CENERE

Oblatio munda

CENERE

di Tito Casini











Gelida figlia del fuoco, scura nipote della fiamma, avanzo esanime, informe, incolore,
di ciò ch’ebbe anima, forma e colore; rifiuto inconsumabile del consumator
più vorace; pallida, tacita cenere, chi di noi pensa a te o ti dedica parole
se non sia per disprezzarti? Più abbietta della rena, nella quale è
ancora la roccia, più abbietta della polvere, nella quale è ancora
la terra, più abbietta anche del fumo, tuo proprio fratello, al quale è
almeno dato di morir su nel cielo, tu non hai commosso i poeti, e nemmeno hai trovato
grazia presso di loro: Virgilio, il più pio, ti chiama «immonda»,
nel mentre t’insegna all’agricoltore che ti getti a rinvigorire gli stanchi suoi
campi :

………………………………………………..néve

éffetós ciner(em) ímmundúm jactáre per ágros
*

Ma l’agricoltore
ti ha cara, per questo, e a questo ti raccoglie e ti serba, dal forno e dal focolare.
Più cara ti ha la massaia, che di te si giova per i suoi bucati, e tu togli
con l’acqua dalle sue tele ogni impurità, e rendi, col sole, ai letti, alla
mensa, ai corpi, la gioia dell’antica mondezza.

Ma ben più ti onora la Chiesa, quando coi tuo nome dà nome a un dei
giorni dell’anno.

Vi è bene, tra il giorno che ha nome dalla nascita di Cristo e quello che
l’ha dalla sua risurrezione, anche un giorno che ha nome da te, e in quello tu ricevi
con l’incenso onori divini, in quello, dopo avere accolto su te tutta la fecondità
della supplica liturgica, tu ti spargi, seminata dalla mano sacerdotale, ti spargi,
semenza buona, sulle curve teste dei fedeli, germinando salutari pensieri, soavi
lacrime, saldi proponimenti, rinnovellamento di vita.

Simbolo dell’inevitabile morte, io ti amo, o cenere nostro ultimo termine, ultima
nostra eredità. Tu fiacchi, se sorga, ogni mia superbia, tu dissipi ogni meschina
invidia, come ogni vana illusione. Può l’umile viburno invidiar l’alto, odoroso
cipresso, quando e l’uno e l’altro sian cenere? E chi, nella cenere del palazzo che
arse, saprebbe più separare la porpora del ricco dal cencio dello schiavo?

Ma più amo te, cenere che posi in croce sul mio capo e su quello dei miei
fratelli il primo dì di Quaresima. Richiamandomi a mia scienza, tu mi distogli
dal fuoco che non fa cenere; tu m’indirizzi, con l’immagine della morte, per la via
della vita. Più che il campo, tu mi fecondi lo spirito; più che la
veste, tu m’imbianchi l’anima. Da te, più veramente che dalle ceneri dell’antica
Fenice, un uccello divino rinasce e spicca a volo nel cielo: l’anima nostra, per
la penitenza, alla grazia.

*
le colture alternate facilitano il lavoro,

e non ci si vergogni di arricchire con grasso letame il suolo sterile,

né di gettare cenere sporca sopra i campi esauriti (Georgiche,
1, 79-81; n.d.r)





testo tratto
da: Tito Casini, La vigilia dello sposo, Firenze: L.E.F., 1935/2, 41-42