Cap. III: G. C. riunì nella sua Chiesa il divino e l’umano come Dio-Uomo

La buona battaglia


L’idea cristiana
della Chiesa avverata nel Cattolicesimo


di Giovanni Perrone S.J.


















CAPO III.

G. C. riunì nella sua Chiesa il divino e l’umano come Dio-Uomo




Se la Chiesa di G. C. istituita doveva nei disegni di lui in sé racchiudere
nel modo che si è esposto, come in compendio la incarnazione del Divin Verbo,
rappresentarla, ed, anzi continuare e prolungare la meravigliosa unione delle due
distinte nature in unità di persona, si fa di per sé manifestò,
che anch’ essa doveva in sé riunire il divino e l’umano a somiglianza di quella.

Se non che la Chiesa secondo una doppia veduta può considerarsi o come la
rappresentante e manifestazione eterna, come si è detto, della divina incarnazione
del Verbo, ovvero come un prolungamento e continuazione della medesima. Nell’uno
e nell’ altro rispetto la si consideri, dove riunire in sé i due elementi
divino ed umano. Imperocché non potrebbe dirsi esterna manifestazione del
Dio incarnato qualora mancasse alla Chiesa l’uno e l’altro elemento, molto meno potrebbe
aversi in conto di continuazione e prolungamento della incarnazione divina se fosso
destituita o del divino o dell’umano. Ciò che ognuno vede di per se stesso,
essendo la caratteristica, ed anzi consistendo l’essenza della incarnazione nella
personale e sostanziale unione delle due distinte nature. Rimane ora a vedere come
e sotto l’uno e l’altro rispetto la Chiesa debba in sé realmente riunire e
di fatto riunisca tanto l’umano che il divino, tanto la natura umana quanto la natura
divina., Ciò che è agevole a dimostrarsi.

Non potrebbe ella offerire sé come modellata su quel prototipo od esemplare
né far manifesta la vera e reale incarnazione del divin Verbo qualora fosse
destituita dell’uno o dell’altro elemento.

Mancando dell’elemento divino, la Chiesa non farebbe mostra che della umana natura,
e con ciò si distruggerebbe la realtà della incarnazione, e lo stesso
mistero andrebbe in dileguo; mancando dell’elemento umano ne rampollerebbe lo stesso
conseguente. Quindi è necessario, di assoluta necessità che a far tale
dimostrazione si rinvengano in lei i due elementi.

Per molto maggior ragione si richiedono nella Chiesa dì G. C. il divino e
L’umano qualora si consideri come prolungamento e continuazione della incarnazione
del figliuol di Dio, Gel Cristo; ora, com’è, ad un tempo Dio ed uomo; non
potè però come non può esser Dio-Uomo senza l’una o l’altra
natura. Ora, sebbene solo analogicamente la Chiesa sia e dicasi una continuazione
della incarnazione, pure perché possa anche in questo senso affermarsi di
lei che sia un prolungamento della divina incarnazione richiedesi e la natura umana,
e sotto un qualche rispetto anche la natura divina, altrimenti tale per fermo non
potrebbe appellarsi.

Ciò premesso, proseguendo nel nostro argomento, giustamente può dimandarsi
in che consista nella Chiesa l’elemento divino e in che consista l’elemento umano
allorché la si considera come manifestazione dell’ incarnato Verbo; può
chiedersi in che consista la natura umana e la natura divina nella Chiesa in quanto
la si considera qual prolungamento e continuazione permanente della incarnazione
medesima. Rispondo non avervi difficoltà veruna nell’uno e nell’altro significato
in ciò che concerne l’elemento o la natura umana costando la Chiesa di uomini;
laonde non ha luogo la difficoltà che in esporre in che consista l’elemento
o la natura divina nella Chiesa perché possa con verità dirsi o manifestazione,
o prolungamento della divina incarnazione.

A così fatta inchiesta pertanto dico consistere l’una e l’altra in più
cose, o se così si voglia, in più capi pei quali siamo fatti certi
che la divina natura nella Chiesa di G. C. si trova permanente, si comunica alla
medesima, la investe, e tutta la inonda e la penetra. Ciò che avviene primamente
in generale per l’ordine sovrannaturale al quale, per i meriti del Salvatore, essa
è stata da lui innalzata e sublimata nella stessa sua istituzione qual corpo
suo a sé connesso e congiunto come suo capo; come sposa sua colla quale è
strettamente unita; come tabernacolo, come tempio, come casa che egli scelse ad abitazione
sua. Quest’ordine, per ciò stesso che dicesi sovrannaturale, non solo
non era dovuto alla natura nostra, né secondo la esigenza sua, ma è
stata al tutto gratuitamente a lei conceduto colla ordinazione alla visione beatifica
nell’altra vita e colla collazione dei mezzi necessari nella vita presente per conseguirla.
Ordine per ciò che l’arricchisce e l’adorna di grazia santificante e degli
aiuti attuali al fine di operar santamente e per così poter conseguire il
fine supremo a lei proposto.

