, meditando sulla grandezza ed eccellenza divina diverrà sempre più
uomo spirituale, il cuore sarà, come avvinto da queste bellezze divine, ed
egli come da un’altissima vetta considererà la sua bassezza, quanto si sia
degradato disprezzando un bene sì grande per un peccato sì vile, e
rinunziando a tanta felicità per una così spregevole miseria.

Il cuore dell’uomo che sta alla presenza di Dio non è turbato da tentazioni
quand’anche debba pensare e riflettere sui propri peccati, come ci ammonisce il Salmista:
«Vedo il Signore sempre dinanzi ai miei occhi»: ecco la luce della
presenza divina; «poiché Egli sta alla mia destra, io non vacillerò»
(Salm. 15, 8): ecco la confidenza nell’aiuto di Dio, per cui non teme le tentazioni.

Accade proprio per questo che molte anime vanno soggette e sono sconvolte dalle tentazioni
anche nella stessa preghiera, perchè appunto non si dispongono in antecedenza
mediante la luce della divina presenza.




D. – Come dobbiamo comportarci da parte nostra per poter contemplare come
si deve e con frutto?



M. – La contemplazione è uno degli atti pili vitali e più
spirituali dell’intelligenza, con cui ci uniamo a Dio: e quindi è propriamente
operazione del Dono della Sapienza, mediante il quale la mente dell’uomo è
illuminata e, in forza di una soave esperienza delle cose divine, è facilmente
mossa dallo Spirito Santo a contemplare e a giudicare queste stesse cose in base
a motivi divini.

La contemplazione poi avviene in due modi: o per infusione da parte di Dio, o mediante
lo sforzo e l’opera nostra.

Si ha la contemplazione per infusione quando il nostro intelletto, in conseguenza
di una mozione superiore, indipendente da noi, si sente come inondato da una luce
nuova fino allora mai sperimentata, e nello stesso tempo la volontà è
come dilatata da un nuovo e inesplicabile affetto.

Quando ciò avviene senza lo sforzo nostro o la nostra cooperazione, si ha
allora l’infusione dello Spirito Santo, secondo il detto di S. Giovanni:
«Non
avete bisogno che alcuno vi ammaestri, ma l’unzione di Lui vi insegna tutte le cose
ecc.» (I. Giov., 2, 27).

E su questo non vi è nulla da dire, poiché sorpassa ogni scienza e
previdenza umana: è Dio infatti che agisce come e quando vuole.

Comunemente però nelle anime che ancora non hanno pienamente raggiunta la
perfezione, tutto ciò suole avvenire in modo transitorio, come il guizzare
di un lampo.

Qui però conviene essere canti e osservare il modo con cui viene percepita
(tale mozione) e quali effetti produce. Quanto al modo, se avviene nell’intimo del
cuore e non nella sola immaginazione, e giunge fino all’intelligenza, all’amore,
al puro affetto che si alimento alla fiamma della divina carità, allora è
segno che questa mozione proviene da Dio. Nell’intimo del cuore infatti non può
agire alcuno spirito creato, neppure il demonio; che se noi non gli apriamo la parta,
si aggira al di fuori come lupo rapace e come leone che ruggisce, va cercando la
preda da divorare.

Quanto agli effetti poi, bisogna vedere se per tali mozioni si nota un accrescimento
di umiltà e un maggior disprezzo di sé; se la pazienza si rianima,
so la fede si irrobustisce, se si riaccende la carità: cosicché in
nessun modo venga meno o si raffrèddi l’affetto. Anzi bisogna vedere piuttosto
se l’anima diventa più pronta e più agile a sopportare i travagli,
e deve apparir chiaro che essa ha chi la solleva e la sostiene. Di più bisogna
vedere se in tutto questo vi è perseveranza. Poiché lo spirito malvagio
quando si è insinuato nel cuore dell’uomo, subito lo contamina con la sua
presenza, e fa nascere in, lui il torpore e l’accidia, suscita turpi e oscene immaginazioni;
e quantunque per brevissimo tempo possa anche occultarsi, tuttavia a lungo andare
non può fare a meno di darsi a conoscere.

