CHE COSA CI TRATTIENE

Combattimento spirituale

I
PROGRESSI DELL’ANIMA NELLA VITA SPIRITUALE

di P. Frederick Willliam Faber d’O.

(1814-1863)








CAPO
V.

CHE COSA CI TRATTIENE

Pare che ormai
abbiamo la nostra via chiaramente tracciata e che ci troviamo istruiti riguardo allo
spirito col quale dobbiamo servir Dio. Noi siamo usciti bellamente dal porto; ma
perchè non avanziamo? Ci vediamo intorno altri in pieno corso, e nessun’aura
gonfia le nostre vele. O Perchè noi siamo ancora sotto influenza della spiaggia,
o per qualche altro difetto, è chiaro che il vento per noi non vale. Tale
è il comune lamento di molte anime a questo passo. Qualche cosa le trattiene;
ed esse non discernono tosto che cosa sia. Noi ci proponiamo ora di scoprire questi
secreti ostacoli, e di studiare come possiamo superarli.

Per primo passo dobbiamo esaminare i sintomi indicanti esservi in noi qualche difetto.
In primo luogo noi ci accorgiamo di difetto di forza in resistere alle tentazioni,
in sobbarcarci a penitenze, ed in fedeltà nell’osservanza delle nostre pratiche
religiose. Ci accorgiamo d’un manco d’elasticità nelle sorprese alle quali
ci troviamo esposti, nelle vicissitudini, nei cambiamenti d’umore, nell’adempimento
dei doveri esterni e nel riconciliarli colla divozione e colla vita interiore. Noi
siamo inoltre consci d’una certa deficienza di luce interna. I nostri esami di coscienza
divengono svogliati o, confusi. Cresce in noi un’inclinazione agli scrupoli ed alle
inezie, e ci pare di perder quella vista di Dio che avevamo, e che per quanto fosse
imperfetta era tuttavia luce per noi. Nei nostri combattimenti spirituali vi è
un vago che comprendiamo abbisognare di maglior delimitazione e di maggior vigore.
A tutto questo s’aggiunge, una specie di sonnolente ignavia, che ci invade come un
sogno opprimente.

È chiaro che in noi vi è qualche difetto; la questione riducesi a sapere
che cosa sia. Abbiamo scorto tre difetti: di forza, d’ elasticità e di luce
interiore; bisogna darsene la ragione. Essi derivano da varie cause. In parte sono
il risultato dell’attenzione che abbiamo dovuto prestare a noi stessi, ed alle emozioni
interne dell’anima nostra in questi primi periodi della vita spirituale. Il riguardar
se stesso è sempre pericoloso, anche quando è necessario, e non deve
perciò mai esser messo in pratica senza l’accompagnamento dei suo conveniente
antidoto. Il conoscer se stesso è ad un tempo una grazia, una necessità
ed una benedizione; eppure nessuna di queste cose toglie che sia anche un pericolo.
Il suo pericolo consiste in indurci nella superficialità, nella sensibilità,
nell’affettazione e nel sentimentalismo, che è poi il più nauseante
dei vizi della vita spirituale. Può anche darsi che la nostra fede non siasi
bastantemente esercitata, e questo può spiegare, l’esistenza dei tre succitati
difetti. Noi abbiamo camminato per sentimento, per gusto, per impulso più
che per fede, e quindi abbiamo scambiato i doni di Dio con Dio stesso, ed abbiamo
avvezzato le nostre pupille ad una luce artificiale così intensa, che non
siamo più atti a guardare nella soave mezza luce appartenente alla vita cristiana.
Oppure non siamo stati abbastanza solleciti di mantenerci in armonia collo spirito
della Chiesa, negligendo, o tenendo poco conto di certe divozioni, quali sarebbero
le confraternite, lo scapolare, le indulgenze e simili. O non abbiamo cercato abbastanza
da noi stessi gli oggetti della fede, ma ci limitammo esclusivamente e con troppa
ansietà a migliorar noi stessi; e la divozione non può mai negligere
la dottrina senza pagarne finalmente il fio. Nulla più serve a Satana per
inceppar le nostre ruote che una divozione non teologica. Oppure il nostro sbaglio
può derivar dall’aver negletto le opere esterne di beneficenza e d’edificazione,
e dal non essere stati scrupolosamente cauti nelle nostre relazioni cogli altri.