Consiste poi secondariamente più in particolare nel consorzio della divina
natura di cui ella è fatta partecipe mediante la grazia la quale la congiunge
con Dio e la rende santa al cospetto di lui ed abita in lei, qualora volontariamente
non se ne faccia getto per parte degli individui, in perpetuo; ho detto per parte
degl’individui, ossia in particolare degli individui tolti ognun da sé non
si perda, perché in quanto a tutta la collezione degli individui che compongono
la Chiesa, non è mai che si perda o si smarrisca.

Consiste in terzo luogo in quella più speciale comunicazione che mantiene
Iddio con quelli che salgono a più alta santità, con quelle anime elette
colle quali Dio tratta più di una volta alla domestica, e direi quasi, con
famigliarità, le quali Dio si piace di ammettere a parte dei suoi segreti,
delle quali Dio si serve come di strumenti i più acconci ad operare le più
stupende meraviglie e sopratutto la conversione degl’infedeli, degli eretici e dei
peccatori.

Così dichiarato come in iscorcio in che consista quell’elemento o natura divina
la quale unita all’umano elemento o natura umana, è necessario che si trovino
nella Chiesa di G. C. perché sia o la rappresentante o il prolungamento della
divina incarnazione, ragion vuole che spieghiamo alquanto più partitamente
la cosa in sé e nei suoi principali effetti.

Per elemento qui intendesi una parte dei componenti una cosa. Allorché due
o più diverso sostanze concorrono a formarne una terza, ognuna di queste sostanze
rispetto al composto, che dalla loro combinazione ne emerge, chiamasi elemento. Così
a cagion di esempio l’ossigeno e l’idrogeno si chiamano elementi rispetto all’acqua;
l’ossigeno e il nitrogeno rispetto all’aria; il cloro e il sodio rispetto al sale
comune, e così del resto. Applicando questa teoria al nostro soggetto, sebbene
la persona del divin Verbo in se stessa sia semplicissima; non ostante in quanto
essa dà la sussistenza alle due nature divina ed umana, il supposito in cui
convengono si dirà composito, di cui gli elementi son le nature stesse che
vi concorrono a formarlo tale. Per natura poi qui s’intende l’essenza, la sostanza
di una cosa, e però la natura divina nella incarnazione è la divina
essenza in quanto sussiste nella persona del figlio. Adunque la Chiesa in quanto
rappresenta in sé medesima la incarnazione del divin Verbo devo avere in sé
i due elementi divino ed umano, senza cui non potrebbe rappresentarla e dimostrarla
con la sua esistenza, molto meno poi varrebbe a continuare e protrarre la divina
incarnazione qualora essa fosso priva dell’ una o dell’ altra natura, come ognun
vede.

Ma avrà poi ella in se medesima, è riunirà la Chiesa l’una e
l’altra natura? Della natura umana non può muoversi questione; intorno alla
natura divina, qualora si ammettesse la sentenza da non pochi gravissimi autori ricevuta,
che la stesso Spirito Santo sostanzialmente (gr. oúsodôs) abita
nell’anima del giusto, non già con unione ipostatica, ciò che sarebbe
grave errore, ma con la sua personale presenza per carità e per amore, questo
punto sarebbe già per sé stesso provato (
1). Ma dato ancora che questo non si volesse
ammettere colla maggior parte dei teologi, i quali vogliono che solo il suo dono
da lui distinto abiti nel cuor deil giusto mediante la grazia santificante, non può
negarsi, tal essere questo dono che in qualche vero senso possa e debba dirsi lo
Spirito Santo abitante in noi. Tale è l’idea che ce ne somministra la santa
Scrittura e che ce ne somministrano i Padri; le espressioni da essi usate dicono
qualche cosa di più che una semplice qualità. Noi le riferiremo quali
si leggono nelle sacre Carte, e si trovano presso i Padri, perché appieno
acconcie al nostro scopo.

Per cominciare dalle sacre Scritture, parlando il divin Salvatore nell’ultima cena
con i suoi discepoli, disse loro: – E io pregherò il Padre, e vi darà
un altro avvocato, affinché resti con voi eternamente lo Spirito di
verità, che il mondo non può ricevere, perché non lo vede, né
lo conosce, voi però lo conoscerete: perché abiterà con voi
e sarà in voi
(
2) – Il Paraclito
poi, lo Spirito Santo, che il Padre manderà nel nome mio, egli insegnerà
a voi ogni cosa, e vi ricorderà tutto quello che ho detto a voi (
3) -. Con queste
parole egli allude a ciò ché aveva detto altrove ta scritto nei profeti,
saranno tutti ammaestrati da Dio (
4)

Di più, disse in altra occasione: – A chi crede in me, scaturiranno, come
dice la Scrittura dal seno di lui fiumi di acqua viva: Or questo, soggiunge l’evangelista,
egli lo diceva riguardo allo Spirito, che erano per ricevere quelli che credevano
in lui: imperocché non era ancora stato dato lo Spirito, perché non
era ancora stato glorificato Gesù (
5) -. Le quali
parole dai più dei Padri, come si dirà, vengono intese dalla sostanza
dello Spirito Santo.

