CON QUALE SPIRITO SERVIAMO DIO

Combattimento spirituale

I
PROGRESSI DELL’ANIMA NELLA VITA SPIRITUALE

di P. Frederick Willliam Faber d’O.

(1814-1863)









CAPO
IV

CON QUALE SPIRITO SERVIAMO DIO.

La teoria senza
la pratica vale poco; ma però senza una buona teoria, per lo più la
pratica vale anche poco, perchè non è né feconda né durevole.
Se questo è vero in molte cose, lo è in modo speciale nella vita spirituale.
Or bene, Iddio è in gran parte per noi ciò che noi siamo per lui. Con
l’uomo puro tu sei puro, con il perverso tu sei astuto (Sal 18,27))

Avendo dunque osservato in noi stessi certi segni di progresso, trovandoci posti
in guardia contro finti segni e conoscendo quanto possiamo fare per coltivare i sintomi
promettenti che vi abbiamo scoperti , conviene chiaramente conoscere con quale spirito,
con quale animo, intenzione, tendenza ci dedichiamo a Dio e promettiamo di servirlo.
Un’idea chiara ci è di grande aiuto nella, condotta e nell’azione, e la coerenza
forma gran parte della perseveranza. Formiamoci dunque un’idea chiara di ciò
che dobbiamo fare, di ciò che promettiamo, a qual genere di vita induce, e
di ciò che Dio può ragionevolmente attendersi da noi dietro la nostra
spontanea professione.

Io intendo dunque in questo capo di dimostrare che senza libertà di spirito
non possiamo mai essere perfetti; che non vi è vera e buona libertà
di spirito se questa non deriva dallo spirito o disposizione con cui serviamo Dio,
e che quindi l’unico retto spirito, l’unica retta disposizione con cui Servirlo,
è lo spirito di sacrificio e di generosità. Quando ci saremo appropriata
la materia di questo capo e l’avremo messa in pratica, noi ci troveremo aver già
fatto molte miglia di strada. Non si va mai abbastanza avanti se non si ha, partendo,
una chiara idea della distanza da percorrere.

Comincerò a parlar dello spirito con cui comunemente si serve Dio.

In vita vi sono molte difficoltà. Chi ne ha di più, e chi ne ha di
meno. Ma la più terribile di tutte è inevitabile per tutti, ed è
quella d’aver da fare con Dio. L’aver da fare con Dio è una necessità
tanto tremenda quanto inevitabile e indubitabile. Mettete a confronto la realtà
di Dio col figmento nostro, la sua potenza colla Destra debolezza, la sua legge colla
nostra disubbidienza. Enumerate le sue conosciute perfezioni, rammentandovi che in
Lui non v’è veramente nè grandezza nè piccolezza, perché
è immenso ed infinitamente completo. Analizzate la sua tremenda santità
e meditatene distintamente ogni elemento: la sua spaventosa precisione, la sua opprimente
purità, la sua ineffabile sensibilità, la sua terribile gelosia. In
noi vi è un’interminabile fertilità, giorno e notte, di pensieri, parole,
opere , omissioni ed intenzioni; in Lui una sorveglianza di tutto questo, la severa
esigenza di un’intenzione invariabilmente pura e di un conto esatto, la severità
della punizione, l’eternità della sentenza, e l’inevitabile infallibilità
di tutto ciò.

Non potremmo fissare il nostro sguardo nella sua corte celeste e rimaner vivi, a
causa della sua raggiante purezza. I più forti angeli ne sono scossi e tremano;
Maria stessa ne è confusa; perfino il sacro Cuore di Nostro Signore è
inondato di terror riverenziale.