Da tutto questo noi siamo condotti alla conclusione che i nostri ostacoli secreti
consistono in tre sbagli di vita interiore, ed in due di vita esterna. Il capo presente
tratterà dei primi tre, ed il capo seguente degli altri due.



1. Non è impossibile che ciò che ci trattiene dal progredire sia deficienza
nella divozione alla Madonna. Senza questa divozione, la vita interiore è
impossibile; perocchè una vita interiore è un vivere conforme alla
volontà di Dio, e la Madonna è in modo tutto speciale la di Lui volontà.
Maria è il consolidamento della divozione. Eppure questo non e sempre abbastanza
rammentato. I principianti sogliono ingolfarsi tanto nella metafisica della vita
spirituale, che non attribuiscono più tutta la debita importanza a questa
divozione. Accennerò ad alcune considerazioni che essi lasciansi svanire dal
cuore. La divozione alla Madre dei Salvatore non è un puro ornamento del sistema
cattolico, una bella appendice, una superfluità, od anche un aiuto, uno dei
molti aiuti alla divozione, i quali possono o, meno essere da noi impiegati. Essa
è parte integrale dei Cristianesimo. Senza di essa, strettamente parlando,
una religione non è cristiana. Sarebbe una religione differente da quella
che Dio rivelò. La Madonna è un distinto ordinamento di Dio, un mezzo
speciale della grazia, la cui importanza è vivamente attestata dall’intelligente
rabbia con cui è perseguitata da Satana, e dall’odio istintivo che le porta
l’eresia. Essa è il collo del corpo mistico, poichè unisce tutte le
membra al loro capo, servendo così di veicolo, e di strumento di diffusione
di tutte le grazie. La divozione a Maria è la vera imitazione di Gesù;
perocché questa divozione è quanto stava più caramente nel suo
Sacro Cuore dopo la gloria del suo Padre. È una divozione particolarmente
sostanziale, perchè è incessantemente informata di odio del peccato
e dell’acquisto delle più solide virtù. Negligerla è un dispregiar
Dio, perché essa è un suo ordinamento, ed un ferire Gesù, di
cui essa è Madre. Iddio stesso la collocò nella Chiesa quale distinta
potenza; essa è quindi attiva, fonte di portenti, e parte della nostra religione,
che non possiamo impunemente obliare. La spiritualità deve essere ortodossa.
Questo è evidente. Ora non potrebbe essere ortodossa quella dottrina che omettesse
l’officio e le prerogative della Madre di Dio; neppure la spiritualità dunque
sarebbe ortodossa quando venisse distinta o tenuta per separabile da una debita divozione
a Maria, da una divozione ad un tempo generosa ed esatta. Uno sbaglio dottrinale,
ridotto a pratica nella vita spirituale, è doppiamente pericoloso. Avvelena
ogni cosa, non v’ha fallo o sciagura che non possa essere predetta di un’anima infelice
che ne sia il soggetto. Se dunque sentite in voi qualche sintomo di dissesto spirituale,
di qualche cosa che vi impedisce di progredire, osservate anzitutto se la vostra
divozione a Maria sia quale deve essere nella specie e nel grado, nella fede e nella
fiducia, nell’amore e nella lealtà. La perfezione è posta sotto il
di Lei speciale patrocinio, perchè è una delle sue speciali prerogative
come regina dei Santi.



2. Potrebbe darsi che siate deficienti nella divozione al Sacro Cuore di Gesù
ed ai suoi misteri. Anche questo è possibile, e non è così poco
comune come vorremmo supporlo. Eppure chi può mai dubitare che quella divozione,
la quale può non abbandonarci neppure sulle più sublimi sommità
della contemplazione, è veramente indispensabile negli stati di vita spirituale
che consideriamo? Essa deve ,compenetrare ogni parte della vita cristiana; e vita
cristiana, se significa qualche cosa, significa divozione alla Sacra Umanità
di Gesù Cristo; è la via, la verità e la vita pel cristiano.
Menar vita santa è rendere l’anima Sposa del Verbo Incarnato; conseguentemente
l’amore del Verbo Incarnato è il centro della santità. L’amore per
la Sacra Umanità è di tre specie; uno rappresenta il nostro affetto
interno verso Nostro Signore, l’altro le prove della sincerità e solidità
delle nostre affezioni, il terzo le operazioni che Gesù stesso determina nell’anima
che trovasi bastantemente ben disposta. Essi nomansi rispettivamente amor Affettivo,
Effettivo e Passivo.

