Come leggo la Sacra Scrittura

Sacra Scrittura

Come
leggo la Sacra Scrittura

di P. A
NSELMO STOLZ, O.S.B.




La vita
nostra interiore non può esistere, non può svilupparsi senza il cibo
spirituale necessario. Tutti i maestri della vita spirituale insistono sulla necessità,
di dare allo spirito un nutrimento adattato per mezzo della lettura di libri buoni,
tra i quali la Sacra Scrittura, il libro ispirato da Dio, occupa necessariamente
il primo posto. La lettura della Sacra Scrittura anzi fu chiamata il pane quotidiano
della nostra anima ed è così necessario, come la partecipazione al
sacramento dell’eucaristia.

Già gli antichi autori vedevano infatti una tale relazione intima tra l’eucaristia
e la Sacra Scrittura. Origene per esempio dice: “Voi che siete abituati ad assistere
ai divini misteri, sapete bene, come conservare il corpo di Nostro Signore che ricevete,
con ogni cura e venerazione, affinché nessuna particella si perda, affinché
niente del dono consacralo cada per terraÖ Con tanta cura dunque siete attenti a
conservare il suo corpo. Pensate forse che sia minor delitto essere negligente nel
trattamento della parola di Dio che nel trattamento del suo corpo?” (In Exod.
13,3). La Sacra Scrittura dovrà essere certamente di una dignità speciale,
se viene così paragonata con l’eucaristia, se esige una simile – riverenza,
come il corpo del Nostro Signore. Una breve esposizione di alcuni pensieri dei Santi
Padri farà meglio capire questa dignità della Sacra Scrittura, la necessità
e l’utilità della sua lettura per la nostra vita interiore.


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La Sacra
Scrittura si chiama “Parola di Dio”. Il Figlio del Padre, la seconda Persona
della Santissima Trinità, si chiama pure “Parola di Dio”. La comunanza
del nome fa vedere che ci deve essere una relazione interna tra il Verbo di Dio consustanziale
e il Verbo di Dio scritto nei libri sacri. Se il Verbo di Dio Incarnato è
l’unica nostra salvezza, anche il Verbo di Dio scritto parteciperà a questa
dignità.

S. Giovanni incomincia il suo Vangelo con queste parole: “In principio era il
Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (1,1). Questo è
il testo più importante sulla Parola di Dio. Conosciamo l’importanza che questo
testo ha avuto nelle lunghe discussioni intorno al mistero della Santissima Trinità.
Il testo rivela chiaramente che il nostro Dio non è un Dio isolato, ma che
vive in eterna comunione personale col suo Verbo, suo Figlio. Il Figlio, come Verbo
e Parola del Padre manifesta il Padre, ne è la parola comunicativa. Il Dio
che possiede un tale Verbo, una tale Parola, si comunica. La parola eterna e naturale
è quella che manifesta per sua natura Dio Padre, e ciò avvenne per
noi nella sua Incarnazione. Ogni altra rivelazione del Padre non può far altro
che modellarsi su quella prima eterna e perfettissima parola e parteciparvi in qualche
maniera. E questa imitazione si trova in un modo speciale nella parola di Dio scritta,
nei libri sacri. La sacra Scrittura è dunque la parola di Dio, parla di Dio,
rivela i misteri divini come il Verbo Incarnato. In questo consiste la sua prima
relazione al Verbo divino.

