Come dobbiamo andar crescendo nella purità d’intenzione.

Combattimento spirituale

Esercizio di perfezione e di cristiane virtù
composto dal padre Alfonso Rodriguez S.J.

TRATTATO III. DELLA RETTITUDINE E PURITÀ D’INTENZIONE CHE DOBBIAMO AVERE NELLE OPERE NOSTRE
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CAPO XIII. Come abbiamo da andare crescendo e perfezionandoci nella rettitudine e purità d’intenzione.

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1. Servir Dio per timore del castigo.
2. Per speranza del premio.
3. Per puro amar di Dio.
4. Il servire dello schiavo del servo, del figliuolo.
5. Dar gusto a Dio, ecco il premio nostro migliore.
6. Amore di amicizia e di concupiscenza.
7. Servir Dio come la sposa serve lo sposo.
8. Che gran merito!

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   1. Il nostro S. P. Ignazio ci dichiara più in particolare come abbiamo da andar crescendo in questa rettitudine e purità d’intenzione. «Tutti, dice egli, si sforzino di avere l’intenzione retta non solo nello stato della propria vita, ma anche in tutte le cose particolari, intendendo sinceramente di servire sempre e piacere in quelle alla Divina Bontà per se stessa, e per la carità e benefici tanto singolari con i quali ci ha prevenuto, piuttosto che per timore di pene o speranza di premi, benché di ciò debbono pure aiutarsi» (Const. p. 3, c. l, § 26; Summ. 17; Epit. 175, § 1).
   Vi sono molti modi di cercare e servir Dio. Servir Dio per timore delle pene, è cercar Dio, ed è cosa buona; perché il timore servile è buono ed è dono di Dio; e così il Profeta lo chiedeva a Dio: «Inchioda col tuo timore la mia carne» (Ps. 118, 120). Il timore servile, in quanto è puramente servile, dicono i teologi che è cattivo, cioè quando uno dicesse, o avesse questa volontà e desiderio: Se non vi fosse inferno, ovvero se io non temessi il castigo, offenderei Dio. Questo è peccato, perché già la persona mostra in ciò la sua mala volontà. Ma il valerci del timore delle pene e del timore della morte e del giudizio per servir Dio e per non peccare, è cosa buona, e a questo fine la sacra Scrittura ci propone molte volte queste cose e ci minaccia con esse.

   2. Ancora il servir Dio pel premio della gloria che speriamo, è cercar Dio, ed è cosa buona e migliore della sopraddetta. Meglio è far le cose per speranza del premio e della gloria, che per timore dell’inferno. Questo è andar crescendo in perfezione; e così dice S. Paolo che faceva Mosè. Mosè, egli dice (Heb. 11, 24 seg.), crescendo in fede e ugualmente che nell’età, in questa facendosi grande, non fece alcuna stima dell’onore fattogli dalla figliuola di Faraone, la quale lo aveva adottato per suo figliuolo: sprezzò questa cosa e amò più tosto d’essere travagliato e perseguitato per Dio, che acquistarsi tutti i tesori e le ricchezze dell’Egitto; perché teneva l’occhio al premio e alla rimunerazione che sperava. E il Profeta diceva: «Ho inclinato il mio cuore ad eseguire eternamente le tue giustificazioni per amore della retribuzione» (Ps. 118, 112).

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   3. Tutto questo è buono, e così ce ne dobbiamo valere. Ma il nostro S. Padre vuole che passiamo più oltre, che solleviamo più in su il nostro cuore e che abbiamo più alti pensieri. «Aspirate ai doni migliori; anzi io vi insegno una via più sublime» (I Cor 12, 31). Non si contenta egli che serviamo e cerchiamo Dio in qualsiasi modo, ma ci mostra un’altra strada più eccellente e più alta. Vuole che cerchiamo e serviamo Dio pere Dio, puramente per lui medesimo, per la sua infinita bontà e per esser Dio quegli che è; che è il maggiore di tutti i titoli che possiamo avere per cercarlo e servirlo.