L’amor Affettivo per Nostro Signore consiste in un intenso desio per la sua gloria,
in una gioiosa compiacenza nella riuscita dei suoi interessi, ed in un bello ed affettuoso
dispiacere alla vista del peccato. Quest’amore ci spinge ad effondere ai suoi piedi
tutta la nostra anima in fiducia, a lagnarci della nostra freddezza e delle nostre
imperfezioni, ad esporgli le nostre pene, le nostre stanchezze, disgusti e cimenti,
e ad abbandonargli tutto con una pacata ed ingenua indifferenza per ogni cosa.

L’amor Effettivo, ci rende immagini viventi dì Gesù, facendoci rappresentare
nella nostra vita i suoi stati, i suoi misteri e le sue virtù. Ci fa portar
esternamente in noi la sua immagine per mezzo di incessanti mortificazioni, diminuendo
e restringendo le nostre agiatezze, regolando i nostri sensi, troncando le stravaganti
esigenze del mondo e della società con gelosa moderazione nei piaceri e nelle
affezioni innocenti, e con una inesorabile repressione di ogni vanità ed alto
sentire di noi stessi. La nostra vita interna conformasi a Gesù per mezzo
della libertà di spirito ; il che significa distacco dalle creature ed uniformità
alla stia volontà. Le nostre azioni esterne portano l’impronta del suo carattere,
se pur noi operiamo come sue membra, e se tutte le nostre azioni sono fatte in dipendenza
da lui ed in corrispondenza coi suoi movimenti.

Parlerò dell’amor Passivo piuttosto per imparare ad anelare ciò che
possiamo possedere un giorno, che non a procurarcelo, parlando ordinariamente, in
questi primordi della vita spirituale. È incoraggiante il vedere quanto, piacendo
a Dio, possiamo divenir intimi con Gesù anche prima della nostra morte. La
sua prima operazione in questo stato spirituale è quella di stringere la nostra
anima nei vincoli d’amore, a segno che noi perdiamo il gusto per qualunque cosa che
non sia o sua o Lui stesso. Sembra allora come se ci fosse data una nuova natura
così poco in armonia collo scellerato mondo che ci attornia che ci sentiamo
venir meno e languire qual pesce fuori dell’acqua. Allora egli rende più profonda
la nostra ferita di amore ed imbibisce del suo amore ogni nostro affetto, pensiero,
parola od azione, a segno che diventiamo incapaci di far qualunque cosa senza mirar
a Lui come la Sposa della Cantica. Ogni altro amore fuori del suo vien rigettato,
ed ogni cosa che non si riferisce a Lui svanisce dalla nostra memoria come se non
ne avessimo mai avuto notizia. Così Egli possiede interamente la nostra anima,
e non siamo più noi che viviamo, ma è Lui che vive in Dei. Allora Eglii
ci accende d’amor irresistibile, e ci fa erompere in atti d’eroica carità
e d’unione soprannaturale con Lui, mentre che allo stesso tempo rende in noi cosi
profondo il sentimento della nostra abbiezione e della nostra pochezza,che nulla
noi deploriamo più della deficienza nel nostro servizio e della insufficienza
di slanci dei nostro cuore. In fine Egli ci getta in uno stato di patimenti purificanti,
e fissa sulle nostre spalle la perpetua croce; ed allora noi non cerchiamo che di
soffrire vieppiù, e non aborriamo che il soffrir meno. In tal modo egli ci
spoglia di noi stessi e ci rende interamente suoi. Ma tutto questo è ben lontano.
Mirate in alto e fissate intensamente il vostro sguardo. Non so se possiate discernere
almeno la sommità del monte dove trovasi tutto questo. Ma fatevi coraggio!
Non è poco l’esser certi che quelle belle sommità esistono realmente.