Ne ha ancora un’altra, in quanto parla del Verbo stesso. È vero, la Sacra
Scrittura è ispirata dallo Spirito Santo, contiene però non lo Spirito
Santo, ma il Verbo. Tutto ciò che dice la Sacra Scrittura, ogni parola delle
sacre lettere, ha una relazione col Verbo divino. Chi legge la Sacra Scrittura e
non considera questo, chi cerca in essa qualcos’altro, avrà innanzi a sé
sbarrata la porta alla genuina intelligenza dei testi sacri. Non bisogna cercar altro
in orni libro della Scrittura se non quello che si riferisce al Verbo Incarnato cioè
alla storia della nostra salute. Sotto altri rispetti i libri santi, specialmente
quelli del Vecchio Testamento, dicono ben poco. I Salmi, i libri storici, i profeti,
tutti parlano in fondo della salvezza umana, dell’opera della redenzione, del Verbo
divino Incarnato In questo senso dice S. Agostino: “Leggi tutti i libri profetici;
una volta che in essi non hai capito il Cristo, che cosa di più insipido e
più vano? Vedi lì Cristo, allora non solo avrà gusto ciò
che leggi, ma diventerà inebriante; distacca la mente dalle cose corporali,
così che dimenticando il passato, aneli alle cose future”. (In Joannem
9,3).

La Sacra Scrittura parla dunque sempre del Cristo, del Verbo di Dio. Cosi possiede
un’altra relazione molto intima alla seconda Persona divina. Però in un altro
senso ancora esiste una tale relazione: chiunque vuole capire la Sacra Scrittura,
deve lui stesso essere pieno del Verbo divino, deve possederlo nell’interno della
sua anima santificata. In questo senso dice Origene del Vangelo di S. Giovanni che
lo capirà soltanto colui, il quale riposa sul petto di Gesù, cioè
chi tiene una per sonale e strettissima intimità col Verbo divino Incarnato
(In Joannem 1, 6). Nessuno può dunque intendere il vero senso della
Scrittura, se non è introdotto da colui, del quale dice l’Evangelista: “Aprì
loro la mente a intendete la Scrittura” (Lc, 24, 45).

La Sacra Scrittura è Parola di Dio, come il Verbo Incarnato; parla di Cristo,
e non può essere capita se non per mezzo di lui. Non è un libro puramente
naturale, ma il suo intendimento suppone un intelletto elevato, illustrato dalla
grazia, unito al Verbo divino. Se dunque il Cristo è di una necessità
indispensabile per la nostra salvezza, non lo sarà pure la Sacra Scrittura,
Verbo di Dio anch’essa?

Il Verbo divino incarnato continua la sua vita e la sua opera nella Chiesa. Dunque
pure alla Chiesa la Sacra Scrittura si riferisce in un modo speciale. Secondo la
fede cattolica, è la Chiesa che dà la vera interpretazione della Sacra
Scrittura e la propone ai fedeli. Anche questo si può dedurre della Sacra
Scrittura in quanto è Parola di Dio. La parola non si legge soltanto, anzi,
prima di tutto dev’essere udita. La parola scritta dei libri santi dev’essere per
conseguenza parlata, per essere udita. La parola scritta non è la parola perfetta.
Quelli che ci parlano la parola scritta e la fanno in questa maniera rivivere, sono
i dottori della Chiesa. Non però soltanto i Dottori, cioè quelli che
dopo la loro morte ricevettero questo appellativo dalla Chiesa per la insigne opera
esplicata nell’insegnamento della dottrina cristiana; ma soprattutto quelli, i quali
oggi in mezzo a noi hanno il compito di insegnare la verità rivelata: i vescovi
ed i sacerdoti. A loro è affidato il compito di pascere il gregge del Signore,
di dare lai fedeli il pane quotidiano, di interpretare le Sacre Scritture, come il
Signore fece con i suoi discepoli. Se la Scrittura contiene il pane nostro spirituale
e quotidiano, se i sacerdoti lo devono spezzare e distribuire ai fedeli, ci dobbiamo
forse meravigliare, se la vita soprannaturale nella Chiesa non è così
perfetta, come noi la desideriamo? La ragione non bisogna forse anche ricercarla
nel mancato dovere da parte dei sacerdoti? Quante deviazioni nella devozione si avrebbero
potute evitare, se la parola della Sacra Scrittura fosse stata il contino nutrimento
dell’anima dei fedeli!