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   4. I gloriosi Santi Basilio, Crisostomo e Gregorio trattano molto bene questo punto. Parlando di quelli che servono Dio per amore del premio che ha da dar loro, si valgono d’un confronto e dicono che sono come Simone il Cireneo, il quale portava la croce di Cristo per mercede pattuitagli per la sua fatica. Così questi tali servono Dio e portano la croce per la divina mercede, che ha da essere data loro. Dicono questi Santi che non abbiamo da esser solleciti né ansiosi della rimunerazione, contando e calcolando il guiderdone e la paga, perché questa è cosa da servi mercenari e da gente che serve a giornata, i quali cercano l’interesse loro (S. Io. CHRYS. in ep. ad Rom. hom. 5, n. 7; S. BAS. Reg. fus. tract. proem. n. 3; S. GREG. Moral. 1. 8  c. 44). Noi altri non abbiamo da servir Dio in questo modo, ma come veri figliuoli, per puro amore.
   Vi è, dicono i suddetti Santi, grande differenza tra il servir dello schiavo e del servitore, e il servir del figliuolo: perché lo schiavo serve il suo padrone per timore del castigo e della sferza, il servitore lo serve pel pagamento e per la rimunerazione che ne spera; e se è diligente in servirlo, è perché in questa maniera pensa acquistare qualche cosa e ricevere da lui delle grazie. Ma il figliuolo serve suo padre per amore e si guarda assai d’offenderlo, non per timore del castigo, ché non ha paura di questo il figliuolo, né per quello che spera avere da lui, ma per puro amore. E così il buon figliuolo, benché suo padre sia povero e non abbia che lasciargli, lo serve e l’onora, perché lo merita, essendogli padre; e tiene per sufficiente premio del suo servizio e della sua fatica il dargli gusto.
   Ora in tal modo dicono questi Santi che abbiamo noi da servir Dio; non per timore del castigo, come schiavi; né guardando principalmente al pagamento e alla rimunerazione che speriamo, come servitori mercenari e lavoratori a giornata; ma come veri figliuoli; poiché Iddio ci ha fatta grazia che siamo tali. «Osservate qual beneficio ci ha fatto il Padre, che siamo chiamati e siamo figliuoli di Dio» (I Io. 3, 1), dice S. Giovanni. Non solo ci chiamiamo figliuoli di Dio, ma anche siamo veramente tali; e con verità chiamiamo Padre Iddio e il suo Figliuolo nostro fratello. Se dunque siamo figliuoli di Dio, amiamolo e serviamolo come figliuoli, e onoriamolo come Padre, e come Padre tale, per puro amore, per dar gusto al nostro Padre celeste; perché lo merita egli, essendo quegli che è, per la sua sola infinita bontà; disposti a far questo ancorché avessimo infiniti cuori e corpi da impiegare in amarlo e in servirlo.

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   5. Dice molto bene S. Giovanni Crisostomo: Se per la divina grazia sarai degno di fate qualche cosa che piaccia a Dio, e fuori di questo cerchi altro guiderdone e altra paga; veramente non sai quanto gran bene sia il piacere a Dio: perché se lo sapessi, non cercheresti fuor di questo altro premio (S. Io. CHRYS. De compunct. 1. 2, n. 6). E che maggior bene possiamo noi desiderare, o pretendere, che piacere e dar gusto a Dio? «Siate imitatori di Dio, come figliuoli ben amati; e camminate nell’amore, conforme anche Cristo ci ha amato», dice l’Apostolo S. Paolo (Eph. 5, 1-2). Imitate Dio come figliuoli carissimi e amatelo come Cristo ha amato noi.
   Considera, dice S. Bonaventura, quanto liberalmente e senza interesse suo alcuno ci ha amati Dio e ci ha fatte tante grazie; e non solo senza interesse, ma con molta sua spesa, poiché gli costiamo quanto sangue aveva nelle vene, e la vita stessa (S. BONAV. Fascicular. c. 6). Ora in questo modo abbiamo noi altri da amare e servir Dio puramente e senza alcuna specie d’interesse. Le virtù stesse e i doni soprannaturali di Dio li abbiamo da desiderare, non per utilità e contentezza nostra, ma puramente per Dio e per maggior gloria sua, per avere con che piacere e dare maggior gusto a lui. E la stessa gloria celeste l’abbiamo ancora da desiderare in questo modo, che quando proporremo all’anima nostra il premio che le sarà dato in cielo pel bene che farà, per animarla ad operar bene, non sia questo l’ultimo fine e meta, ma sì il voler servire e glorificare maggiormente Dio. Per questo appunto, perché quanto più di gloria avremo, tanto più potremo onorare e glorificare il Signore.

