Come fare le opere con rettitudine d’intenzione

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE
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CAPO VIII. Si dichiara in che modo faremo le opere nostre con gran rettitudine e purità d’intenzione.

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1. Non guardare la materialità dell’opera, ma il fine di essa.
2. Tal fine è fare la volontà di Dio.
3. Similitudine del B. Giovanni d’Avila

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1. Per dichiarare come potremo fare con maggior perfezione e purità le opere nostre, sogliono i maestri della vita spirituale apportare una buona similitudine. Dicono essi che, come i matematici parlano in astratto e non fanno conto della materia, ma trattano delle quantità e figure dei corpi senza considerarne la materia, sia oro, sia argento, o sia qualsivoglia altra cosa, perché questo non appartiene ad essi; così il servo di Dio nelle opere che farà ha da tener gli occhi volti principalmente a fare la volontà di Dio, astraendo da ogni materia, senza guardare se è oro, o creta, cioè senza guardare se lo mettono in questo o in quell’altro ufficio, se gli comandano questa o quell’altra cosa; perché non consiste in questo il nostro profitto e la nostra perfezione, ma nel fare la volontà di Dio e nel cercare la gloria sua nelle cose che faremo. Il glorioso S. Basilio dice questa cosa molto bene, e la fonda sulla dottrina dell’Apostolo S. Paolo. «Tutta la vita e tutte le opere dell’uomo cristiano hanno uno scopo ed un fine, che è la gloria di Dio, perciocché o mangiate, o beviate, o facciate altra cosa; dice l’Apostolo, tutto fate a gloria di Dio. E parlava in Cristo» (S. BASIL. De ingluv. et ebriet. serm. 16, n. 1).    2. Narra l’Evangelista S. Giovanni che Cristo nostro Redentore stava colla Samaritana molto affannato e stanco dall’aver camminato e che i discepoli erano andati alla terra a cercar da mangiare, perché già passava l’ora; e ritornati col mangiare gli dissero: «Maestro, prendi un po’ di cibo», ed egli rispose: «Io ho un cibo da reficiarmi che voi non sapete». Onde essi dicevano fra di loro: «Vi è forse stato qualcheduno che gli abbia portato da mangiare?». Ma Cristo   soggiunse: «Il mio cibo è di fare la volontà di colui che mi ha mandato» (Io. 4. 31 segg).
   Or questo ha da essere il nostro cibo in tutte le cose che faremo. Quando si studia, quando si odono le confessioni, quando si legge, quando si predica, il nostro cibo non ha da essere il gusto del sapere, dello studiare o del predicare, perché sarebbe far dell’oro fango; ma il nostro cibo, il nostro gusto e la nostra contentezza ha da essere, che stiamo facendo la volontà di Dio, il quale vuole che allora facciamo queste cose. E questo medesimo ha da essere ancora il nostro cibo quando serviamo negli uffici della casa, di maniera che il medesimo cibo e la medesima occupazione hanno il portinaio o l’infermiere, che hanno il predicatore e il maestro. E così tanto ha da stare contento uno nell’ufficio suo, quanto l’altro in quello che ha: perché il motivo della contentezza, che è lo stare facendo la volontà di Dio, tutti e due l’hanno ugualmente. E come buoni matematici spirituali, non abbiamo da. fermarci nell’opera materiale, che facciamo; ma nello star facendo in essa la volontà di Dio. È così abbiamo da procurare d’aver sempre nella bocca e nel cuore queste parole: Per voi, Signore, fo questo; lo fo per la vostra gloria, e perché così volete. E non abbiamo da cessare da quest’esercizio sin a tanto che non ci riduciamo a fare abitualmente le opere «per servire a Dio e non agli uomini», come dice S. Paolo (Eph. 6, 7); e sin a tanto che non ci riduciamo a farle di tal maniera, che stiamo sempre attualmente amando Dio in esse e gustando di star facendo in esse la sua volontà; sicché mentre staremo operando, piuttosto paia che stiamo amando che operando.

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   3. Il B. Giovanni d’Avila apporta sopra di ciò una similitudine buona e famigliare, dicendo che in queste nostre opere abbiamo a diportarci come quando una donna sta lavando i piedi al figliuolo, ovvero al marito, allorché ritorna da far viaggio, che insieme lo sta servendo e lo sta amando, e rallegrandosi e prendendosi parti colar gusto e compiacimento in quel servizio che gli fa. Oh se ci accingessimo a far le opere in questa maniera! Oh se c’incontrassimo in questo tesoro nascosto nel campo, tanto manifesto e patente da una parte, e tanto nascosto ed occulto dall’altra! quanto spirituali e quanto nell’interiore profitto avanzati ci troveremmo!
   Questa è la vera e certissima alchimia per far di rame e di ferro oro finissimo; perché quantunque l’opera sia da se stessa bassissima e vilissima, con questo diventa altissima e preziosissima. Procuriamo dunque da ora in avanti che ciò che. faremo sia oro finissimo; poiché possiamo farlo tanto facilmente. Nel Sancta Sanctorum e nel tempio di Salomone ogni cosa era oro, o coperta d’oro; così in noi altri ogni cosa ha da essere amor di Dio, o fatta per amor di Dio.