D’altra parte, i sacerdoti e gli altri dottori della Chiesa non possono nella spiegazione
della Sacra Scrittura fidarsi unicamente del loro giudizio personale. La Scrittura
è data a tutta la Chiesa. Bisogna dunque, per intenderla nel senso della Chiesa,
apprenderne l’insegnamento dalla tradizione ecclesiastica e formarsi secondo la mentalità
di essa. Ecco, perché almeno al sacerdote e al teologo non basta di leggere
il testo della Sacra Scrittura; deve pure ricorrere ai commenti e alle interpretazioni
dei Santi Padri. Si chiamano precisamente Padri, perché danno la vita spirituale
per mezzo della loro dottrina, sono gli interpreti autentici delle Scritture approvati
dalla tradizione ecclesiastica.

È evidente però che alla lettura della Sacra Scrittura non si deve
sostituire quella dei commenti patristici. Anzi, in molte cose non possiamo seguire
l’interpretazione dei Padri né accettare la loro spiegazione. Perché
anch’essi interpretano la Scrittura per i fedeli del loro tempo; noi dobbiamo interpretarla
e capirla per i nostri tempi. Questo non dice, che la dottrina stessa muti, che la
dottrina della Scrittura si debba capire in maniera diversa nei nostri tempi; ma
la stessa ed immutabile verità è così ricca che non può
mai esaurirsi e restringersi soltanto ai bisogni di un determinato periodo di tempo.
Parla per tutti i tempi, ed in ogni. tempo dev’essere letta perché risponde
anche alle domande, alle necessità di questi. Però leggendo i commenti
dei Padri, si penetra nello spirito della tradizione cattolica, si impara soprattutto
a vedere le relazioni che esistono tra i diversi libri del Vecchio e del Nuovo Testamento,
e quelle tra la dottrina o i fatti raccontati nella Scrittura, e ciò che accade
attualmente su questa terra che deve essere visto sotto l’aspetto soprannaturale,
cioè in relazione col peccato e con l’opera della redenzione.

Capire le Sacre Scritture in questo senso non e facile. È relativamente facile
dare un’interpretazione, come si dice, “letterale”, cioè stabilire
con esattezza ciò che è direttamente espresso nel testo sacro. I Padri
parlano in questo senso della “Littera” o del senso storico della Scrittura,
inculcano la necessità e il valore di esporre questo senso. Però concedono
nello stesso tempo che questo senso non è l’unico, anzi che questo, benché
inteso da Dio e sufficiente per i semplici fedeli che non tendono su questa terra
ad uno stato più alto di vita spirituale, sia in un certo modo imperfetto,
perché il testo sacro contiene delle continue allusioni all’opera della redenzione,
alla persona del Salvatore, alla Chiesa e alla sua futura sorte, ai bisogni delle
anime nella via del Signore ed ai diversi stadi che l’anima deve percorrere nel cammino
della perfezione. Vedere il testo della Scrittura sotto questo aspetto senza darsi
a delle interpretazioni arbitrarie e soggettive, esige non soltanto una solida conoscenza
del senso letterale, il quale dà sempre il fondamento per l’interpretazione
allegorica o spirituale, ma qualcosa di più: una peculiare capacità
di vedere soprannaturalmente la nostra attuale vita rispecchiata nella parola sacra.
In questo i Padri ci sono maestri e duci; l’interprete cattolico, il quale vuol essere
nei nostri giorni così vivo e attuale come lo erano i Padri nei tempi loro,
dovrà anche lui possedere questa capacità, piuttosto che rimanere esclusivamente
nel campo dell’interpretazione letterale e naturale.

La Sacra Scrittura è dunque fondamentale per la vita spirituale della Chiesa.
Però non si arriva senz’altro a questa sorgente di acqua viva; bisogna pregare
e domandare l’aiuto dello Spirito divino e lavorare, studiare, meditare: “Dobbiamo
immaginarci, dice S. Agostino, la Sacra Scrittura come un terreno, sul quale vogliamo
costruire il nostro edificio. Non siamo dunque pigri, né contenti della superficie.
Lavoriamo in profondità, finché si arrivi alla roccia. La roccia però
era il Cristo” (In Joannem, 23,1). Bisogna dunque cercare e lavorare
finché sia trovato il Cristo, cioè la vera relazione del testo studiato
alla nostra propria salvezza, alla nostra vita spirituale.