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   6. Questo è amor vero di carità e vero e perfetto amor di Dio, e questo è cercare puramente Dio e la maggior gloria sua: ché tutto il resto è cercare e amar noi medesimi. E ciò si vedrà chiaramente, perché questa è la differenza che assegnano i teologi e i filosofi moralisti fra l’amore perfetto, che chiamano amor di amicizia, e l’amore imperfetto, che chiamano di concupiscenza. Quello ama l’amico pel bene dell’amico e pel bene della virtù, senza aver riguardo al suo proprio interesse e utilità; ma l’amore di concupiscenza è quando io amo un altro, non tanto per esso, quanto per l’interesse e vantaggio che penso ricavare da lui; come fa quegli che serve l’uomo ricco e potente perché spera che lo favorirà. E questo si vede bene che non è amor perfetto, ma molto pieno d’amor proprio; perché non è tanto amare l’amico, quanto amar te stesso, e le tue comodità e vantaggi. Così diciamo che uno ama il pane e il vino con amore di concupiscenza, perché non ama tali cose per essere pane o per essere vino, ma per sé medesimo e per la sua propria utilità. Questo è amare se stesso.
   Ora in questa maniera, amano e servono Dio quelli che lo servono pel timore del castigo, o per la speranza del premio che egli ha da dar loro. Questo è un amore assai mischiato di amor proprio. Tu non cerchi Dio puramente e senza interesse in questo, ma insieme cerchi la tua propria utilità e comodità. E così ce lo significò bene Cristo   nostro Redentore, come narra S. Giovanni, mentre, avendo egli fatto quel celebre miracolo di saziare cinquemila uomini, senza le donne e i bambini, con cinque pani e due pesci, dice il sacro Evangelio che lo seguitava per quello molta gente, alla quale egli disse: In verità, in verità io vi dico che voi mi cercate e mi seguitate, non perché mi teniate per Dio, avendo veduti i segni e miracoli che ho fatti; ma perché avete mangiato di questi pani e vi siete satollati, e per interesse vostro mi tenete dietro. «Cercate non il cibo transitorio, ma quel cibo che dura in eterno» (Io. 6, 26-27). E tal cibo è Cristo e il far puramente la volontà di Dio. Oh quanto bene rispose quel servo di Dio, del quale racconta Gersone che faceva grandi penitenze e che era uomo di molta orazione. Avendo invidia il demonio di tante opere buone, per ritrarlo da esse l’assalì con una tentazione della predestinazione, dicendogli: A che effetto t’affatichi e ti stanchi tu tanto? ad ogni modo non t’hai da salvare, né hai da andare in paradiso. Al che egli rispose: lo non servo Dio pel paradiso, ma per esser egli quel Signore che è (GERSON. Alph. div. amor. c. C.). E con ciò rimase il demonio molto confuso.