È incredibile quanti vantaggi ricaviamo dall’esercizio di questo amore pel
Verbo Incarnato. Il cuore staccasi dalle creature; l’amor proprio consumasi e sparisce;
le imperfezioni vengono corrette; l’anima riempiesi dello spirito di Gesù
ed avanzasi con passo di gigante sul sentiero della perfezione. Se dunque non potete
coglier vento nelle vostre vele, osservate se il vostro amore per l’adorabile Persona
e per la sacra Umanità di Nostro Signore è quale dovrebbe essere, quale
Egli l’intende e chiede, o almeno se voi lo coltivate distintamente, e se vi sforzate
ogni giorno per farlo crescere.



3. Il terzo difetto, ed io inclino a supporlo essere il più comune, può
essere deficienza di sentimento filiale verso Dio. Vorrei poter essere molto chiaro
e molto energico nel parlar di questo, perchè molto dipende da esso. Se la
nostra idea di Dio non è uniformemente ed abitualmente quella d’un Padre,
la fonte stessa della pietà in noi sarà torbida e corrotta. Noi incontreremo
la sciagura di cui parla il Profeta; ìl nostro dolce è amaro, ed il
nostro amaro dolce.

La nostra posizione in faccia a Dio è quella di creature. Riflettete che cosa
questo significhi. Noi gli apparteniamo interamente ed in senso assoluto. Non abbiamo
diritti eccetto quelli che Egli pietosamente degnasi concederci per alleanza. La
nostra vita è alla mercè della Provvidenza, e la Provvidenza non è
solamente una serie d’esterni eventi, ma l’espressa volontà delle Tre Divine
Persone in un solo Dio. La nostra condizione nella vita futura gli è già
nota, e per nostra parte sappiamo esserci necessaria una dose di grazia, maggiore
di quanto Egli è obbligato a darci, benchè siamo pure infallibilmente
certi che Egli ce la darà so corrispondiamo a quella che abbiamo. Però
quest’ultima considerazione non può interamente alleviare l’irritazione cagionataci
naturalmente alla vista della nostra posizione. Il riflettere sugli attributi di
Dio, sulla stia onniscienza, onnipotenza, immensità ed ineffabile santità,
non basta a diminuire in noi questo sentimento. Tuttavia la convinzione che lo spirito
d’adorazione, l’inclinazione al culto, l’istinto di pietà, risiedono in permanenza
nei nostri sentimenti, nelle nostre parole e nelle nostre opere come creature verso
Dio, cioè come esseri che non hanno un’esistenza indipendente da Lui, ma che
furono da lui stesso tratti dal nulla, è una convinzione che realmente ben
lungi dallo stendere sopra di noi un’ombra tetra, o dall’eccitar in noi un’inquietudine
interna, quanto più seriamente, queste verità sono ricevute dentro
la nostra anima, e quanto più riconosciamo senza riserva il supremo dominio
di Dio su di noi, tanto più troveremo tranquillante, soprannaturalmente tranquillante
il loro effetto.

Ma però questo non apparisce alla superficie, nè prima che la mente
siasi avvezzata a pensieri religiosi e ne sia informata. Noi siamo tentati a riguardar
Dio in qualunque altro aspetto piuttosto che in quello di Padre, sia per la nostra
impotenza, sia per la sua opprimente immensità ed onnipotenza. Eppure la nostra
vita spirituale dipende interamente dal nostro modo di riguardar Dio. Se lo consideriamo
solamente come Padrone, allora il nostro ufficio è quello di servirlo, e tutto
ciò che facciamo trovasi penetrato dall’idea di premio e di castigo. Se Lo
riguardiamo solamente come Re, noi dobbiamo sentirci come schiacciati dal suo incontestabile
dispotismo; e non possiamo accarezzare nel nostro cuore nient’ altro di tenero che
un’astrazione di dovuta fedeltà. So lo consideriamo solamente come nostro
Giudice, i tuoni della sua giustizia vendicativa ci assordano, la tremenda e minuta
esattezza delle sue sentenze di ammutolisce, e lo splendore della sua intollerabile
santità ci acceca. È dunque chiaro che se noi consideriamo Dio esclusivamente
in uno di questi modi, od in essi tutti insieme, il nostro servizio assumerà
il suo carattere dal nostro punto di vista. Durezza, aridità, terrore ed un
sentimento d’impotenza a mantener i nostri diritti, ci renderanno necessariamente
codardi e vili, striscianti e mercenari, queruli ed irriverenti quanto oseremo esserlo.