La meditazione poi mediante lo sforzo e l’attività nostra avviene quando noi
risaliamo fino all’eccelsa maestà di Dio, manifestata a noi o mediante gli
effetti della creazione, o mediante il mistero della nostra Redenzione e della umanità
di Cristo, meditando su tutto ciò che si è svolto relativamente a quella:
come le fatiche sostenute fino dalla giovinezza, la sua acerbissima passione, la
sua morte ignominiosa, ed anche tutti quei benefici, elargiti agli uomini durante
la sua presenza in mezzo a loro. Da tali considerazioni veniamo come guidati alla
cognizione e alla contemplazione di Dio e messi nella condizione di lodare e venerare
la potenza, la sapienza, la bontà e la provvidenza di un sì grande
artefice.



D. – In questa contemplazione sono possibili diversi gradi?



M. – Anzi molti, a seconda della maggiore o minore astrazione dell’intelletto
dalle cose create; quando cioè messe da parte le imperfezioni, considera ed
estrae ciò che in esse è puro e perfetto, cioè Dio.

Confesso francamente che si trova non poca difficoltà a spogliarci delle creature
e che difficilmente possiamo riuscirvi in questa vita.

Per mezzo della fede noi arriviamo, è vero, con una semplice intuizione e
senza ragionamento incerto alla conoscenza intelligibile di Dio; nondimeno siccome
la fede è oscura e per conoscere Dio la mente si serve delle immagini sensibili
delle cose create, anche per purificare e spiritualizzare queste immagini vi sono
vari gradi e modi diversi di considerare le cose divine.

I misteri della umanità di Cristo, la sua tenera infanzia, l’invitta fortezza
dell’amore nella sua acerbissima passione, essa li considera in una maniera meno
elevata quando se li rappresenta in modo puramente umano e si immagina la sua indole
soave, la sua bellezza infantile, la sua dolce affabilità e tutte le altre
azioni di Lui così amabili, mentre viveva tra gli uomini.

In tal modo venivano attratti gli Apostoli mentre qui in terra convivevano col dolce
Redentore; e col medesimo modo di contemplazione sono attratte molte anime al principio
della loro vita spirituale. Paolo stesso diceva:
«Non giudicai di sapere
alcuna cosa fra voi se non Gesù, Cristo e questo Crocifisso » (I. Cor.
2, 2): infatti l’essere guidati alla cognizione della divinità per questa
porta, che è la Passione e l’umanità del Salvatore, è il modo
e la via veramente Apostolica.

Si sale poi ad un grado ancora più alto di contemplazione, quando tutto questo
ce lo rappresentiamo in un modo più elevato e divino, come in altro luogo
asserisce il medesimo Apostolo:
«Se anche abbiamo conosciuto secondo la
carne Cristo, ora non lo conosciamo più cosi» (II Cor. 5, 16), quasi
volesse dire: quantunque un tempo noi abbiamo conosciuto Cristo nel suo modo di essere
esteriore, sensibile e corporale, ora però lo conosciamo non più in
quel modo, ma in maniera più elevata. Tutto questo infatti lo consideriamo
non umanamente, mediante cioè le specie sensibili o attraverso oggetti che
dilettano i sensi, ma mediante una cognizione superiore e più spirituale,
vale a dire, la considerazione della sua infinita grandezza, della sua inesauribile
potenza, in modo che in tutte le sue opere e in tutti i suoi misteri ci apparisca
e risplenda il suo altissimo essere divino.

Finalmente si giunge al supremo grado di contemplazione. quando possiamo dire con
l’Apostolo:
«Noi tutti col viso scoperto, riflettendo come in specchio
la gloria del Signore, ci trasformiamo nella stessa immagine di gloria in gloria,
come per opera dello spirito del Signore» (II, Cor. 3, 18): cioè
quando passiamo da un attributo all’altro, da un atto di amore ad un altro più
fervente, da una cognizione imperfetta ad una più perfetta.

Questo significa essere guidati dallo Spirito, e mediante la mozione dello Spirito
Santo, che proviene dal dono della sapienza, risalire fino alle arcane bellezze della
divinità.