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   7. Il glorioso S. Bernardo in questo particolare va più avanti, e talmente vuole che ci dimentichiamo e che siamo alieni dal nostro interesse nelle opere che facciamo, che non si contenta che sia in noi l’amore e il servir proprio dei figliuoli, ma vuole che passiamo più oltre e che andiamo più in su (S. BERN. Serm. 83 in Cant. n. 5). È buono, dice il Santo, l’amore dei figliuoli; ma tuttavia tengono l’occhio alla roba e all’eredità, e pensano ad essa; e alle volte onorano e servono i padri per non venire privati di quella, ovvero per essere circa di essa meglio trattati. Io tengo per sospetto l’amore che si sostenta colla speranza di conseguire un’altra cosa distinta dalla persona amata, e tolta via tale speranza, si perde, o si sminuisce. Non è puro, né perfetto quest’amore. Il vero e perfetto amore non è mercenario, l’amor puro non prende forza dalla speranza, né perciò sente i perniciosi movimenti della diffidenza. Vuol dire che chi ha quest’amore, non ha necessità di sforzarsi a servir Dio e ad affaticarsi per quel che spera che gli abbia da esser dato; né verrebbe meno, né lascerebbe d’affaticarsi, ancorché sapesse che non gli ha da esser data cosa alcuna, perché non si muove a ciò per interesse, ma per puro amore.
   Or qual sarà cotesto amore tanto alto e tanto perfetto, che ecceda e superi l’amor dei figliuoli? Sai quale? Dice il Santo: l’amore che porta la sposa allo sposo, perché il vero e perfetto amore si contenta di se solo. Ha premio; ma il suo premio è la cosa che egli ama: amare la cosa amata: questo è il suo premio. Or tale è l’amor della sposa, che non cerca né pretende altra cosa che amare; e lo sposo non altra che esser amato. Questa è tutta la sua premura. In questa maniera dunque, dice S. Bernardo, abbiamo noi altri da amar Dio, il quale è sposo delle anime nostre; che ci fermiamo in questo amore per esser egli quel che è; e che questo sia ogni nostro gusto e ogni nostra soddisfazione. Il vero e perfetto amore si contenta di se solo. Con questo amore resta contento e soddisfatto colui che ama: questo gli basta; non gli fa bisogno di altro: questo è il suo merito; questo il suo premio; fuori di questo non ha altra cosa che cercare e pretendere: il motivo del suo amare è amare; il frutto del suo amare è amare; il fine del suo amare è amare. Amo, perché amo; amo per amare.

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   8. Ma aggiunge qui molto bene S. Giovanni Crisostomo: Non ti pensare che per non tener tu volti gli occhi al premio, né al vantaggio tuo, abbia quindi ad essere minore il tuo vantaggio e il tuo premio; anzi per questo sarà maggiore. Quanto meno pretendi di guadagnare, tanto più guadagni: perciocché è cosa certa, che quanto più l’opera sarà spogliata di ogni interesse, tanto sarà più pura e più perfetta: perché non vi sarà mescolanza di cosa propria; e così sarà più meritoria. Quanto più distoglierai gli occhi da ogni sorta d’interesse e più puramente cercherai di piacere a Dio, dice S. Giovanni Crisostomo (S. Io. CHRYS. Hom. 5 in ep. Ad Rom. n. 7), tanto maggiore sarà la tua rimunerazione. Quanto più lontano starai dallo spirito di lavorante a giornata, tanto maggiore sarà la tua mercede; perché non ti pagherà Dio come servo mercenario, ma come figliuolo erede dei tesori del Padre. «E se figliuoli, anche eredi; eredi di Dio e coeredi di Cristo» (Rom. 8, 17). Saremo figliuoli eredi di Dio e fratelli coeredi con Cristo: entreremo con esso a parte dell’eredità, godendo i beni del nostro Padre, che sta nei cieli. La figliuola del re Faraone dava premio e rimunerazione alla madre di Mosè, perché allevasse il suo proprio figliuolo; però essa non lo faceva in riguardo del premio e salario che le era dato, ma per l’amore che portava al bambino (Exod. 2, 8-9).