Ma noi possiamo anche considerarlo come nostro Creatore e sentirci squilibrati. Imperocchè
si può considerare il Creatore quale Ente indipendente ed eterno, il quale
per suo beneplacito, come Causa Prima, trasse dal nulla le creature, e se ne cura
tanto meno quanto meno ha obblighi verso di loro. Ma mi sembra che essere Creatore
implichi anche essere Padre. Non v’ha dubbio che perfino il voler la creazione è
un atto stupenda di tenerezza paterna. Così Iddio non è solamente nostro
Padre perchè è anche nostro Creatore, ma è nostro Padre perché
è Creatore. Un essere creato ragionevole per essere creatura bisogna che sia
anche figlio. Uscendo dal nostro nulla primitivo portiamo con noi il vincolo filiale.
La creazione si classifica nella bontà piuttosto che nel potere o nella sapienza.
Così, se non avessi altra nozione di Dio fuorché quella che Egli è
mio Creatore, dovrei sentire in me che Egli è anche mio Padre. La preghiera
della penitente del deserto era durante tutta la vita: Tu che mi formasti, abbi pietà
di me. In tale invocazione c’era una specie di diritto, un suono di diritto, che
la rendeva cara alla di lei timidezza e umiltà.

Comunque, non c’è verità più certa di quella che Dio è
nostro Padre, e che tutto quanto vi è di più tenero e di più
soave in ogni paternità terrena non è che una pura ombra dell’affettuosa,
soave ed immensa paternità celeste. La bellezza, di questa consolante idea
eccede ogni espressione. Essa distrugge il senso di abbandono sulla terra, e tinge
i castighi e i patimenti d’un nuovo colore. Fa nascere consolazione dal sentimento
della propria debolezza, ci abilita a mettere la nostra fiducia in Dio riguardo ai
problemi che non possiamo sciogliere, e ci lega a tutti gli altri membri dell’umana
famiglia con un sentimento di gratissima relazione. Questa idea entra perfino nelle
nostre azioni spirituali e ne diviene il pensiero dominante. Noi la rammentiamo nella
penitenza, la gustiamo nei Sacramenti, ci appoggiamo ad essa attendendo alla perfezione,
ne facciamo nostro pascolo nelle tentazioni, ci è di gioia nei patimenti.
Egli è nostro Padre negli eventi ordinari della vita, proteggendoci da migliaia
di sciagure, dalle quali ci preserva, rispondendo alle nostre preghiere, benedicendo
quelli che amiamo, ed usando longanimità verso di noi, benché freddi
ed incorreggibili in un grado che pare anche a noi stessi incredibile.

Egli è nostro Padre non solo nominalmente, ma anche realmente. Come dissi,
il vincolo deriva dalla Creazione. Il Creatore ha un amore vivo, meraviglioso, misterioso
per le sue creature; la sua tenerezza e indulgenza per esse non ha paragone nelle
affezioni terrene. Egli inoltre si compiacque di identificare i nostri interessi
coi suoi; e ci creò a sua immagine e somiglianza in modo che riflettessimo
perfino la sua Divina Maestà. Ma Egli è nostro Padre anche per contratto;
e poichè esegue tutto ciò che promette, questa Paternità è
tanto reale quanto l’altra. Ma oltre ai vincoli di natura, di grazia e di gloria,
pei quali Egli ci chiama suoi figli, egli è ancora nostro Padre in un modo
che non arriveremo mai a comprendere pienamente, qual è quello di essere Padre
di Nostro Signor Gesù Cristo.