Lungo la linea della Storia Sacra splendono come fiamme i tremendi castighi inflitti
da Dio per i peccati veniali. Mosè e David, l’uomo di Dio sbranato dal leone,
ed Oza che sorresse la vacillante Arca: questi esempi sono tremende rivelazioni della
santità di Dio; ed è notevole che quanto sembra aver irritato Dio in
questi falli è il manco d’integrità di cuore con Lui. Se diamo uno
sguardo alla nostra vita passata rischiarata da questa luce, non abbiamo noi forse
motivo di tremare? E se guardiamo alla nostra condotta presente abbiamo noi ragione
di non temere? Come è tremendo il pensare che Egli in questo momento conosce
come ci troveremo per tutta l’eternità, quali pene dovremo soffrire, e quale
gioia godere! Il pensare che tutto questo è precognito benché noi siamo
liberi, è cosa che ci confonde. Non vi può sicuramente essere cosa
più tremenda dell’avere da far con Dio.

Quale ne è la conseguenza? Niente che queste quattro semplici verità:



1. Che il servizio di Dio è non solamente il nostro più importante,
ma il nostro solo lavoro. Questo è così ovvio che basta enunciarlo.
Se si volesse darne la dimostrazione si sprecherebbe tempo e parole. Eppure anche
le persone spirituali abbisognano che loro si rammenti questa verità elementare.
Esaminiamoci brevemente su questo punto. Siamo noi convinti della sua verità?
La nostra vita passata ne somministra forse le prove? La nostra vita presente è
forse modellata su questo vero? Procuriamo noi che in avvenire il nostro vivere vi
corrisponda? Se noi confrontiamo la nostra prontezza e solerzia pel mondo colla nostra
preferenza pel servizio di Dio sopra ogni altra cosa, quale ne sarà la risultanza?
Procuriamo noi con sollecitudine la sua maggior gloria o la nostra maggior unione
con Lui? È forse per noi evidente non esservi per noi oggetto od occupazione
più grande e più importante del servizio di Dio?



2. Che lo spirito coi quale serviamo Dio dovrebbe interamente essere senza riserva.
Ho forse bisogno di provare questo? Quale riserva si potrebbe mai fare? Quale riserva
può mai immaginarsi plausibile innanzi a Dio? La sua sovranità ha forse
dei limiti, o il nostro amore di Lui può forse giungere alla misura dei colmo?
Ma non facciano, noi forse in questo momento delle riserve con Lui ? Non abbiamo
noi realmente nel nostro cuore alcun angolo nel quale Egli non sia assoluto Signore?
Ci chiede Egli liberamente ciò che vuole, e facciamo noi il nostro possibile
per dargli ciò che chiede? Non facciamo noi forse alcun patto implicito, non
poniamo noi per condizione che Egli riguardo a noi vada solamente fino ad un dato
limite e non più oltre? La nostra vita esterna dipende forse interamente ed
incondizionatamente da Lui? In tal caso il regno delle nostre interne intenzioni
riposa forse pacificamente sotto il suo incontestabile scettro?



3. Che la nostra passione dominante dovrebbe essere orrore pel peccato, anche veniale,
e per le indegne imperfezioni. Ora comprendiamo noi almeno ciò che significa
un tale sentimento? Quando ne leggiamo in qualche libro spirituale, non ci pare forse
una simulata esagerazione? Abbiamo noi anche chiesto di cuore nella preghiera un
aumento d’odio del peccato? Non vi sono forse molti altri mali che ci affliggono
anche più vivamente? Sentiamo, forse in noi un’attrazione pel Getsemani e
per la misteriosa visione di Nostro Signore schiacciato e compresso, come i grappoli
sotto il torchio, sotto l’errar mentale poi peccati del mondo? Finché non
abbiamo qualche nozione di questo orrore per il peccato, non può quasi dirsi
che i principî soprannaturali siansi impossessati della nostra mente.



4. Che noi dovremmo evitare come se fosse sacrilegio qualunque negligenza o indolenza
nelle nostre relazioni con Dio. Non v’ha dubbio che il terrore della Sua maestà
non meno che l’immensità del Suo amore dovrebbero rendere questo uno dei nostri
assiomi fondamentali. Nella negligenza e nell’indolenza vi è un certo disprezzo
personale, che rendo orribile l’accoppiarne perfino l’idea con Dio. Sarebbe un ateismo
più realmente pratico di molti gravi peccati, nei quali la veemenza delle
nostre ree passioni possono piombarci. Eppure come facciamo le nostre meditazioni,
le nostre preci vocali, la Messa, la confessione, la Comunione? E se è così
riguardo ai nostri doveri direttamente spirituali, che cosa diremo di quelle altre
occupazioni della nostra vocazione, nelle quali dobbiamo operare la nostra salute,
e che non possono altrimenti essere santificate che con estrema purità d’intenzione?

