CONDOTTA ESTERNA

Combattimento spirituale

I
PROGRESSI DELL’ANIMA NELLA VITA SPIRITUALE

di P. Frederick Willliam Faber d’O.

(1814-1863)







CAPO VI.

CONDOTTA ESTERNA

Notai nel capo
precedente che una delle ragioni, per cui ci troviamo impediti da qualche segreto
ostacolo, era che noi fummo negligenti riguardo alla nostra condotta esterna, e non
usammo le debite cautele in applicare i principî della vita spirituale nelle
nostre relazioni col prossimo.

Sarebbe desiderabile che non dimenticassimo mai l’importanza di questo. Ma vi è
per noi una necessità tutta speciale di serbarlo scrupolosamente in mente
nei primi stadi della nostra vita devota. Infatti un principiante è molto
tentato a non curarsi troppo della sua condotta esterna. Egli apprese di fresco per
la prima volta l’importanza dell’intenzione pura, del raccoglimento abituale e della
preminenza del vivere interiore. La moderazione è cosa difficile per la natura
umana; e ciò che è nuovo non transige mai con ciò che è
vecchio o familiare. Quindi, benché nessuno osi esprimerlo, un principiante
invaso dalla vera, ma per lui nuova idea, che la vita interiore è di gran
lunga superiore all’esterna, considera quest’ultima quale positivamente spregevole,
o la tiene in conto di tentazione. La stima dell’una genera in lui per mala sorte
lo spregio dell’altra, tanto più che chi non ha che recentemente cominciato
ad essere veramente devoto, trovasi sempre travagliato da una tendenza a nutrir sentimenti
di disprezzo per le persone e per le cose. Il disprezzo è la tentazione più
comune nei primordi. È facilissimo essere testa d’una sola idea, e vi è
in ciò un certo quale aspetto cavalleresco che fomenta l’illusione. Quando
un principiante bandisce la crociata contro ogni cosa, possiamo sempre aspettare
illusione. Lo spirito di un riformatore è l’opposto di uno spirito ascetico.
Una crociata contro di noi stessi può essere buona, benchè non lo sia
prima che abbiamo imparato a soggiogar noi stessi. Assalir i falli altrui è
un farsi ministro di Satana; assalir i nostri propri falli è fare opera di
Dio.

La saviezza di sant’Ignazio era ben diversa. Egli avrebbe voluto che quando facciamo
un esame particolare di coscienza scegliessimo per primo oggetto della nostra santa
persecuzione non il fallo che ci pare più molesto a noi stessi o più
grave, ma quello che più molesta e demolisce il prossimo. Questo dovrebbe
servire dì norma anche per noi.

Ora dobbiamo vedere come avviene che i principianti (posso quasi dire che noi non
siamo che principianti nella spiritualità, benché quelli che potremmo
tecnicamente chiamare nostri primordi, appartengano omai al passato), come avviene
che i principianti diventano spiacevoli a quelli che li circondano, e fanno cadere
il discredito e l’uggia sulla devozione stessa? Io non vorrei essere accigliato come
lo è il mondo, parlando di questi falli; perché i principianti sono
cinti da gravi difficoltà, hanno fondato diritto a grande indulgenza, e non
è poca cosa che essi in tal modo operino almeno con tutta l’anima in servir
Dio. Inoltre, se vi è dello sgarbato e del difetto nella loro condotta, non
è sui loro nuovi principî che deve cadere il biasimo, ma sull’antico
lievito del inondo, al quale appartengono.

Essi spiacciono dunque per indiscrezione, non attenendosi alle convenienze di tempo,
di luogo, di età, di persone e di circostanze; per incoerenza, perché
la loro condotta deve sembrare tale a coloro, che, non possono discernere in essi
la guerra interna che sostengono; per irritabilità, forse molto meno di quanto
i più crudeli critici vorrebbero tollerare se vedessero l’interno bruciore
e la stanchezza di spirito cagionate da tentazione e da lotta; per singolarità,
perché non è tanto facile appropriarsi di botto un dato sistema di
principî ed applicarli sempre esattamente e con garbo da corrispondere alle
esigenze di contrari doveri; spiacciono in fine senza alcuna loro colpa per lo scandalo
non dato, ma ricevuto, perchè le massime del Vangelo sono così ripugnanti
alle massime del mondo.