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La Sacra
Scrittura interpretata in questa maniera è veramente il pane quotidiano della
nostra anima. Se i Padri parlano del pane soprannaturale della nostra anima, non
pensano generalmente o esclusivamente al pane eucaristico, ma quasi sempre alla Sacra
Scrittura. Anzi, in molte cose si faceva un parallelo tra Sacra Scrittura e l’eucaristia;
si trattava la Scrittura con rispetto, come l’eucaristia, fu conservata in preziosissime
custodie; come l’eucaristia, esposta su di una specie di trono, circondata di lumi
e così via. Non soltanto con l’eucaristia si può paragonare la Sacra
Scrittura, ma pure, come l’abbiamo già detto, con tutto il mistero dell’Incarnazione.
E, se l’essenza della nostra santificazione consiste nel seguire il Verbo Incarnato
ed assimilarcelo dove lo troviamo, dobbiamo pure cercarlo nelle Scritture, dove si
nasconde o piuttosto dove si presenta in un modo adeguato alla nostra povera intelligenza:
“Ricordatevi, dice S. Agostino, che c’è un solo Verbo di Dio che si dilata
in tutte le Scritture divine e che dalle molte bocche dei santi Scrittori risuona
un solo Verbo . Quello era nel Principio presso Dio, ivi non ha sillabe in cui esprimersi,
perché non ha tempi. Non dobbiamo meravigliarci, se a causa della nostra debolezza
discese alle minute suddivisioni dei nostri suoni, siccome discese anche per assumere
la debolezza del nostro corpo” (In Ps. 103, 4, 1). Siccome le Sacre Scritture
sono una specie di Incarnazione, risulta pure per esse la necessità di adattarsi
alle nostre intelligenze per poi elevarle alla sublime altezza della divinità.
La lettura della Sacra Scrittura diventa così una parte della nostra elevazione:
“La Scrittura non potrà elevarci, se non discende a noi, come anche il
Verbo Incarnato si abbassò per elevarci, non cadde, per rimanere prostrato.
Se abbiamo riconosciuto chi discese, eleviamoci con chi ci eleva” (S. Agostino,
In Joannem, 107, 6).

Il parallelismo tra Verbo Incarnato e Sacra Scrittura va ancora più lontano.
La Scrittura partecipa in qualche modo anche alla passione di Cristo. La parte materiale
e umana della Scrittura, il testo sacro, è stato trasformato, sfigurato, maltrattato
nel corso dei secoli. Anzi, talvolta l’aspetto esterno della Scrittura, cioè
il suo senso immediato e letterale, sembra tanto umano che facilmente potrebbe dare
scandalo. E difatti, quelli che non vedono nella Scrittura il divino che vi si nasconde,
prendono scandalo e non capiscono la sua altezza: “La Scrittura ha, dice S.
Agostino, la sua propria lingua; chi non conosce questa lingua, si conturba”
(In Joannem, 10, 2). Come per arrivare alla divinità di Gesù Cristo
e della sua Chiesa ci vuole la fede, cosi pure bisogna aver ;la fede per darsi allo
studio della Sacra Scrittura e per vedere la sua sublimità e il suo senso
divino non ostante la veste talvolta molto umana e umile.