Ne consegue dunque che l’unico fatto d’importanza speciale per noi è se serviamo
Dio onestamente o no. Se ci salveremo noi o no! Tutto il solenne ed il serio della
vita riducesi a questo opprimente dubbio. Nulla dovrebbe starci tanto a cuore. Anzi
nessun’ altra cosa dovrebbe starci a cuore. Oh come dovremmo divenir morti a noi
stessi all’ombra di questo quesito universale, inseparabile dal nostro vivere! Eppure
come ce ne occupiamo noi ? Un piccolo torto, una lieve ingiustizia, una parola provocante,
una ferita al nostro amor proprio ed alla nostra vanità personale, ci commove
più efficacemente e ci interessa più vivamente che l’alternativa d’essere
salvo o dannato. Con tutto ciò noi miriamo ad essere devoti! E ci sogniamo
che serviamo Dio!



Senza parlar di cose sublimi o di devozioni ferventi, è chiaro che il solo
mettere in pratica nel servizio di Dio queste quattro evidenti verità esige
che lo serviamo con spirito generoso di sacrifizio. Ma lo spirito di generosità
può essere riguardato in due modi: come trovasi nel nostro cuore, e come attualmente
ispira la nostra condotta. Noi lo consideriamo per ora dal primo punto di vista.
La sua vittoria sulle nostre azioni esterne è un’opra di tempo e di lotta.
Non solamente richiede tempo ad effettuarsi, ma non sarà mai in fatto completa
in tutta l’estensione che vediamo essere possibile. Io ho ora bisogno di persuadervi
che, anche come teoria, essa è d’un’utilità immensa. Se non comprendiamo
chiaramente che cosa significhi essere generoso con Dio, e se non siamo fermamente
decisi di esserlo, non è probabile che la nostra condotta venga informata
dal minimo grado di generosità. Nella nostra presente posizione abbisogniamo
sopratutto di non fare la minima volontaria riserva con Dio, di non porre alcun limite
definito né al nostro amore ne al nostro sacrifizio per Lui, di non fissare
la nostra pupilla su alcun punto immaginario di futura perfezione, dicendo che saremo
soddisfatti quando l’avremo raggiunta; che quando leggiamo e udiamo parlare degli
stati e delle fasi della vita spirituale e delle pratiche di coraggiosa mortificazione,
non proveremo mai il sentimento che qualcuna di esso non sarà mai cosa pratica
per noi. Come vedete, io metto tutta questa materia sotto l’aspetto negativo, non
dico che voi dovete positivamente determinarvi a fare o soffrire una data cosa in
un determinato tempo avvenire. Non lo vorrei. Dico solamente che voi dovete non escludere
come impossibile od impraticabile qualunque grado di perfezione. Non dovete fare
alcuna riserva. Non dovete occuparvi del futuro. Voi dovete secondare la grazia presente,
e quindi secondare la grazia susseguente, e quindi l’altra appresso, e così
di seguito, fino a olio Dio vi avvicini talmente a Lui stesso,che se ve lo immaginaste
ora sareste compresi da terrore. Voi dovete abbandonarvi alla grazia e seguire la
sua guida. Ma se non ne scorgete fin d’ora la ragionevolezza, e se non fate previamente
il proposito, potete essere sicuri di non arrivarvi. È questo il mio significato
d’una buona teoria della generosità. Se non ne possedete la teoria ora, non
ne avrete mai la pratica poscia.