D. – Chi si dà alla vita spirituale deve esercitarsi spesso in tutto
questo?



M. – Non merita neppure il nome di persona spirituale o Religiosa colui che almeno
ogni giorno non si esercita in qualcuna di dette cose; a meno che sia scusato per
qualche legittimo impedimento, o per l’obbedienza o a causa di qualche urgente necessità.
Del resto non si dà occupazione talmente necessaria da costituire sempre e
continuamente un ostacolo agli esercizi della vita interiore per coloro che coltivano
la vita spirituale; a meno che non intervenga l’accidia o la mancanza di devozione.


Veramente tremende e degne di essere qui riportate sono le parole di un certo
Dottore, che il Maestro Avila indirizza ad un Religioso.

Egli scrive così:
«I Religiosi che camminano avendo perso di mira
il proprio fine, diventano tiepidi inquieti, mormoratori, ambiziosi, iracondi, ciarlieri,
sensuali e più duri dei secolari. Che se Dio per sua misericordia, non li
richiamasse a penitenza o non li preservasse dal male. cadrebbero in tali abissi
dai quali mai più potrebbero rialzarsi».

Quindi qualsiasi rilassatezza nei Religiosi proviene dall’aver così perduto
di vista, il fine loro e dal tralasciare l’orazione, come può facilmente dedursi
dalle conseguenze qui sopra enumerate.



D. – Da che cosa, possiamo dedurre che l’anima nell’orazione vada gradatamente
crescendo nella, perfezione?



M. Dal fatto che essa esperimenta in sé una maggiore prontezza di volontà
e una maggiore propensione verso le cose soprannaturali.



D. – E allora non traggono nessun profitto dall’orazione coloro che nell’orazione
stessa vanno soggetti a frequenti distrazioni e ad aridità?



M. – Queste aridità e questi smarrimenti interiori possono avvenire in
due modi: o sono causati da tedio e da una certa fiacchezza interiore, o da una certa
ripugnanza delle cose spirituali, compresa la preghiera. Un segno evidente che le
cause sono queste lo abbiamo quando per qualsiasi occasione o futile pretesto uno
si esime dall’orazione e con grande piacere si volge alle cose di questo mondo e
in esse pone lo, sua compiacenza.

In tali anime questo tedio sta ad indicare che non ricavano alcun frutto o alcun
vantaggio, secondo quanto sta scritto:
«Ecco che si avanza conte nubi e
come turbine ecc.» (Gerem. 41, 13); che vuol dire: Dio permetterà
che una nube si frapponga, affinché non giunga fino a Lui una preghiera fatta
di pensieri inutili e vani che ci distraggono mentre pretendiamo di attendere alla
orazione, come nota S. Gregorio.

Oppure tali aridità consistono non in questa noia interiore, ma nella fatica
e difficoltà a comprendere e a formare specie atte a rappresentarci Dio, rimanendo
però ferma la volontà e un forte desiderio di giungere fino a Lui e
di perseverare nell’esercizio dell’orazione: ma poiché Dio non si dà
a conoscere, non troviamo nessun gusto nella preghiera.

Queste aridità non impediscono il frutto dell’orazione; anzi, piuttosto ne
aumentano il merito; ché il frutto dell’orazione non va misurato o calcolato
da un facile godimento della volontà o in base all’acume della intelligenza,
ma dalla propensione dello spirito, docile, umile, che si annienta dinanzi al suo
Dio, e dall’amore sempre crescente verso le cose divine.

(Traduzione
del P. L. M., O. P.)




(1)
Testo tratto da: Vita Cristiana (XVI, 1947), pp. 498-515. Così la rivista
introduceva l’articolo: “Nel 1944 ricorreva il III centenario della morte di
questo grandissimo teologo, che ebbe il merito di far convergere le luci della filosofia
e teologia scolastiche sullo studio della vita mistica. Pubblichiamo questo brano,
come un tardivo e piccolo contributo alle celebrazioni centenarie. Queste pagine
semplici e chiare sulla preghiera e sulla meditazione sono tratte da un Compendium
totius Doctrinae Christianae
che il grande filosofo e teologo domenicano spagnolo,
non dimentico e anzi preoccupato dell’istruzione del popolo, compose nella sua lingua
nativa e che fu poi tradotto in latino dal P. Enrico Hectermans O. P. Noi seguiamo
la prima edizione fatta in Italia a Milano nel 1673 (P. II, cap. XII, par. 1, p.
128 ss.)”.