Dobbiamo dunque persuaderci essere importante pel nostro progresso spirituale e per
la nostra interna santificazione, che noi usiamo molta cura nelle nostre relazioni
col prossimo, al fine di esalare per essi il profumo di Cristo. La negligenza su
questo punto è la ragione per cui molti fanno sforzi vani verso la perfezione;
la quale ragione vera ritrovasi nella loro condotta esterna, mentre essi la cercano
dentro se stessi.

Però, in ogni questione spirituale vi è il suo retto ed il suo storto,
il suo bene e il suo male, il suo garbo ed il suo sgarbo. Vi è un modo cattivo
ed un modo buono di provarci ad edificare il prossimo; noi esamineremo prima il modo
cattivo. Non dobbiamo mai osare di edificare il prossimo col sacrifizio di qualche
principio, per dimostrare ad esempio che non siamo bigotti, o che siamo indipendenti
da formalità e cerimonie, o che abbiamo libertà di spirito riguardo
all’osservanza di certi precetti positivi. Questo è lo stesso che non deve
farsi il male per farne nascer bene

Eppure non è piccola la tentazione, segnatamente quando non si hanno accessi
d’indiscrezione, di dimostrare altrui, anche a spese di qualche stretto principio,
che la nostra santa religione non è tanto austera e crudele quanto pare ai
figli del mondo. Ma il tentativo è sempre non meno inefficace che iniquo.

Non dobbiamo mai fare, allo scopo di edificare il prossimo, e col fine espresso di
edificare, alcuna cosa che non faremmo se non per edificare, e nella cui esecuzione
il fine di edificare è supremo, se non unico. L’edificazione non deve mai
essere il nostro sommo pensiero. La regola evangelica è dì lasciare
che la nostra luce splenda da sé agli occhi altrui, affinché possano
riconoscere le nostre buone opere e glorifichino il nostro Padre che è nel
cielo. Dobbiamo avere gran cura di non demolire; ma sarebbe molto pericoloso il darsi
molta cura per edificare. Queste due cose, benché spesso si vedano confuse,
sono ben differenti; e non di rado troverete anime così rose e corrotte dall’amor
proprio, che a restaurarle si richiederebbe poco meno d’un miracolo, ed il cui sfacelo
deve essere rintracciato in un’erronea teoria del dovere di dar buon esempio. Tenete
il vostro ciglio rivolto a Dio, amate la sua gloria, odiate voi stessi, siate ingenui
e semplici, e voi splenderete felicemente senza accorgervene, senza pensarvi, irraggerete
uno splender cristiano ovunque volgiate i vostri passi od applichiate la vostra mano.

Non dobbiamo mai alludere inopportunamente alla religione, od irritare con impropria
imponenza di pietà. Una aspirazione interna od una momentanea elevazione dell’anima
a Dio produce spesso, anche negli astanti, maggior buon effetto che non un’aperta
professione o testimonianza non richiesta dal principio professato, e che quasi inevitabilmente
offende. Vi è un silenzio che edifica senza irritare; ammetto però
che il praticarlo è tutt’altro che facile. Probabilmente lo pratichiamo con
maggior effetto quando ci pensiamo meno, e la nostra azione procede da un cuore diretto
unicamente ed unito a Dio. Le cose sacre, quando sono intempestivamente imposte all’uomo
gli riescono ingrate; così un’inopportunità, ancorché ben intenzionata,
può essere sorgente di peccato.

Ma se una teoria erronea sull’edificazione o buon esempio, non solamente ci fa fare
dei passi falsi nella nostra condotta esterna, ma lede e talora positivamente devasta
la nostra anima, che cosa diremo di un’erronea teoria della correzione fraterna?
Quanto scandalo in altri, quanta albagia in noi stessi risultarono da un’erronea
teoria su questo difficilissimo dovere ed oscurissima obbligazione! Dobbiamo sempre
rammentarci che pochi, sia che progrediscano o no, possono essere nel caso di dover
correggere il prossimo, ancor più pochi sono atti a farlo con saviezza e soavità,
e nessuno vi è, la cui santità non si trovi sommamente cimentata nell’adempimento
di questo dovere. Per altra parte, coloro che, si assunsero con temerità questa
delicata responsabilità, non solamente peccarono di disubbidienza, irriverenza,
orgoglio, astio, supposizione ed esagerazione, ma indussero anche altri a peccare,
resero loro spiacevoli le cose di Dio, e ne fecero un inciampo sul loro cammino.
Prima dunque di accingerci ad esercitare la correzione fraterna dobbiamo accertarci
bene d’averne la vocazione, e ce ne accerteremo a giudizio non solamente nostro proprio,
ma anche d’altri; e quando ci siamo accertati di tale vocazione dobbiamo ancora iniziarne
l’esercizio con la preghiera e coi propositi e deliberazione. Possiamo aggiungere
che il correggere una persona allo scopo di edificarne un’altra, non manca quasi
mai di produrre spiacevoli conseguenze; e potrebbe dirsi che non lede la nostra umiltà,
perchè sarebbe anzi una prova che in noi non v’è umiltà da ledere.
Nello stato attuale della vita devota dunque non potrebbe, riguardo all’obbligo della
correzione fraterna, dirsi altro che quest’obbligo esiste. Di più sappiamo
che Dio ce ne impone l’obbligo e sapremo come soddisfarlo. Se divenisse un dovere
da adempiersi in questo momento, pensiamoci due volte e tremiamo, e Dio ci aiuterà
nel resto.