Lo stesso si rileva da più luoghi dell’Apostolo, come dall’ epistola ai Romani
allorché scrive: – La carità di Dio è stata diffusa nei nostri
cuori per mezzo dello Spirito Santo, il quale è stato a noi dato (
6) -, colle quali
parole egli distingue il dono creato dalla carità, che dice diffusa dallo
Spirito Santo che è dato a noi. Di più, lo stesso Apostolo afferma
spesse volte che lo Spirito Santo abita in noi, e precisamente nella stessa epistola
con dire: – Se pure lo Spirito di Dio abita in voi (
7) – Che se lo Spirito di Lui, che risuscitò
Cristo abita in voi (
8) -. E nella lettera
prima ai Corinti: – Non sapete voi, scrive, che siete tempio di Dio, e che lo Spirito
di Dio abita in voi? (
9) – E di nuovo:
– Non sapete voi, che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo, il quale
è in voi, ed il quale è a voi stato dato da Dio, e che non siete
di voi stessi? (
10) – La stessa
cosa significa allorché afferma essere stato dato a noi lo Spirito Santo,
qual pegno e caparra, come quando ai Corinti scrive: – il quale (Dio)
ci ha anche sigillati, ed ha dato nei nostri cuori la caparra dello Spirito
(
11) – E Dio, il
quale anche ci ha dato il pegno dello Spirito (
12) – Ed agli Efesini – In cui anche voi,
udita la parola di verità (il Vangelo della vostra salute) al quale avendo
anche creduto, avete ricevuta l’impronta dello Spirito di promissione Santo,
il quale è caparra della nostra eredità (
13) – Per tralasciar altre simili testimonianze
colle quali la stessa cosa s’inculca (
14).

Su questi ultimi testi nei quali l’apostolo asserisce essersi stato dato da Dio lo
Spirito qual pegno e qual caparra, come ha il greco originale (arrabôn)
fu osservato che la forza di tal voce importa che la caparra sia una parte della
intiera somma, il pegno poi significa qualche cosa diversa, la quale si restituisce,
sborsato che si è il prezzo, ne si ritiene. Quindi s. Gerolamo conchiude:
– Se tanta è la caparra, quanto sarà il possedimento? (
15) – e s. Giovanni Crisostomo: – In quel
modo, scrive, che se tra alcune genti avvenga che si faccia guerra, si sogliono dare
ostaggi, così Dio diede il Figliuolo suo qual pegno di pace e tregua, e lo
Spirito Santo che da lui procede (
16) – Dal che si
pare che secondo la mente di questi Padri Dio diede a noi lo Spirito Santo come pegno
e caparra al modo stesso che ci diede il figliuolo suo; ora non già diede
questo suo Figlio qual dono solo distinto dalla sua persona, ma ci diede lui propriamente,
così ci ha dato lo Spirito Santo nella sua sostanza e persona, e non già
solo qual dono creato da lui diverso. Nel qual senso scrisse s. Agostino: – Quale
è la cosa, se tale ne è il pegno? Se non che non già pegno deve
dirsi, ma bensì caparra. Imperocché allorché si dà un
pegno, restituita la cosa, il pegno si toglie; ma la caparra si dà di quella
stessa cosa che si prometto di dare, affinché si compia la cosa, quando si
restituisce, e non si muti (
17). – Colle quali
parole espone quanto lasciò scritto l’Apostolo nella prima ai Tessalonicesi:
– Diede (Dio) il suo Santo Spirito in noi (
18) -, e s. Giovanni:
– E dallo Spirito, che egli a noi diede, sappiamo, che egli sta in noi (
19).

Questa autorità poi della sacra Scrittura già di per sé di tanta
forza ricevono maggior peso intorno al vero lor senso, cioè che per i meriti
del divin Redentore ci sia conferito lo Spirito Santo nella propria sua sostanza,
dalle testimonianze dei Padri. Tra questi merita il primo luogo s. Gregorio Nazianzeno,
il quale dopo di aver detto che lo Spirito Santo ha in diversi tempi dimostrata la
sua virtù e forza, come nei patriarchi, nei profeti, e in fine negli apostoli,
distingue un triplice grado di comunicazione (
20). In tre modi, dice, è stato dato
loro, secondo che portava la loro capacità, ed in tre tempi, cioè innanzi
che Cristo per la passione fosse, glorificato; dopo che è stato glorificato
colla risurrezione; dopo la sua ascensione al cielo, o restituzione che, si voglia
dire. Ciò egli apertamente dimostrò sia con quella prima espulsione
di morbi e di spiriti, la qual non si faceva senza lo Spirito; sia con quel soffiamento,
dacché fu compiuto il negozio della salute nostra, che senza dubbio aveva
prova di più divina inspirazione, sia per ultimo con l’attuale largizione
d’ignote lingue, qual celebriamo sempre con solenne festa. Se non che da prima oscuramente,
poscia più espressamente, ora poi più perfettamente, come chi non
sia già presente con la sola operazione
, come per lo innanzi, ma che si
trovi presente con modo, dirò così sostanziale, ed insieme conversi
[viva insieme]. Imperocché era conveniente, che avendo avuto il Figliuolo
una consuetudine corporea con esso, lo Spirito altresì conversasse con noi
in modo corporeo, e si vedesse egli in modo corporeo, ed essendo Cristo ritornato
a sé, quegli a noi discendesse, ma per forma che venisse qual Signore, e non
sì mandasse quasi in opposizione a Dio, cioè che dovesse dimostrarsi
qual Dio che egli è e non da lui distinto o diviso (
21). Dal che veniamo a conoscere come secondo
s. Gregorio Nazianzeno, lo Spirito Santo dopo la salita di G. C. al cielo, per opposizione
al modo con cui prima solo pei doni suoi agli uomini si comunicava, dopo ciò
fece sostanzialmente, nella propria persona sua. Verificandosi cosi quanto aveva
promesso il divin Salvatore allorché parlando di questa stessa missione dello
Spirito Santo, disse: – Se mi amate osservate i miei comandamenti. E io pregherò
il Padre, e vi darà un altro avvocato, affinché resti con voi eternamente.
Lo Spirito di verità, cui il mondo non può ricevere, perché
non lo vede, né lo conosce, voi però lo conoscerete: perché
abiterà con voi e sarà in voi (
22) – le quali parole par che significhino
qualche cosa di più di una semplice virtù, dono, o grazia concessa
agli apostoli, i quali già prima avevano, ma indicano un nuovo modo di comunicazione
differente da qualsivoglia altro che era preceduto.