Per quanto possa essere innegabile la comune intelligenza di questo, la corrotta
natura sarà sempre eloquente, in argomentarvi contro. Perciò questa
teoria non deve essere unicamente un istinto amorevole del cuore, ma una risoluzione
abituale della volontà. Voi dovete renderla una convinzione intellettuale.
Voi dovete rendervene persuasi. Altrimenti, al sopraggiungere della tentazione, voi
tremerete indecisi da capo a piedi, e finirete con isvenire. Sarà dunque bene
di farne un frequente soggetto di meditazione. Voi dovete avvezzarvi a vedute esatte
riguardo al Vangelo. Dovete convincervi che è una religione tutta di patimenti,
di mortificazione, di sacrifizio, di consumante amore, di generoso zelo, di crocifiggersi
fino all’unione con Dio; che è in una parola la religione della Croce e del
Crocifisso. Dovete trangugiare quella verità così nauseante alla natura,
che l’abnegazione è essenziale in questa religione non solamente per divenir
perfetti, ma perfino per poter essere discepoli di Nostro Signore.

Il nostro modello è Gesù stesso, di cui lo Spirito Santa fece dire
agli Apostoli che Egli non piacque a Se tesso.

Fissate i vostri occhi in questo divino esemplare, rendetevi familiari i misteri
della sua Sacra Umanità fino al farne passare in voi lo spirito, la vita.
Imparate il segreto della sua Infanzia, dei suoi diciotto anni di vita secreta, dei
suoi tre anni di ministero pubblico, della sua settimana di Passione, dei suoi quaranta
giorni di vita risorta. Dov’è il se stesso in tutto ciò? Non
vi è forse sacrifizio in ogni minimo particolare? Non è forse tutto
generosità senza la minima riserva, generosità per la gloria del suo
Padre e per le anime umane che si perdono ? Questa generosità senza riserva
è il grande carattere dell’Incarnazione. Osservate la sua Passione. Prendete
la sua Divinità per primo punto di meditazione sulla Passione. Che cosa ne
fece Egli? Ei la trattenne dal consolarlo; Ei si fece da Essa rinforzare per poter
soffrire maggiormente anche oltre i limiti ordinari della sofferenza umana; allo
stesso tempo accresceva la forza fisica ed il vigore dei suoi carnefici che lo martoriavano,
e la sua concorrenza aggiungeva peso o forza ai brucianti flagelli. Osservate quindi
la di Lui anima. In essa Ei previde la Sua Passione durante tutta la sua vita, cosicché
essa fa un terrore ed un martirio di trentatre anni. Il Getsemani fu per così
dire la Crocifissione della di Lui Anima, come il Calvario lo fu del di Lui Corpo;
e durante tutta la Sua Passione, la Sua Anima fa strasciata da angosce e da umiliazioni
tali, che per continuità, varietà ed intensità non furono mai
sorpassate. Gettate quindi uno sguardo sul di Lui sacro Corpo. Nulla andò
esente. Capo, Mani, Piedi, Occhi, Bocca, Spalle, Cuore, ogni parte ebbe, i suoi tormenti,
tutte contribuirono la loro particolare agonia al grande Sacrifizio di Redenzione.
Il Suo Sangue fu versato a spreco sulle radici degli olivi dei Getsemani, sul suolo
di Gerusalemme, tra i gruppi delle sferze ed i nodi delle verghe, lungo la via del
Calvario, e fu versato fino a che il vuotato Cuore non ne ebbe più goccia
da dare. Ora paragonate tutto questo colle nostre grette riserve e mezze cordialità!
Che scarsezza di preghiere, che negligenza negli esami di coscienza, che svogliate
confessioni, che fredde Comunioni, che umani rispetti, quali ributtanti peccati!
E tutto ciò verso Dio! Riguardo poi al prossimo, come interessati nelle azioni,
come aspri nelle parole, corno critici nei pensieri! Verso noi stessi poi, quanto
siamo indulgenti, quanto altamente opinanti, come curanti del nostro corpo, quale
orgoglio nella nostra mente, quale rispetto e deferenza alla nostra volontà,
alle nostre voglie!