Questi sono dunque i modi, con i quali dobbiamo guardarci dal cercare di edificare
il prossimo. Vediamo ora come dovremmo edificarlo. Noi possiamo edificarlo in due
modi: colla mortificazione di Gesù e colla soavità di Gesù.
Prima colla mortificazione di Gesù. Tacere quando riceviamo rabbuffi ingiusti,
trattenerci da giudizi temerari e perentori, non sostenere i nostri diritti con tuono
accigliato e pedante, attirarci altri per gratitudine verso le generose e penose
nostre sollecitudini in loro favore, e non esagerare in modo zotico ed ostinato certi
punti non essenziali, sui quali ognuno ha diritto alla propria libertà. Questi
sono i modi, con i quali noi possiamo praticare la mortificazione di Gesù
nelle nostre relazioni col prossimo; ed oltre l’edificazione che ne risulterà
negli altri, la quantità d’interna perfezione che acquisteremo con l’esercizio
di queste pratiche è incalcolabile. Infatti non v’è né rea inclinazione,
né secreto orgoglio, né ombra d amor proprio, che esse non rintraccino
e non purifichino.

Ma l’edificazione altrui deve essere da noi operata anche colla soavità di
Gesù. Una soave risposta storna l’ira, dice la Scrittura. Parole miti e graziose
come quelle di Nostro Signore, sono un apostolato in sé stesse. Al contrario,
le parole spiritose e pungenti, le parole aspre ed imponenti, che spesso abbiamo
stretto diritto di usare, fanno sempre l’opra del diavolo, segnano l’anima altrui,
allo stesso tempo che infliggono gravi ferite alla nostra. Il nostro fare, il nostro
tratto deve pure essere pieno d’unzione, e perciò attraente e inducente altri
ad amar lo spirito che ci anima. La freddezza, la noncuranza, il tuono di superiorità
per qualche ragione non patente, od anche un’ovvia condiscendenza, trovansi non di
rado nelle persone devote. Esse non si sono ancora impossessate dello spirito che
in loro alberga in modo da valersene con garbo, o non sanno ancora apprezzare la
delicatezza ed universalità della sua tenerezza. Esse non hanno nella loro
niente una vera immagine di Gesù, e perciò stentano ad esprimerla nella
loro esterna condotta. Perfino i nostri sguardi devono essere assoggettati alla grazia.
Quanto più seriamente ci studiamo di portar Gesù nel nostro cuore,
tanto più la sua dolcezza traspirerà dalle nostre fattezze senza che
ce ne accorgiamo. Se si eccettua il tempo di grandi dolori fisici, il che pur non
lo impedisce sempre, la pace interna e l’armonia dell’anima si estrinsecano visibilmente
nei lineamenti. Si è notato che nel Vangelo di S. Marco, scritto sotto la
dettatura di S. Pietro, vi sono spesso allusioni allo sguardo ed al gesto di Nostro
Signore; e la narrazione del giovane che non aveva il coraggio di rinunziare alle
proprie ricchezze, e la conversione di S. Pietro dimostrano quanta efficacia avesse
la soavità di sguardo di Nostro Signore. Questa dolcezza è anche praticata
quando lodiamo tutto il bene che possiamo scoprire in altri, anche quando trovasi
misto a ciò che non è bene. Chi loda liberamente, ma senza stravaganza,
esercita sempre una influenza nel conversare, e può essere impiegato per promuovere
la causa di Dio. Al contrario, uno spirito criticante diverte colla sua frivolezza,
od atterrisce colla sua malignità, ma né mitiga, né attrae,
né persuade, né domina. Un altro esercizio di soavità cristiana
è quello d’interpretare favorevolmente le azioni dubbie altrui. Non devono
essere interpretazioni stiracchiate od affettate, molto meno devono scusare il peccato
positivo; fuori di queste ipotesi, vi è ampio campo a questa benigna pratica;
e non si esercita mai senza che assuma il carattere di apostolato per la gloria di
Dio, senza ehe l’agente se ne accorga. Dobbiamo anche guardarci da certi sguardi,
da certi gesti, e specialmente da certe reticenze o da certo tacersi, per cui altri
s’accorge che internamente li biasimiamo. Non c’è cosa che più irriti
il nostro prossimo. Quando la vista del peccato rende taciturno il santo, vi è
nel suo silenzio una tetra dolcezza, come se si addolorasse perché ama il
peccatore e come si sforzasse di amarlo ad onta del suo peccato. Questo censorio
silenzio, così poco somigliante alla lieta dolcezza di Gesù, fa impennare
il peccatore, lo fa internamente assumere l’atteggiamento di difesa contro il male,
eccita il poco di grazia che in lui ascondesi, e gli innerva il cuore contro l’effettuazione
di maggior male. Un tale silenzio è infatti la correzione fraterna la più
penetrante, e nessuno ha diritto di esercitarla se prima non ha accertato questo
diritto di correggere il prossimo secondo il metodo da noi designato. Ed anche allora
è ancora un modo molto pericoloso di adempiere una obbligazione molto pericolosa.