Né meno esplicito è in questa parte s. Cirillo Alessandrino. Confutando
egli l’errore di quegli eretici i quali insegnavano che lo Spirito Santo riceve dal
Padre la virtù di santificare e trasfonderla nelle creature, così si
esprime (
23).

«Ma che bisogno vi è di codeste ambagi, e subdoli commenti? Imperocché
la virtù stessa di santificare, che naturalmente viene dal Padre, e perfeziona
le cose imperfette, diciamo essere lo Spirito Santo. Pare superfluo il santificarsi
le creature per qualche mezzo. Poiché Dio stesso per misericordia sua perviene
fino alle più piccole cose, e santifica pel proprio spirito. Poiché
tutte le cose sono opere sue». Raffrontando poscia Mosé con G. C. e
la legge colla grazia e verità, così prosegue: «Qual è
dunque codesta grazia? Assolutamente ella è la diffusione dello Spirito fatta
nei nostri cuori, come parla l’apostolo». E questo Spirito Santo poi sostiene
essere Dio, affinché «la santificazione nostra non si abbia ad attribuire
alla creatura». Laonde, «lo Spirito Santo per sé stesso, dice,
opera in noi santificando veramente congiungendoci a sé, mentre seco ci unisce
col renderci partecipi della natura divina».

Dal qual discorso si fa chiaro negarsi da s. Cirillo che noi siam santificati per
qualche cosa di creato, ma sostiene in quella vece che ciò si fa dallo Spirito
Santo stesso, ossia per la comunicazione di sua sostanza, e non per la sola grazia
sua soltanto ad efficienza.

Se non che, non contentansi già i Padri di affermare che lo Spirito Santo
in propria persona e sostanza venga ad abitar nel giusto, ma inoltre ciò assumono
come una prova, principio o mezzo termine per dimostrare contro gli eretici che egli
è Dio. Diamone a saggio un qualche brano tratto dai loro scritti. «Dicono
alcuni, ripiglia lo stesso s. Cirillo, avere domestico ed abitante in sé stesso
il naturale e vero Dio, non se avrà ricevuto uno spirito alieno, e sostanzialmente
da lui disgiunto, ma bensì se abbia quello, che è da lui ed in lui,
e suo proprio, ed abbia con lui una uguale proprietà (
24)». Con le quali parole intende il
Santo di provare che allorquando dicesi che lo Spirito Santo viene in noi, ed abita
in noi, ciò lo fa per se stesso e non già per verun dono da sé
diverso, altrimenti non potrebbe il giusto dire di avere come domestico e dimorante
in sé lo stesso Dio, come parlano le Scritture. Ciò che non potrebbe
dirsi qualora per lo Spirito Santo abitante nei giusti, s’intendesse solo della grazia,
della efficienza, di una qualità creata diversa dal Creatore. Quindi dal chiamarsi
i giusti tempi di Dio, casa di Dio, tabernacoli di Dio, ne conchiudono i padri che
lo Spirito Santo è veramente Dio perché egli stesso viene ad abitare
nel giusto e non altra cosa diversa da sé. «Egli è dunque e sempre,
rimane lo spirito che è della bocca, come parla s. Ambrogio. Ma par che discenda
allorché lo riceviamo affinché abiti in noi, onde non siamo dalla grazia
di lui alieni… Così dunque viene lo Spirito, come viene il Padre; perché
ove vi è il Padre, ivi ancora vi è il Figlio, e dove è il Figlio
ivi è lo Spirito Santo. Non deve pertanto pensarsi che venga separatamente
lo Spirito Santo. Forse che il Padre viene corporalmente? Cosi dunque viene lo Spirito,
nel quale allorché viene c’è anche la piena presenza dei Padre e dei
Figlio (
25). – Dall’abitazione,
pertanto, che fa lo Spirito Santo in noi ne raccoglie la consustanzialità
sua col Padre e coi Figlio, non che l’unità numerica della natura delle tre
divine persone, il quale argomento non varrebbe se solo un dono distinto da sé
e grazia creata in noi venisse.