La grande lezione del Crocifisso è tutto l’affetto del cuore verso Dio, spirito
di lieto abbandono e di generoso sacrifizio. Possiamo farcene un’idea chiara se lo
consideriamo da un altro punto di vista. Noi possiamo immaginarci una persona, non
potrebbe essere un santo, esente da ogni peccato attuale, osservante pienamente ed
alla lettera tutti i comandamenti, eppure essere senza generosità verso Dio.
Veramente questa è un’impossibilità teologica; ma noi possiamo immaginarcelo.
Questa impeccante persona potrebbe, senza violare alcun comandamento, essere fredda
con Dio, ritrosa nei servizi eroici e nei consigli che non obbligano. Potrebbe talora
essere inclinata a patteggiare con Dio e credersi d’aver ormai fatto quanto permette
la discrezione. Di tratto in tratto potrebbe cedere al sentimento che la sua vita
d’ubbidienza sia ardua e spinosa a causa dei continuo incessante sacrifizio che richiede.
Ei potrebbe anche avere degli accessi intermittenti di tiepidezza e di indolenza
in materie molto prossime al peccato. Potrebbe mirar Gesù senza alcun impulso
d’entusiasmo, ed i suoi atti d’amore potrebbero fino ad un certo punto essere superficiali.
Tutto questo può possibilmente, ipoteticamente stare senza peccare affatto.
Ma in fatto quale è la disposizione di questo mostro che non pecca, se non
l’immagine del diavolo o qualche cosa di molto somigliante? E quale ne è la
causa se non l’assenza d’ogni generosità con Dio? È appunto questo
che li imprime un carattere non cristiano, ma anticristiano.

In verità che vi fu mia pura creatura che fa esente da ogni ombra di peccato;
eppure l’impeccabilità non fu la sua più alta prerogativa, anche indipendentemente
dalla Divina Maternità. Gettate uno sguardo sui suoi sessantatre anni, e voi
vedrete che cosa significa essere generoso con Dio, e l’abbandono a Lui senza riserva.
Il di lei prima atto d’amore, il suo primo uso di ragione all’istante dell’Immacolato
Concepimento fu un abbandono lieto ed intero di se stessa a Dio, e non fa mai neppure
per un solo istante ritrattato durante tutti quegli anni. Non le venne mai in mente
il menomo pensiero d’essere altro che tutta di Dio. Quando fece il suo voto di verginità
quale più perfetta offerta all’infinita santità di Dio, essa apparentemente
sacrificò l’oggetto che stava più caramente a Cuore d’ogni fanciulla
ebrea, la speranza stessa di divenire Madre del Messia. Quando poi, per obbedienza
a coloro che avevano il diritto di comandare il di lei consenso, consentì
a sposare S. Giuseppe, intero fu l’abbandono di se stessa. Perfino il suo consenso
all’Incarnazione e la sua accettazione della dignità di Madre di Dio, furono
atti di generosità, non solamente pei tormenti che inchiudevano, ma anche
perla violenza che essa doveva fare alla sua propria umiltà. La sua presentazione
di Gesù nel tempio, e la sua accettazione della profezia di Simeone, furono
egualmente esempi d’una tale generosità con Dio, la quale la faceva perfino
obliare se stessa. In mezzo a tante prove e cimenti durante la Sacra Infanzia, essa
non chiese alcun miracolo per alleviare le sue cure. Nella santa Casa di Nazaret
la sua vita fu niente meno che una perpetua oblazione di Gesù e di se stessa
a Dio. La sua povertà era perfetta; né essa cercava rifugio nelle consolazioni
spirituali, ma contentavasi del quasi continuo silenzio del suo divin Figlio anche
quando si attendeva ansante d’udirlo parlare.

Essa si separò di Lui rassegnata quando Egli intraprese i tre anni del suo
Ministero, il quale anche quando essa lo seguiva rendeva interrotte e desultorie
le sue comunicazioni con Lui. Ella consentì alla di Lui passione, e cooperò
con Lui in tutte le fasi della medesima. Ella spese quindici anni sulla terra in
rassegnata desolazione quando Egli ascese al cielo traendovi quasi seco come magnete
il di lei Immacolato Cuore col Suo proprio. Nell’Ascensione Ella, rimettendolo all’Eterno
Padre, accettò senza il minimo mormorare Giovanni in luogo di Gesù.
Quanto dovette essere stupendo il suo distacco se poté privarsi perfino della
presenza del nostro caro Signore, e se nulla ebbe, neppur il suo Gesù, che
Ella non rimettesse generosamente alla volontà di Dio !