La Sacra Scrittura che partecipa in un certo modo anch’essa all’Incarnazione è
dunque unita come questa all’esistenza della Chiesa, all’opera della redenzione.
Nel paradiso terrestre la Sacra Scrittura non sarebbe stata necessaria; anche dopo
la fine del mondo non si avrà più bisogno della Scrittura: “QuandoÖ
verrà nostro Signor Gesù CristoÖ e illuminerà le tenebre occulte
e manifesterà i pensieri dei suoiÖ allora per la presenza di tale luce solare
saranno inutili le lanterne. Allora non si leggerà il profeta, non si spiegherà
il libro dell’Apostolo, non si avrà bisogno della testimonianza di Giovanni,
non sarà necessario lo stesso Vangelo. Tutte le Scritture saranno allora tolte
di mezzo” (S. Agostino, In Joannem, 35,9). Le scritture sono dunque,
come i sacramenti, una consolazione data alla Chiesa per il tempo del suo pellegrinaggio;
arrivata la parusia e la fine di tutte le cose, esse perderanno il loro valore. Questo
però non può che sottolineare la loro importanza per la vita attuale,
nella quale la Sacra Scrittura è una certa anticipazione della conoscenza
futura, come i sacramenti sono una anticipazione della vita beata. Ne risulta la
necessità di formarsi in questa vita con l’istruzione data dalla Sacra Scrittura,
come vero nutrimento della nostra mente. La Scrittura fornisce all’intelligenza umana
quelle conoscenze e quella consolazione che nella vita attuale deve avere, finché
ritorni Cristo.


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Abbiamo
fino adesso parlato della dignità della Sacra Scrittura e della sua importanza
per la vita spirituale. Questo ci dimostra che la Scrittura appartiene a ciò
che nell’ordine attuale è stato da Gesù Cristo stesso istituito per
la nostra salvezza.

Sta in intimo rapporto con l’Incarnazione e con la vita della Chiesa, è fonte
di istruzione e di consolazione fino al ritorno del Signore essendo uno dei vincoli
che ci unisce al Verbo divino.

Dobbiamo esporre ancora la relazione che la S. Scrittura ha immediatamente colla
santificazione dell’individuo.

Una retta interpretazione suppone nel leggente un certo grado di santità e
di tranquillità spirituale, altrimenti il lettore non vedrà che le
difficoltà del testo, le apparenti contraddizioni e tutto questo gli toglierà
il frutto di una lettura che gli giovi. S. Agostino ammonisce: “Nelle Scritture
regna la pace e tutto vi è ben disposto, l’uno non contraddice l’altro. Anche
tu liberati dalla lite del tuo cuore, cerca di capire l’armonia delle Scritture.
La verità dirà forse qualche cosa contro se stessa?” (In Joannem,
19, 7). L’avvicinarsi però alla Sacra Scrittura con buone disposizioni è
non soltanto opera della nostra volontà, ma pure della grazia divina. Bisogna
sempre pregare per poter capire la Scrittura: “Mosè scrisse questo; scrisse
e se ne andò; passò di qua per arrivare a te; ed ora non è più
innanzi a me. Se l’avessi qui, lo prenderei, lo pregherei, lo scongiurerei in tuo
nome a manifestarmi queste cose. E porgerei ben attento le orecchie del mio corpo
al suono delle parole che uscissero dalla sua boccaÖ Non potendolo dunque interrogare,
mi rivolgo a te, Verità, a te, di cui egli pieno disse cose vere. E prego
te, mio Dio, ti prego, abbi misericordia dei miei peccati. Tu che hai fatto che il
tuo servo dicesse queste cose, fa che anche io possa capirle” (Confessioni,
11, 3).

È dunque divino dono capire le Scritture, capirle soprattutto nel senso più
importante in quanto sono nutrimento spirituale per le nostre anime.