S. Fulgenzio volendo provare contro gli Ariani esser vana la loro eccezione o cavillo
per impugnare la consustanzialità del Verbo contro l’argomento tratto dai
cattolici dalle parole, di s. Giovanni, e il Verbo era presso Dio, servesi
di quanto disse G. C. dello Spirito Santo, che verrebbe ad abitare in noi. Ecco com’egli
discorre, citate le parole del divin Salvatore: Perché abiterà presso
di voi, e sarà in voi
: – Ecco presso cui abita, in essi vi è lo
Spirito Santo. Dicasi dunque qual possa esservi diversità in quello, che abita
presso loro, ed è in loro? Imperocché nel medesimo luogo si
pone l’una e l’altra preposizione, ed allo Spirito Santo si assegna la possibilità
dell’una e dell’altra cosa, che abita presso quelli nei quali è. Ora
abita forse lo Spirito Santo presso i fedeli, per modo che esser possa negli stessi
fedeli?
– Il Verbo Dio poi così è presso Dio, che non possa essere
in Dio? (
26) Dalla presenza
dunque sostanziale dello Spirito Santo nell’uomo giusto ne inferisce s. Fulgenzio
la presenza sostanziale, o meglio, la sostanziale comunicazione del Figlio col Padre,
ciò che non avrebbe potuto fare se avesse creduto che non già lo Spirito
Santo in persona propria, ma qualche cosa da lui diversa abitasse nei giusti. Gli
Ariani non mai negarono una esterna comunicazione mediata dei Padre col Figlio, anzi
questa sola ammettevano nell’empio loro principio, che il Verbo fosso una creatura.
Teneva egli dunque per certo, che lo Spirito Santo stesso sostanzialmente abiti nei
giusti, poiché se avesse creduto diversamente, il suo argomento sarebbe stato
di nessun valore allo scopo suo.

Così dal dirsi nelle sacre lettere che lo Spirito Santo abita nei giusti come
in suo tempio, ne inferiscono i Padri che lo Spirito Santo è uguale al Padre
ed al Figlio, e Dio come essi, perché ad essi sostanzialmente congiunto. –
Se per quell’abitazione dello Spirito Santo in noi, scrive s. Epifanio, siamo chiamati
tempio di Dio, chi oserà ripudiare lo Spirito, e rigettarlo dalla sostanza
di Dio, dicendo espressamente l’Apostolo esser noi tempio di Dio per lo Spirito Santo
che abita nei degni? (
27) – Dove non significa
s. Epifanio una qualunque abitazione dello Spirito Santo nell’uomo, ma quella, per
cui dimora nei santi e nei giusti, i quali soli si dicono templi di lui.

Quindi egregiamente s. Atanasio conchiude: – Il perché, come chi vede il Figlio,
vede il Padre; così chi ha lo Spirito Santo ha il Figlio, e chi ha esso è
tempio di Dio, scrivendo Paolo: – Non sapete che siete tempio di Dio, e lo spirito
di Dio abita in voi?
Giovanni poi dice: In questo conosciamo, che abitiamo
in Dio ed egli in noi, poiché dello spirito suo diede a noi
. Che se è
manifesto, che il Figlio, il quale è nel Padre ed in cui è anche il
Padre, non è creatura, di assoluta necessità è che né
pur lo Spirito Santo è creatura. Perciò in esso è il Figlio,
ed egli nel Figlio. E dunque chi riceve lo Spirito Santo è chiamato tempio
di Dio (
28). – Qui s. Atanasio
intende dimostrare l’unità sostanziale dello Spirito Santo col Padre e col
Figlio da ciò, che ove è lo Spirito Santo vi sonò pure il Padre
e il Figlio, essendo l’una persona nell’altra; quindi, abitando lo Spirito Santo
in noi, vi abitano anche il Padre e il Figlio, e perciò siamo chiamati tempio
di Dio per questa ragione appunto, perché lo Spirito Santo abita in noi. Ora
come dedurne quella verità da questa inabitazione, se questa non fosse personale
e sostanziale, ma metaforica, per i soli doni e carismi che lo Spirito Santo a noi
comunica?

Questo basti all’intento nostro, cioè a dimostrare che l’elemento divino trovasi
realmente nella Chiesa di G. C. congiunto con l’umano sia a manifestazione, sia a
protraimento della incarnazione divina.

Chi bramasse avere in maggior copia le testimonianze degli antichi non ha che a leggere
le opere di quei che appositamente han di questo argomento tenuto trattato (
29). Nel resto è
da avvertire che quando questi autori alla presenza sostanziale e personale dello
Spirito Santo attribuiscono la santità, la giustizia, l’adozione in figliuoli
di Dio nei giusti del nuovo patto dopo la glorificazione di G. C. tanto nella passione,
che nella risurrezione e salita al cielo non intendono 1° con ciò affermare
ad esclusione delle altre due persone, essendo dottrina cattolica, che tutte le operazioni
di Dio ad extra, come parlan le scuole, sono comuni alla individua trinità;
2° né tanto meno intendono affermare che lo Spirito Santo non si comunicasse
anche agli uomini giusti dell’antico Testamento, essendo del pari cattolico insegnamento,
che quei giusti ancora furono colmi di santità e di giustizia e veri figliuoli
adottivi di Dio, sebbene in diversa condizione dei giusti del Testamento nuovo; 3°
non intendono inoltre di escludere dai giusti e santi, insieme alla presenza dello
Spirito Santo, la carità e le virtù dallo Spirito Santo distinte, essendo
manifesto che l’abito di carità informa l’anima dei giusti in diversi gradi,
ed è effettrice di varie operazioni, informa la fede e gli altri abiti che
trovansi nei giusti insieme con la carità diffusa nei loro cuori.