Tale è lo spirito con cui, ciascuno nella sua misura e nel suo grado, dobbiamo
essere risoluti di servire l’Onnipotente Iddio coll’aiuto della sua grazia; e fra
le molte ragioni che potrei addurne ne noterò una attinente alle nostre attuali
riflessioni. Abbiamo udito molto parlare della libertà di spirito, ed abbiamo
anche letto che senza di essa non potremmo mai raggiungere la perfezione. Ognuno
è pronto a parlare altamente della libertà di spirito ed a desiderarla
per sé. Ma pochi hanno un’idea chiara di ciò che essi stessi intendano
per libertà di spirito. Per lo più quando suppongono di esercitarla,
non fanno in realtà che prendersi licenze con Dio e con i loro doveri religiosi
in un modo che loro tornerà alfine fatale. La libertà di spirito non
consiste dunque nell’essere libero da una regola di vita ed in non aver determinati
doveri per determinati tempi, né in una volubilità nelle devozioni,
nei libri di pietà e simili; neppure nell’assenza d’ogni accusa di sé
quando si trascura qualcuno dei propri esercizi devoti, né in non farsi scrupolo
di ciò che è scrupolo per gli altri, né in essere sbadato ed
incurante nei dettagli delle nostre azioni col pretesto che Dio guarda il cuore,
né in indirizzar accenti veementi a Dio e corteggiar la sua benigna clemenza
quando non ci diamo la minima pena di mortificarci e di comprimere le nostre passioni.
Tutto questo è ignavia ed impertinenza, e non cristiana libertà di
spirito. Eppure quanti vediamo noi che sfregiando leggermente ed inconsciamente Iddio
nelle loro proprie idee e quindi procurandosi il proprio agio nel di Lui servizio,
s’immaginano di goder la luce, il calore e l’invigorente aura di libertà,
mentre corrompono ed alterano perfino i principî di riverenza e di pietà
nella loro mente, e bevono i peccati veniali come le assetate belve bevono l’acqua!

Se però non è sempre tanto facile il riconoscere la libertà
di spirito ed il distinguerla da ruvidezza, irriverenza ed inscrupolosa fiducia di
sé, la difficoltà viene molto scemata riflettendo che nella pluralità
dei casi possiamo dire ciò che non è libertà di spirito. Perocchè
nessuno può possibilmente avere una vera libertà di spirito se non
serve Dio con spirito di generosità, Ora è per noi agevole riconoscere
se lo serviamo o no con tale disposizione; e se troviamo che no, noi possiamo essere
infallibilmente che qualunque cosa in noi somiglia a libertà di spirito è
in realtà qualche cos’altro, probabilmente qualche cosa da non ambirsi affatto.
Ci è dunque di grande aiuto il saper questo, che se non abbiamo generosità,
non abbiamo libertà [
1]. L’una risponde all’altra.
O almeno senza generosità non vi può essere libertà, benché
per cimenti interni vi possa in certi tempi particolari essere generosità
senza libertà.

Lo spirito di Gesù è spirito di libertà. La S. Scrittura fece
un proverbio cristiano di questo, che dove vi è lo Spirito di Dio ivi è
libertà. Quando lo Spirito di Gesù venne per la prima volta nel mondo
era spirito di libertà dal terrore e dal tenebrore della superstizione che
aveva dominato i pagani, dalla grettezza, dal dubbio e dagli abbietti appetiti degli
infedeli Greci e Romani, e dalla schiavitù d’un precetto cerimoniale e positivo
che aveva ammaestrato i Giudei per prepararli alla venuta del Salvatore. È
uno spirito di libertà, perché è una legge d’amore; non perchè
sia solamente amore, ma poiché è anche legge e legge d’amore. È
libertà a causa della munifica sovrabbondanza del grande Sacrifizio, e sopratutto
perchè Gesù è Dio.