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Le Scritture
sono un nutrimento spirituale per tutti. In altri libri spirituali bisogna accuratamente
distinguere se un libro sia veramente adatto allo stato attuale di un’anima, se forse
la sua lettura non sia più nociva che utile. Molti Padri hanno osservato che
nelle Sacre Scritture però si trova cibo spirituale veramente adatto per tutti.
Seguiamo l’esposizione che di questo ci ha lasciato uno dei più grandi tra
gli interpreti della S. Scrittura, S. Gregorio Magno. Dice p. es. nella sua esposizione
delle profezie di Ezechiele (2, 5, 4-5) che il senso letterale, il senso storico,
specialmente delle parti che contengono insegnamenti sulla morale, si possono facilmente
capire e costituiscono un’ottimo nutrimento per i cosiddetti “semplici”,
cioè quelli che non hanno una vita spirituale molto sviluppata (benché
forse siano molto pii). Altre parti della Scrittura sono più oscure. Questo
fatto stesso sarà per quelli che sono spiritualmente già più
forti, uno stimolo continuo, di esercitarsi nell’interpretazione e di cercare il
senso profondo, nascosto (basta ricordarsi con quanto sforzo intellettuale Origene
o S. Agostino si sono applicati a certi passi oscuri della S. Scrittura, per convincersi
dell’esattezza di questa affermazione di S. Gregorio). Questi passi però non
sono adatti per i “semplici”: essi non li gusteranno, ci passeranno sopra.
Alcuni testi dei libri sacri anzi sono, secondo S. Gregorio, così difficili
che nessuno di noi arriverà mai a capirli. Questi passi saranno uno strumento
per esercitare la nostra umiltà. La Scrittura ha dunque talvolta l’intenzione
di esercitarci direttamente nella pratica della virtù. Anzi S. Gregorio crede
che per questa ragione alcune cose sono dette nella Scrittura di tal maniera che
sono chiare soltanto per quelli che abitano già lassù nell’eterna patria;
a noi però non vengono mai spiegate chiaramente. Una parte dunque della Scrittura
serve per esercitarci nella virtù specialmente nell’umiltà; l’altra
poi che già capiamo, ci serve di norma della vita e ci fa crescere in questa
maniera nella perfezione.

In un altro passo (Ez 1, 7. 8-9) spiega S. Gregorio i diversi sensi della
Sacra Scrittura. Il primo è il senso che noi possiamo chiamare “semplice”,
il quale diventa norma per la vita pratica. Questo senso è già di grande
utilità, però ancora imperfetto. Oltre a questo senso c’è quello
chiamato spirituale. Questo ci si presenta, quando il testo della Scrittura invita
alla contemplazione e ne fornisce la materia. Dice il Santo testualmente: Divina
eloquia cum legente crescunt
, cioè, chi è più perfetto,
più esercitato, più spirituale, capisce più profondamente le
Sacre Scritture, penetra più a fondo in un testo, vede in esso materia di
sublime contemplazione. Lo stesso testo invece dice forse per un altro una cosa piuttosto
semplice, meno profonda. In questo consiste proprio il carattere soprannaturale delle
Sacre Scritture che non sono limitate ad un primo semplice intendimento.