No, nulla di questo intendono essi significare, ma solo dietro la scorta dei padri
e del cattolico insegnamento, che in modo speciale e come dicesi per appropriazione
si attribuisce l’efficienza quasi formale della santità allo Spirito Santo,
perché mandato dal Padre e dal Figlio, dai quali procede come dono
agli uomini, ed è proprio di questa divina persona l’ingenerare la carità
e la santità essendo egli stesso amore, carità e santità sostanziale,
e in quanto si distingue dal Padre e dal Figlio. Vogliono anche significare che ai
giusti del nuovo Testamento dopo la salita di G.C. in cielo sia stato comunicato
in più particolar maniera lo Spirito Santo di quella che fosse conceduto prima
non solo ai santi dell’antica alleanza, ma inoltre ai medesimi apostoli, colla sua
sostanziale presenza, poiché in diverso modo loro promesso dal Salvatore.
Vogliono che con lo Spirito Santo e per lo Spirito Santo si dia ai giusti la grazia
abituale e la carità da quello distinte, come nesso, dirò così,
e vincolo di unione e di congiunzione. Insegnano finalmente doversi distinguere,
questa special comunicazione o presenza dalla generale che è comune alle tre
divine persone, le quali sono in tutto le cose, e perciò cogli uomini tutti,
per essenza, per presenza, per potenza.

Spiegata così la cosa, par che possa questa sentenza o dottrina dei padri
e dottori conciliarsi facilmente con la dottrina di quei teologi, i quali non ammettono
cotal sostanziale e personal presenza nel modo esposto dello Spirito Santo per cui
siano i giusti formalmente giustificati. Posciaché la comune dei teologi i
quali insegnano esservi nel giusto la grazia come qualità per modo di abito
permanente,in esso qual cagion formale e immediata della santità e giustizia,
dicono al tempo stesso che Spirito Santo abiti nei giusti coi suoi doni. Dal che,
ognuno conosce che quanto alla sostanza tutti cominano, e sol differiscono intorno
al modo di spiegare come abiti lo Spirito Santo nei giusti, e se ci santifichi immediatamente
per sé medesimo in quanto per la sua proprietà personale si distingue
dal Padre e dal Figlio, ovvero mediatamente, cioè per i doni di grazia e di
carità che egli, per modo di abito, infonde. Tutti si accordano, che nell’una
e nell’altra sentenza lo Spirito Santo abita nella Chiesa, e che i suoi doni ne costituiscono
l’anima (
30).

In ogni ipotesi pertanto abbiamo che l’elemento divino trovasi permanente nel corpo
della Chiesa, e che qual’anima tutta la informa e la santifica.

Vi ha inoltre questo elemento divino nella speciale presenza di G. C. nell’umano
e coll’umano, cioè nel corpo della Chiesa, mentre è con lei perpetuamente
per assisterla, guidarla e reggerla. Egli ha detto ai suoi apostoli di esser sempre
con loro negli esercizii dei ministero che avea ai medesimi commesso d’insegnare,
e di amministrar sacramenti. – Ecco, disse egli prima della sua dipartenza visibile
da questa terra, che io sono con voi ogni giorno fino alla consumazione dei secoli.


Vi risiede non solo come in suo corpo, in suo tempio, in suo tabernacolo, ma vi sta
come fonte perenne e copiosissimo, le cui acque zampillano sgorgano per innaffiarla
e fecondarla di ogni virtù celeste, giacché sono acque che dal cielo
scendono e fino al cielo risaliscono, avendo egli detto presso s. Giovanni: – L’acqua
che io gli darò, diventerà in esso fontana di acqua, che zampillerà
fino alla vita eterna (
31), – e in altro
luogo già da noi di sopra riferito ripete la cosa stessa.

E per tralasciare altre ragioni che provano questa verità, mi starò
contento di un ultimo argomento elio ci convince fino alla evidenza, come nella Chiesa
vi abbia questo divino elemento in esso lei permanente. Tal è la reale corporal
presenza di G. C. nella santissima Eucaristia, con essa non solamente del continuo
nutre ed alimenta le anime nostre a eterna vita, ma di più risiede ne’ nostri
templi d’onde largisce e diffonde in abbondanza ai suoi adoratori le più copiose
grazie, ed ogni fatta benedizioni, conforti e favori.