Noi potremmo naturalmente dedurne che la stessa libertà penetrerebbe nelle
nostre più intime relazioni con il Signore ed imprimerebbe la sua impronta
ad ogni fase della vita spirituale; tale è appunto il caso. Perocchè
la libertà cristiana consiste nell’essere scevro di peccato siccome degradante
la nostra natura e distruggente il rispetto alla propria persona, pieno in se stesso
di malizia, la più schiacciante tirannia, e sopratutto offesa ad un Dio infinitamente
buono. Consiste nell’esenzione dalla pena del peccato, quale sarebbe lo sdegno di
Dio, l’inferno, una cattiva morte. Ma è anche essere scevro da mondanità,
cioè aver un cuore non attaccato al mondo, da una mente piena del mondo, da
basse vedute, e da quella serie di successivi disinganni, che accadono ad ognuno
che cerca consolazione nel mondo. È immunità da schiavitù sotto
altre persone, poiché muta la persecuzione in un mezzo di meritare: calunniati
diventiamo somiglianti a Gesù, poiché comincia un’opra terminante unicamente
col nostro ultimo respiro, l’aria della liberazione da ogni umano rispetto. Ma più
di tutto la libertà di Spirito è immunità da schiavitù
di se stesso; perocché , come mai un libero cristiano può abbassarsi
ad esser mancipio di sè stesso? Essere libero da grettezza, amore di sé,
da secreto avvilimento, e dal vampiro della propria vergogna; così è
libero davvero, e non vi è altra libertà che meriti tale nome.

In una parola, la libertà di spirito consiste non affatto in maggior dimestichezza
con Dio, od in minor serietà ed intensità nel disimpegno dei propri
doveri spirituali, ma in quest’unica cosa: distacco dalle creature. Libertà
e distacco sono una cosa sola. È libero colui, e colui solo, che ha tale distacco.
Ma è evidente che non può avere tale distacco chi non è, allo
stesso tempo generoso; perocchè la generosità consiste nello staccarci
sempre a costo nostro e con pena dalle creature per amor del Creatore.

Oh potessimo noi tutti acquistare questa celeste libertà! Perocchè
nulla può paragonarsi alla gloria di un’anima libero, eccetto l’adorabile
magnificenza di Dio stesso, L’anima staccata dalle creature trovasi come collocata
sopra una eminenza, dove respira l’aria del cielo. Molto al basso sotto i suoi piedi
essa vede la creazione simile ad una piccola macchia nello spazio. Gli angeli ed
i santi ne formano il corteo, e la purità è la sua atmosfera. Gesù
è suo fratello, suo compagno, sua somiglianza. Il suo volere sempre si compie
perchè è sempre all’unisono col volere di Dio; essa è perciò
in un certo senso onnipotente come Lui. La sua sapienza è soprannaturale,
e non è compresa da menti terrene. La sua pace è interminabile, profonda,
e riparata da ogni nemico attentato. La sua gioia si confonde con l’ineffabile gioia
della vita di Dio. Oh quanto è stupenda la dignità di coloro che furono
redenti dal Prezioso Sangue di Gesù, e così soavemente giustificati
dalla sua vittoriosa Risurrezione! I cieli non sono cosi sublimi come la loro libertà,
né il mare è cosi profondo, né cosi vasta è l’estensione
della terra. La povertà non può lordarla, il cordoglio non può
rattristarla, la morte non può finirla. Che il grande Iddio sia lodato, tre
volte lodato oltre ogni accento esprimibile da cuor pieno di riconoscenza per la
libertà con cui Gesù Cristo ci ha resi liberi.


NOTE


[1]
Non parlo di libertà non in senso teologico o metafisico, ma della libertà
di spirito
quale caratteristico della pietà cristiana.






Testo tratto
da: P. F. Faber d’O., I progressi dell’anima nella vita spirituale, Torino:
Marietti, 1906 (trad. della III ed. Inglese, 1859), pp. 33-45.