Da questo sentimento filiale verso il nostro celeste Padre nasce la nostra tranquillità
di coscienza riguardo ai nostri peccati passati. Noi possiamo riposare in Lui con
soave fiducia perfino nell’ineffabile pronuncia dell’eterna sentenza. Con tale sentimento
noi godiamo libertà di spirito nelle azioni indifferenti, e ci sentiamo un
intenso desio di servirlo, desio ispirato da amor filiale. l’a tale sentimento nasce
pur anche un dolce oblio di noi stessi , gioia nella prece, pazienza nei dubbi, calma,
nelle difficoltà, ilarità nei cimenti, ed una quieta contentezza nella
desolazione. Noi lo onoriamo per suo santo merito perchè Egli è nostro
carissimo Padre. Pensiero rallegrante come luce solare, che versasi nella nostra
anima con triplice raggio: maggior fiducia in Dio, maggior libertà con Dio,
e maggiore generosità con Dio!

Mi diffusi sa questo perchè è di somma importanza che noi siamo pienamente
informati dello spirito del Vangelo; l’oblio di esso, che vedesi così frequente,
deriva in parte dal non rammentarci ad ogni ora del giorno che Nostro Signore è
Dio, in parte dal mescolar qualche altra idea di Dio con quella di Padre, permettendo
preponderanza all’elemento più duro. Lo spirito del Vangelo è spirito
di tenerezza; e le tre deficienze da me esaminate, di divozione a Maria, di divozione
alla Sacra Umanità, e disentimento filiale verso Dio, sono ad un tempo effetti
di deficienza di tenerezza, e causa di continuazione di tale deficienza. Questo è
il grande ostacolo occulto. Per esso coi vostro cavalleresco desio di perfezione,
col vostro disgusto del mondo, col vostro apprezzamento di cose sublimi, vi credete
di progredire, e v’ingannate. Vi esortai già ad esaminarvi per riconoscere
se non mancate di divozione a Maria, alla sacra Umanità di Nostro Signore,
ed alla santissima Paternità di Dio. Ora permettetemi di rappresentarvi la
cosa in altra forma. La deficienza in queste tre cose significa in realtà
deficienza dì tenerezza, benchè abbia anche altri significati. Ma l’assenza
di tenerezza nella pietà basta da sè stessa ad arrestare ogni incremento
in santità. Vale dunque la pena di dirne qualche cosa. Una persona può
essere in un certo senso religiosa; temerà Dio, odierà il peccato,
sarà strettamente coscienziosa , e vorrà onestamente salvare la propria
anima. Tutte questo cose sono eccellenti. Ma non potrete dire che i santi fossero
di tal fatta. Da essi traspariva una soavità, una morbidezza, una delicatezza,
un garbo, un’affettuosità, oso anche dire una poesia, che imprimeva nella
loro divozione un carattere ben diverso. Essi erano immagine vivente di Gesù.
Se noi vogliamo crescere nella santità, dobbiamo sforzarci di divenire come
essi divennero, benché non possiamo divenirlo che in grado molto inferiore.

Per tenerezza non intendesi una pura sensibilità, una delicatezza di cuore,
od una facilità alle lacrime. Queste non sono meno spesso indizio di codardia,
d’ignavia, di manco di serietà e di volontà risoluta. La vera tenerezza
comincia in vari modi. Il suo progresso è improntato di dolor poi peccati,
senza pensare alla relativa punizione, e per quel sentimento che abbiamo altrove
chiamato sensibilità per gli interessi di Gesù, di ingenua docilità
ai nostri superiori e direttori spirituali, di mortificazione di noi stessi non sentita
quale giogo ; non pensa mai ad arrestarsi ed a non passare ai consigli, ed è
informato da un lieve, incipiente ed appena ancora discernibile appetito di umiliazioni.
Appena tale tenerezza trovasi formata nella nostra anima, tutti i caratteri della
santità le si assestano intorno come a nucleo e ne formano un sol gruppo.
Perocchè amore è un riparo contro il peccato più potente del
timore, e la tenerezza rende la nostra conversione a Dio più completa, rendendola
più agevole. Esercita un’attrazione speciale su Gesù, di cui è
spirito, e che non si lascerà superare nella sua singolare dolcezza. Senza
di questa tenerezza non vi è incremento; e mentre rende più facile,
e conseguentemente più perfetto, l’adempimento del dovere, infonde in noi
gli istinti specialmente cristiani, quali sono l’amor dei patimenti, il silenzio
nel subir ingiustizie, la sete d’umiliazioni, e simili. Approfondisce inoltre il
dolore dei peccati, convertendolo in una contrizione, che per l’anima penitente vale
più che qualunque altro dono. Mirate i fenomeni dell’Incarnazione; che cos’erano
essi? Abbandono, patimenti non necessari e non obbligatori, sacrifizio, abbassamento,
continui sfregi, nessun’asserzione di diritti, incuria di felici riuscite, e torti
patetici. E che cosa mai in noi corrisponde a queste cose se non l’indole espressa
da quest’unica parola, tenerezza?