Per ciò poi che spetta a quella più intima comunicazione di Dio coi
suoi santi, e colle anime più pure e più elette che vivono sempre mai
nella sua Chiesa, basta percorrere le vite di questi santi per convincerci, come
Dio tratti con esso loro, dirò così, alla domestica e famigliarmente.
Non solo troviamo nei costoro fasti che Dio si piaccia di versare a correnti le consolazioni
che inondano il cuore con ogni ineffabile delizia sino a trasportarli fuori di sé
in dolcissime estasi e rapimenti, ma di più opera per essi le più stupende
maraviglie, rischiara le loro menti, accende i loro cuori, li fa depositarii dei
suoi segreti, comunica loro una fortezza a tutta pruova, e li rende superiori a tutto
il creato. Che se permette a quando a quando che sieno per lor maggiore avanzamento
e profitto nella virtù, sottoposti a persecuzioni, travagli, e desolazioni
di spirito, al tempo stesso che li tien saldi comunica loro un’alta pace, e una cotal
dolce amarezza, che li compensa dì gran lunga di ogni lor pena. Qualor s’interrogassero
ad uno ad uno se volessero cangiar quelle tribolazioni loro, quei lor patimenti,
quella soave amarezza, che colgono a piè della croce, una di quelle lagrime
che lascian cadere all’aspetto del loro amor crocifisso con tutte le delizie, e tutti
i godimenti che lor può dare il mondo, senza esitazione alcuna all’unisono
risponderebbero che no. Le finzioni de’ romanzieri non mai giunsero colle loro fole
ad esporre la veemenza dell’amor profano, che non si trovi le mille miglia al di
sotto della realtà dell’amor santo che queste anime elette provano pel loro
Dio. E un affetto tutto soggettivo e ineffabile anche per chi lo prova.

Testimonianza ella è questa non equivoca della intima comunicazione di Dio
o come noi il denominammo dell’ elemento divino coll’elemento umano nella Chiesa
di G. C. E allorché parlo dei santi, parlo di quelli che per tali son dichiarati
dalla Chiesa stessa, i cui atti furono da lei approvati, sebbene sianvi infiniti
altri conosciuti da Dio solo. Ma io mi restringo ai primi per togliere agli avversari
ogni appiglio. Ora queste anime elette, questi santi non mancarono mai, né
giammai mancheranno nella Chiesa. Basta rapidamente percorrere gli annali della Chiesa
medesima per esserne convinti. Ma di queste cose tratteremo più in particolare
a suo luogo, qui basterà al nostro fine solo l’averlo accennate.

Possiamo concludere dunque, dal fin qui detto, aver voluto il divin Redentore con
l’istituzione della sua Chiesa dare una viva rappresentanza della incarnazione sua,
ed un protraimento indefinito della medesima col congiungere in essa nella più
stretta unione dopo l’ipostatica, dell’elemento divino con l’elemento umano.


NOTE


1
Ved. Petavio, De Trinitate, lib. VIII, cap. IV e segg. Thomassino, De Incarnatione,
lib. VI, cap. XI, segg.

2 Jo. XIV, 16, 17.

3 Jo. ibid., 26.

4 Jo. VI, 45.

5 Jo. VII, 38, 39

6
Rom. V, 5.

7 Rom. VIII, 9.

8 Ib. V, 11.

9 I. Cor. III, 16.

10 II. Ibid. VI, 19.

11 II. Cor. 1, 22.

12 Ib. V, 5.

13 Ephes. 1, 15, 14.

14
Gai. IV, 6. Tit. III, 6, 1. Thess. IV, 8, etc.

15
Com. in Ep. ad Eph. cap. I, v. I4. – Si autem arrabo tantus,
quanta erit ipsa possessio? –

16 In cap. 1, ad Ephes. – Perinde ac si gentibus bellum esset
adversus gentes, dant obsides, ita Deus dedit Filium suum pignus pacis et feederum
et Spiritum Sanctum qui est ex ipso.

17 Serm. CLVI, al. XIII, De Verb. Apost. n. 16. –
Qualis res est si pignus tale est? Nec pignus, sed arra dicenda est. Pignus enim
quando ponitur, cum fuerit res ipsa reddita pignus aufertur. Arra autem de ipsa re
datur, quam danda promittitur, ut res quando redditor, impleatur quod datum est,
non mutatur.

18 I. Thes. IV, 8.

19 I. Jo. III, 24.

20 Iisque (discipulis) trifariam, prout ipsorurn captus ferebat,
tribusque temporibus, nempe antequam Christus per passionem glorificatus esset, postquam
per resurrectionem giorificatus fuit, ac denique post ejus ad coelos ascensionem,
sive restitutionem, sive quocumque alio nomine res ea sit appellanda. Hoc autem perspicue
ostendit, tum prima illa morborum spirituumque depulsio, quae scilicet non absque
Spiritus numine flebat; tum illa post confectum salutis nostrae negotium insufflatio,
quae divinioris procul dubio inspirationis specimen habebat; tum postremo praesens
hecc ignearum linguarum divisio, quam etiam solemni festo celebramus. Verum primo
quidem obscure, secundo expressius, nunc vero perfectius, utpote qui non jam operatione
sola preasens sit, ut prius, sed essentiali, ut sic loquar, modo adsit, simulque
versetur. Nam cum Filius corporearn nobiscum consuetudinem habuisset, Spiritum quoque
corporeo modo cerni conveniebat, et cum Christus ad sese reversus esset, eum ad nos
descendere, et quidem ita, ut et tamquam Dominus veniret, et tamquam Deo et tamquam
Deo nequaquam oppositus, mitteretur. – Orat. XLIV, pag. 712, seg. ed. Paris, 1650.