La dolcezza di Gesù richiede pure che la nostra pietà o devozione non
disturbi gli altri. Quando santa Giovanna Francesca cominciò a mettersi sotto
la direzione di san Francesco di Sales, le di lei cameriere solevano dire che l’anteriore
direttore di madama la faceva pregare una o due volte al giorno, e che tutti ne provavano
disturbo, ma che il di lei nuovo direttore la fa pregare tutto il giorno senza che
nessuno ne sia disturbato. È evidente che un poco di cautela basta a disporre
le cose in modo che né le Comunioni né la preghiera arrechino il minimo
sconcerto domestico, od esigano la minima abnegazione altrui. Non è che debba
rifiutarsi da altri; povere anime! Ma bensì che appartiene alla dolcezza della
vita spirituale il non richiedere od esigere tali cose.

È così che le nostre relazioni col prossimo dovrebbero ad un tempo
santificar noi stessi ed edificare gli altri col doppio esercizio della mortificazione
e della dolcezza di Gesù. Ma dobbiamo esserci accorti che a quest’epoca della
nostra carriera, le nostre relazioni col prossimo risolvonsi principalmente nel governo
della lingua. Non saprei dire se rechi maggior meraviglia la singolare importanza
di lungo assegnato a questa obbligazione nella sacra Scrittura, oppure la totale
noncuranza che spesso ne scorgiamo anche nella gente devota. Per farci un’idea della
quantità d’insegnamento che la sacra Scrittura contiene su questo punto, e
lo spazio che positivamente occupa nel santo volume, dovremmo dar mano ad una concordanza,
e cercare nelle sacre pagine tutti i versetti che parlano di questo soggetto, dai
Proverbi ed Ecclesiastico fino a S. Giacomo. Ma anche allora non potremmo comprendere
tutta la forza e l’intensità di quanto la rivelazione insegna. Il diffondermi
su questo soggetto non è conciliabile colla brevità che mi proposi.
Basti l’invitare ognuno a farsi questa domanda: l’attenzione scrupolosa che io impiego
nel governo della mia lingua è forse proporzionata a quella tremenda verità
rivelata per mezzo di san Giacomo, che cioè se non freno la mia lingua, la
mia religiosità è vana? La risposta non può che risultare o
terribile od umiliante.