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Per tutte
le intelligenze, per tutti i gradi della vita spirituale si trova dunque il nutrimento
adatto nella Sacra Scrittura. Bisogna però applicarsi con diligenza, con perseveranza.
Ognuno troverà sul principio grande difficoltà, specialmente noi Cristiani
dei tempi moderni. Non bisogna darne la colpa alle Scritture come se non fossero
più adatte ai nostri tempi. Sarebbe pretensione affermare una tal cosa della
parola ispirata. Ma la nostra intelligenza non è più tanto formata
dal Verbo divino, come fu quella dei Cristiani di una volta. Questo lo possiamo affermare
senza far torto a nessuno. Lo sappiamo tutti che oggi non abbiamo più familiarità
con le sacre Scritture come l’avevano i Cristiani dei primi secoli, per i quali la
Sacra Scrittura era il principale nutrimento spirituale. Le idee ed il modo di parlare
della Sacra Scrittura non sono più così usuali per noi. E nondimeno
vale anche per noi ciò che Origene esprime con questa frase veramente classica:
Cibus verus naturae rationalis sermo Dei est: il vero nutrimento della creatura
razionale è il Verbo di Dio (In Numeros, 27). Spiega lo stesso autore:
come ci sono molte differenze nei cibi corporali, e non ogni nutrimento è
adatto per ogni organismo, cosi pure la creatura razionale non si può nutrire
di ogni parola di Dio. I principianti nella vita spirituale, dice anche Origene,
hanno bisogno soprattutto dei testi didattici. E poi dice molto concretamente: “Se
si legge a questi tali una parte della Scrittura di questo genere, nella quale non
trovano niente di oscuro, lo accettano volentieri, p. es. se si legge il libro di
Ester o di Giuditta, o il libro di Tobia o gli insegnamenti della Sapienza. Se però
si legge il Levitico, allora si adombra il loro animo continuamente e fugge come
dal cibo che non è loroÖ Allora però non bisogna subito dar la colpa
alla Scrittura o rigettarla, se sembra troppo difficile o troppo oscura per ]a nostra
intelligenza”. Infatti, tutta la Sacra Scrittura, anzi ogni singolo libro di
questa è da Dio. È stato tutto preparato quale nutrimento per gli esseri
intelligenti: “Ognuno ne prenda, secondo la propria capacità”. Anche
gli animali che pascolano distinguono benissimo quel che loro giova e quel che loro
è dannoso, scelgono il loro cibo, trascurando l’altro. Alla fine anche Origene
invita ad implorare la grazia divina: “Rivolgiamoci cogli occhi della nostra
mente a Colui, il quale ha ordinato che queste cose fossero scritte, e domandiamo
a Lui l’intelligenza di queste cose, affinché ci guarisca dall’infermità
della nostra anima, Colui che sanat omnes languores eius. E se siamo di corta
intelligenza, ci assista il Signore custodiens parvulos e ci nutra e ci conduca
fino alla pienezza dell’età”.


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Tutto
ciò che abbiamo detto vale della lettura della Sacra Scrittura in genere,
del Vecchio e del Nuovo Testamento. Si capisce che ogni Cristiano leggerà
molto volentieri i libri del Nuovo Testamento. Bisogna però pure leggere l’Antico
Testamento che è parola di Dio anch’esso. “Poiché tutto quel che
fu scritto fu scritto per nostro ammaestramento” (Rom., 15, 4), e: “Tutta
la Scrittura è divinamente ispirata, e utile ad insegnare, a redarguire, a
correggere, a educare alla giustizia” (2 Tim, 3,16). Però quando
si logge l’Antico Testamento, non bisogna cercarvi ciò che non vi sta. Non
danno questi libri una qualsiasi istruzione filosofica su Dio e la sua relazione
col mondo, ma prima di tutto una interpretazione più che razionale e naturale
della realtà storica. In questi libri l’idea dominante è il far vedere
come Dio si abbassa per comunicarsi a noi. La storia del paradiso racconta gli inizi
di questo abbassarsi, la causa del male, la preparazione della futura restituzione.
È cosa meravigliosa vedere poi, come il genere umano, che si allontanò
sempre più da Dio, fu dolcemente da lui richiamato. Questo tema viene esposto
in tutti i libri che hanno una parola per tutti, anche e specialmente per i “semplici”
fedeli. Man mano però che si va avanti nella lettura con assiduità,
con diligenza, con pietà e con vera compunzione, ognuno potrà arrivare
a dire con S. Agostino: “Siano le tue Scritture le mie caste delizie; affinché
non mi inganni in esse, ne inganni altri con esseÖ Non per nulla tu volesti fossero
scritte tante pagine arcane e misterioseÖ Vedi Padre, guarda e dà la tua approvazione
e ti piaccia che nel cospetto della tua misericordia io trovi grazia, acciocché,
quando io picchierò, mi si aprano i penetrali della tua parola. Te ne scongiuro
per Gesù nostro Signore e tuo Figliuolo…. Lui cerco nei tuoi libri
(Confessioni, 11, 2).





*Testo
tratto da “Vita Cristiana”, XIII, fasc. IV-V