21
Che tal’è in questo luogo la forza della voce antídeon.

22 Jo. XIV, 16, 17.

23
Sed quid opus est istis ambagibus et versutis commentis?
Ipsam enim illam sanctificantem vim atque virtutem, quae ex Patre naturaliter procedit,
et imperfectis perfectionem tribuit, dicimus esse Spiritum Sanctum. Supervacaneum
enim est, ut apparet, per medium aliquod sanctificari creaturam, quam Dei benignitas
non dedignetur ad minutissimas etiam res pervenire, easque per Spiriturn Sanctum
sanctificare: si quidem, ipsius sunt omnes creaturae.

Quaenam igitur haec gratia est? Non alia certe quam Sancti Spiritus in cordibus nostris
facta infusio juxta Pauli sententiam… Quomodo igitur erit vera in nobis gratia,
se subministrata nobis est per creaturam sanctificatio?

Spiritus itaque Sanctus per seipsum in nobis operatur, vere sanctificans atque uniens
nos sibi ipsi et per conjunctionern ac copulam nostri secum naturae divinae participes
facit. –

Thesaur. Assert. XXXIV, pag. 552. Ed. Paris, 1648, tom. V. opp.

24
Incolam enim et hospitem naturalem ac verum Deum habemus,
non alienum ac distinctum substantialiter ab ipso Spiritum accipientes, sed eum qui
ex ipso, et in ipso, et proprius est ejus, et acquali cuni ipso dominatione praeditus,
Dominusquesque nuncupatus, ac filii loco assumptas ob identitatem naturalem… Misit
autem nobis de coelo Paracletum, per quem et in quo nobiscum est, et in nobis habitat,
non alienum nobis infundens, sed substantiae suae et Patris proprium Spiritum. –
De Sancta Trinit. Dial. VII, pag. 641, seg.

25
Est ergo et manet semper, qui oris est Spiritus: sed descendere
videtur, cum illum recipimus, ut habitet in nobis, ne nos simus a gratia ejus alieni….
Sic igitur venit Spiritus, quemadmodum venit Pater; quia ubi Pater est ibi est et
Filius: et ubi Filius est, ibi est Spiritus Sanctus. Non ergo discrete venire aestimandus
est Spiritus Sanctus… Numquid corporaliter Pater venit ? Sic ergo et Spiritus venit,
in quo cum venit, et Patris et Filii piena praesentia est – Lib. I, De Spir. S.,
cap. XI, n. 121, 123.

26
Ecce apud quos manet, in eis est Spiritus Sanctus. Dicatur
ergo, quia hic potest esse diversitas in eo quod apud eos manet, et in
eis
est? Etenim in uno loco utraque propositio ponitur, et Spiritui Sancto utriusque
rei possibilitas adsignatur, ut apud quos manet, in eis sit. Ita ne vero Spiritus
Sanctus sic apud fideles manet ut in ipsis fidelibus esse possit. Verbum autem Deus
sie apud Deum est, ut in Deo esse non possit ? – Lib. III, ad Monimum, cap. V. Ed.
Maur., 1684, pag. 47.

27
Cum templum Dei ob illam Sancti Spiritus habitationern vocemur,
quis Spiritum repudiare audeat, et a Dei substantia rejicere: cum diserte hoc Apostolus
asserat: Templum nos esse Deo, propter Spiritum illum sanctum, qui in dignis
babitat?- Haeres. LXXIV, n. 15.

28
Sicut enim qui videt Filium, videt Patrem; sic qui habet
Spiritum Sanctum, habet et Filium, et si habet illum, Templum est Dei, ut Paulus
scribit: Nescitis quia templum Dei estis, et Spiritus Dei habitat in vobis?
Joannes autem ait: In hoc cognoscimus, quoniam in Deo manemus, et ipse in nobis:
quoniam de Spiritu suo dedit nobis
. Quod si Filium, quia in Patre est, et Pater
in ipso, confiteamur non esse creaturam; prOrsus necesse est, nee Spiritunì
Sanetuni esse creaturam: in ipso namque Filius est, et ipso in Filio. Qua propter
qui Spiritum accipit, Templurn Dei est. – Athan. tom. II, Ep. III ad. Serap. n. 5.

29
Cf. Petav. loc. cit. De Trin., lib. VIII, cap IV,
VII. Thomass. De Incarnat., lib. VI, cap. XI, XV.

30 Ved. Bellarm., De Grat. et libero arbit., lib.
I, cap. III, n. 4, 5, cap. IV e cap. V, n. 5, dove nello sciogliere una difficoltà
tolta da s. Agostino, o meglio dall’autore dell’Hipognostico, lib. 5, scrive: – Respondeo
s. Augustinum loqui de gratia simul creata et increata, id est, de Deo, qui per dona
sua creata sedet in nobis, et variis modis nos ducit, regit, moderatur, et gubernat,
non sicut assessor jumentum.

31 Jo, IV, 14.






Testo tratto
da: Giovanni Perrone S.J., L’idea cristiana della Chiesa avverata nel Cattolicesimo,
Genova 1862, pp. 43-61.