Ma come deve essere praticato il governo della lingua? Lo sviluppo stesso del male
suggerisce, almeno implicitamente, il rimedio. Tendete l’orecchio per un’ora alla
conversazione di una compagnia cristiana. Gran parte di tale conversare versa, si
direbbe quasi per necessità, sulle azioni e sulle indoli altrui. Il senso
dei giudicare il prossimo pare che sia questo: la sede giudiziale di Nostro Signore
è per così dire gia eretta sulla terra. Ma è vuota. Attende
il Giudice. Frattanto noi zoticamente e senza autorizzazione ne ascendiamo i gradini,
ci assidiamo sullo scranno giudiziale, anticipando e parodiando il giudizio di Gesù
sul nostro prossimo. Rappresentando la cosa in questo modo, non possiamo che renderci
capaci della scelleratezza che commettiamo. Ci indurrà senza dubbio anche
a studiarci ad eliminare dal nostro conversare tutto quel superfluo diffonderci nei
motivi delle altrui azioni. Ma per lo più noi ci troviamo già molto
inoltrati sulla via della nostra vita devota, ed abbiamo commesso molti danni irreparabili
prima che nel governo della lingua facciamo uso di almeno metà di quella cautela
che esso non solo si merita, ma imperiosamente richiede.

Il primo effetto che lo spirito di pietà produce nelle nostre menti è
quello di raffinare il nostro criticismo. Ci troviamo in possesso di un nuovo metro
per misurare, e vediamo con una nuova luce, e pel nostro nuovo modo di vedere il
prossimo ne scapita. Fate di questo un soggetto di vostro esame particoìare,
e vi stupirete in trovare come numerosi sono i vostri falli a questo riguardo. È
in vero ben difficile esagerare o la facilità, o la quantità, od i
fatali effetti del peccato, al quale conduce tutto questo ciarlar degli altri, ancorché
si facesse con la miglior intenzione e col miglior garbo. Le risoluzioni su questo
soggetto alla fine del nostro esame devono essere ben precise, e per i nostri falli
dobbiamo ogni volta infliggerci coli pacatezza, ma con fermezza, qualche volontaria
punizione.

Sarebbe impossibile il parlare di tutti i diversi modi coi quali le persone devote
nei loro primordi dovrebbero rivolgere la loro attenzione alla loro condotta esterna.
Come già dissi, il tener rivolta in sé la propria attenzione è
cosa pericolosa, anche quell’attenzione che è necessaria. Inoltre, un principiante
in pietà non ha la possibilità, anche quando fosse cosa desiderabile,
d’occuparsi interamente della sua vita interiore, eccetto che lo Spirito Santo lo
attragga in modo straordinario. Il tentativo stesso lo renderebbe sfinito, insensato
ed infelice. Per lo più sarebbe bene che chi si trova nei primordi della vita
devota avesse sempre qualche opera esterna di devozione da adempiere affinché
si trovi sempre occupato di Dio e distolto da quel contemplare sé stesso,
elle eccedendo i limiti, terminerebbe in qualche morbo spirituale, e, forse anche
in qualche doglia corporale.

Per esempio, chiunque può trarre molto maggior partito spirituale dalla sua
condizione sociale col solo informarla d’intenzione soprannaturale. Possiamo iscriverci
in confraternite e adempirvi gli obblighi di membro, purché non ci lasciamo
sovraccaricare di preghiere vocali. Molti possono far elemosina; ma per convertir
le elemosine destinate ad alleviare le necessità temporali altrui, in elemosine
che giovino anche alle necessità spirituali del donatore, bisogna dare e largire
finché si senta che ci priviamo di quel che elargiamo, finché il dare
è da voi sentito, ci pizzica, ci punge; altrimenti dove sarebbe il sacrifizio
? Taluni possono anche impiegar tempo, ingegno e cure e patimenti nell’esercizio
delle opere di beneficenza che sono iniziate sotto i loro occhi o dal parroco o da
altri. Il tempo e il disturbo, impiegati negli oggetti della vostra carità,valgono
quanto il denaro: e considerandoli come favori spirituali a vostro proprio vantaggio,
valgono il decuplo del denaro. Ma non siate corrivi e non operate senza consiglio;
lasciatevi guidare da qualche opera buona, in cui possiate aver un interessamento
duraturo, e che sia adatto alla vostra capacità, ai vostri mezzi, alle vostre
inclinazioni.

Coloro che cominciano la carriera spirituale in modo eremitico commettono evidentemente
un grande sbaglio. Scambiano la vita solitaria colla vita interiore. La loro pugna
deve essere nel comune pugnar del mondo; essi hanno che fare cogli assorbenti e molteplici
interessi della vita comune, ed i loro cimenti e le loro prove devono per lo più
venire dal loro prossimo. Essi devono dunque tenere a calcolo tutte queste cose,
che devono influire nelle loro decisioni. È ben vero che tanto nel momento
della conversione, quanto in quello della contemplazione, non ci accorgiamo e non
ci occupiamo che di Dio e dell’anima nostra. Questa singolarità di veduta
è un santo dono, santo per il tempo e per il luogo in cui è largito.
È uno dei nostri principî che molto somiglia al nostro fine. Ma questo
non deve essere il nostro stato ordinario o normale.