La sacra Infanzia, c’insegna la tenerezza, la Passione la tenerezza, il Santo Sacramento
la tenerezza, il Sacro Cuore la tenerezza. Ma osservate la vita comune di Gesù
fra gli uomini, e vedrete ancor più chiaramente a che cosa somigli la tenerezza.
In primo luogo vi è la tenerezza del portamento esterno di Nostro Signore;
la narrazione della Domenica delle Palme ce ne porge un esempio. Tenerezza fu puro
il suo trattare coi discepoli, coi peccatori, cogli afflitti e cogli sventurati che
si gettavano sui suoi passi.

Ei non ispense la stoppa fumante e non ruppe la canna fessa. Questa fu una profetica
e perfetta descrizione della sua indole. Eravi tenerezza perfin nei suoi sguardi,
come quando fissò i suoi occhi sul giovane ricco e lo amò; e S. Pietro
fu convertito con uno sguardo. Tutto il suo conversare era condito di tenerezza.
Il tenore delle sue pararabole, l’assenza di terrore nei suoi sermoni, e l’abisso
di perdono che il suo insegnamento apriva, sono tutte cose che confermano la nostra
asserzione. Non cessa d’essere tenero nelle sue risposte alle domande ingiuriose,
come quando fu tacciato d’energumeno, e quando gli fu dato lo schiaffo. Anche i suoi
rimproveri erano addolciti da tenerezza; ne abbiamo un esempio nel caso della donna
sorpresa in adulterio, in quello di Giacomo e Giovanni, della Samaritana, e di Giuda;
nè cessava d’essere tenero nel suo zelo, come lo dimostrò quando rimproverò
i fratelli che avrebbero voluto far piovere fuoco dal cielo sui villaggi Samaritani,
e quando coli dolce mitezza nella sua divina indignazione fece sgombrare il tempio.

Or bene, se Nostro Signore è nostro modello, e se il suo spirito è
il nostro, è evidente che la nostra vita spirituale deve essere profondamente
impressa da cristiana tenerezza, dalla quale essa riceva il suo tuono e carattere
principale. Senza tenerezza, non possiamo mai avere quello spirito di generosità
col quale, come vedemmo, dobbiamo servir Dio. Questa tenerezza è tanto necessaria
alla nostra vita interiore ed alle nostre relazioni con Dio, quanto lo è nella
nostra vita esterna od alle nostre relazioni col prossimo; e fra i doni dello Spirito
Santo ve n’ha uno, la pietà, il quale ha per missione speciale di conferire
tenerezza.

Se dunque gli ostacoli secreti dei quali vi lamentate riguardano la vostra vita interiore,
e derivano da difetto nei vostri esercizi e nei vostri sentimenti divoti, coltivate
queste tre divozioni, alla Madonna, alla Sacra Umanità di Gesù, ed
alla Paternità di Dio, e ne proverete dei felici risultati. Mettetevi in buon
assetto su queste tre cose, e le vostre vele non si sbatteranno più inutilmente
contro l’albero maestro.






Testo tratto
da: P. F. Faber d’O., I progressi dell’anima nella vita spirituale, Torino:
Marietti, 1906 (trad. della III ed. Inglese, 1859), pp. 45-58.