Eppure moltissimi la sbagliano in questo. Essi incominciano una vita devota. Sono
risoluti di essere interamente di Dio, e si prefiggono un piano o sistema di vita
spirituale. Si impongono regole di preghiera mentale, d’esame di coscienza, di confessione
e Comunione, di devozioni particolari e di mortificazioni. Ogni cosa è prestabilita
colla massima precisione, con consentito calcolo, con controllato piano. Ma in esso
non si rinviene traccia di relazioni col prossimo, dei doveri verso il prossimo,
della beneficenza pel prossimo! Quasi che queste cose non dovessero esistere, o non
avessero alcuna connessione con la vita spirituale, o che potessero realizzarsi con
tanta facilità da non richiedere previe disposizioni e cure! Questo è
un vero sbaglio, e la sua influenza non può che essere ampiamente e continuamente
sentita in tutto il corso successivo. Ciò che può essere ottimo per
Camaldoli, non può guari essere adatto a Piccadilly [1].

Mi arrischierò a suggerire di dare alla mente una direzione più spiccata
in questo periodo primordiale della vita devota. Infatti il consigliare in così
precoce condizione di gettarsi interamente in Dio, quale oggetto di amore e di fede,
non sarebbe solamente impraticabile perchè prematuro, ma probabilmente condurrebbe
ad una mancanza di conveniente freno di sé, e così ad illusioni. Io
raccomanderei come devozione preferibile la preghiera per la conversione dei peccatori,
con offerte, largizioni, mortificazioni, Comunioni e simili, il tutto diretto a tale
scopo. Iddio opera sempre con qualche inusitata energia in qualche parte della Chiesa,
ed ivi tenendo pronta una profusione di grazie, attende che noi cooperiamo con lui
colle nostre intercessioni. La devozione per la conversione dei peccatori quando
e dove piace a Dio, è piena di pensieri di Dio, e concorda con tutte le idee
fondamentali, sulle quali è organizzata la nostra vita interiore. Da ciò
nasce la sua convenienza in questo periodo della vita devota anche sotto l’aspetto
del nostro proprio interesse.

Tuttavia se uno non sentesi inclinato per questa devozione, non deve sfiduciarsi
come se gli mancasse qualche cosa d’indispensabile alla vita spirituale. Un tale
zelo per la salute del prossimo è così desiderabile, che taluni caddero,
a tale riguardo, in scoraggianti esagerazioni. Ma mi ricordo che Da Ponte nella sua
Guida spirituale dice che mentre tale zelo si riscontra sempre nei più
elevati stadi di perfezione, tuttavia vi sono persone veramente pie, la cui memoria
dei propri peccati è così vivida, e la loro timida vigilanza sulla
propria anima è così assorbente, che si ritrovano intieramente vuote
di zelo per le anime altrui. Riccardo da S. Vittore nella sua Preparazione alla
contemplazione
dice non essere raro incontrare anime povere di spirito, liete
di speranza, fervide di carità ed eminenti in opere di santità, che
pur sono veramente tiepide e quasi pigre nel loro zelo per le anime. Questa dottrina
può ad alcuno di noi servire di arma contro lo scoraggiamento, e ad altri
quale antidoto contro i giudizi temerari. Tanto Riccardo da S. Vittore, quanto Da
Ponte appartengono alla scuola moderata degli scrittori spirituali.

NOTE

[1] Piccadilly
è una strada di Londra percorrente un breve tratto, parte in fronte al parco,
in cui da un lato vi è il palazzo della Regina. In detta strada e dintorni
abita l’alta società, ed à luogo di grande traffico. Piccadilly è
dunque sinonimo di intensa vita domestica, sociale e politica. In tale senso ogni
città ha il suo Piccadilly; ed ogni anima devota che si trovi in analogo ambiente,
pub applicare a se stessa ciò che ne dice l’autore, fosse pur essa in Roma,
in Pietroburgo, in Costantinopoli o a New York.






Testo tratto da:
P. F. Faber d’O., I progressi dell’anima nella vita spirituale, Torino: Marietti,
1906 (trad. della III ed. Inglese, 1859), pp. 58-70.